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da “Conglomerati” di Andrea Zanzotto – Mondadori
 
Sberle
 
Il vento chiamato
“la rissa degli scheletri”
       anzi, sberla degli scheletri
       che fa staccare le costole
       agli alberi e perfino alle pietre,
       mai non fallisce nel suo memo
 
e il sadico aprile cavalca e par vivo
       sferzato da quelle sberle:
       ma se quel vento cade
       tutto il mondo si svela
       per quel che è
           cioè cioè
           un cumulo di membra sparse
           finalmente scoppiato
           e finalmente apocaliptato
 
*
 
Un grigio compatto
perfetto quasi commovente
nel suo voler attutite attutire
a null’affatto impedire
 
Un grigio che ha in custodia
ogni forma ogni norma
che lascia ogni sospetto ed ipotesi
in sospeso, in arrivo, agli occhi schivo
 
Un tenue nerofumo grigio da tutte le profondità
ci accompagna senza darlo a vedere
non lascia tregua e cu trasforma
anche nolenti in tregua e
polvere polvere inumidita rabbonita di sere:
furono, torneranno.
Ho camminato per ere
in questo fecondo deresponsabilizzante
elisir di grigi dolori
 
(questo è solo un vago sospetto)
              (esterno)(non arrivato)
                  (forse reietto)
 
*
 
Vergogna
 
Ora il tempo dovrebbe vergognarsi
di far quello che facciamo
di strampalarsi stralciarsi
sfalciarsi sfidarci infilzarci
ma vergognarsi di essere sempre
già passato mentre lo nomino. Non c’è, sì c’è
è questo qui di cui
scrivere il continuo
e losco cambio di marcia
tre volte in tre opere di ricordo –
macché è già tutto tappeto di marcio futuro
 
*
 
Mentre tanfo e grandine e cumuli di guerra
 
Mentre tutto trema nel delirio del clima
e la brama di uccidere maligna inventa inventa
 
Rari sono i luoghi in cui resistere,
luoghi dove Muse si danno convegno
per mantenere l’eco di un’armonia
per ricordarci ancora che esiste il sublime
per risaltare gli antichi splendori ed accogliere vie di Beltà
 
Raro pur sempre e sepolto nelle selve d’ombra di armi totali
un Luogo: e ora rinasce e tenta difenderci dall’ira del cosmo.
 
*
 
Nel più accanitamente disseppellito
            dei verdi dei versi
            dei ghiacci
Nel supremo tepore o torpore dei colori
indulgenti inclementi insolenti

            senza tempo senza ore

da “Poesie (1938-1986)” di Andrea Zanzotto – Mondadori
 
A questo ponte
finisce il freddo del prato
finisce il freddo del cielo
e della cieca luce,
finisce il freddo del tuo volto
e del tuo cuore simile a una croce,
finisce il sole con spine.
 
Le danze segrete delle acque
e degli alberi
intorno al sole domato
io sento nel freddo del prato
che affonda sotto il ponte.
 
*
 
Prima persona
 
- Io – in tremiti continui, – io – disperso
e presente: mai giunge
l’ora tua,
mai suona il cielo del tuo vero nascere.
Ma tu scaturisci per lenti
boschi, per lucidi abissi,
per soli aperti come vive ventose,
tu sempre umiliato lambisci
indomito incrini
l’essere macilento
o erompente in ustioni.
Sul vetro
eternamente oscuro
sfugge pasqua dagli scossi capelli
primavera dimora e svanisce.
Tu ansito costretto e interrotto
ora, ora e sempre,
insaziabile e smorto raggiungermi.
Ora e sempre? Ma se di un bene
l’ombra, se di un’idea
solo mi tocchi,o vortice a cui corrono
i conati malcerti, il fioco
sospingermi del cuore. E là nel vetro
pasqua e maggio e il rissoso lume affondano
e l’infinito verde delle piogge.
Col motore sobbalza
la strada e il fango, cresce
l’orgasmo, io cresco io cado.
 
*
 
Orizzonti
 
Stanco di non allinearmi
verso l’orizzontalità – e con odio
dell’irrequietezza dei colli,
stanco forse di avervi insultati
accettando che diveniste fantasmi,
o genitori:
che pressoché dissonate, che state fuori
da ogni contaminazione o sospetto
o lecca-lecca di tempo,
fuori dagli effetti speciali
e dai metabolismi erratici
del Tutto. Non avete bisogno
del mio sostegno, del mio
ricordo.
Non esiste bisogno né critica del bisogno.
Siamo, anche se io stento, fatti di orizzonte,
disadattati a questo tipo di mondo.
Ma in linea di massima convinti
        (costituendo chissà quale frase)
         di essere,
         di meritarci di essere un bell’essere,
         di avere in pugno, chissà come,
         ogni carenza e rastrematura
         infida e terrificante
                              dell’essere.