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“Storia d’amore vera e supertriste” di Gary Shteyngart

10 novembre 2011 4 commenti

Storia d’amore vera e supertriste
di Gary Shteyngart
– Guanda -
(traduzione di Katia Bagnoli)


E quando la Terra scadrà, cosa che avverrò di sicuro, la lascerò per una Terra nuova, ancora più verde ma con meno allergeni; e nel pieno fiore della mia intelligenza, fra qualcosa come 10 alla trentaduesima anni, quando il nostro universo deciderà di ripiegarsi su se stesso, la mia personalità salterà dentro a un buco nero per scivolare in una dimensione di meraviglie impensabili, dove le cose che mi hanno sostenuto sulla Terra 1.0 – i tortelli alla lucchese, il gelato al pistacchio, i primi album dei Velvet Undeground, la pelle liscia e abbronzata che si tende sulla morbida architettura barocca di un paio di chiappe ventenni – mi sembreranno ridicole e puerili come i mattoncini delle costruzioni, la lozione per bambini, un giro a “un, due tre… stella!”
*
A parte questo, il quartiere appariva intatto, con minimi segni di saccheggi. Il silenzio profondo del mattino che segue un fallito colpo di Stato nel terzo mondo colava lungo le strade e fasciava le torri mute. Ero fiero di New York, adesso più che mai, perché era sopravvissuta a qualcosa che nessun’altra città sarebbe stata in grado di affrontare: la propria rabbia.
*
“Grazie, synoček [figliolo]” ha detto mio padre.
Zabotišsja ty o nas [Sei tu che ti prendi cura di noi]” ha detto mia madre con gli occhi umidi, scotendo la chioma dello spazzolone nuovo.
Sono arrossito e ho guardato altrove, desideroso del loro amore ma anche attento a non avvicinarmi troppo nel timore di essere ferito di nuovo. Perché nella terra da cui i miei genitori provengono apertura significa debolezza, ed è un invito a farsi attaccare. Ti lasci stringere nel loro abbraccio e poi magari rischi di non sapere più come liberartene.
*
Non date retta a chi vi dice che la vita è un viaggio. Un viaggio è quando alla fine arrivi da qualche parte. Quando prendo il numero 6 per andare dalla mia assistente sociale, quello è un viaggio.
*
Mi ha sorriso e ho notato che aveva quel genere di fossette che non si limitano a fare due buchi nelle guance, ma riempiono il viso di calore e personalità.
*
La mia ultima sera da Fabrizia si è presentato il solito gruppetto di quarantenni, ricchi figli di registi di Cinecittà che ora scrivono di tanto in tanto sceneggiature per la RAI, quando non sono impegnati a dissipare ciò che rimane delle fortune dei genitori. E’ questo che ammiro nella gioventù italiana, il lento scemare delle ambizioni, la consapevolezza che il meglio è di gran lunga alle loro spalle. Noi americani abbiamo molto da imparare dal loro declino pieno di grazia.
*
Caro diario, odio il 4 luglio. L’inizio della mezza età dell’estate. Tutto sprizza vita ed energia, ma l’inevitabile declino verso l’autunno è già cominciato. Alcuni tipi di arbusti e di cespugli, i più piccoli, bruciati dal caldo, sembrano capelli ossigenati male. Anche se la temperatura raggiunge l’apice, in verità l’estate sta mentendo a se stessa, si consuma come un genio alcolizzato. E tu inizi a domandarti: che ne ho fatto del mio giugno?
*
Eravamo tutti sulla soglia dei quaranta, un momento in cui la spavalderia della giovinezza e la promessa di grandi imprese che un tempo ci tenevano uniti iniziavano a scolorire, così come i nostri corpi iniziavano a disfarsi, afflosciarsi, rattrappirsi. Eravamo ancora amichevoli e premurosi come qualsiasi gruppo di uomini, ma sentivo che persino il nostro trascinarsi verso l’estinzione sarebbe risultato competitivo, e che qualcuno di noi forse si sarebbe trascinato più in fretta degli altri.
*
Sembrano ragazze rispettabili, effervescenti eppure insicure, di quelle che sbavano per le cose firmate e un’illusione di identità e scambiano le une per l’altra, e non hanno alcuna fretta di crescere.
[…]
Poi hanno cominciato a strafarsi di rosé sul nostro balcone, le facce carine, gonfie, ubriache; si raccontavano lunghe storie senza capo né coda che intendevano essere divertenti ma si sono presto rivelate inquietanti, racconti di un mondo effimero e banale in cui tutti si tradiscono come se fosse la cosa più naturale del mondo e certe donne si fanno pisciare addosso in pubblico. Ho provato invidia per la loro gioventù ma anche timore per il loro futuro. In breve, mi sono sentito paterno e arrapato, che non è per niente una bella combinazione.
*
A volte mentre lui parlava io congetturavo che almeno nella sua mente doveva aver già cessato di esistere, che pensava a se stesso come a un punto vuoto attraverso un mondo ridicolo.

Postilla squisitamente PERSONALE
E’ una storia apocalittica, ma tremendamente attuale quella messa in scena da Gary Shteyngart nel suo terzo romanzo; un mondo futuro, ma nemmeno poi troppo a guardarsi in giro oggi, dove gli Stati Uniti sono in fallimento e la Cina, la Norvegia e l’Arabia Saudita sono diventate le tre super grandi potenze. Una società dove chi conta lavora nel “credito” e nei “media” se uomo o nel “retail” se donna, una società dove non c’è spazio per chi non può consumare, per gli individui a basso reddito.
All’interno di questa America, si muovono le vite di Lenny e Eunice (conosciutisi nel breve prologo romano che apre il libro), entrambi figli di immigrati (lui russi e lei coreani), con una differenza d’età di quasi vent’anni che li separa (lui sovrappeso e sudaticcio, lei giovane e alla moda) oltre al fatto di provenire da due generazioni totalmente all’opposto (lui amante dei cari, vecchi e quasi estinti libri, lei sempre attaccata al suo äppärät, una sorta di futuribile i-Phone).
Gary Shteyngart, come ormai ci ha abituato, ricorre ad abbondanti dosi di umorismo, intervallate qua e
là da un sentimentalismo che si divide la scena con una critica sociale mai troppo sopra le righe, bacchettona. L’autore è in grado con la sua prosa e la storia inventata, in partenza un po’ lenta, ma che cresce via via con lo scorrere delle pagine e con il declino sempre più imminente, di catturare il lettore, portarlo con sé a spasso per una ricognizione su tanti piccoli difetti e manie umane che in questo secolo si stanno esacerbando sempre di più.
In definitiva decisamente un buon libro, che si attesta a metà strada tra l’ottimo debuttoIl manuale del debuttante russo
e il non completamente riuscito secondo romanzoAbsurdistan”.

P.S. Il booktrailer americano

30 novembre 2007 2 commenti
Absurdistan
di Gary Shteyngart
- Guanda - 
Siamo agli inizi di settembre. Il cielo, di un azzurro incrollabile, è una vacua immensità che inspiegabilmente mi ricorda che popoliamo un piccolo pianeta sferico intento a roteare piano piano dentro un vuoto terrificante.
*
“C’è un limite a tutto!” gridai alla coppia di sposi in posa sotto Pietro, ventenni dal culo pelle e ossa che non riuscivano a cogliere l’orrore della vuota esistenza che li attendeva.
“Urrà, straniero!” gridarono loro di rimando alzando le bottiglie di vodka, ubriachi come tutti quelli in fuga.
Una delle nonne stava a guardia della macchina nuziale, una micro berlina Lada stipata e ornata di festoni blu e bianchi. “E’ quello che pensavo anch’io” mi disse allegramente a denti stretti. “Che tutto ha un limite. Ma ogni anno ho la prova che sbaglio.”
*
“Sono tutte buone cause” dissi. “Ma nessuno sa dove si trovi il vostro Paese o chi siate voi. Non avete una cucina tipica che sia conosciuta; gli esuli della vostra diaspora, per quel che ho capito, sono principalmente nella California meridionale, a tre fusi orari di distanza dalle centrali dei media nazionali di New York; e il vostro non è uno di quei conflitti riconoscibili, covati a lungo, come quello tra israeliani e palestinesi, un conflitto su cui la gente delle nazioni ricche può prendere posizione e litigare mentre è seduta a cena. Il massimo che potete fare è riuscire a coinvolgere le Nazioni Unite, come a Timor Est. Magari vi inviano delle truppe.”
*
La città era finita.
I grattacieli della Terrazza Internazionale erano ancora in piedi, ma le facciate erano state completamente spogliate dei vetri, e sotto non restavano che scheletri di travi e controtravi. Gli edifici, in questa reincarnazione, sembravano plastici espositivi carbonizzati per mobili occidentali usa-e-getta. L’Hyatt non era più la magica meta delle puttane più costose, ma piuttosto una scacchiera aperta di cinquecento riquadri, ciascuno contrassegnato da un identico letto Queen size, una toeletta in legno di ciliegio e una scrivania col ripiano di marmo. I grattacieli di uffici, d’altro canto, erano una complessa geometria di postazioni di lavoro confuse e unità modulari distrutte, una poltiglia impiegatizia da farti girare la testa come il più difficile diagramma di flusso immaginabile. Sotto tutta questa sofisticazione era evidente un semplice dato di fatto: l’Occidente, una volta messo a nudo, non era in fondo che una serie di componenti di plastica a buon mercato, poltrone gonfiabili e poster motivazionali in cornici scadenti. Le torri che avevano sovrastato la città come misuratori del livello di civilizzazione euroamericana raggiunto, erano solo alveari da lavoro e nient’altro. Così com’erano stati assemblati, alla stessa velocità potevano essere smantellati. Squadre di avventurosi scalatori locali stavano già scalando le nude facciate delle torri, portando giù i televisori a schermo piatto e i luccicanti sanitari dell’Hyatt grazie a un sistema di carrucole approntato nel giro di poche ore.
*
Al centro dell’azione, un giovane soldato cercava di alleggerire una matrona da una catenina mentre le dava un pugno in bocca. “E’ una rapina” urlava lei. “Salvatemi, cittadini! E’ una rapina!” Vedendo quel donnone lottare, chissà per quale ragione io e Timofej ridemmo nervosi. Forse perché ci ricordava qualcosa di molto sovietico – la dignità di una persona che viene fatta pubblicamente a pezzi.
*
Avevamo passato cinque anni ad amarci a New York e ancora non avevo idea di come reagire ai ghiribizzi di una mente che nella mia immaginazione assomigliava a uno stupendo girasole maturo abbattuto da un temporale estivo.
*
Non che io creda di poter volare come un uccello leggiadro o un assurdo superiore americano. Penso di poter volare nel modo in cui riesco a fare il resto – a balzelloni, mentre la gravità si ostina a scagliarmi contro al sottile striscia nera dell’orizzonte e le rocce acuminate mi graffiano tette e pancia, i fiumi mi riempiono la bocca di acqua muscosa e i deserti mi zavorrano le tasche di sabbia, e ogni ascesa conquistata a fatica è minacciata dalla possibilità di una rapida caduta nel nulla.
Postilla squisitamente PERSONALE
Lo dico subito, il suo esordio, “Il manuale del debuttante russo“, mi era piaciuto di più. In questo romanzo mi sembra che Shteyngart si sia concentrato un po’ troppo sulla lavorazione della sua lingua, della sua scrittura, molto personale e per questo degna di nota, ma a volte troppo ingombrante, quasi una gabbia. Molto meglio verso le ultime 100 pagine quando sembra di sentire aprirsi uno spazio più libero dove le vicende possano scorrere.
D’altro canto questo gusto di Shteyngart per l’esagerazione e il grottesco, rispecchia la sua grande abilità nel far trasparire un’impietosa caricatura di una determinata parte del mondo moderno.

24 novembre 2005 Nessun commento
Il manuale del debuttante russo
di Gary Shteyngart
– Mondadori - 
(terza e ultima parte)
 
Così aprirà gli occhi e spalancherà la porta. Darà inizio alla sua giornata lavorativa di dieci ore. Chiacchiererà cordiale con le segretarie e userà i suoi minuti liberi per informarsi sulla classifica delle squadre sportive locali nelle ultime pagine del “Plain Dealer”, notizie indispensabili per i bizzarri rituali camerateschi del dopo lavoro. [...]
Poi, finalmente, la giornata si riavvolgerà all’indietro e lui tornerà da Morgan… al sottile respiro che le esce dalla bocca, alle orecchie arrossate per il calore, come se dentro vi fossero nascoste braci ardenti, al suo corpo gravido che la notte lo abbraccia con l’ansia di una futura madre.
E che cosa dire di quel bambino?
Vivrà come ha fatto un tempo suo padre: un’esistenza stupida, grandiosa, estatica?…
No, pensa Vladimir. Perchè riesce già a immaginare suo figlio. Un maschio. Che cresce alla deriva in un mondo personale di folletti elettronici e tranquilli bisogni sessuali. Opportunamente protetto dagli elementi da controfinestre e stucchi. Serio e non troppo intelligente, ma libero da malattie, libero dalla paura e dalle follie delle terre orientali di Vladimir. In combutta con la madre. Un parziale estraneo, per suo padre.
Un americano in America. Ecco chi è il figlio di Vladimir Girskin.
*
… il passato, il presente di ieri…

21 novembre 2005 Nessun commento
Il manuale del debuttante russo
di Gary Shteyngart
– Mondadori -
(seconda parte)
 
“Lo so” rispose Vladimir. “Me l’ha detto mia mamma.”
“Tua mamma è bella” confessò timido Lionja. “E’ l’unica a stare attenta che non mi picchino. Dice che diventeremo grandi amici.”
Qualche ora dopo, mentre erano sdraiati sulle stuoie, durante il sonnellino, Vladimir abbracciò la creaturina rannicchiata che aveva accanto, il suo primo amico del cuore, proprio come aveva promesso la mamma. Forse l’indomani, con le rispettive nonne, sarebbero andati insieme alla fossa comune di Piskarjovka a portare i fiori per i morti. Forse sarebbero diventati insieme Pionieri Rossi. Che fortuna, non avendo fratelli né sorelle, aver trovato qualcuno di così simile… Adesso c’erano, l’uno per l’altro! Come se la mamma avesse cercato qualcuno soltanto per lui, come se avesse capito quanto si era sentito solo nel suo letto di dolore in compagnia della giraffa, mentre i mesi di dipanavano nella luce crepuscolare finché non arrivava un nuovo giugno, quando lo portava nell’assolata Yalta a guardare i delfini del Mar Nero saltare felici.
*
Laszlo uscì dal camerino. Era un gentiluomo magro e troppo alto per la toga da giudice che gli arrivava fino alle cosce, una specie di minigonna giudiziaria. Dalla testa gli spuntavano ciuffi spettinati di capelli grigi che formavano una sbilenca corona. “Sei tu il cliente?” domandò a Vladimir in un inglese eccezionalmente chiaro. Doveva aver passato anni a limare l’accento ungherese con lana d’acciaio ed era arrivato al punto in cui non sapeva più pronunciare la parola “paprika”.
*
… magliette di varie tonalità cupe: bigio ospedale, grigio narcolettico, nero come il nulla.
*
Le lezioni americane cominciarono l’indomani. Il kasino era stato sistemato come un auditorium con file di sedie pieghevoli in plastica. Quando le sedie furono tutte occupate, Vladimir diede una seconda occhiata: gli uomini di Marmotta erano in numero pari a quello dei parlamentari di una repubblica di discrete dimensioni.
Né conosceva meno della metà. Oltre alla base di soldati e ladri, c’erano gli autisti dell’armata di Bmw, le spogliarelliste che fornivano manodopera ai locali più clandestini, le prostitute che lavoravano la kasino e che in tempi di vacche magre facevano il turno di notte in piazza Stanislao, i cuochi delle mensa che per arrotondare la paga gestivano il contrabbando internazionale di caviale, i giovanotti che vendevano gli enormi cappelli di pelo con l’insegna della Marina sovietica agli aficionados della Guerra Fredda sul ponte Emanuel, i ladruncoli che derubavano i vecchi tedeschi che si allontanavano dal gregge turistico; e quello era soltanto il personale che Vladimir riusciva a identificare grazie alla combinazione di caratteristiche come età, sesso, aspetto e portamento. La maggioranza dei congregati rimaneva per lui una massa indistinta di poveracci dell’Europa orientale con i loro vestiti maltagliati, le giacche a vento di nylon, le pettinature da gallo e i denti anneriti dalle Sparta senza filtro, tre pacchetti al dì come prescritto dalla vita.
*
Il tipo scarabocchiava in fretta su un quaderno, le canoniche bottiglie vuote allineate sul tavolo, la sigaretta che si consumava con il pilota automatico nel posacenere e, di tanto in tanto, percorreva con lo sguardo il ristorante sfiorando come per caso il tavolo affollato di rappresentanti del sesso debole.
*
E così Cohen raccontò a Vladimir la storia di suo padre. Si conoscevano ormai da un paio di minuti; una penna era passata di mano, i legami etnici erano stabiliti, qualche battuta era stata scambiata. Bastava – l’equivalente di due crani che si annusano a vicenda il sedere – per spingere lo scrittore Cohen a raccontare la storia di suo padre?
*
Passarono alcuni minuti. Valdimir la pungolò nella pancia. La loro era la relazione più silenziosa che Vladimir avesse mai avuto, e gli stava bene: la mancanza di parole implicava una mancanza di conflittualità, abbracci assonnati e gargarismi mattutini esprimevano un tipo di amore più semplice e proletario. Tuttavia c’erano occasioni in cui il silenzio di Morgan sembrava sbagliato, quando lo fissava con la stessa incertezza che si riserva al gatto, un randagio maltrattato che grazie alla sue cure era cresciuto fino a proporzioni occidentali e ora conduceva una malinconica vita segreta sul davanzale.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Io sinceramente il nome di Shteyngart non l’avevo mai sentito e nemmeno letto da qualche parte la notizia dell’uscita del suo libro(*). L’ho scoperto grazie ad uno dei documentari Scrivere NY (collaborazione tra minimumfax-media e Cult Network), uno di quelli che più mi è piaciuto. Quel suo modo schietto, divertito, ma al tempo stesso malinconico di descriversi, raccontare la sua vita e le sue origini, si ritrova nella sua scrittura. Se pensate che si tratta di un russo/ebreo emigrato a NY, potete farvi qualche idea.
 
* tempo fa Cassini (direttore editoriale di minimumfax) mi ha detto che una volta Shteyngart, dopo un anno passato a Roma, si lamentava con lui perchè il suo libro nelle librerie non lo vedeva mai, mentre quelli di minimumfax erano presenti e bene in vista ?!?!

14 novembre 2005 Nessun commento
Il manuale del debuttante russo
di Gary Shteyngart
– Mondadori -
(prima parte)

Il cielo aveva una sbiadita e desolata tonalità d’azzurro, con nuvole color ruggine spesse come corteccia sulle quali si sarebbero potuti attaccare cartelloni pubblicitari da far veleggiare sopra la città.
*
Nel complesso i sogni americani di Vladimir descrivevano uno strano arco. Durante l’adolescenza aveva sognato di essere accettato. Nel breve periodo dell’università aveva sognato l’amore. Dopo l’università l’improbabile dialettica tra amore e accettazione. E adesso, che aveva finalmente conquistato l’amore ed era anche accettato, sognava i soldi. Quali altre torture gli riservava il futuro.
*
C’erano notti, dopo che Fran aveva finito di leggere, dopo che la lampada sulla scrivania era stata spenta, in cui lei gli si coricava sopra, la faccia contorta nella smorfia più difficile, si muoveva sopra di lui con tale forza che Vladimir le si perdeva dentro, e gli veniva in mente il termine peggiorativo fottere… sì, lei lo fotteva, risucchiandolo letteralmente dentro di sé, come se temesse di vederlo sgusciare fuori, come se fosse quell’unione carnale a tenerli insieme. E dopo aver finito, dopo i lunghi tremiti del suo orgasmo silenzioso, lei gli afferrava la testa e se la premeva contro la sporgenza ossuta tra i piccoli seni, i capezzoli allerta e puntati di lato, e restavano a lungo così, stretti in un informe ammasso postcoitale, dondolandosi avanti e indietro.
*
Bevvero un Riesling ungherese da pochi soldi che pareva aver scritto sull’etichetta “mal di testa garantito” già al terzo bicchiere.
*
Avrebbe potuto mentirle, dirle che si sarebbe sforzato di fare meglio, perchè mentire significava già capire che cosa ci si aspettava da lui, in che cosa la stava deludendo.
*
Dopotutto, quella era una donna sola che faceva tappezzeria a una festa, che lavorava come sottomessa, e che, sospettava lui, si concedeva stravaganze nel vestiario sapendo benissimo che per il resto il suo mondo era molto limitato.
*
Poi lei eseguì un gesto innocuo… si sistemò una ciocca errante di capelli verso l’alto e dietro l’orecchio e così facendo espose una striscia di pelle bianca sfuggita al sole estivo. Fu la vista di quella pelle a sollevare il Vladimir ubriaco e delirante al di sopra dell’instabile steccato di legno che teneva rinchiuse le infatuazioni, andando a scalfire il rivestimento di grasso del cuore. Come poteva quella striscia di pelle, quella membrana sottile e traslucida, proteggere l’intelletto dall’afosa aria estiva? Per non parlare degli oggetti in caduta libera, degli uccelli appollaiati, dei malintenzionati… Pensò di essere sul punto di piangere. Era tutto così… I rimproveri paterni ricevuti nell’infanzia risuonavano chiari: non si piange. Cercò di strizzare gli occhi.
*
“Lascialo in pace papà” disse Francesca, e Vladimir sorrise tra sé di quella felice parola americana: papà. Nella parola russa papa c’era qualcosa di goffo e degradante.
*
… il pallore che avrebbe potuto passare per malato in un’epoca in cui tutti sembravano avere almeno qualche colore…
*
Erano usciti a comperare uno spazzolino da denti. Niente lo rendeva più felice nell’imbarcarsi con lei in missioni banali di quel genere. Un uomo e una donna possono sostenere di amarsi, possono perfino affittare una proprietà a Brooklyn, come prova del loro amore, ma quando si prendono un momento libero in una giornata piena di impegni per camminare tra i corridoi climatizzati di un emporio farmaceutico e scegliere insieme una forbicina per le unghie, be’… allora quella relazione durerà, anche grazie solo alla sua banalità intrinseca. O almeno così sperava Vladimir.
*
In realtà: la stava perdendo. Si umiliava chiedendo rassicurazioni nel tono dell’amante deriso. Gli tornò in mente l’aforisma familiare “in amore c’è sempre qualcuno che bacia e qualcuno che si lascia baciare”.
*
“Amare due donne è possibile” dichiarò in risposta alla domanda di Plank. “Specialmente se si dorme con una sola.”
*
“Sei mai andato dal uno strizzacervelli Vlad?”
“I russi non sono amanti della psichiatria. La vita per noi è triste e dobbiamo imparare a sopportarla.”
        
Postilla squisitamente PERSONALE
Qua dentro c’è tutto quello che si può chiedere a un buon romanzo. Una trama ricca di svolte, un ritmo narrativo che non vai mai al di sopra o al di sotto dell’immaginaria linea giusta, un protagonista degno di nota, nel quale immedesimarsi e una serie di comprimari molto ben caratterizzati.