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Posts Tagged ‘vonnegut’

“Baci da 100 dollari” di Kurt Vonnegut

13 novembre 2012 Nessun commento

Kurt Vonnegut - Baci da 100 dollariBaci da 100 dollari
di Kurt Vonnegut
– ISBN Edizioni -
(traduzione di Francesco Pacifico)
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La piccola stanza per gli ospiti, arredata con gusto, fresca e sgombra, come tutte le camere degli ospiti implicava un invito a sentirsi a casa, e allo stesso tempo ammetteva che era impossibile.
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Il treno 427 Seneca, è in arrivo al binario quattro” disse la voce dall’altoparlante. La voce pareva intenta a demolire ogni illusione dei passeggeri che le loro destinazioni d’arrivo potessero essere meglio di quelle di partenza. San Francisco era scandito con la stessa monotonia di Troy; Miami non suonava più seducente di Knoxville.
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“Un uomo che non si è costruito una certa immunità all’amore attraverso una costante espiazione ad esso” disse “rischia di farsi ammazzare dall’amore stesso, quando arriva la prima cotta.”
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Postilla squisitamente PERSONALE
Raccolta uscita postuma che comprende alcuni tra i primi racconti della lunga e corposa carriera letteraria di Vonnegut. Come dice lo stesso Eggers nella prefazione, siamo ancora distanti dallo spessore di romanzi successivi come Mattatoio n. 5 o Ghiacco-Nove, non per questo però si tratta di un brutto libro o così avulso da quell’immenso scrittore (e uomo) che è destinato a diventare Vonnegut.
Certo, non tutti i racconti sono perfetti o così acuti (tra i migliori: “Con la mano sull’acceleratore”, “Ruth”, “Mentre i mortali dormono”, “Gli imbroglioni”), eppure c’è sempre molta limpidezza, di lingua e d’intenti soprattutto, in ogni episodio, facendo intuire che la strada intrapresa era quella giusta fin dagli inizi.

“Oggi siamo nell’era, diciamo, del racconto fotorealista. Nel grosso dei racconti contemporanei troviamo un realismo, un naturalismo, che ci dà più o meno quel che ci dà un fotografo. Un fotografo dotato incornicia la realtà in un modo che sembra al tempo stesso reale e nuovo. Il suo lavoro – regge uno specchio – di fronte alle nostre vite, ma lo fa in un modo per cui ci vediamo da un punto di vista nuovo. Tutte le forse d’arte tentano questa pratica di reggere lo specchio, ma la fotografia, e il racconto contemporaneo, sono mezzi particolarmente ben congegnati per lo scopo.” – dalla prefazione di Dave Eggers


“Piano meccanico” di Kurt Vonnegut

18 settembre 2008 Nessun commento
Piano meccanico
di Kurt Vonnegut
– Feltrinelli -
 
Paul si sentì meglio quando entrò nel Capannone 58, una struttura lunga e stretta che occupava quattro isolati. Era il suo preferito. Gli avevano detto di abbattere e ricostruire l’ala nord dell’edificio, e lui aveva convinto il Quartier generale a non farlo. L’ala nord era l’edificio più vecchio dello stabilimento, e Paul l’aveva salvato: per l’interesse storico che rappresentava per i visitatori, aveva spiegato al Quartier generale. Ma Paul non amava i visitatori, e li scoraggiava, e in realtà aveva salvato l’ala nord del Capannone 58 per ragioni sue. Era l’officina originale messa su da Edison nel 1886, lo stesso anno in cui ne avevano aperta un’altra a Schenectady, e visitarla aiutava Paul a uscire dai suoi periodi di depressione. Era un voto di fiducia da parte del passato, pensava: dove il passato ammetteva di essere stato molto umile e modesto, dover alzando lo sguardo dal vecchio e posandolo sul nuovo si poteva vedere che l’umanità aveva fatto veramente molta strada.
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Paul non aveva mai capito come fosse fatto Shepherd, aveva sempre stentato a credere che un uomo potesse veramente ragionare come lui. La prima volta che arrivato a Ilium, Shepherd aveva annunciato agli altri due venuti, Paul e Finnerty, che intendeva competere con loro. Spavaldamente, in un modo ridicolo, parlò di competitività e rievocò, per chiunque fosse disposto ad ascoltare, diversi momenti di crisi nei quali c’era stato uno showdown tra le sue capacità e quelle di qualcun’altro, crisi che gli altri partecipanti avevano giudicato normali, insulse e generalmente irrilevanti. Ma per Shepherd la vita disegnata come un campo da golf, con una serie di inizi, di rischi e di conclusioni, e con un punteggio preciso – da confrontare con il punteggio degli altri – dopo ogni buca. Shepherd si avviliva o si esaltava di volta in volta per trionfi o fallimenti che nessun altro pareva notare, ma accettava sempre stoicamente le regole del gioco. Non chiedeva quartiere, non dava quartiere, e faceva ben poche distinzioni tra Paul, Finnerty e tutti gli altri colleghi. Era un ottimo ingegnere, un compagno noioso, un tenace padrone del proprio destino e, soprattutto, non era il guardiano di suo fratello.
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Anita dormiva: pienamente soddisfatta, non tanto da Paul quanto dall’orgasmo sociale che aveva raggiunto vedendosi offrire, dopo anni di preliminari col sistema, la direzione di Pittsburgh.
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“Anch’io ti amo.” Paul riattaccò e si voltò a guardare il mondo dal vetro appannato della cabina telefonica. Oltre a quella sensazione di stordimento c’era un presagio di novità: l’impressione che dentro di lui si stesse sviluppando una fresca e forte identità. Era un amore generalizzato: e in particolare per la gente da poco, per la gente comune, che Dio la benedica. Per tutta la vita questa gente gli era stata nascosta dalle mura della sua torre d’avorio. E ora, questa sera, Paul era venuto in mezzo a loro, aveva condiviso le loro speranze e le loro delusioni, compreso i loro desideri, scoperto la bellezza della loro semplicità e dei loro valori. Questa era la realtà, questa riva del fiume, e Paul amava questa gente comune, e voleva aiutarla, e farle capire che era amata e compresa, e da questa gente voleva essere amato.
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C’erano dodici chilometri da lì a casa sua, attraverso Homestead, oltre il ponte e lungo l’altra riva del fiume. A casa sua? No, pensò Paul, alla casa dove c’era il suo letto.
Si sentiva spento, dentro, e molle, con una patina esterna di forte calore: assonnato, ma insonne; assediato dai pensieri, ma incapace di pensare.
I suoi passi echeggiavano tra le grigie facciate di Homestead, e le insegne al neon spente che a quell’ora proclamavano cose prive di importanza erano, senza la magia degli elettroni in fuga attraverso il gas inerte, semplici tubi di vetro freddi e vuoti.
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E un passo indietro, quando si è presa la strada sbagliata, è un passo nella direzione giusta.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Niente male questo romanzo d’esordio, anche se ancora non si raggiungono i livelli dei suoi capolavori, l’abile visionarietà di Vonnegut si ritrova già in questa storia per certi versi premonitrice.
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“Benvenuta nella gabbia delle scimmie” di Kurt Vonnegut

30 maggio 2008 2 commenti
Benvenuta nella gabbia delle scimmie
di Kurt Vonnegut
– Se -
 
Quinn sedeva al tavolo con il direttore della banda. Era scapolo, piccolo, scuro, privo di senso dell’umorismo. Non era un uomo che metteva allegria. Non riusciva a dormire, non riusciva a smettere di lavorare, non riusciva a sorridere con calore. Aveva solo due umori: quello sospettoso e autocompassionevole e quello arrogante e spocchioso. Il primo umore veniva fuori quando stava perdendo del denaro. Il secondo veniva fuori quando ne stava facendo.
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Le lacrime aumentarono.
“Non voglio essere come sono” disse. “E’ solo che non posso farci nulla, visto il modo in cui ho trascorso la mia vita. Le uniche esperienze che ho avuto sono state quei sogni strampalati con le stelle del cinema. Quando incontro qualcuno carino nella vita reale, mi sento come se fossi in una specie di grande bottiglia, come se non potessi toccare quella persona, per quanto seriamente ci provi”. E melene spinse nell’aria come se ci fosse una grande bottiglia tutto intorno a lei.
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Fuller sentì che la pelle gli ardeva come ottone bollente. Stava appropriandosi del destino. Il destino gli aveva dato improvvisamente un pubblico, e una circostanza su cui aveva molte cose amare da dire.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Sul fatto che Vonnegut sia un Signor Narratore non ci sono dubbi e anche se i racconti di questa raccolta (Benvenuta nella gabbia delle scimmie e Il portafoglio Foster tra i migliori) sono tutti scritti molto bene, sono altri i suoi capolavori e chi non ha mai letto niente di suo farebbe bene a rivolgersi altrove: Cronosisma, Mattatoio N. 5 o Hocus Pocus.
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“Hocus Pocus” di Kurt Vonnegut

Hocus Pocus
di Kurt Vonnegut
- Bompiani - 

 

Il Mondo perlomeno finirà. E questo è un evento che tanti attendono con grande gioia. Finirà molto presto, ma non nel 2000, dato che quest’anno è già trascorso. Dal che io arguisco che Dio Onnipotente non è molto forte in Numerologia.

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I 2 primi motori dell’Universo sono il Tempo e la Fortuna.

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Chi mi ruba la borsa, ruba robaccia: è qualcosa, non è niente. Erano soldi miei, adesso sono suoi, come son stati schiavi di mille latri. Ma, che mi deruba del mio buon nome, mi sottrae qualcosa che non arricchisce lui ma rende me povero, invero.

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Un altro difetto dell’umana natura è che tutti vogliono costruire ma nessuno vuole provvedere alla manutenzione.

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Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

 

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Sarcastico e lucidissimo.
Un altro grande romanzo di Kurt Vonnegut.
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“Cronosisma” di Kurt Vonnegut

23 febbraio 2004 Nessun commento

Cronosisma
di Kurt Vonnegut
- Bompiani - 

 

Se il tuo cervello fosse dinamite non ce ne sarebbe abbastanza per farti spostare di due centimetri il cappello.

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I diari sono controproducenti, sono pure esaltazioni del nostro più intimo IO. Un elevare, ad argomento centrale, le nostre virtù. Negative o positive che esse possano essere.

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Nel sistema solare c’è un pianeta i cui abitanti sono talmente scemi da non accorgersi, per un milione di anni, dell’esistenza dell’altra metà del pianeta. Se ne sono accorti solo cinquecento anni fa! Solo cinquecento anni fa! E dire che si danno reciprocamente dell’Homo Sapiens!

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Trout avrebbe potuto essere un grande pubblicitario. Lo stesso si è detto di Gesù Cristo. La base di una buona pubblicità è una promessa credibile. Gesù prometteva tempi migliori nell’altra vita. Trout stava promettendo la stessa identica cosa qui e subito.

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Se esiste un Dio, sicuramente odia l’umanità. Non ho altro da dire.

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State a sentire: siamo sulla terra per cazzeggiare. Non credete a quelli che vi dicono che non è così!

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Questo è il romanzo di Vonnegut che mi è piaciuto di più.
Il primo letto, il primo dove ho incontrato Trout.
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“Mattatoio N.5″ di Kurt Vonnegut

22 gennaio 2004 Nessun commento

Mattatoio N.5
di Kurt Vonnegut
- Feltrinelli -

Le ore non passavano mai. Qualcuno giocava con gli orologi, e non solo con gli orologi elettrici, ma anche con quelli a molla. La seconda lancetta del mio orologio ebbe uno scatto, e passò un anno, poi ebbe un altro scatto.
Non c’era niente da fare. Come abitante della Terra, dovevano credere a tutto quello che dicevano gli orologi… e i calendari.
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Il corridoio era tutto zebrato di ombra e luce lunare.
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Billy Pilgrim dice che l’universo non è, agli occhi dei tralfamadoriani, una distesa di punti luminosi. I tralfamadoriani sono in grado di vedere dov’è stata ogni stella e dove sta andando, sicché i cieli, per loro, sono pieni di sottili spaghetti luminosi. E i tralfamadoriani non vedono gli esseri umani come creature a due gambe. Li vedono come grandi millepiedi: “con gambette da bambini a un capo e gambe da vecchi all’altro”, dice Billy Pilgrim.
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Uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoraggiata dal farsi personaggio.
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O’Hare aveva con sé un taccuino, e sul dorso del taccuino c’erano le tariffe postali, le distanze aeree, l’altezza di montagne famose e altri dati importanti. Stava cercando la popolazione di Dresda, che nel taccuino non c’era, quando si imbatté in questo brano che mi fece leggere:
Ogni giorno nascono in media 324.000 bambini. Lo stesso giorno muoiono in media, di fame o per malnutrizione, 10.000 persone. Così va la vita. In più, 123.000 persone muoiono per altre cause. Questo ci lascia un attivo di circa 191.000 persone. Il Population Bureau prevede che prima dell’anno 2000 la popolazione totale della Terra, raddoppiandosi, arriverà a 7.000.000.000 di unità.
“Immagino che tutti vorranno avere la loro dignità” dissi.
“Credo anch’io” disse O’Hare.

Postilla squisitamente PERSONALE
Un libro che parla della guerra in modo inaspettato, un modo mai letto. Nessuna conclusione di fatto, solo una fanta-scientifica opera di Kilgore Tr… ops! Kurt Vonnegut.
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