Racconti di demonologia
di Rick Moody
– Bompiani -
Ieri sera Evan le ha chiesto di leggergli qualcosa a letto. Era il momento in cui i lampioni e il tramonto si contendono l’oscurità, quando si confondo nella foschia fino a che tutto rassomiglia alla luce perduta dei capolavori sbiaditi, corrosi dal tempo sul soffitto di qualche monastero eretto a folli latitudini nel Sud d’Europa.
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Sai come succede, quando fai la conoscenza di un collega, di un compagno di lavoro, che attraversi in rapida successione fasi di intimità e scoperta e rispetto e dubbio e delusione, dove le impressioni si avvicendano una dopo l’altra?
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Papù, probabilmente, aveva osservato così a lungo questo tizio di fronte a lui, questo tizio che guarda a caso era il figlio del procuratore distrettuale, che incominciò ad agitarsi parecchio. Una schiuma biancastra agli angoli della bocca. Come concentrandosi sulle possibili aperture di una partita a scacchi, papà stava forse tentando di immaginarsi, in anticipo, ogni eventuale sviluppo della conversazione con Joe Kane, per paura di ritrovarsi a un certo punto senza qualcosa di spiritoso da dire e assumeva, nelle sue elucubrazioni, l’aria del perfetto idioita.
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Linda si copriva la bocca con le mani dopo aver parlato a sproposito, come per nascondere una brutta otturazione(e invece i suoi denti erano perfetti), come se fosse stata maltrattata una volta di troppo, come se la tangibilità dei sentimenti la mettesse in qualche modo in imbarazzo.
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Eri una sorella straordinaria, ma cambiavi idea in continuazione, e non sapevo se le cose che ti avevo attribuito nell’ultimo anno fossero delle caratteristiche di quella persona che avevo conosciuto, o se, con la morte, fossi diventata proprietà dei tuoi cari, come una marionetta di cui tiravamo i fili.
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Alla Villa sulla Collina il momento del giuramento sembrava la parte più improbabile della cerimonia. [...] Dopo un po’ avevi sentito di tutto, la retorica del desiderio, l’incanto della promessa tradotto nel modo più goffo possibile, sentivi le metafore colorite, le citazioni logore, fino al punto in cui tutto ricordava il linguaggio legale, come in una qualsiasi transazione commerciale.
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Lei beveva demon rum, e mi aveva anche insegnato a prepararlo, quando eravamo piccoli; mi aveva insegnato a bere. Rubavamo bottiglie di liquori, oppure ce le facevamo procurare da appositi intermediari provvisti di età valida per l’acquisto di alcolici. Poi io passai al bourbon. Mio fratello beveva birra. Mio padre beveva whisky di malto. Mia nonna beveva a garganella e poi stava male. Mio nonno beveva costosissimi nettari da collezione. L’ex marito di mia sorella beveva surrogati decisamente più abbordabili. Mio fratello bevve fino a quando una donna riuscì a trascinarlo fuori dalla casa di mia madre. Io bevvi fino a quando scoprii che avevo il terrore di metter piede fuori di casa. Mio zio bevve fino al suo ultimo anno di vita. E io una volta portai fuori da un bar mia sorella ubriaca fradicia, che canticchiava tra sé e sé e mi guardava con occhi vitrei, praticamente in coma.
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Sul luogo dove hai trovato finalmente riposo sono cresciute bianche betulle che costellano il ciglio di quella strada tortuosa, come dita di morti che affiorano dai cumuli di neve per impartire ai vivi istruzioni essenziali.
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Chi mai potrebbe capitare a Bidwell, mi chiedevo tra me e me, se non qualcuno che cerca di sfuggire a una gigantesca caccia all’uomo sull’autostrada?
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Vi chiederete come faccio a conoscere così bene l’anima dell’Ohio, dato che all’epoca ero un ragazzino e quindi avrei dovuto essere scontroso e solitario. Scusate, ma cos’altro ci resta, in questa nazione di panzoni, se non il mistero dell’immaginazione?
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Bobby e il suo poliziotto erano fermi al semaforo, avvinghiati in un bacio, un bacio avido, e mi piacerebbe pensare, a dispetto della mia comprovata eterosessualità, di riuscire a rendere quel bacio.
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La conversazione proseguì su questo tono, ognuno dei due alla ricerca di uno spiraglio. Uno fa un passo falso, e l’altro subito prende il sopravvento, mette alle corde l’avversario. Ben presto mio fratello Jack cominciò a preparare il terreno per l’argomento che gli stava a cuore. E’ sempre stato un tipo impaziente.
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Aveva portato Lynn Skeele sulla proprietà dei Foster per corteggiarla, anche se non si verificò alcun corteggiamento; invece si scambiarono storie del passato, la materia prima di tutte le relazioni del presente, menzogne sul passato, ricordi distorti, iperboli, concentrati di rimorso.
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La finestra, progettata e realizzata in un’epoca in cui le fabbriche avevano ancora le finestre, quando gli uffici avevano le finestre, quando finestra significava accesso ad aria fresca e non viziata, e non doppi vetri idrorepellenti che le compagnie di assicurazione non permettevano di tenere aperti per paura che qualche dipendente potesse avere il buon senso di buttarsi e metter fine alla propria esistenza, atterrando sul tetto di un Cherokee, rimbalzando sulla sinistra, schiacciando una giovane flautista slovacca molto dotata, al suo primo viaggio negli Stati Uniti, la finestra si riaprì, e il titolare di piccola attività di cui sopra, della ditta Morsetti Hoboken, tornò ad affacciarsi.
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Allora, dopo che una di quelle prolungate pause cinematografiche che hanno parecchio a che fare con un’alluvione chimica nei sistemi del viadotto circolatorio…
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Inizia a voce alta, lo ammetto, ma mi calmai, perchè lo sapevo, nel bel mezzo della mia filippica già lo sapevo, questo gruppo malassortito di persone, questa collezione di anime perse, la mia famiglia, si disperdeva definitivamente, come il vorticoso margine della sfera convessa dell’universo, questa conversazione ci allontanava ulteriormente, e al suo termine saremmo stati smisuratamente lontani.
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Autunno in provincia, fiera delle tonalità.
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Gli oggetti sostituivano sempre quello che mancava, un certo colore volgare di uno smalto per unghie che le aveva regalato in occasione della Pasqua ebraica, e che lei non aveva mai messo, ma che teneva sempre a portata di mano. Gli oggetti erano come i coni arancione della corsia d’emergenza sull’autostrada delle relazioni personali.
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Quasi impercettibile all’inizio, una sensazione di disagio, crebbe fino a diventare disgusto, per assumere infine la vera dimensione del terrore, che è sempre una taglia più grande di chi lo contiene.
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I meandri del suo carattere erano stati scavati e lui ci avrebbe vissuto dentro d’ora in avanti.
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In ritardo in ogni modo possibile. In ritardo agli appuntamenti, quelli cruciali e quelli di poco conto; in ritardo quando era fondamentale essere puntuale; in ritardo quando non faceva differenza; in ritardo quando il ritardo era chiaramente colpa sua; in ritardo quando era alla mercé degli altri; in ritardo al mattino (dopo aver dormito fino a tardi); in ritardo alla sera (dopo esser rimasto alzato fino a tardi); in ritardo per la nascita del suo figlioccio; in ritardo per la partita delle World Series, il classico di ottobre; in ritardo per i film al cinema, per non parlare dei trailer; in ritardo per il teatro; in ritardo per i colloqui di lavoro; in ritardo per il dentista o dottore; in ritardo per gli appuntamenti galanti e le scappatelle romantiche; in ritardo a provare rimorso per i proprio ritardi; in ritardo a fregarsene; in ritardo a essere felice, in ritardo a essere triste o impermeabile ai sentimenti, sempre più in ritardo, ed era così da sempre.
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“E perchè l’hai fatto?”
Certe persone dovevano subire crudeltà perchè avevano subito crudeltà in passato. Queste crudeltà iniziali agivano da calamita per ulteriori crudeltà. Vedevi la ferita, vedevi come la vittima amava la ferita, vedevi come la curava, con quanto amore, con quanto orgoglio, e non potevi fare altro che riaprirla, questa ferita. In effetti, era quasi piacevole essere fonte di un nuovo trauma per questo sventurato, poiché era qualcosa che la vittima conosceva bene. Perciò lo rassicuravi, persino nel momento in cui gli infliggevi una pena. Ecco come funzionava. Le amicizie cambiavano in un batter d’occhio.
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… ma a pensarci bene non stavano discutendo di questo [...] ma di un argomento completamente diverso, si tratta sempre di qualcos’altro, ed è questo che mi rendeva così triste, il fatto che si trattasse sempre di un altro argomento, un argomento che poi sarebbe rotolato via, qualche sporadica questione ermeneutica che non riuscivo a focalizzare in un bar dell’Upper West Side, mentre lui assumeva la sua espressione dura da maschio, una specie di faccia fallocratica, o una faccia carnofallogocentrica, la politica della dopppia faccia, una politica fallica di deformazione facciale…
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… se la verità poteva rivelarsi durante una discussione, se la verità era un insieme di strati che si possono sbucciare quando una relazione ha assunto la stabilità…
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Arrivò l’ambulanza, gli infermieri entrarono nella stanza, presero il suo corpo e lo portarono giù nel soggiorno, dove usarono attrezzature portatili e molto sofisticate per cercare di farle ripartire il cuore. Roba elettrica, e a ogni scossa il suo corpo sobbalzava – mia sorella era in una qualche specie di corridoio di simultaneità – ma il suo cuore non ripartì. Poi misero il suo corpo su una barella. Per portarla via. Adesso arriva il momento in cui la portano fuori dal portone di casa, e lei la lascia a noi, la scia a noi la casa e le cose che le appartenevano e gli amici e i ricordi e l’involontario assemblaggio di tutto ciò in parole. Dolore. Il rumore dell’ambulanza. La strada per l’ospedale è quasi completamente sgombra; la strada di mia sorella è sgombra.
Postilla squisitamente PERSONALE
Nonostante siamo appena in febbraio, un libro candidato alla palma di migliore del 2005. Ci sono racconti molto belli (La Villa sulla Collina – Sul carosello – Double Zero – La tradizione del carnevale – L’ineluttabile modalità del vaginale – Demonology) e divertissment vari (L’allegra brigata di Pan – Wilkie Fahnstock: Il cofanetto – Libri da collezione a prezzo speciale: catalogo n.13)) anche se il termine può sembrare riduttivo. E poi c’è il racconto perfetto (Maschietti), un mio amico scrittore l’ha definito “mandato da dio”, e come contro un racconto inutile (Serata Hawaiana). Tutto è racchiuso in una frase della prefazione: “… l’unità di composizione nelle storie non è la frase o il paragrafo, ma il respiro.”