Perciò veniamo bene nelle fotografie
di Francesco Targhetta
– ISBN Edizioni -
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Si distende la sera sul quartiere
tra gli abitanti in giacche rifrangenti
e l’inedia cattiva delle anziane
ammalate, e scesi, i dipendenti,
dagli uffici, coi musi schiacciati
dal buio pesto e chiamate non risposte
negli occhi, si scolano spritz macchiati
di led al bar all’imbocco di via
d’Alemagna, dove paghi di più
se sei dell’Est e i fari delle macchine
entrano scuri, scorrono bronzei
sul ripiano di amari.
*
“Ma quella Elisa, invece?” preme Teo,
buttato sul letto come un morto,
“e chi la capisce” gli spieghi:
non la vedevi da quasi sei mesi,
ma poi quell’incontro, sul ponte
del Molino, tu con l’argentino e lei
con un’amica, e nessuna parola
o spiegazione, neppure uno sguardo
voltandosi come nei film sentimentali,
troppe cose rimaste nelle tasche,
troppe pagine riempite da ignoti,
e quell’imbarazzo cretino di chi
sul più bello ha scelto il silenzio,
i sottovuoti
*
allora torni in camera tra i ragni
con l’impressione di invecchiare
di qualche male più grande,
che sia l’eccesso di vita dentro
o l’impressione di allontanarsi
da un ipotetico centro,
come il lancio di boccia troppo lungo,
la spaccata a biliardo che peggiora
le cose, e cazzo dici agli amici a cena,
dici basta, basta l’overdose
di adolescenza strisciante
che soffri e subisci sul fisico storto,
non per quelle febbri liceali
che ti alzavano di mezzo centimetro,
rubandoti i lineamenti con mille
spigoli di troppo, ma dopo
ogni singolo ritorno a te stesso,
nell’ascensore, in famiglia,
rinchiuso nel cesso:
sei cambiato
come dicevano le zie di Pistoia
e tutti i parenti alla morte di un nonno,
ma perché così in peggio?
Non una gioia passeggera
per le stagioni che si ammazzano
nei parchi, troppo uguale la trama
dei giorni a vecchie puntate di Derrick,
e poi Colombo, la Signora in giallo,
che ovunque vada muore qualcuno,
e qui è sempre un povero orgoglio,
non il gusto per le cose in stallo,
neppure in primavera, di cui ti limiti
a raccogliere i cocci nell’imbrunire
più tardi sulle pareti vuote,
facendo dama
col tuo rimosso sconforto:
usare i viaggi in treno come sfogo,
dare in outsourcing le propria angosce
a una ditta di pulizie, l’aborto
spontaneo delle energie a ogni ritorno
in città, e agli amici chiedi di chi è la colpa,
la colpa è della catena che scopri
di avere, ogni volta, con tutta la vita
che in testa resiste, alle chiacchiere,
all’alcol, alle veglie,
a quanto cambia e non te ne accorgi
- ma perché perché così in peggio?
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Postilla squisitamente PERSONALE
Coraggiosi, editore e scrittore, uno a commissionare/pubblicare, l’altro a cimentarsi in un libro simile. Un romanzo in versi, per lo stato attuale italiano della poesia e in generale di quello libresco, è una mossa azzardata, ma soprattutto lodevole, anche perché il volume in questione è parecchio buono. Certo, non di facile lettura, quanto meno ad un primo approccio, perché poi, una volta abituatisi al flusso ritmico, si procede più che bene e si arriva all’ultima pagina con la voglia di andare ancora avanti.
La storia parla principalmente di precari quasi trentenni e coabitazioni, di provincia e degli squilli d’emigrazione da terzo millennio, scelte fatte, da fare o rimandate, dando un quadro attuale non molto roseo e con poche prospettive per il futuro, ma pur sempre in grado di smuovere il lettore, senza compiacerlo e compiacersi, facendolo piuttosto immedesimare e, perché no, anche reagire.
BONUS: alcune liriche inedite
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QUATTRO CHIACCHIERE con Francesco Targhetta*
- In una recente intervista hai usato il termine “incazzato” per descrivere il tuo stato d’animo quando scrivevi il libro, sembra però che i protagonisti siano più che altro disillusi, o peggio ancora rassegnati. Sono sensazioni che si escludono a vicenda o possono invece coesistere?
Credo che possano coesistere, come possono farlo l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Cercare di fare azione di disturbo e di mettere il bastone tra le ruote, portare avanti battaglie etiche e denunciare le storture non garantisce la speranza di potercela fare. Anzi, spesso ti mette ancora più impietosamente di fronte ai tuoi limiti. L’incazzatura, però, ci vuole, come moto di insopportabilità e ribellione: è un segno di vita a cui non dobbiamo rinunciare. E credo che, pur tra chili di disillusione, nel libro scorra anche questo vitalismo. Poi, certo, alcuni personaggi tendono alla rassegnazione se non all’appiattimento (da cui l’immagine delle betonelle), ma ciò non significa che io auspichi quelle soluzioni. Semplicemente ne constato la maggiore frequenza.
- Emerge una sorta di impegno politico mentre si legge il tuo libro, nonostante però poi la speranza che traspare non sia molta, credi che la letteratura possa ancora svolgere un ruolo primario sotto questo punto di vista?
Quello che può fare la letteratura è scuotere una coscienza, anche solo per i pochi giorni durante i quali un libro viene letto, sperando di immettere, sulla lunga distanza, qualche germe più profondo. Si tratta di poco. Ma se anche solo la scena di un romanzo, il comportamento di un suo personaggio o il verso di una poesia spingono una persona a comportarsi in un modo diverso, nuovo, il traguardo è eccezionale. E politico, certo. A dare speranza è questa reazione. E io l’ho sempre avuta dopo aver letto i libri più scuri e dopo aver ascoltato i dischi più neri.
- Tanta provincia nei luoghi che descrivi, quali sono gli aspetti positivi di vivere lì, piuttosto che in una grande città o all’estero (anch’essi comunque racchiusi nei tuoi versi)?
La provincia ha il vantaggio di alimentare in continuazione quell’incazzatura di cui sopra, lasciandoti per di più tempo ed energie per poterle dare forma. Tiene in vita, insomma. In una grande città io ho sempre la sensazione di soffocare e di perdermi. Di rimanere fagocitato e narcotizzato (presente il protagonista de “La vita agra”?). In più, per quanto sia paradossale, in provincia, e anche in una provincia particolarmente spietata come la mia, si hanno maggiori possibilità di rimanere smarcati e di coltivare un proprio pensiero svincolato dalle parrocchie. La fuga all’estero, invece, ti accompagna a forme miste di distacco (snobistico, nei casi peggiori) e nostalgia. Forse si hanno più chance di vivere meglio, ma bisogna esserci tagliati. Io non lo sono.
- Riti o manie particolari nel tuo procedere giornalmente con la scrittura?
Direi di no. Il romanzo è stato scritto nell’arco di due anni e mezzo, mentre lavoravo a scuola. Il tempo che dedicavo alla scrittura dipendeva dagli impegni scolastici, che sono distribuiti in modo piuttosto imprevedibile, soprattutto se si passa continuamente da un istituto all’altro. Sicché vivevo e scrivevo alla giornata. E così faccio tuttora. Potrei organizzarmi meglio, in realtà, e dovrei darmi maggiore disciplina, ma sono pigro. Anche perciò tendo alla poesia.
- Siccome di poesia si parla sempre troppo poco, consigli tre libri in versi che ultimamente ti hanno colpito e che andrebbero letti?
Nell’undicesimo “Quaderno di poesia” pubblicato recentemente da Marcos y Marcos sono contenuti sette bravi poeti, tra cui alcuni davvero notevoli (Donalisio, Simonelli, Ulbar). Una lettura di questi giorni che mi ha ottimamente impressionato è “Pertiche” di Alberto Cellotto. E infine consiglio moltissimo un libro dialettale, che porta (lo scrive Cesare Segre nella prefazione alla raccolta) al “livello più alto della poesia”: “Sanjut de stran” di Luciano Cecchinel. Entrare nel dialetto alto-trevigiano è faticoso, ma ripaga alla grande.
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* Francesco Targhetta è nato a Treviso nel 1980. È assegnista di ricerca presso l’Università di Padova. Questo è il suo primo romanzo.
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