“Proprietà privata” di Richard Yates
Proprietà privata
di Richard Yates
– minimumfax -
(traduzione di Andreina Lombardi Bom)
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Così ebbe inizio la chiacchierata serale presso il letto di Blaine. C’era sempre un momento di pausa nel reparto tubercolosi dopo che erano stati portati via i carrelli con i vassoi della cena, quando il sole proiettava lunghe strisce gialle sul pavimento sotto le finestre che davano a occidente e faceva baluginare i raggi argentati delle sedie a rotelle che trovava sul suo percorso; era il momento nel quale la maggior parte dei trenta ospiti del reparto si riunivano in capannelli per parlare o giocare a carte.
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“Quanto t’invidio”, rispose piano Betty Miller, in un tono che il marito aveva studiato per un maggiore effetto drammatico; “Lev non parla mai della guerra”. E Miller si rese conto con un po’ di fastidio che per Betty c’era un particolare aspetto romantico, di un romanticismo da rivista femminile, nel fatto di avere un marito che non parlava mai della guerra – un marito vagamente tragico, sensibile, magari, o ad ogni modo un marito dalla modestia incantevole – cosicché in effetti non aveva importanza se il marito di Nancy Braces era davvero più attraente, più solido nel suo completo Brooks Brothers e, in passato, più affascinante nella sua linda uniforme da tenente.
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Andò avanti così per un pezzo, ma nella sua voce mancava quell’intonazione stridula e petulante che lui si era aspettato; sembrava ferita, invece, quasi sul punto di piangere, il che era peggio. In quella piccola porzione del suo cervello che ancora rimaneva lucida deciso cupo che con tutta probabilità quel litigo sarebbe stato lungo, di quelli che durano due o tre giorni. Le grida e le recriminazioni sarebbero terminate presto, ma ci sarebbe stato un lungo intervallo fatto di silenzi gelidi, di piccole domande e risposte scambiate educatamente a tavola, di sere in cui ci si coricava senza nemmeno dirsi buonanotte, prima che lui riuscisse ad andare da lei con un minimo di decoro per dirle quella frase enorme e semplice che avrebbe potuto scongiurare tutto questo fin dall’inizio: “Mi dispiace, tesoro”.
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E in un altro momento, quando lui le voltò le spalle dopo aver detto una lunga frase amara a proposito di Werner e si appoggiò ingobbito sullo schienale di una sedia in posa melodrammatica, lei gli si avvicinò alle spalle e disse, a voce bassissima: “Non ho mai avuto l’impressione di tradirti, Gorge, non capisci? Cosa c’era da tradire?”
Questo lo colse alla sprovvista, e per un attimo gli parve che la propria mente avesse la stessa limpidezza, la stessa cupa logica delle parole della moglie.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Finalmente una raccolta di racconti di Richard Yates che convince fino in fondo, tanto quanto un suo romanzo. Questo non perché le precedenti siano brutte, tutt’altro, però rispetto alle sue prove lunghe, la forma breve ho sempre pensato fosse meno nelle corde narrative di Yates.
Il motivo immagino vada ricercato in una sostanziale differenza nei temi cardine trattati dall’autore per questa nuova raccolta, visto che nei racconti qui inclusi ci sono meno coppie e più singoli, meno tradimenti e veleni e più guerra e malattia, anche se l’umanità che sta alla base e viene descritta è sempre la stessa. Così come lo stile narrativo, che è quello ormai inconfondibile a chi ci ha abituati Yates, attento osservatore e abile scrittore nel restituirci, tramite le sue parole, la profondità di uno sguardo acuto e leggero allo stesso tempo.
I racconti sono tutti molto buoni, eccetto “Un’ultima scappata, per dire”, tra i quali spiccano in particolar modo: “Il canale”, “Sera in Costa Azzurra”, “Il revisore e la bufera” e “Un ego convalescente”.
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