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Posts Tagged ‘poesia’

“Prove di libertà” di Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco - Prove di libertàProve di libertà
di Stefano Dal Bianco
– Mondadori -
.
DALLA GABBIA

Vi sono giorni di debolezza estrema
poiché – dice qualcuno – la pressione
atmosferica di fuori,
che ha potere sui corpi, essendo bassa,
si consustanzia a noi fin dentro il sangue
con la sua tenere virtù di morte

Ma altri vi potranno assicurare
(e oggi io sono tra quelli)
che tutto questo spossamento, in certi giorni,
non procede dall’aria né dal corpo
ma è soltanto dolore
di anime costrette,
solitudine di molti,
vuoto vissuto male,
mancanza o assenza di uno scopo.

*

UNO CHE NON SI FIDA

Se tu non credi a ciò che stai facendo
se tu non credi a ciò che stai pensando
né a ciò che stai provando, proprio ora,

se osservandoti da fuori
– cioè da dentro o dall’alto di te -
non ti va più di darti credito
e vedi bene il giro di persone
a rotazione prendere il potere,

allora in questo
sacrosanto momento
allora forse sei
in una strada buona

e io potrò talvolta domandarti
aiuto, come si prega un dio.

*

C’è qualcosa di più importante della morte
e della nostra dedizione
perché la nostra dedizione è poco nobile
ed è cieca, non sa nulla
e presume di sapere, si abbarbica
al dolore ed è un vessillo…


“Le poesie” di Amelia Rosselli

Amelia Rosselli - Le poesieLe poesie
di Amelia Rosselli
– Garzanti -
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L’alba si presentò sbracciata e impudica; io
La cinsi di alloro da poeta: ella si risvegliò
Lattante, latitante.

L’amore era un gioco instabile; un gioco di fonosillabe.

*

Se per l’ansia che io avevo di te perdevo i portafogli
ad ogni angolo della strada; se per il male che mi ero
procacciata da me dalle tue braccia invisibili ad ogni
angolo della strada mi ero procacciata da me l’infelicità
di saperti lontano da me, se per la mia scontentezza e
generosità fallita io stendevo nella notte lunghi fili
di ragno alla tua porta (portone chiuso senza speranza
salvo per una trovata che non poteva sorgere dal mio cervello)
se per il tuo pudore e per la mia impazienza perdevo tutti
i rulli del controllo; se per le mie incertezze nel mezzo
di una ironia dolce e racchiusa io cercavo te anche nella
notte degli altri: era per meglio riconoscerti nel turbamento
degli altri: cavalli sospesi in aria su della strada che
non continua.

*

Nelle ore distillate
l’ombra si grattava la pancia
astratta.

L’idea
di un libro mi venne in mente per sbaglio
scegliendo per amministrate questi miei
beni una scena vuota.

Vi fu invece una
iterazione,
interurbana coraggiosa:
nelle ore inferme del mattino.

*

Se per un canto perduto io non riuscivo a lasciare dietro
di me i passi della montagna se per il tuo gioire non era
necessario ch’io soffrissi se per la tua malinconia combattevo
draghi e canzoni puerili in un forte turbamento: non era
finita la gloria! La gloria col suo scialle del turbamento
inventava nuova canzoni ad ogni passo. Io non ero stanca
e tu non eri morto. Io volavo felicemente alò fuoco del tuo
disordine.

Per il tuo dolore inveivo in me tragicamente. La gloria scendeva
Scendeva abbronzata e trucidata.

*

                  Fui, volai, caddi tremante nelle
braccia di Dio, e che quest’ultimo sospiro
sia tutt’il mio essere, e che l’onda premi,
stretti in difficile unione, il mio sangue,
e da quell’inganno supremo mi si renda
la morte divenuta vermiglia, ed io
che dalle commosse risse dei miei compagni staccavo
quell’ansia di morire
godrò, infine, – l’era della ragione;
e che tutti i fiori bianchi della riviera, e
che tutto il peso di Dio
battano sulle mie prigioni.


“La ricerca della felicità” di Michel Houellebecq

Michel Houellebecq - La ricerca della felicitàLa ricerca della felicità
di Michel Houellebecq
– Bompiani -
(traduzione di Fabrizio Ascari)
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La poesia non è soltanto un altro linguaggio; è un altro sguardo.
*
Gli esseri si diversificano e diventano più complessi, senza perdere nulla della loro natura originaria. A partire da un certo livello di coscienza, si produce l’urlo. Ne deriva la poesia. E anche il linguaggio articolato.
*
Se il mondo è composto di sofferenza, questo accade perché è, essenzialmente, libero. La sofferenza è la conseguenza inevitabile del libero gioco delle parti del sistema.
*
La società in cui vivete ha lo scopo di distruggervi. Voi avete lo stesso scopo nei suo confronti. L’arma che userà è l’indifferenza. Non potete permettervi di adottare lo stesso atteggiamento. Passate all’attacco!

.

Postilla squisitamente PERSONALE
La prima parte in versi è proprio brutta, la seconda modesta, con qualche poesia che spicca, ma era anche facile capitasse.
L’intermezzo in prosa rimane in linea con la media del libro, niente di notevole, salvo un paio di episodi.


“La fine del mondo” di Luca Ghérasim

22 febbraio 2013 Nessun commento

Luca Ghérasim - La fine del mondoLa fine del mondo
di Luca Ghérasim
– Edizioni Joker -
(traduzione di Alfredo Riponi, Rira R. Florit, Giacomo Cerrai)
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Bacio sugli occhi queste immagini minori e approssimative della passività: i fiori – le farfalle indecise girano loro intorno come avvoltoi.
Le mie orbite, appena sfiorate, innescano un campanello silenzioso che imbalsama e sublima l’immobilità del mondo.
I miei pori arrancano nella pelle, i miei capelli fluttuano sopra la testa, i miei occhi baciano la bocca della donna mai nata.
*
Il sofisma e l’arbitrario, l’ombra e i passi perduti sulla sabbia, l’effimero, le bolle di sapone, una maschera sul viso che, anche dal punto di vista della verità, preferisco al volto che si nasconde – essendo il meraviglioso un metodo più rigorosamente esatto in questo preciso campo di ricerca che è l’uomo -, tutti questi ponti incerti e intenzionalmente fragili, che gettiamo da un fenomeno all’altro e all’interno di uno stesso fenomeno, danno al piede che li attraversa la sicurezza naturale e innaturale del sonnambulo che passeggia, la certezza reale e irreale di una donna in stato catalettico.
*
Sentirsi piantato nel mondo
come un coltello “senza lama né manico”
e la vacuità sublime, atroce,
di viver’ebbro fuori di lui, fuori di sé.
*
Le idee smaniano d’essere
amate spogliate
ma sono a loro agio
solo in pompa magna
L’appoggio fermo
Lo trovano nel vago
*
E sollevando le nostre teste ben al di sopra delle spalle, attraverso lo sportello ci lanciamo un lungo addio decapitato, mentre i treni che ci portano in due direzioni opposte si scontrano l’uno contro l’altro come nelle più terribili catastrofi delle strade d’inchiostro.
*
È sempre notte nell’ora interminabile in cui l’inesistenza è carnale come un corpo.

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Postilla squisitamente PERSONALE
“Esprimere non l’inesprimibile, ma ciò che si oppone all’idea stessa di espressione.” – Luca Ghérasim

“L’assurdo è la sola via possibile per testimoniare della presenza del corpo, attore indifferente di una recita imposta dalla presenza originaria e immotivata di un linguaggio ‘sordo e assente’. […] La parodia reintroduce all’interno di un discorso disincarnato ‘l’eco del corpo’.” – Luca Ghérasim

“Perché l’aggressione nei confronti del linguaggio è un modo di provare nel vivo, attraverso l’esperienza più intima, quella delle fibre del corpo, la lacerazione che libera misteriosamente ciò che sta dietro lo specchio della voce: la voce della voce che è canto del silenzio e del respiro, emanazione dell’esilio più radicale, più puro.” – Luca Ghérasim

“La lingua di Ghérasim Luca è ‘forzata’ e forsennata, un ‘delirio del verbo’. La sua lingua è puro suono che contiene e produce tutto il senso. Poeta della parola che si ribella alle costrizioni sintattiche, per esprimere un eco d’essere.” – Alfredo Riponi


“Canti Orfici” di Dino Campana

4 febbraio 2013 Nessun commento

Dino Campana - Canti OrficiCanti Orfici
di Dino Campana
– Einaudi -
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BALLATA
[Ballata della grossa Margot]

Tutti i preludi erano taciuti oramai. La notte, la gioia più quieta della notte era calata. Le porte moresche si caricavano e si attorcevano di mostruosi portenti neri nel mentre sullo sfondo il cupo azzurro si insegnava di stelle. Solitaria troneggiava ora la notte accesa in tutto il suo brulicame di stelle e di fiamme. Avanti come una mostruosa ferita profondava una via. Ai lati dell’angolo delle porte, bianche cariatidi di un cielo artificiale sognavano il viso poggiato alla palma. Ella aveva la pura linea imperiale del profilo e del collo vestita di splendore opalino. Con rapido gesto di giovinezza imperiale traeva la veste leggera sulle sue spalle alle mosse e la sua finestra scintillava in attesa finché dolcemente gli scuri si chiudessero su di una duplice ombra. Ed il mio cuore era affamato di sogno, per lei, per l’evanescente come l’amore evanescente, la donatrice d’amore dei porti, la cariatide dei cieli di ventura. Sui suoi divini ginocchi, sulla sua forma pallida come un sogno uscito dagli innumerevoli sogni dell’ombra, tra le innumerevoli luci fallaci, l’antica amica, l’eterna Chimera teneva fra le mani rosse il mio antico cuore.

*

…… poi che nella sorda lotta notturna
La più potente anima seconda ebbe frante le nostre catene
No ci svegliammo piangendo ed era l’azzurro mattino:
Come ombre d’eroi veleggiavamo:
De l’alba non ombre nei puri silenzii
De l’alba
Nei puri pensieri
Non ombre
De l’alba non ombre:
Piangendo: giurando noi fede all’azzurro

*

Nel mentre tra le tenaglie del molo rabbrividisce un fiume che fugge, tacito pieno di singhiozzi taciuti fugge veloce verso l’eternità del mare, che si balocca e complotta laggiù per rompere la linea dell’orizzonte.

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Postilla squisitamente PERSONALE
“L’orfismo di Campana è più dionisiaco che apollineo, più tormentato che sereno, più creazione che contemplazione, più ricordo fantastico che memoria; cede volentieri al e ai vagabondaggi notturni e visionari del sonnambulo; ed è fittamente popolato di oggetti e simboli, di luoghi mitici e di miti mistici, barbari e selvaggi.” – R. Martinoni

“una sensibilità un poco torbida ma che palpava il mondo al di là del convenzionale” – G. Papini

“non valgo in materia probabilmente per altra cosa che per l’amore vivace e costante che sento per tutte le manifestazioni dell’arte” – D. Campana


“Morte di un casanova” di Leonard Cohen

24 gennaio 2013 Nessun commento

Leonard Cohen - Morte di un casanovaMorte di un casanova
di Leonard Cohen

– minimumfax -
(traduzione di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abieni)
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LEI MI HA DATO IL PROIETTILE

Appena dopo il tramonto
onde che strisciavano su fino alle dita dei piedi
mia moglie ha detto: Ho tutto quello che voglio
Ho abbassato lo sguardo sui suoi capelli
mentre lei mi si accoccolava alla spalla come un calcio di fucile
Verso l’orizzonte
la bruma si sollevava dall’acqua mutando chiaramente
nelle forme eterne di sollievo e tormento
La ucciderò, ho detto tra me,
lei mi ha dato il proiettile

*

FORMALE NEL SUO PENSIERO DI LEI

Sono certo che non l’avrà mai, quest’uomo
seduto alla finestra con penna e inchiostro,
che è rimasto ad ascoltare fin dall’inizio della sera
i grilli e l’orologio che trovano e perdono la sincronia.

Guarda quant’è formale nel suo pensiero di lei.
Lei si fa strada tra ambasciate oscurate.
Le sue sconcertanti polaroid si smagnetizzano e sfuocano –
Potrebbe essere chiunque quello tra le sue ginocchia.

Lei non lo sopraffa con la sua assenza.
Lei non lo tiene sulle spine come faceva una volta.
Lui ha eretto una dogana a ogni entrata
per perquisirle e tassarle la bellezza se lei dovesse venire.

Lui è stanco del proprio desiderio quanto dell’assenza di lei
e noi anche. Andiamo a berci qualcosa
e lasciamolo ai suo altari e al suo incenso
e ai suoi grilli e ai suoi orologi che trovano e perdono la sincronia.

“Poesie” di François Villon

18 gennaio 2013 Nessun commento

François Villon - PoesiePoesie
di François Villon
– Feltrinelli -
(traduzione di Luigi de Nardis)
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BALLATA
[Ballata della grossa Margot]

Se amo e servo la bella di buon grado,
dovete voi tenermi a vile e a sciocco?
Ella ha in sé beni quanti ognun ne brama.
Per amor suo io cingo e scudo e stocco;
quando vien gente, corro e agguanto un gotto,
al vino me la svigno in piede in piede,
d’acqua, cacio, pan, frutta, fo bottega;
s’hanno moneta, “Bene stat”, gli dico,
“tornate pur quando sarete in frega,
qui nel casino ove facciam la vita.”

Ma poi le cose si metton storte
Se Margot senza soldi viene a letto;
non la posso veder, la odio a morte.
E prendo sopravveste, cinturetta,
veste; giuro che ciò terrà per scotto.
Con le mani sui fianchi, “ah, è l’anticristo!”,
grida, e assicura nel nome di Cristo
che non lo farà; allora agguanto un tizzo,
sotto il naso la sgorbio d’una scritta,
qui nel casino ove facciam la vita.

Fatta la pace, lei molla una puzza
Spessa più d’un infetto bacherozzo.
Ride, e mi piazza un pugno sulla zucca,
“Cocco,” mi fa, e giù un colpo sul cosciotto.
Ebbri ambedue, dormiamo come un ciocco.
E al risveglio, se il ventr entro le rugge,
mi monta lei, per non sciuparsi il frutto;
sotto le gemo, più che asse appiattito;
dal gran chiavare tutto mi distrugge,
qui nel casino ove facciam la vita.

Vento, grandine, gelo, ho il pan sicuro.
Porco sono, e la troia è la mia ventura.
Chi val di più? Segue l’altro, ciascuno.
Par con pari; a gattaccio can mastino.
Sozzura amiam, ci vien dietro sozzura;
onor fuggiam, esso di noi ha paura,
qui nel casino ove facciam la vita.

*

LEI

Morte, mi appello contro il tuo rigore,
tu che la donna mia ti sei rapita,
sazia non sei ancor, non hai finito?
non tenermi così sempre in languore.
Da allor non ebbi più forza e vigore;
che male ti faceva essendo in vita,
       Morte?

Eravam due, non avevam che un cuore;
se è morto, è d’uopo che esca dalla vita,
oppure che io viva senza vita,
come di immagini vano errore,
       Morte!
.

Postilla squisitamente PERSONALE
“Biografie lacunose, poco più che pettegolezzi fortunosamente cuciti da brandelli di storia ti descrivono avventuriero e assassino prima che di te si perda traccia e comunque io ti riconosco poeta della carità, per lo scandalo delle passioni sfrenate, per le risate scomposte a schermare inauditi dolori, per le inaccettabili sofferenze che sorgono dal tuo canto e toccano il cuore e la mente di chi ti legge, e ancora e soprattutto per i tuoi lasciti. Nel tuo testamento è sempre un regalare, anche scherzoso e crudele, qualche cosa a qualcuno, con la sgangherata prodigalità di chi è fuori da ogni casta e non appartiene a niente e nessuno.” – Fabrizio De Andrè


“Il delfino e altre poesie” di Robert Lowell

Robert Lowell - Il delfino e altre poesieIl delfino e altre poesie
di Robert Lowell

– Mondadori -
(traduzione di Rolando Anzilotti)
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DEPRESSIONE MATTUTINA

L’acqua del bagno schiamazza nella vasca, dieci minuti, venti,
spire di fuoco e bolle disoccupate che si raffreddano;
sono denudato, continuo a calcolare se ce la fo
a sopportare il freddo del mattino e il suo abbigliamento.
La stanza da bagno è scialbata di luce,
i piccioni gonfi ed eccitati scuotono le penne –
col tempo essi scorderanno la finestra;
io non posso – io, in fuga senza un davanzale.
Sulle scale ricoperte di tappeto le tue scarpe battono,
battono più vicine, e si ritirano distrattamente,
si ritira la vita come da una puntata a poker.
La vita è davvero ritirata, ma dopo tutto lo sarà…
È più sicuro fuori; all’aria aperta
l’auto che corre per urtarci ha spazio per sterzare.

*

DALL’ALTRO CAPO DEL TELEFONO

Il mio eludere e il mio andare per vie oblique, incapace
d’accettare l’ovvia verità su qualsiasi argomento –
perché faccio quel che non voglio dire,
capace di comprendere e non di ascoltare?
La tua voce puntuta – ne ho avuto abbastanza –
centinaia di parole al minuto, penetranti e squillanti…
l’invincibile forza vitale di ogni cosa vivente,
che tintinna giù dollari d’argento ad ogni parola…
Non fu l’amore qualche andò in rovina, tenemmo nostra figlia;
che cosa sia un buon padre non è vanto di nessuno –
essere ancora amici quando non si è più bambini…
Perché parlo a bocca spalancata?
Ti parlo per cavo transatlantico,
stiamo quasi parlando l’uno nelle braccia dell’altro.

*

SCARPE

Troppi vanno spediti all’estremo riposo,
facendo il buffone, avanti e indietro sull’orlo della vita,
un piede di qua, e con poco diritto anche a quello:
“Ho dovuto troncare questa faccenda,
non potevo più aggredire il mio medico,
ha perso il coraggio cercando di fuggire la vita…”
“Dove io non sono” canterelliamo noi “è dove sono”.
La depressione ripulisce la nostra macchia.
Le mie scarpe? Mi piantarono ieri sera
e guizzarono via nel barbaglio nebbioso?
Vedo due scarpe da tennis bianche, sporche, bucate,
vuote e piantate sullo stretto sentiero.
Non ho dubbi dove andranno. Camminano
l’unica vita offerta tra le molte prescelte.

SubliminalPop – BEST BOOKS – 2012

20 dicembre 2012 Nessun commento


SubliminalPop – BEST BOOKS – 2012
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Limonov di Emmanuel Carrère

Limonov

Emmanuel Carrère

I racconti di John Cheever

“I racconti”

John Cheever 

L’asso nella neve di Anna Maria Carpi

“L’asso nella neve”

Anna Maria Carpi

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank di Nathan Englander

Di cosa parliamo quando parliamo
di Anne Frank

Nathan Englander

Nel libro della vita e altri racconti di Stuart Nadler

Nel libro della vita e altri racconti

Stuart Nadler

Il mostro ama il suo labirinto di Charles Simic

Il mostro ama il suo labirinto

Charles Simic

I detective selvaggi di Roberto Bolaño

“I detective selvaggi”

Roberto Bolaño

Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti

Sofia si veste sempre di nero

Paolo Cognetti

Turbativa d’incanto di Jolanda Insana

“Turbativa d’incanto”

Jolanda Insana

Musica per un incendio di A.M. Homes

Musica per un incendio

A.M. Homes

Open di Andre Agassi

“Open”

Andre Agassi

Nemmeno immagini quanto ti voglio bene di Jonathan Ames

Nemmeno immagini quanto ti voglio bene

Jonathan Ames

Fuorimondo di Ornela Vorpsi

“Fuorimondo”

Ornela Vorpsi

Il signor Mani di Abraham B. Yehoshua

“Il signor Mani”

Abraham B. Yehoshua

L’imperatore dell’aria di Ethan Canin

L’imperatore dell’aria

Ethan Canin

 

N.B. L’ordine è casuale, l’anno è di lettura e non d’edizione, sulla copertina di ogni libro trovate il link che porta direttamente al post più approfondito che lo riguarda.
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“Pertiche” di Alberto Cellotto

10 dicembre 2012 Nessun commento

Alberto Cellotto - PertichePertiche
di Alberto Cellotto
– La Vita Felice -
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MURI

Le targhe sui muri
appartengono alle case,
lontano dove sei vissuta
e i pavimenti sono levigati
da malanni epocali,
mal accettati movimenti
nell’età che ha consumato.
Quale colore rimarrà nel mucchio
di ricordi mangiati
dai presenti, dagli affanni?
Vorrei esserci quando la città
si sveglia lenta su te,
capisco poco questo continuo
che chiamano i più
vita o croce o conclusa via.
Ho provato a convincermi:
quello che ho avuto di te
non fu altro che sfrigolare
di volti, continuamente
conosciuti, curati con vortici
di fedeltà ai muri.

*

PIOGGIA OGGI E DOMANI

Adesso piove, è notte
o sera e penso una lamiera
che prende l’acqua, il pelo del fiume
al buio, il sottobosco dove
una goccia non arriva.
Piove solo
fuori, e non è notizia
che vengano giù i cartelli,
coi prezzi urlanti, sempre più
bassi, la pioggia è solamente
ricordo di tante piogge in fila,
messe in ordine per sbaglio
nella testa che vuole questo rumore,
questo assaggio di limbo
che è pensare una nuvola, al buio,
e la luna nascosta dietro
che oggi illuminerebbe a stento
i volti, quelli ignoti. E se pioverà
domani, allora, sappiamo già
che viviamo nella terra e solo
in quella avremo la pace.


“L’occhio dormiente” di Jolanda Insana

11 novembre 2012 Nessun commento

L’occhio dormiente
di Jolanda Insana
– Marsilio -
.
si leva ogni giorno con l’identico intento
d’intendere più di quanto può
e conoscendo ogni mancamento si apre un varco
nel più fitto mattino che viene dopo molte notti

esce dalle stanze dove troneggia l’esclusa presenza
e a tentoni cerca una stretta fessura nel muro ripido
e vi penetra dentro
il corpo comprimendo
per sbarazzarsi della spoglia che fu molto bellissima
ma non si libera e resta impigliata l’anima
straziata nella strettura
e chiama
e richiamata non risponde

“Perciò veniamo bene nelle fotografie” di Francesco Targhetta

7 novembre 2012 Nessun commento

Francesco Targhetta - Perciò veniamo bene nelle fotografiePerciò veniamo bene nelle fotografie
di Francesco Targhetta
– ISBN Edizioni -
.
Si distende la sera sul quartiere
tra gli abitanti in giacche rifrangenti
e l’inedia cattiva delle anziane
ammalate, e scesi, i dipendenti,
dagli uffici, coi musi schiacciati
dal buio pesto e chiamate non risposte
negli occhi, si scolano spritz macchiati
di led al bar all’imbocco di via
d’Alemagna, dove paghi di più
se sei dell’Est e i fari delle macchine
   entrano scuri, scorrono bronzei
       sul ripiano di amari.

*

         “Ma quella Elisa, invece?” preme Teo,
buttato sul letto come un morto,
 “e chi la capisce” gli spieghi:
non la vedevi da quasi sei mesi,
ma poi quell’incontro, sul ponte
del Molino, tu con l’argentino e lei
con un’amica, e nessuna parola
o spiegazione, neppure uno sguardo
voltandosi come nei film sentimentali,
         troppe cose rimaste nelle tasche,
         troppe pagine riempite da ignoti,
         e quell’imbarazzo cretino di chi
         sul più bello ha scelto il silenzio,
                 i sottovuoti

*

allora torni in camera tra i ragni
con l’impressione di invecchiare
di qualche male più grande,
che sia l’eccesso di vita dentro
o l’impressione di allontanarsi
      da un ipotetico centro,
         come il lancio di boccia troppo lungo,
         la spaccata a biliardo che peggiora
le cose, e cazzo dici agli amici a cena,
dici basta, basta l’overdose
di adolescenza strisciante
che soffri e subisci sul fisico storto,
non per quelle febbri liceali
che ti alzavano di mezzo centimetro,
rubandoti i lineamenti con mille
spigoli di troppo, ma dopo
ogni singolo ritorno a te stesso,
        nell’ascensore, in famiglia,
        rinchiuso nel cesso:
                sei cambiato
come dicevano le zie di Pistoia
e tutti i parenti alla morte di un nonno,
     ma perché così in peggio?
       Non una gioia passeggera
per le stagioni che si ammazzano
nei parchi, troppo uguale la trama
dei giorni a vecchie puntate di Derrick,
e poi Colombo, la Signora in giallo,
       che ovunque vada muore qualcuno,
       e qui è sempre un povero orgoglio,
non il gusto per le cose in stallo,
neppure in primavera, di cui ti limiti
a raccogliere i cocci nell’imbrunire
più tardi sulle pareti vuote,
                   facendo dama
col tuo rimosso sconforto:
        usare i viaggi in treno come sfogo,
dare in outsourcing le propria angosce
  a una ditta di pulizie, l’aborto
spontaneo delle energie a ogni ritorno
in città, e agli amici chiedi di chi è la colpa,
  la colpa è della catena che scopri
di avere, ogni volta, con tutta la vita
che in testa resiste, alle chiacchiere,
           all’alcol, alle veglie,
         a quanto cambia e non te ne accorgi
         - ma perché perché così in peggio?
. 

Postilla squisitamente PERSONALE
Coraggiosi, editore e scrittore, uno a commissionare/pubblicare, l’altro a cimentarsi in un libro simile. Un romanzo in versi, per lo stato attuale italiano della poesia e in generale di quello libresco, è una mossa azzardata, ma soprattutto lodevole, anche perché il volume in questione è parecchio buono. Certo, non di facile lettura, quanto meno ad un primo approccio, perché poi, una volta abituatisi al flusso ritmico, si procede più che bene e si arriva all’ultima pagina con la voglia di andare ancora avanti.
La storia parla principalmente di precari quasi trentenni e coabitazioni, di provincia e degli squilli d’emigrazione da terzo millennio, scelte fatte, da fare o rimandate, dando un quadro attuale non molto roseo e con poche prospettive per il futuro, ma pur sempre in grado di smuovere il lettore, senza compiacerlo e compiacersi, facendolo piuttosto immedesimare e, perché no, anche reagire.

BONUS: alcune liriche inedite 
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QUATTRO CHIACCHIERE con Francesco Targhetta*    

Andrea Tarabbia- In una recente intervista hai usato il termine “incazzato” per descrivere il tuo stato d’animo quando scrivevi il libro, sembra però che i protagonisti siano più che altro disillusi, o peggio ancora rassegnati. Sono sensazioni che si escludono a vicenda o possono invece coesistere?

Credo che possano coesistere, come possono farlo l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Cercare di fare azione di disturbo e di mettere il bastone tra le ruote, portare avanti battaglie etiche e denunciare le storture non garantisce la speranza di potercela fare. Anzi, spesso ti mette ancora più impietosamente di fronte ai tuoi limiti. L’incazzatura, però, ci vuole, come moto di insopportabilità e ribellione: è un segno di vita a cui non dobbiamo rinunciare. E credo che, pur tra chili di disillusione, nel libro scorra anche questo vitalismo. Poi, certo, alcuni personaggi tendono alla rassegnazione se non all’appiattimento (da cui l’immagine delle betonelle), ma ciò non significa che io auspichi quelle soluzioni. Semplicemente ne constato la maggiore frequenza.

- Emerge una sorta di impegno politico mentre si legge il tuo libro, nonostante però poi la speranza che traspare non sia molta, credi che la letteratura possa ancora svolgere un ruolo primario sotto questo punto di vista?

Quello che può fare la letteratura è scuotere una coscienza, anche solo per i pochi giorni durante i quali un libro viene letto, sperando di immettere, sulla lunga distanza, qualche germe più profondo. Si tratta di poco. Ma se anche solo la scena di un romanzo, il comportamento di un suo personaggio o il verso di una poesia spingono una persona a comportarsi in un modo diverso, nuovo, il traguardo è eccezionale. E politico, certo. A dare speranza è questa reazione. E io l’ho sempre avuta dopo aver letto i libri più scuri e dopo aver ascoltato i dischi più neri.

- Tanta provincia nei luoghi che descrivi, quali sono gli aspetti positivi di vivere lì, piuttosto che in una grande città o all’estero (anch’essi comunque racchiusi nei tuoi versi)?

La provincia ha il vantaggio di alimentare in continuazione quell’incazzatura di cui sopra, lasciandoti per di più tempo ed energie per poterle dare forma. Tiene in vita, insomma. In una grande città io ho sempre la sensazione di soffocare e di perdermi. Di rimanere fagocitato e narcotizzato (presente il protagonista de “La vita agra”?). In più, per quanto sia paradossale, in provincia, e anche in una provincia particolarmente spietata come la mia, si hanno maggiori possibilità di rimanere smarcati e di coltivare un proprio pensiero svincolato dalle parrocchie. La fuga all’estero, invece, ti accompagna a forme miste di distacco (snobistico, nei casi peggiori) e nostalgia. Forse si hanno più chance di vivere meglio, ma bisogna esserci tagliati. Io non lo sono.

- Riti o manie particolari nel tuo procedere giornalmente con la scrittura?

Direi di no. Il romanzo è stato scritto nell’arco di due anni e mezzo, mentre lavoravo a scuola. Il tempo che dedicavo alla scrittura dipendeva dagli impegni scolastici, che sono distribuiti in modo piuttosto imprevedibile, soprattutto se si passa continuamente da un istituto all’altro. Sicché vivevo e scrivevo alla giornata. E così faccio tuttora. Potrei organizzarmi meglio, in realtà, e dovrei darmi maggiore disciplina, ma sono pigro. Anche perciò tendo alla poesia.

- Siccome di poesia si parla sempre troppo poco, consigli tre libri in versi che ultimamente ti hanno colpito e che andrebbero letti?

Nell’undicesimo “Quaderno di poesia” pubblicato recentemente da Marcos y Marcos sono contenuti sette bravi poeti, tra cui alcuni davvero notevoli (Donalisio, Simonelli, Ulbar). Una lettura di questi giorni che mi ha ottimamente impressionato è “Pertiche” di Alberto Cellotto. E infine consiglio moltissimo un libro dialettale, che porta (lo scrive Cesare Segre nella prefazione alla raccolta) al “livello più alto della poesia”: “Sanjut de stran” di Luciano Cecchinel. Entrare nel dialetto alto-trevigiano è faticoso, ma ripaga alla grande.
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Francesco Targhetta è nato a Treviso nel 1980. È assegnista di ricerca presso l’Università di Padova. Questo è il suo primo romanzo.
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“La guida nel labirinto” di Adrienne Rich

15 ottobre 2012 Nessun commento

Adrienne Rich - La guida nel labirintoLa guida nel labirinto
di Adrienne Rich
– Crocetti Editore -
(traduzione di Maria Luisa Vezzali)
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DIETRO IL MOTEL

Un uomo sdraiato sotto l’auto mezzo nudo
un bambino fa il torero con un vecchio straccio
abeti in lutto fasciati da scialli di nebbia
una donna al telefono si guarda allo specchio
giocando con la maniglia fredda di un cassetto

Lei ha visto il suo mondo ripulito, lo straccio
che l’ha pulito disintegrarsi in nebbia
o respiro morente su una superficie di specchio
Ha sentito chiudersi la vita come un cassetto
si è risvegliata altrove, nuda

Lui sente la pelle quasi fosse di nebbia
quasi invisibile il volto allo specchio
Ha bisogno di bulloni lasciati in un cassetto
striscia fuori nel mondo degli alberi con le nude
mani, pulisce la chiave inglese unta sullo straccio

fissa la donna che parla a uno specchio
che ha chiuso il telefono nel cassetto
mentre ancora e di nuovo con un vecchio straccio
un bambino al confine di abeti dietro il nudo
motel sfida una bestia cornuta fatta di nebbia

*

PER QUESTO

Se ho teso la mano ai tuoi versi (l’ho fatto)
  come a lettere dei morti che ridestano l’anima
da rabdomante cercato la tua fronte
  per abbeverare la mia sete
scavato nel mio concime scheletri e petali
  che per te dovevano riflettere la luce

-al lavoro nel mio sotterraneo mangiato dai vermi
  roso dai tarli senza patria
    ho una scusa?

Se ho sfiorato il tuo dito
  con lingua affamata
    leccato dal tuo palmo una crepa di sale
se ti ho sognato e pensato
  sacca di sangue appena estratto
    appeso rossoscuro a un gancio
più in alto del mio cuore
  (tu che comprendi la trasfusione)
    a cos’altro dovrei rivolgermi?

Una luce-spia brilla fioca
  mentre i fuochi del gas dormono
    (un gatto esce in punta di zampa dai fornelli al gelo notturno)
  il linguaggio raro e agile come la verità
    scioglie il silenzio più radicale

L’etica del custode di un faro:
  cura di tutti e di nessuno
    per questo si può dare fuoco ai mobili
Un questo contro cui abbiamo sbattuto
  come se la luce potesse essere spenta a estro
    il salvataggio negato ad alcuni

e rimanere un faro


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“Lettere di compleanno” di Ted Hughes

Ted Hughes - Lettere di compleannoLettere di compleanno
di Ted Hughes
– Mondadori -
(traduzione di Anna Ravano)
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IL DESTINO SI DIVERTE

Poiché il messaggio si imbatté in un folletto,
poiché i precedenti fecero lo sgambetto alle attese,
poiché la tua Londra era ancora un caleidoscopio
di nomi e luoghi rimescolabili a ogni scossa,
aspettasti e ti sbagliavi. La corriere del Nord
arrivò, e si svuotò, e io non c’ero.
Avesti un bell’insistere
e implorare l’autista, con probabili lacrime,
di farmi saltar fuori o ricordarsi d’avermi visto
mancare di un soffio la partenza. Non c’ero.
Le otto di sera, ero disperso
in qualche punto dell’Inghilterra. Tenesti a freno
la tua fiduciosa ispirazione
e non ti buttasti nel traffico che vorticava
intorno alla Victoria Station, con la certezza assoluta
di incrociarmi dove dovevo essere, per strada.
Io non ero per strada né lì né altrove. Ero seduto
placido al mio posto sul treno
che andava dondolando verso King’s Cross. Qualcuno,
più calmo di te, ebbe un suggerimento. E fu così che
quando scesi dal treno, pensando di trovarti
in qualche punto all’inizio del binario,
vidi quel maroso e quell’agitazione, una figura
che fendeva di petto la corrente dei passeggeri liberati,
poi il tuo viso liquefatto, gli occhi liquefatti
e le tue esclamazioni, le braccia agitate,
le lacrime sparse
come se fossi ritornato dai morti
contro ogni possibilità, contro
ogni negazione salvo la tua preghiera
ai tuoi dèi. Là capii cosa significa
essere un miracolo. E dietro di te
il tuo allegro tassista, che rideva, come un piccolo dio,
nel vedere un’americana fare tanto l’americana,
nel vedere la tua folle corsa di bighe –
i tuoi singhiozzi, gli incitamenti, le suppliche
di far accadere ciò che avevi bisogno accadesse –
così completamente vittoriosa, grazie a lui.
Be’, fu una combinazione straordinaria
che il mio treno non arrivasse prima, molto prima,
che entrasse in stazione, in ritardo, nel momento esatto
in cui tu irrompevi sul marciapiede. Fu
naturale e miracoloso, e fu un presagio
che confermava tutto quanto
volevi confermato. E la tua immensa disperazione,
la corsa nel panico per Londra
e ora il tuo trionfo mi piovvero addosso
come un amore ingrandito quarantanove volte,
come il primo fragoroso rovescio che sommerge
la siccità di agosto,
quando l’intera terra spaccata sembra sussultare
e ogni foglia trema
e ogni cosa leva le braccia piangendo.

“Il mostro ama il suo labirinto” di Charles Simic

Charles Simic - Il mostro ama il suo labirintoIl mostro ama il suo labirinto
di Charles Simic
– Adelphi -
(traduzione di Adriana Bottini)
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La poesia che voglio scrivere è impossibile.
Un sasso che galleggia.
*
Non credo in Dio, però evito di aprire l’ombrello in casa.
*
Una miriade di idee folli soffiate addosso al mondo come se fossero bolle di sapone e noi fossimo bambini occupati a inseguirle.
*
Gli orrori del nostro tempo ci faranno provare nostalgia di quelli del passato.
*
Un’altra storia sul tempo. Questa riguarda il tempo che ci misero per decidere di uscire dalle celle dopo avere avuto sentore che i tedeschi se ne erano andati. Nell’enorme carcere di Milano di colpo si era fatto un silenzio assoluto. A ogni buon conto, loro pensarono che era meglio togliersi le scarpe, prima di uscire.
Mio padre continuò a camminare in punta di piedi ancora ore dopo, quando attraversò una grande piazza deserta. La luna piena sopra i palazzi bui. Il cuore gli batteva forte.
“Era come un teatro d’opera” dice. “Illuminato a giorno, ma nessuno in platea, nessuno nella buca dell’orchestra. Però a me venne voglia di cantare. O forse di urlare?”
Non fece né una né l’altra cosa. Era l’anno 1944.
*
Emerson scrisse: “Il mondo è un immenso libro illustrato”. ”E tutti usano le sue pagine per pulirsi il culo” chiosò un anonimo genio americano a margine della copia che ho preso in biblioteca.
*
Il miglior argomento a favore del vino, del tabacco, del sesso e dei discorsi a vanvera consiste nel fatto che ogni maggioranza cosiddetta morale li condanna.
*
Non dimentichiamo che anche Romeo e Giulietta ogni tanto scoreggiavano e si grattavano il culo.
*
La mia coscienza: una fanciulla con l’abito bianco della comunione stravaccata sul letto di un dormitorio pubblico.
*
Ho cercato per tutta la vita di costruire una piccola verità da un’infinità d’errori.
*
Faccio parte di quella minoranza che si rifiuta di far parte di qualsiasi minoranza ufficialmente definita.
*
Il viso di mia figlia illuminato da una lampada da tavola mentre si succhia il dito punto dal compasso. Una goccia di sangue è caduta sulle lettere e i numeri neri di quel compito difficile: le conviene consegnarlo così com’è alla suora severa che la terrà in piedi di fronte alle compagne in attesa del verdetto, oppure…? La giornata primaverile splendente di sole. Il piccolo pugno della suora è una nuvola sulla risposta.
*
Mi fascio di parole nel buio. Notte dopo notte mi fasciavo daccapo contro l’infinito.
*
Tra la verità che si sente dire e la verità che si vede, preferisco la verità silenziosa di ciò che viene visto.
*
Notte d’autunno fredda e ventosa. Sull’angolo, una barbona parla con Dio; lui, come al solito, non ha niente da dire.
*
Si sta facendo buio e io mostro i denti la cane infernale che mi sta dietro sulla strada verso il nulla.
*
L’immaginazione è Eros. Voglio sperimentare com’è essere dentro un altro nel momento in cui viene toccato da me..
-
Postilla squisitamente PERSONALE
Spunti, idee, aforismi, ricordi di uno tra i migliori poeti moderni.
Charles Simic non si risparmia e soprattutto non si nasconde, aprendo le porte verso qualcosa che mano a mano sembra assumere le sembianze di un laboratorio poetico e visionario.


“Turbativa d’incanto” di Jolanda Insana

Jolanda Insana - Turbativa d'incantoTurbativa d’incanto
di Jolanda Insana
– Garzanti -
.
biliosa concima orti chiusi
sotto tettoie affumicate
e quando si rifugia in cucina
brucia i piselli e battibecco
con il suo doppio condiscendente

affetta e rosola tranci di cuore
e frattaglie palpitanti
si sente in colpa e fa manfrina di lacrimerai
ma nessun increspamento smuove
la coltre di ovatta
e per troppa fantatischeria sale sul patibolo
sfascia ferite maleodoranti
e s’affloscia
fantasma

*

sorrido a comando?
è tutta leggerezza
mi prendo una vacanza
esco dal plumbeo chiuso
e aspetto in sospensione
senza dare confidenza

non sei leggera e sei minacciosa
perché il sorriso senza faccia
è il sogghigno senza gatto

tu invece scappi nel ridottino delle cicche spente

*

è razzista e oltranzista
e vantandosi di una misura in più
non riconosce nessuno uguale a sé
compiaciuta piazzista dell’inganno

*

chissà dove credeva di arrivare
la bimba matusa
con gli infradito fucsia fosforescenti
che si perse in sogni fatiscenti
e ne uscì con le ossa rotte
dopo una boccia di litio

*

ce l’aveva con il suo sé
e aggrediva me

anche la voce è falsa e contraffatta
non ha eccitazione né sonorità
m’incazzo dice
ma non è incazzato il tono
è scolorato
e più che voce spesso è un balbettio
ma contro di me uggiolò
perché voleva e non voleva essere riconosciuta

*

per non vederti intera
per non controllare quanto non ti piaci
non tieni specchi in casa

mi specchio in te e non mi piaci

*

cento metri di garza nello stomaco
e non si finisce mai di srotolare
così sei tu
questa sei tu
è questo il tuo segreto

riconosco i tagli
perché conosco i coltelli

“Chi ha fatto il turno di notte” di Izet Sarajlić

Izet Sarajlić - Chi ha fatto il turno di notteChi ha fatto il turno di notte
di Izet Sarajlić
– Einaudi -
(traduzione di Silvio Ferrari)
.
Dal treno

Guardavo passarmi davanti le donne,
le presenti e le future,
i paesaggi
e i pali del telegrafo,
ho visto il giorno e la notte
succedersi in silenzio.
Scenderò giù a qualche stazione
pazzo di questi mutamenti di colori e linee
per comunicarti
che al cinquecentesimo chilometro dell’amore
ti amavo esattamente come al primo.

*

Le mani

Per cinque lunghi anni
ha tenuto il calcio del fucile:
la mano del soldato.

Essa è stata obbligata
ad abbattere l’amato cane:
la mano del cacciatore.

Essa per tutta la vita
Scagliava dei colpi:
la mano del pugile.

Essa per tutta la vita
portava alla bocca il bicchiere:
la mano dell’ubriacone.

Ed ecco anche la mano felice
che già da vent’anni
ti carezza.

Ecco anche la mano felice.

*

Un’altra volta saprei

Troppo poco ho goduto delle piogge di primavera e
    dei tramonti

Troppo poco ho assaporato la bellezza delle vecchie
    canzoni e le passeggiate sotto il chiaro di luna.

Troppo poco mi sono inebriato del vino dell’amicizia benché al ci fosse sì e no un paese dove non
    avessi almeno un paio di amici.

Troppo poco tempo ho riservato per l’amore
a disposizione del quale stava tutto il mio tempo.

Un’altra volta saprei godere incomparabilmente di più
    nella vita.
Un’altra volta saprei.

.
Postilla squisitamente PERSONALE
In una guerra un poeta è una specie di Noè, fa salire sulla sua barca di carta un raccolto di persone e luoghi. Li conserva al riparo dal diluvio e li fa sbarcare all’asciutto di un dopoguerra.” – dalla prefazione di Erri De Luca

“Miracolo a colazione” di Elizabeth Bishop

Elizabeth Bishop - Miracolo a colazioneMiracolo a colazione
di Elizabeth Bishop
– Adelphi -
(traduzione di Damiano Abeni, Riccardo Duranti e Ottavia Fatica)
.
PIÙ 
FREDDA L’ARIA

Dobbiamo ammirare la perfetta mira
di quest’aria d’inverno, cacciatrice provetta
la cui arma spianata non ha bisogno di mirino,
se non fosse che, lontano o vicino,
la sua preda è sicura, il colpo netto.
L’infimo tra noi è così che tira.

Per ridurre il margine d’errore
Sono ferme le barche e di gesso gli uccelli;
la galleria dell’aria coincide
con quella angusta che il suo sguardo incide.
Il centro del bersaglio, la pupilla,
collima con la mira e con l’ardore.

Ha il tempo in tasca, colò suo ticchettio
segna il passo su un attimo. Non cura
momento e circostanze, lei, ha invocato
l’atmosfera per questo risultato.
(E l’orologio chiude l’avventura
tra ruote e fogli e nubi a scampanio).

*

L’ARTE È SEMPRE QUELLA

L’arte di perdere s’impara presto
tutte le cose col segreto intento
di andare perse, che non è un disastro.

Perdi una cosa al giorno. Con malestro
accetta chiavi perse, un’ora la vento.
L’arte di perdere s’impara presto.

Perdi di più, più in fretta; al peggio apprestati:
luoghi e nomi e dov’è che avevi in mente
di recarti. Non sarà mai un disastro.

L’orologio di mamma ho perso; e questa!
che è l’ultima di tre case nel niente.
L’arte di perdere s’impara presto.

Ho perso due città, belle. E, più vasti,
altri regni, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è poi un disastro.

Anche perdere te (la voce, il gesto
amato) non mi smentirà. È evidente:
l’arte di perdere fin troppo presto
s’impara, e sembra (scrivilo!) un disastro.

*

DISCUSSIONE

Giorni che non possono e non vogliono
portarti più vicina,
Distanza che si sforza d’apparire
a dir poco ostinata,
discutono discutono discutono
senza posa con me senza provare
che sei meno desiderata o meno cara.

Distanza: ricordi quelle regioni
sotto l’aereo?
Quella costa
di vaghe spiagge immerse nella sabbia
che si estendevano indistintamente
fino in fondo, fin
dove finiscono le mie ragioni?

Giorni: e pensa
a tutti gli strumenti ammonticchiati,
in pratica uno solo,
che si annullavano a vicenda l’esperienza
ed erano
come un orrendo calendario
“Omaggio di Mai Più & Per Sempre, S.p.A.”.

L’eco intimidatorio
delle voci
che dobbiamo rintracciare separate
può essere sconfitto e lo sarà:
Giorni e Distanza di nuovo gettati allo sbaraglio
e in fuga
sia una volta per tutte che dal soave campo di battaglia.

“La confusione è precisa in amore” di Vittorio Lingiardi

16 maggio 2012 1 commento

Vittorio Lingiardi - La confusione è precisa in amoreLa confusione è precisa in amore
di Vittorio Lingiardi
– Nottetempo -
.
Non temo il futuro
che da solo si spiana.
È il presente
reclamante la custodia
ammalato della pena del passato
ad invocare cieco il nutrimento.
Che la custodia sia
la sordità dell’angelo,
ala nerissima,
la piuma intinta nella notte
a conficcarsi nel triangolo
trasparente della scapola
come spina velenosa
nella carne.

*

Ci cerchiamo nel sonno
a manate pesanti, il mattino –
con i piedi nel caos.
Poche cose da dire:
che siamo due ragazzi
due vecchi –
a turno, un ragazzo,
un vecchio.
Non siamo qui per caso.
La confusione è precisa
in amore.

“La donna che si baciava con i lupi” di Guido Catalano

Guido Catalano - La donna che baciava con i lupiLa donna che si baciava con i lupi
di Guido Catalano
– LeBolleBlu Edizioni -
.
Bella ragazza

uno si gira
perchè uno si gira prima o poi
cioè o prima o poi si gira e
bella ragazza

uno apre la porta
perchè ha una porta davanti
e comunque uno prima o poi una porta l’apre e
bella ragazza

uno tipo
guarda dalla finestra
cioè se ci ha una finestra
gli vien naturale di dare almeno un’occhiata
dalla sua finestra e
bella ragazza

uno va al bar
perchè il bar è lì
il bar è una roba che uno ha voglia di andarci
entra nel bar che ha sete di birra e
bella ragazza

uno gli viene voglia di andare sugli autoscontri
perchè a uno se è normale
gli viene voglia di andare sugli autoscontri
va agli autoscontri
compra i gettoni
guarda le macchinine per scegliere la sua preferita e
bella ragazza

uno va nell’azienda
perchè lo hanno assunto nell’azienda
si siede al suo tavolo aziendale
tempera la matita e
bella ragazza

io non sono mai stato in un sommergibile
ma è mio sogno fin da bambino
sono certo che anche dentro il sommergibile
magari uno deve cercare un po’
ma la trova
la bella ragazza

sulla luna no
perchè sulla luna non c’è forme di vita
e la bella ragazza è forma di vita
è una di vita animale
che ha bisogno d’ossigeno e calore
e d’acqua e vino
e cibo saporito
e sulla luna questa roba è assente

raramente la bella ragazza è ignifuga
dunque inutile cercarla nel sole

alle volte la bella ragazza non sa di essere bella ragazza
allora bisogna dirglielo
lei sicuramente ti dirà, ma figurati non è vero stai mentendo!
sarà tua bravura convincerla che sei nel vero

e se sei sincero
sarai nel giusto e nel buono
diritto sarà il tuo
dunque
di da lei ricever baci
e fors’anche amor sessuale
potrete dirvi dei segreti
innamorarvi

*

Una notte in via Milano

una notte in via milano
son caduto dalla bici
e mi son rotto la testa
siccome avevo bevuto molto liquore
non sentii il dolore
e non m’accorsi del flusso di sangue
che usciva dal mio cranio
poi mi rialzai
e vidi me stesso morto vicino alla bici scatazzata a terra
come nel mio film d’amore preferito che si chiama ghost-fantasma
dove uno muore ammazzato e poi
si rialza e vede il suo cadavere
ma lui non si rende conto subito
infatti si rialza
ma poi vede il suo cadavere
e dice “porcaputtana sono morto”
ed è una sfiga
che lui è il marito di demi moore
che in quel film è bellissima coi capelli corti
è veramente bellissima
più che bellissima è molto carina
ma di un carino che ti viene da innamorarti
infatti io me ne innamorai fin da subito coi capelli corti
e il tipo si era appena sposato
e faceva la ceramica nudo con demi moore
che se ci pensi è una bella sfiga morire ammazzato
quando hai una possibilità così pazzesca di fare
la ceramica nudo con demi moore
e io dunque poi ho iniziato a vedere se uscivano
i demonietti dall’angolo d’ombra
che mi portavano all’inferno
opuramente veniva la luce di dio
che mi invitava ad ascendere al cielo
che io speravo la seconda opzione
che quei demonietti nel film ghost-fantasma
fanno orrore
ma poi nessuna delle due
perchè non ero morto veramente
era che avevo molto liquore in corpo
e oltre a non sentire il dolore che meritavo
avevo un principio di allucinazione
infatti rimontai in bici
e di nuovo caddi
sbattendo l’osso sacro
poi raggiunsi la mia casa
e svenni nel letto
poi mi risvegliai
e trovai tutto il cuscino pregno di sangue di testa
ebbi molta paura
e sconforto
anche perchè ero solo in casa
e non c’era demi moore accanto a me
per dire, a baciarmi e a curare le mie ferite

oggi
ho un buco nella testa
se voglio posso infilarci il dito
e se mi prude
mi gratto il cervello

.
Postilla squisitamente PERSONALE
Visionaria e scanzonata è la poesia di Guido Catalano raccolta in questo volume.
A tratti fa ridere, non poco, in altri le sensazioni provocate cambiano decisamente direzione.
A tratti mi è piaciuta, in altri meno.
Altre poesie particolarmente degne di nota: “Bum Bum Bum”, “L’uomo che aveva iniziato a morire”, “E insomma, lo sai”, “La terzultima cena”, “Dicembre nella pioggia”, “Domenica” e “Uno una volta a Milano mi ha chiamato zio”.