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16 maggio 2006 2 commenti
da “Ultimatum (e altre esclamazioni)” di Fernando Pessoa – Robin BdV
 
Capito? Non è il primo prodotto del genere che è apparso, perchè l’essere primi va bene se si sta in fila, ma non se si tratta di tinte o di cose che comportino studio e prove. No: nelle tinte e nella pratica, è l’ultima parola ad essere la prima.
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Non voglio riferirmi alla critica, perchè nessuno può sperare di essere compreso prima che gli altri apprendano la lingua che egli parla. Ribellarsi a ciò che sarebbe, oltre che assurdo, indizio di una grave ignoranza della storia letteraria, in cui i geni innovatori furono sempre considerati se non matti (come Verlaine o Mallarmé), sciocchi (come Wordswoth, Keats e Rossetti) o, oltre che sciocchi, nemici della patria, della religione e della moralità…
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Gli stimoli della sensibilità aumentano in progressione geometrica; la sensibilità soltanto in progressione aritmetica.
E’ ovvia l’importanza di questa legge. La sensibilità – considerata qui nel più ampio dei suoi significati possibili – è la fonte di ogni creazione civile. Ma questa creazione si può realizzare completamente quando questa sensibilità sia adattata all’ambiente in cui funziona; nella proporzione all’adattamento della sensibilità all’ambiente risiede la grandezza e la forza dell’opera risultante.
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Questa guerra è la guerra di piccoli pigmei contro grandi pigmei. Il tempo svelerà chi sono i grandi e chi i piccoli, ma sono pigmei gli uni come gli altri. Conta poco chi vince la guerra, di certo vincerà un folle. Importa poco cosa deriverà da tutto ciò, di certo deriverà la follia. L’epoca della ingegneria fisica è già arrivata, ma l’epoca dell’ingegneria mentale è ancora molto lontana.
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I politici inglesi credono che le rivoluzioni non si possano fare quando la maggioranza del paese non vuole; quando le rivoluzioni, per essere realizzate, hanno bisogno soltanto di una minoranza audace, organizzata per farle e capace di farle. La massa del paese non ha mai importanza. Qualcuno ritiene che il “popolo” faccia rivoluzioni? Qualcuno giudica che il regime russo attuale è maggioritario? Perchè c’è tanta gente stupida al mondo, lo sa?
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Il paese oggi vuole due cose allo stesso tempo: vuole cambiamenti e non vuole rivoluzioni.
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1. – ABOLIZIONE DEL DOGMA DELLA PERSONALITA’ – cioè che abbiamo una Personalità “separata” da quella degli altri. E’ una finzione teologica. La personalità di ognuno di noi è composta (come sa la psicologia moderna, fin da quando si è prestata maggiore attenzione alla sociologia) dall’incrocio sociale con le “personalità” degli altri, dall’immersione in correnti e direzioni sociali, e dalla fissazione di vincoli ereditari, originati in gran parte, da fenomeni di ordine collettivo. Cioè, nel presente, nel futuro e nel passato siamo parte degli altri e loro parte di noi. Per l’auto-sentimento cristiano, l’uomo più perfetto è colui che con maggior verità possa dire “io sono io”; per la scienza, l’uomo perfetto è colui che con maggior giustizia possa dire “io sono tutti gli altri”.
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3. – ABOLIZIONE DEL DOGMA DELL’OGGETTIVISMO PERSONALE – L’oggettività è una media grossolana delle soggettività parziali. Se una società fosse composta, per esempio, da cinque uomini, a, b, c, d, e e, la “verità” o “oggettività” per questa società sarebbe rappresentata da
 
a+b+c+d+e
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In futuro ogni individuo deve tendere a realizzare in sé questa media. Tendenza, pertanto, di ogni individuo o, per lo meno, di ogni individuo superiore, a essere un armonia tra le soggettività altrui (delle quali la sua propria fa parte), per approssimarsi così il più possibile a quella Verità-Infinito, verso la quale tende la serie numerica delle verità parziali.
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Io sono, io soltanto, interessato soltanto a me e alle mie sensazioni.
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Il superuomo sarà, non il più libero, ma il più armonico!
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Solo per feticisti! per chi, come il sottoscritto, ritiene Pessoa un genio assoluto.

“L’educazione dello stoico” di Fernando Pessoa

21 ottobre 2005 2 commenti
L’educazione dello stoico
Fernando Pessoa
– Einaudi - 
 
E’ scesa su di noi la più mortale e profonda delle depressioni secolari – quella della conoscenza intima della vacuità di tutti gli sforzi e della vanità di tutti i propositi.
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Ho raggiunto, con la sazietà del nulla, la pienezza del niente. [...] Ho un sonno intimo di tutte le intenzioni. [...] Se… se… Sì, ma se è sempre qualcosa che non è successa; e se non è successa, perchè supporre che cosa sarebbe,se mai lo fosse?
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Non è nell’individualismo che risiede il nostro male, ma nella qualità di quell’individualismo. E quella qualità è che esso sia statico invece che dinamico. Ci diamo valore per quello che pensiamo, invece che per quanto facciamo. Dimentichiamo che non lo abbiamo mai fatto, non lo siamo stati; che la prima funzione della vita è l’azione, come che il primo aspetto delle cose è il movimento.
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… solo linee, che sembrano mirabili, ma che, in verità, lo sarebbero unicamente solo se intorno a loro fosse stato scritto il racconto di cui erano momenti espressivi, detti sintetici, legami…
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Mille idee insieme, ciascuna una poesia, che crescevano inutili. Di molte neppure potevo ricordarmi quando le avevo, tanto più quando le avevo già perdute.
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L’uomo moderno se è infelice è pessimista.
C’è qualcosa di vile, di degradante, in questa trasposizione delle nostre pene all’universo intero; c’è qualcosa di sordidamente egoista nel supporre che o l’universo sia dentro di noi, o che noi siamo una specie di suo centro e riassunto, o simbolo.
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Lo scrupolo della precisione, l’intensità dello sforzo di esser perfetto – lungi dall’essere stimoli per agire, sono facoltà intime per l’abbandono. Meglio sognare che essere. E’ così facile vedere tutto raggiunto in sogno!
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Il sogno, quando troppo vissuto, o familiare, diventa una nuova realtà; la tirannizza; smette di essere un rifugio.
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Non mi lamento di coloro che mi stanno attorno o mi sono stati intorno. Nessuno mai mi ha trattato male, in nessun modo o senso. Tutti mi hanno trattato bene, ma con distacco. Ho capito subito che il distacco era in me, che partiva da me. Per questo posso dire, senza illusione, che sono sempre stato rispettato. Amato o benvoluto, non lo sono mai stato. Oggi riconosco che non avrei potuto esserlo. Avevo buone qualità, avevo forti emozioni, avevo… ma non avevo quello che si chiama amore.
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Scoprii, con la mancanza, come si scopre il valore di tutto, che l’affetto mi era necessario: che, come l’aria, si respira e non si sente.
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Ho tutte le condizioni per essere felice, tranne la felicità.
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Non c’è maggior tragedia che l’uguale intensità, nella stessa anima o nello stesso uomo, del sentimento intellettuale e del sentimento morale. Perchè un uomo possa essere distintivamente e assolutamente morale, bisogna che sia un po’ stupido. Perchè un uomo possa essere assolutamente intellettuale, deve essere un po’ immorale. Non so quale gioco o ironia delle cose condanni l’uomo all’impossibilità di questo dualismo.
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Mi sono sempre tenuto fuori del mondo e della vita e lo scontro fra qualche loro elemento mi ha sempre ferito come un insulto dal basso, la rivolta improvvisa di un lacchè universale.
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… il penultimo gesto – il gesto prima di quello in cui, confessandomi vinto, mi istituisco vincitore.
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Non insegnar nulla, poiché hai ancora tutto da imparare.
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E’ il conflitto tra la necessità emotiva del credere e l’impossibilità intellettuale di credere.
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La convinzione della futilità di ogni terapeutica per l’anima dovrebbe, sicuramente, sollevarsi a una vetta di indifferenza, tra la quale e le agitazioni della terra velassero tutto le nuvole di quella stessa convinzione. Il pensiero, tuttavia, potente come è, non può nulla contro la ribellione dell’emozione. Non possiamo non sentire, come possiamo non camminare.
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La dignità dell’intelligenza sta nel riconoscere che essa è limitata e che l’universo ne è fuori. Riconoscere con dispiacere proprio o no che le leggi naturali non si piegano ai nostri desideri, che il mondo esiste indipendentemente dalla nostra volontà, che l’essere tristi non prova nulla sullo stato morale degli astri o perfino della gente che passa davanti alle nostre finestre: in questo è il vero uso della ragione e la dignità razionale dell’anima.
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… nelle veglie in cui mi dibattevo per il desiderio di possederla nella vasta rete di impossibilità che sempre mi ha fatto titubare.
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Lo scrupolo è la morte dell’azione.
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Tutto quanto penso o sento, inevitabilmente mi si volge in modi di inerzia. Il pensiero, che in altri è la bussola di azione, è per me un suo microscopio, che mi fa vedere universi da attraversare dove un passo basterebbe per passare dall’altra parte.
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Loro (gli incontinenti) scoprono lati inesplorati dei sentimenti umani, gettano luce su cose sensibili e tenebrose, nonostante il loro tatto carnale.
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La paura di far male agli altri, la sensualità delle conseguenze, la coscienza dell’esistenza reale di altre anime – queste cose furono remore per la mia vita e io mi chiedo oggi a cosa mi siano servite o a chi sono servite.
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Notai allora che tanti anni di sterile stanchezza avevano fatto straripare fino all’intimo della mia anima una stanchezza sterile e profonda. Io mi ero addormentato, e con me si erano addormentati tutti i privilegi della mia anima – i desideri che sognano alto, le emozioni che sognano forte, le angosce che sognano al contrario.
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Circoscrivo a me stesso la tragedia che è mia. La sofferenza, ma la soffro faccia a faccia, senza metafisica né sociologia. Mi confesso vinto dalla vita, tuttavia non mi confesso abbattuto da lei.
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Queste pagine non sono la mia confessione ma la mia definizione.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Pessoa è Pessoa, punto e basta! e qualsiasi scritto uscirà dal baule, seppur incompleto e frammentario come questo libro, ben venga, la porta è aperta…
[non riportata per questioni di spazio la pagina 67]
 
Il Barone di Teive si spaventò. O meglio: Pessoa, spaventato, creò il Barone per salvare se stesso. Trasferì tutta la sua implacabile lucidità al povero nobiluomo che non fu in grado di sopportarla, perchè la lucidità era troppa e perchè sopportarla era qualcosa che non era previsto nel suo ruolo. Il Barone di Teive nacque per morire.
- dalla postfazione di Richard Zenith

Il Barone di Teive, autore di questa Educazione dello stoico, esemplare autobiografia di un suicida, è forse il più pericoloso tra gli eteronimi di fernando Pessoa. Contagioso. Invasivo. Non perchè il suo pacato e inesorabile deduttivismo logico potrebbe far considerare questo manoscritto come un’istigazione al suicidio, ma per il senso di coinvolgente disagio che quest’opera non può non trasmettere a qualsiasi lettore.
[...]
Non il suicidio societario di un terrorista nichilista come lo Stavrogin di Dostoevskij, non il suicidio fantasioso e tutto sommato poetico, con una pallottola in forma di fragola, di un Conte Jan Potocki, ma il suicidio individuale di chi in solitudine è giunto alla “pienezza dell’impiego della ragione”.
[...]
Per cui, per esempio, se è vero che, affinché un uomo possa essere assolutamente morale, bisogna che sia un po’ stupido, all’inverso, perchè un uomo sia assolutamente intellettuale, dovrà essere un po’ immorale.
[...]
Come conclusione di questo primo approccio, ci sembra che la lettura del testo superstite di Teive suggerisca che dar vita al Barone, come predestinato al suicidio, sia equivalso per Pessoa a non suicidarsi in prima persona.

 

“Una sola moltitudine – volume secondo” di Fernando Pessoa

Una sola moltitudine – volume secondo

di Fernando Pessoa

- Adelphi - 

MODULO ALBERTO CAEIRO

Sono un guardiano di greggi.
Il gregge è i miei pensieri
e i miei pensieri sono tutte sensazioni.
Penso con gli occhi e con gli orecchi
e con le mani e con i piedi
e con il naso e con la bocca.

Pensare un fiore è vederlo e annusarlo
e mangiare un frutto è saperne il senso.

Per questo quando in un giorno di calura
mi sento triste di goderlo tanto,
e mi sdraio sull’erba,
e chiudo gli occhi accaldati,
sento tutto il mio corpo coricato nella realtà,
so la verità e sono felice.

*

Se volete che abbia un misticismo, ebbene, ce l’ho.
Sono mistico, ma solo con il corpo.
La mia anima è semplice e non pensa.

Il mio misticismo è non voler sapere.
E’ vivere e non pensarci.

Non so cos’è la natura: la canto.
Vivo in cima a un colle
in una casa calcinata e sola,
e codesta è la mia definizione.

Postilla squisitamente PERSONALE

Leggendo questi due volumi, non avrete letto solo due libri, ma molti, molti, di più.

“Una sola moltitudine – volume secondo” di Fernando Pessoa

Una sola moltitudine – volume secondo
di Fernando Pessoa
- Adelphi -
.
MODULO FERNANDO PESSOA (ortonimo)

Basti a chi può bastar quel che gli basta
di bastargli abbastanza!
Breve è la vita, l’anima è vasta:
avere è tardare.

*

Ad altri toccherà avere
quanto ci toccherà di perdere.
Altri potranno trovare
ciò che, nel nostro trovare,
fu trovato, o non trovato,
secondo il destino che ci fu dato.

*

Il tuo essere è come quella fredda
luce che precede l’alba,
ed è già lo star per essere il giorno
nell’indomani, confuso nulla.

*

[…] io stesso
sento dentro di me questo freddo cuore
meravigliato di essere un cuore,
talmente è freddo.

“Poemi di Alberto Caeiro” di Fernando Pessoa

Poemi di Alberto Caeiro
di Fernando Pessoa
- Adelphi -

.
Mi sveglio di notte improvvisamente,
E il mio orologio occupa la notte tutta.
Non sento la Natura là fuori.
La mia stanza è una cosa oscura con pareti vagamente bianche.
Là fuori c’è una quiete come se nulla esistesse.
Solo l’orologio prosegue il suo rumore.
E questa piccola cosa di ingranaggi che sta sulla mia tavola
Soffoca tutta l’esistenza della terra e del cielo…
Quasi mi perdo a pensare cosa significa questo,
Ma mi fermo, e mi sento sorridere nella notte con gli angoli della bocca,
Perché l’unica cosa che il mio orologio simbolizza o significa
Riempiendo con la sua piccolezza la notte enorme
E’ la curiosa sensazione di riempire la notte enorme
Con la sua piccolezza…

*

L’amore è una compagnia.
Non so più andare da solo per le strade,
Perché non posso più andar solo.
Un pensiero visibile mi fa camminare più svelto
E vedere meno, e nello stesso tempo mi dà piacere di camminare e vedere tutto.
Anche la sua assenza è una cosa che sta con me.
E l’amo tanto che non so come desiderarla.

Se non la vedo, la immagino e sono forte come gli alberi alti.
Ma se la vedo tremo, non so che ne è di ciò che sento nella sua assenza.
In tutto me stesso ogni forma mi abbandona.
Tutta la realtà mi guarda come un girasole con il suo viso nel mezzo.

“Una sola moltitudine – volume primo” di Fernando Pessoa

Una sola moltitudine – volume primo
di Fernando Pessoa
- Adelphi -

MODULO ALVARO DE CAMPOS

Il poeta superiore dice ciò che effettivamente sente. Il poeta medio dice ciò che decide di sentire. Il poeta inferiore dice ciò che ritiene sia suo dovere sentire.

*

Rendimi umano, oh notte, rendimi fraterno e sollecito.
Solo umanitariamente si può vivere.
Solo amando gli uomini, le azioni, la banalità dei lavori,
solo così, ahimè!, solo così si può vivere.
Solo così, notte, e io non potrò mai essere così!

Ho visto tutte le cose, e mi sono meravigliato di tutto,
ma tutto è avanzato, o è mancato – non saprei – e io ho sofferto.
Ho vissuto tutte le emozioni, tutti i pensieri, tutti i gesti,
e mi sono così rattristato come se avessi voluto viverli e non ci riuscissi.
Ho amato e odiato come tutti,
ma per tutti questo è stato normale e istintivo,
e per me fu sempre l’eccezione, il trauma, la valvola, lo spasimo.

*

Sono venuto qui per riposare,
ma ho scordato di lasciarmi a casa.

*

Che cosa so di quel che sarò, io che non so cosa sono?
Essere ciò che penso? Ma penso di essere tante cose!
E ci sono tanti che pensano di essere la stessa cosa che non ce ne possono essere tanti!

*

Fredda furia del destino,
intersezione di tutto,
confusione delle cose con le loro cause ed effetti,
conseguenza di avere corpo e anima,
e il suono della pioggia arriva finché io sia, ed è buio.

Postilla squisitamente PERSONALE
Mi ripeto, chi non ha mai letto Pessoa, non ha letto uno dei più grandi scrittori di sempre.

“Una sola moltitudine – volume secondo” di Fernando Pessoa

16 aprile 2004 2 commenti

Una sola moltitudine – volume secondo
di Fernando Pessoa
- Adelphi -

MODULO RICARDO REIS

Cogliamo fiori.
Bagniamo lievi
le nostre mani
nei fiumi calmi,
per imparare
calma anche noi.

Girasoli sempre
fissando il Sole,
calmi usciremo
da questa vita, e né
il rimorso avremo
di aver vissuto.
*

La ricchezza è un metallo, la gloria un’eco,
e l’amore un’ombra.

Ma la concisa
attenzione data
alle forme e alle maniere degli oggetti,
è un sicuro rifugio.

*

Avrei voluto, come i suoni, vivere delle cose
senza appartenere loro, conseguenza alata
dove il reale è lontano.

*
Non voglio ricordare né conoscermi.
S
iamo troppi se guardiamo chi siamo.
       Ignorare che viviamo
       compie abbastanza la vita.

Tanto quanto viviamo, vive l’ora
in cui viviamo, ugualmente morta
       quando passa con noi,
       che con lei passiamo.

Se saperlo non serve a saperlo
(poiché senza potere a che vale conoscere?)
       miglior vita è la vita
       che dura senza misurarsi.

LE ISOLE FORTUNATE

 

Quale voce viene sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.

 

E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.

 

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando,
tace la voce, e solo c’è il mare.


Fernando Pessoa

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