29 giugno 2010
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Sberle
Il vento chiamato
“la rissa degli scheletri”
anzi, sberla degli scheletri
che fa staccare le costole
agli alberi e perfino alle pietre,
mai non fallisce nel suo memo
e il sadico aprile cavalca e par vivo
sferzato da quelle sberle:
ma se quel vento cade
tutto il mondo si svela
per quel che è
cioè cioè
un cumulo di membra sparse
finalmente scoppiato
e finalmente apocaliptato
*
Un grigio compatto
perfetto quasi commovente
nel suo voler attutite attutire
a null’affatto impedire
Un grigio che ha in custodia
ogni forma ogni norma
che lascia ogni sospetto ed ipotesi
in sospeso, in arrivo, agli occhi schivo
Un tenue nerofumo grigio da tutte le profondità
ci accompagna senza darlo a vedere
non lascia tregua e cu trasforma
anche nolenti in tregua e
polvere polvere inumidita rabbonita di sere:
furono, torneranno.
Ho camminato per ere
in questo fecondo deresponsabilizzante
elisir di grigi dolori
(questo è solo un vago sospetto)
(esterno)(non arrivato)
(forse reietto)
*
Vergogna
Ora il tempo dovrebbe vergognarsi
di far quello che facciamo
di strampalarsi stralciarsi
sfalciarsi sfidarci infilzarci
ma vergognarsi di essere sempre
già passato mentre lo nomino. Non c’è, sì c’è
è questo qui di cui
scrivere il continuo
e losco cambio di marcia
tre volte in tre opere di ricordo –
macché è già tutto tappeto di marcio futuro
*
Mentre tanfo e grandine e cumuli di guerra
Mentre tutto trema nel delirio del clima
e la brama di uccidere maligna inventa inventa
Rari sono i luoghi in cui resistere,
luoghi dove Muse si danno convegno
per mantenere l’eco di un’armonia
per ricordarci ancora che esiste il sublime
per risaltare gli antichi splendori ed accogliere vie di Beltà
Raro pur sempre e sepolto nelle selve d’ombra di armi totali
un Luogo: e ora rinasce e tenta difenderci dall’ira del cosmo.
*
Nel più accanitamente disseppellito
dei verdi dei versi
dei ghiacci
Nel supremo tepore o torpore dei colori
indulgenti inclementi insolenti
senza tempo senza ore

