“Storia d’amore vera e supertriste” di Gary Shteyngart
Storia d’amore vera e supertriste
di Gary Shteyngart
– Guanda -
(traduzione di Katia Bagnoli)
E quando la Terra scadrà, cosa che avverrò di sicuro, la lascerò per una Terra nuova, ancora più verde ma con meno allergeni; e nel pieno fiore della mia intelligenza, fra qualcosa come 10 alla trentaduesima anni, quando il nostro universo deciderà di ripiegarsi su se stesso, la mia personalità salterà dentro a un buco nero per scivolare in una dimensione di meraviglie impensabili, dove le cose che mi hanno sostenuto sulla Terra 1.0 – i tortelli alla lucchese, il gelato al pistacchio, i primi album dei Velvet Undeground, la pelle liscia e abbronzata che si tende sulla morbida architettura barocca di un paio di chiappe ventenni – mi sembreranno ridicole e puerili come i mattoncini delle costruzioni, la lozione per bambini, un giro a “un, due tre… stella!”
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A parte questo, il quartiere appariva intatto, con minimi segni di saccheggi. Il silenzio profondo del mattino che segue un fallito colpo di Stato nel terzo mondo colava lungo le strade e fasciava le torri mute. Ero fiero di New York, adesso più che mai, perché era sopravvissuta a qualcosa che nessun’altra città sarebbe stata in grado di affrontare: la propria rabbia.
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“Grazie, synoček [figliolo]” ha detto mio padre.
“Zabotišsja ty o nas [Sei tu che ti prendi cura di noi]” ha detto mia madre con gli occhi umidi, scotendo la chioma dello spazzolone nuovo.
Sono arrossito e ho guardato altrove, desideroso del loro amore ma anche attento a non avvicinarmi troppo nel timore di essere ferito di nuovo. Perché nella terra da cui i miei genitori provengono apertura significa debolezza, ed è un invito a farsi attaccare. Ti lasci stringere nel loro abbraccio e poi magari rischi di non sapere più come liberartene.
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Non date retta a chi vi dice che la vita è un viaggio. Un viaggio è quando alla fine arrivi da qualche parte. Quando prendo il numero 6 per andare dalla mia assistente sociale, quello è un viaggio.
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Mi ha sorriso e ho notato che aveva quel genere di fossette che non si limitano a fare due buchi nelle guance, ma riempiono il viso di calore e personalità.
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La mia ultima sera da Fabrizia si è presentato il solito gruppetto di quarantenni, ricchi figli di registi di Cinecittà che ora scrivono di tanto in tanto sceneggiature per la RAI, quando non sono impegnati a dissipare ciò che rimane delle fortune dei genitori. E’ questo che ammiro nella gioventù italiana, il lento scemare delle ambizioni, la consapevolezza che il meglio è di gran lunga alle loro spalle. Noi americani abbiamo molto da imparare dal loro declino pieno di grazia.
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Caro diario, odio il 4 luglio. L’inizio della mezza età dell’estate. Tutto sprizza vita ed energia, ma l’inevitabile declino verso l’autunno è già cominciato. Alcuni tipi di arbusti e di cespugli, i più piccoli, bruciati dal caldo, sembrano capelli ossigenati male. Anche se la temperatura raggiunge l’apice, in verità l’estate sta mentendo a se stessa, si consuma come un genio alcolizzato. E tu inizi a domandarti: che ne ho fatto del mio giugno?
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Eravamo tutti sulla soglia dei quaranta, un momento in cui la spavalderia della giovinezza e la promessa di grandi imprese che un tempo ci tenevano uniti iniziavano a scolorire, così come i nostri corpi iniziavano a disfarsi, afflosciarsi, rattrappirsi. Eravamo ancora amichevoli e premurosi come qualsiasi gruppo di uomini, ma sentivo che persino il nostro trascinarsi verso l’estinzione sarebbe risultato competitivo, e che qualcuno di noi forse si sarebbe trascinato più in fretta degli altri.
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Sembrano ragazze rispettabili, effervescenti eppure insicure, di quelle che sbavano per le cose firmate e un’illusione di identità e scambiano le une per l’altra, e non hanno alcuna fretta di crescere.
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Poi hanno cominciato a strafarsi di rosé sul nostro balcone, le facce carine, gonfie, ubriache; si raccontavano lunghe storie senza capo né coda che intendevano essere divertenti ma si sono presto rivelate inquietanti, racconti di un mondo effimero e banale in cui tutti si tradiscono come se fosse la cosa più naturale del mondo e certe donne si fanno pisciare addosso in pubblico. Ho provato invidia per la loro gioventù ma anche timore per il loro futuro. In breve, mi sono sentito paterno e arrapato, che non è per niente una bella combinazione.
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A volte mentre lui parlava io congetturavo che almeno nella sua mente doveva aver già cessato di esistere, che pensava a se stesso come a un punto vuoto attraverso un mondo ridicolo.
Postilla squisitamente PERSONALE
E’ una storia apocalittica, ma tremendamente attuale quella messa in scena da Gary Shteyngart nel suo terzo romanzo; un mondo futuro, ma nemmeno poi troppo a guardarsi in giro oggi, dove gli Stati Uniti sono in fallimento e la Cina, la Norvegia e l’Arabia Saudita sono diventate le tre super grandi potenze. Una società dove chi conta lavora nel “credito” e nei “media” se uomo o nel “retail” se donna, una società dove non c’è spazio per chi non può consumare, per gli individui a basso reddito.
All’interno di questa America, si muovono le vite di Lenny e Eunice (conosciutisi nel breve prologo romano che apre il libro), entrambi figli di immigrati (lui russi e lei coreani), con una differenza d’età di quasi vent’anni che li separa (lui sovrappeso e sudaticcio, lei giovane e alla moda) oltre al fatto di provenire da due generazioni totalmente all’opposto (lui amante dei cari, vecchi e quasi estinti libri, lei sempre attaccata al suo äppärät, una sorta di futuribile i-Phone).
Gary Shteyngart, come ormai ci ha abituato, ricorre ad abbondanti dosi di umorismo, intervallate qua e là da un sentimentalismo che si divide la scena con una critica sociale mai troppo sopra le righe, bacchettona. L’autore è in grado con la sua prosa e la storia inventata, in partenza un po’ lenta, ma che cresce via via con lo scorrere delle pagine e con il declino sempre più imminente, di catturare il lettore, portarlo con sé a spasso per una ricognizione su tanti piccoli difetti e manie umane che in questo secolo si stanno esacerbando sempre di più.
In definitiva decisamente un buon libro, che si attesta a metà strada tra l’ottimo debutto “Il manuale del debuttante russo” e il non completamente riuscito secondo romanzo “Absurdistan”.
P.S. Il booktrailer americano


