Archivio

Posts Tagged ‘moody’

“Tre vite” di Rick Moody

28 luglio 2008 1 commento
Tre vite
di Rick Moody
– minimumfax - 
 
IL tempo era insolitamente caldo e umido, e il cielo era sbiancato, come un quaderno su cui stava per essere scritta una storia epocale.
*
Poi da un giorno all’altro si ritrovarono alle medie, e si sa cosa succede in quegli anni. Arriva una grande onda che travolge la spiaggia assolata dove ci sono tutti i bambini, e i bambini vengono risucchiati in mare, buttati nella risacca fangosa, sbattuti gambe all’aria sugli scogli, pestati, squassati. Alcuni non riemergono più. Alcuni sono orgogliosi, alcuni vengono messi in ginocchio, alcuni dimenticano tutto quello che gli è successo. Della grande maggioranza di bambini che conosci o a cui vuoi bene, all’improvviso ti rendi conto che non sai niente di niente. Adesso che questi individui sentono il richiamo dell’oceano di ormoni, che gli accende i circuiti elettrici in modo che i loro corpi sembrano sovraccoperte fisionomiche rosa di vecchie enciclopedie, tutto cambia. Con l’azione di questo maremoto delle medie, sono stati riversati sulla tua parte di spiaggia bambini completamente diversi, con esigenze e disperazioni diverse, e ti ci ritrovi incastrata, almeno fino all’università.
*
Aveva chiamato Ronda e le aveva detto che forse sarebbe andata in giro per bar, ma il piano non sviluppò mai la crosta delle intenzioni serie. A volte due ragazze sveglie insieme si imbarazzano a vicenda e basta.
[…]
Il miglior tipo di bar era quello in cui una donna non veniva aggredita prima, durante o dopo esserci entrata. Il miglior tipo di bar era quello da cui una donna contornava a casa sentendosi svuotata della sua essenza. Il miglior tipo di bar era quello in cui una donna non si sentiva etichettata o soppesata come un pezzo di carne. Non esisteva un bar così.
*
Il traffico di droga su larga scala è un po’ come il collaudo delle prime versioni dei software. C’è gente senza scrupoli ovunque. Nessuno sa come si comporterà una certa sostanza finché le cavie non si mettono in fila.
*
Cassandra era bella in un modo che forse non saprei descrivere, perché la bellezza, in definitiva, rimane fuori dal linguaggio.
*
Masticavo con le gengive. Mangiavo zuppe e quei piccoli yogurt cremosi che praticamente ti urlavano in faccia approvato dai gerontologi.
*
Vedete, non era poi tanto difficile mettersi al centro della storia di Alberatine, perché non c’era un centro.
*
… da adesso in poi ogni silenzio avrò in sé del dolore.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
L’ultimo racconto è molto bello, il primo non è niente male, quello centrale invece non mi è piaciuto, soprattutto per la brutta e frettolosa chiusura. Moody, seppur ancora distante dalle sue prove migliori, con questo libro prosegue abbastanza bene il tentativo fatto con il romanzo precedente a questa sua ultima raccolta, descrivere l’America in un momento particolare di paure confusionarie e spesso fobiche.

“I rabdomanti” di Rick Moody

I rabdomanti
di Rick Moody
– Bompiani -
 
Potete spiegarmi che cos’è l’arte? […] L’arte è ciò che la gente fa per descrivere le aspirazioni umane.
*
La domenica sera, a letto, mentre non riesce a prendere sonno, ci ripensa, come gli è accaduto spesso. Eccolo lì, di nuovo, nella speranza di ricordare il linguaggio di quel momento, poiché, se solo ci riuscisse, potrebbe comprenderlo.
*
Ci sono molti più strati nell’inganno che nella verità. La verità è una capanna di tronchi con un pavimento sporco. L’inganno è una casa con scale nascoste, soffitti sfondati e maggiordomi circospetti.
*
Annabel, che conformemente alla tipica educazione del New England non tradisce mai forti emozioni, si appoggia alla parete accanto alla porta, il corpo leggermente curvo, come un punto di domanda. Comincia col dirgli quanto sia difficile per lei questa situazione, ma poi lascia perdere. Comincia col dirgli che giornata terribile sia stata. E comincia col dirgli che cosa significhi per lei stare con lui. Lui non è in grado di fermarsi. Tuttavia si costringe al silenzio. Sempre le due cose insieme: il peggio di lui e anche il meglio. Com’è bella lei, e infervorata, e piena di speranze. Lui l’ha svuotata, ha disatteso le sue speranze, si è nutrito di speranze che non sono più le sue, ha tenuto lontano da altri pretendenti le speranze di Annabel, le ha tenute lontano da persone che sarebbero state in grado di riconoscerle, ha tenuto le speranze di lei sotto soffitti a volta delle camere d’albergo, dentro i corridoi vuoti, sulle scale, le ha tenute tra le sue braccia.
*
Perché il valore dell’amore è proporzionale alla difficoltà del suo conseguimento.
*
E cosa ne dite di questo? Loro due nella doccia, i due contabili, nessuno dei due esattamente magro e nessuno dei due esattamente bello, e poi ecco il capezzolo di lei, esibito come se si trattasse di un articolo di lusso, ed ecco le labbra di lui sopra. Ma, anche se non erano gli esseri umani più belli che Dio avesse fatto scendere sulla terra, e nemmeno i più belli sulla passeggiata che dava sulla pista di pattinaggio su ghiaccio, se non altro erano due persone in un motel senza pretese che riuscivano a credere in questo momento d’amore, né più né meno di chiunque abbia mai creduto in un momento d’amore nel corso della vita.
*
Il pesciolino rosso si sta dimenando sul pavimento, come una virgola che tenta di scivolare tra due frasi.
*
E così la porta si chiude, e il silenzio è grande e inquietante. Jaspreet cerca di spingere il silenzio sul lato opposto della stanza, ma è come se il silenzio stillasse lentamente da una piccola fessura. Il silenzio gocciola nella stanza: prima passa sotto la porta, poi forma una pozza sul pavimento proprio lì, davanti alla porta, quindi striscia lungo il pavimento fino a raggiungere l’angolo in cui lui è seduto e dove si è arrotolato i pantaloni fino al ginocchio in modo che la fuga di silenzio non glieli bagni. E’ come la perdita nel seminterrato quando piove forte, e presto si spanderà su tutto il pavimento.
*
E anche se fosse stato in grado di prevederlo, questo momento, il momento in cui la truffa viene smascherata, sarebbe comunque riuscito a negare la sua venuta. In realtà, il momento in questione sembra racchiudere in sé due momenti distinti: uno in cui lui ama la verità, e l’altro in cui ama mentire a se stesso a proposito del suo amore per la verità.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Che Moody ormai abbia uno stile narrativo quasi perfetto, lo dimostra fin da subito nei “Titoli di testa e tema musicale del film”, però questo romanzo, seppur apprezzabilissimo per il tentativo di attacco e critica alla società americana, non fa centro. Ci sono troppe parti che sembrano superflue e andrebbero eliminate, mentre altre invece risultano dispersive, soprattutto calcolando che la storia non ha uno o due personaggi principali, ma tanti che si avvicendano nella centralità della narrazione. Peccato, un’occasione mancata, visto che le carte e l’abilità erano in regola per costruire un gran romanzo.

“Tempesta di ghiaccio” di Rick Moody

Tempesta di ghiaccio
di Rick Moody
- Bompiani -
 
La sua capacità di bere sorprendeva persino lui, ma era niente in confronto alla sua capacità di ingannare se stesso.
*
Hood cominciò la spiegazione lentamente, ma man mano che procedeva nella ricostruzione dei dettagli, diventò una specie di ectoplasma erotico. Trangugiò il drink – il suo equilibro stava cominciando ad andare in pezzi, come il primo stadio di un razzo Apollo. Si compiaceva di particolari scottanti, della nefandezza della sua imbarazzante situazione.
*
Mai fare paragoni tra la moglie e l’amante, vinceva sempre la moglie…
*
Era così che andavano le cose con gli adulti: prima inseguivano l’estasi, e poi la negavano, la razionalizzavano, la rivestivano di parole.
*
Mentre era seduto sul bordo del letto di Libbets, e la guardava fare un disegnino cubista di fronte alla Torcia Umana, Paul non era sicuro di non trovarsi in un sogno. Non era sicuro di non essere il protagonista di un sogno che apparteneva, per esempio, a Francis Chamberlain Devenport IV, beatamente addormentato sul divano in biblioteca. Un vero sogno in cui si realizzavano i desideri, un sogno mandala, o anche un brutto sogno che però aveva avuto un paio di momenti belli. Momenti che lo avrebbero sostenuto nella prossima lunga sequenza di tortura. Uno di quei lunghi e complicati racconti di aerei persi, di bocciature agli esami o di mostrarsi nudo in pubblico. Come in un sogno, quando Libbets gli disse con voce esitante che gli voleva bene come a un amico, la stanza era così immobile e silenziosa che Paul si stupì dell’assoluta bellezza della prevedibilità della sua solitudine.
*
La rivelazione della morte era che Mike Williams sarebbe stato morto per tutto il tempo in cui Benjamin Hood fosse rimasto in ginocchio accanto a lui. Nessuno dei rimedi di Hood avrebbe funzionato, e nemmeno nessuno dei suoi deisideri, dei suoi ardenti desideri. Mike sarebbe stato morto quel pomeriggio e quello successivo. Era questo il miracolo. La morte era terribilmente duratura. Era l’idea più ostinata del mondo. Un corpo era morto, ed entro poco tempo non sarebbe stato più nemmeno un corpo, solo un mucchio di elementi. Un cumulo di sostanze, comunque morto.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
All’inizio si fa un po’ fatica ed entrare nel ritmo del libro, soprattutto perché questo è un romanzo sì compatto e relativamente breve, ma anche molto scattante e dispersivo per le molteplici voci, direzioni e complicazioni che prende strada facendo. Caratteristica principale questa, che è allo stesso tempo la cosa migliore e a tratti peggiore del libro, ma una volta entrati, si arriva fino in fondo in un batter d’occhio, attraversando, grazie alla particolare visione e stile narrativo di Moody, la noia famigliare, gli anni 70, i fumetti, l’istintività adolescenziale, la provincia americana…

“Cercasi batterista, chiamare Alice”

23 febbraio 2007 2 commenti
Cercasi batterista, chiamare Alice
di Rick Moody
– minimumfax - 
 
Mentre era via il Garden State si era dilatato. Il cielo era immenso, il paese una vasta distesa aperta, una rivendita di panorami a prezzi d’occasione.
*
Adesso la carta da parati a fiori della camera da letto non era per niente a fiori, invece era decorata con le doppie eliche del codice genetico. Non lo sorprendeva la sua improvvisa capacità di leggere quegli ideogrammi. La luce rossa lampeggiante in ogni disegno, il gene della sua follia che era rimasto in stato di latenza per tutta l’infanzia, spiccava fra i disegni che vedeva. Quello era lui adesso.
*
Il problema non era trovarsi davanti due ragazze che facevano sesso, per come la vedeva L.G.; il problema era ritrovarsi finalmente a fare una cosa che l’aveva tanto stuzzicato e rendersi conto che non lo stuzzicava più. Le fantasie sono come gli ideali: esistono solo per farti perdere l’orientamento. Prova a prenderle e quelle si spostano. Ancora più in là, di solito.
*
Ruthie sembrava essersi completamente dimenticata di Dennis. O forse era Dennis che si era dimenticato di lei. Forse in quella congiuntura di macchie solari e orbite gli si era presentata l’occasione di andarsene. Ed Evelyn si domandò cosa potesse avere lo stesso effetto su Alice. Cosa l’aveva avuto su di lei, Evelyn, in passato? Qual’era il ragionamento che permetteva finalmente ai giovani di mollare, una volta per tutte, la giovinezza? Sembrava che quella generazione non volesse andarsene mai di casa. Crescevano fino a un certo punto e poi passavano il decennio successivo, fino al collasso, a cercare di riassaporare il senso di novità dell’adolescenza, quella pulsazione della giovinezza che sembra, nel suo pieno fiorire, permanente.
*
La luce del tardo pomeriggio d’aprile sembrava riprodurre fin nei dettagli le fantasie di un piromane. Il sole era un fuoco senza fiamme sulle colline.
*
Ruthie Francis, mentre percorreva il breve tratto di strada fino a casa Smail, assorbì l’umidità del mercoledì distrattamente. Sentiva un rumorino nel cranio, un senso di disperazione per i figli, i suoi ragazzi, il matrimonio. Provava invidia per la decisione di Evelyn Smail di andarsene dalla città. Cosa restava lì, in fondo, una nuova generazione di coppie di professionisti che avevano pagato un prezzo eccessivo per i loro duemila metri quadrati di terreno, con il loro atteggiamento spocchioso, i loro valori da città dormitorio? Cosa sarebbe successo a suo figlio, e come poteva evitare di sentirsene responsabile? Cosa le era successo da quando era ragazza?
La strada era tranquilla – gruppetti di bambini che giocavano in fondo ai vialetti di casa, che scavano buche in silenzio nei prati e attorno ai cespugli – ma ormai Ruthie era certa che su ciascuna di quelle case pesava la paura, piccole sacche di paura e instabilità.
*
Il matrimonio e il divorzio erano così, per esempio. Ovunque fossi ti sembrava che le cose andassero meglio altrove. Ovunque fossi sentivi questa fame di un po’ di semplice conversazione.
*
Era una dimostrazione del fatto che potevi ravvederti su una piccola cosa e restare comunque con profonde sacche di insensibilità nel carattere.
*
Ovunque passassero, le strade erano cosparse di vetri rotti: finestrini d’auto e bottiglie di birra. Un altro giorno la luce del sole ci avrebbe trovato un tappeto di riflettori. Una bellezza religiosa avrebbe animato la distruzione. Non oggi.
*
Tutti i legami umani si spezzavano, si frammentavano, si disintegravano, esplodevano, pensò in quel preciso istante, a prescindere da quanto eri determinata, a seconda di quali esplosivi c’erano a portata, ed era questo che in realtà voleva dire a Lane, però non le sembrava che lui c’entrasse molto, specie perchè era lei, Alice, quella che rompeva i legami, che violava le famiglie, un’anima morta fra le tante che affollavano l’eterna autostrada delle anime morte del Garden State. Solo vedere quei due italiani o greci o turchi, o quel che erano, due con una patria, che impilavano sedie e si scambiavano battute sulla fica o chissà che altro nella loro lingua, peggiorava tutto. In America solo gli immigrati avevano una casa. Solo loro sapevano come parlare del passato.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
“La mia ipotesi è che quando finii Cercasi batterista si concluse un periodo della mia vita. I Feelies si sciolsero. Io mi misi a lavorare in proprio. Me ne andai da Hoboken. Scrissi altri libri. Quando guardo di nuovo questo romanzo – e non capita spesso – mi sembra l’opera di un fratello adolescente particolarmente problematico. Un proto-apatico della generazione X. E’ uno scrittore un po’ sciatto, pretenzioso, non molto bravo nell’esecuzione, però è uno che segue le proprie simpatie. E questo è bene.
Credo di non essere mai più stato in grado di scrivere niente di così nudo come il libro che avete davanti. In questo senso, posso capire la teoria avanzata da una sonora minoranza: che Cercasi batterista, chiamare Alice sia il mio romanzo migliore. Personalmente non sono d’accordo, ma in questo modo capisco cosa significhi essere giudicati sulla base della sensibilità irrequieta che ci caratterizzava da ragazzi, come succede a Elvis Costello. O ai Feelies. Cercasi batterista tentava di delineare un luogo e un tempo e un umore che pochi anni dopo molti sembrarono abbracciare. Dopo il primo film di Richard Linklater, dopo Nevermind. Sono passati sette anni da quando ho scritto questo libro. Spero di non dover mai più vivere in quel modo.” – dalla prefazione di Rick Moody

Io sono d’accordo con lui, se non avete mai letto niente di suo, iniziate con Racconti di demonologia oppure con La più lucente corona d’angeli in cielo.

28 settembre 2005 1 commento
da “Il velo nero” di Rock Moody – Bompiani
(seconda parte)
 
Malvagio solitario in un film di mostri, grande feudatario della reclusione, bevevo, mi disprezzavo, uscivo e mi veniva il panico, mi sentivo cinico, pieno di odio, letteralmente disgustato dalla mia stessa ombra, da qualsiasi cosa mi riguardasse, dai miei contorni, e tutto ciò che essi delimitavano, il guaio che avevo causato, tutto ciò in cui mi ero cacciato, mentre attorno le strade pulsavano di orge sessuali, donne abbienti e uomini abbienti vestiti da donne; sotto la cerimoniosa superficie della società in cui ero cresciuto, desideri libertini, inestinguibili smanie di piacere carnale portato all’eccesso, debosciati e adulteri dappertutto, pedofili e depravati, incestuosi e masochisti, tutte le istituzioni dell’America civilizzata addobbate per l’escursione del potere sessuale nei ghetti dei deboli, una sequenza di stupri, il Manifest Destiny come razionalizzazione del genocidio; ogni parola gentile pronunciata a un altro libertino era il mezzo attraverso cui la sodomia veniva esercitata, tutti stavano cospirando, le donne alla Laundromat stavano cospirando, quelli che facevano jogging nel parco stavano cospirando, quando al terzo miglio si abbandonavano a terra, si toglievano la tuta in lycra e le scarpe da ginnastica, i chierichetti in chiesa si spogliavano dei loro abiti talari, la polizia prendeva dei soldi dalle suore e dai protettori, che in cambio vedevano le loro richieste soddisfatte, i pompieri sodomizzavano madri disagiate, scagliandole nelle fiamme; c’era un’inequivocabile violenza del desiderio in ognuno, la solitudine cresceva dentro tutti, e non le sapevano far fronte, trovavano e facevano dei prigionieri, li destituivano e li usavano e li ammorbavano di infezioni veneree, e uscivano per le strade, traviati da nuove necessità, dalla smania americana, dall’incompletezza, dall’insufficienza, dall’omissione, dalla scarsità; la città aveva bisogno di qualcosa, aveva bisogno di qualcosa di brutto, aveva bisogno di un graffio, aveva bisogno di essere toccata, bisogno di amore, bisogno di merce, bisogno di conquista, bisogno di allargarsi verso nuove frontiere da poter saccheggiare, aveva bisogno di trovare un posto per poter esercitare la sua soffocante, violenta retorica a spese di un nuovo sottoproletariato, per alleviare la sua pena.
*
… poi improvvisamente sentivamo la voce di mio padre dal fondo delle scale: Che diavolo sta succedendo? E piombavamo in un silenzio pieno di vergogna, un silenzio carico di ansia, così familiare che sembrava aver preceduto le nostre nascite.
*
I padri sembrano amarci incondizionatamente se riusciamo solo a capire il loro complicato linguaggio. I padri corrono lungo cicli temporali, lungo abissi generazionali; i padri corrono una corsa a ostacoli, apertamente, docilmente, rimanendo senza difese, consegnando i precetti dei loro padri a uomini più giovani, più arrabbiati; i padri, col tempo, diventano attenti e gentili, pieni di rammarichi e affettuosi, sensibili e, perfino, delicati.
*
L’intera processione dei padri e delle loro storie è un peso, sapete, e la sensazione di deluderli è continua e soverchiante, e i fallimenti si ripercuotono sui figli, e sui figli dei loro figli, e così via. Rovina la maggior parte dei bei giorni d’agosto.
*
Forse era tutta una questione di scie. Forse nessun viaggio si poteva considerare veramente completo se non osservato dalla sua scia. Forse l’artista era colui o colei che scrutava la scia di una nave vedendo i riflessi delle luci di un faro danzare sulle onde.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
“… Il velo nero è l’autobiografia di uno scrittore per cui una buona narrazione realistica, quella che anche lui aveva talvolta perseguito, è fatta solo di bugie – bugie, bugie, bugie – e rende falso il mondo nello stesso modo in cui l’ordine cronologico rende falso il progredire del tempo. Si può perfino arrivare a mettere in relazione la sua aperta volontà di essere vero e vulnerabile nelle pagine, di essere lui nudamente la materia di questo libro, con l’assenza della su autobiografia (omissione centrale eppure invisibile) di ciò che dall’esterno si direbbe in lui più autentico ed essenziale, ossia della sua scrittura e dei suoi cinque precedenti libri di fiction, cui concede in tutto appena poche righe parlando delle circostanze del suo esordio. Forse davvero non è illegittimo, allora, congetturare che questo libro sia appartenuto al suo autore prima che lo scrivesse, o prima ancora che fosse scrittore.
[...]
E poiché chi indaga davvero su se stesso finisce per indagare su tutto il resto, accade allora, proprio nelle ultime pagine, che si riveli il compimento improvviso di questo libro e che si riveli innanzitutto all’autore – aver scritto un’autobiografia strettamente famigliare per trovarsi di fronte l’autobiografia della nazione (non è “che certe idee, certi temi vengono richiesti dalla cultura, da dio? non è che per caso tutti i libri con il mio nome sopra hanno in qualche modo scritto me?), aver accolto per la prima volta in un memoir la tradizione e gli ideali del Grande Romanzo Americano, aver scritto di un popolo scrivendo di sé, e aver così percorso la difficile vastità dell’aggettivo ‘americano’.
dalla postfazione di Simone Barillari

26 settembre 2005 1 commento
da “Il velo nero” di Rock Moody – Bompiani
(prima parte)
 
E così c’è il problema dei nostri crimini. Rievocare i propri misfatti è opprimente; il loro peso ci è intollerabile. Maldicenze sussurrate ai danni degli amici; manifestazioni di invidia – quando odiamo le persone che amiamo; peccatucci; scorte di materiale rubacchiato in ufficio; note spesa gonfiate; ossessioni violente di ogni genere; eccesso di velocità; un piccolo incidente d’auto da cui ci siamo allontanati senza lasciare tracce; la cintura che ci siamo infilati nei passanti dei pantaloni da Macy’s (la cosa più facile da prendere); un libro di Montaigne, edizione del diciannovesimo secolo, mai riconsegnato alla biblioteca; un bacio rubato alla fidanzata di qualcun’altro; una notte trascorsa fuori su uno sporco materasso, quando l’energia dell’adulterio ci sembrava così stimolante da farci nascondere il ricordo della nostra consorte; regali mai spediti; accordi mai rispettati; una inspiegabile cattiveria verso persone perseguitate dalla sfortuna; una inspiegabile cattiveria verso gli amici; il cameriere che una volta abbiamo umiliato; abbiamo barato a carte; abbiamo barato a tennis; abbiamo barato a backgammon o a scacchi o a un altro gioco da tavolo negli anni della nostra adolescenza; abbiamo fatto uno sgambetto a quel ragazzo nella nostra area e con passo leggero siamo andati dritti alla nostra meta; abbiamo dato le cose per scontate; abbiamo scambiato dei privilegi per diritti; abbiamo preteso ciò che non ci era per niente dovuto. E poi, per alcuni di noi, ci sono crimini peggiori, crimini indicibili, ma di cui si potrebbe scrivere, come rapine, aggressioni o stupri. Abbiamo creduto alla coercizione, all’abuso e all’appropriazione indebita vera o propria o persino al delitto, il delitto di innocenti, forse; abbiamo commesso crimini dettati dalla rabbia, tali da renderci impossibile dormire, impossibile dimenticare, impossibile pensare lucidamente, e abbiamo bisbigliato a noi stessi, ritornando a questi episodi di trasgressione. C’è il problema dei nostri crimini.
*
… il silenzio è un modo di far conversazione incredibilmente potente…
*
Se ero intenzionato a leggere, avevo ancora bisogno della lampada acanto al divano. Ma mentre accendevo la luce, scattò un click uguale e contrario dentro di me, e cominciai a lottare con il fatto stesso della luce, con la sua legge sovrana e inesorabile. Troppo di questi quanti dappertutto. Queste particelle, queste onde. Entravano ovunque. Spensi la lampada. Sentii nel petto una sorta di sconvolgimento. Sentii che iniziava a salire, in modo crepuscolare, verso l’esterno. Se lasciavo la luce spenta, ciò significava che io non c’ero, ero senza ombra; significava che non avevo più la massa e il volume. Se accendevo la lampada sembrava in corso un interrogatorio, un interrogatorio militare in America Latina che finiva con elettrodi e gambizzazione o la forzata confessione dei miei segreti. Iniziai a sudare.
*
… in un interminabile flusso di monologhi che annodava tutti i diversi affluenti del tempo…
*
Se continuassi a discettare sull’amore per un anno intero, potrei solamente sperare di riuscire ad afferrare il concetto “per la coda”: flashes, formule, espressioni ad effetto sparse nel copioso fluire dell’Immaginario; io mi trovo nel posto sbagliato dell’amore, che è poi il suo punto più in vista; dice un proverbio cinese: “Il punto più in ombra si trova sempre sotto la lampada”…
*
La malinconia non si riferisce a nulla. La malinconia ha uno stile o un modo ma nessun oggetto. La malinconia è un modo di pensare, un modo di pensare al pensiero, e ha bisogno di consumare la propria vittima; pertanto ha bisogno di piani e strati e rimandi all’infinito in cui mascherarsi e nascondersi. La malinconia elude chi la cerca. La malinconia non è il timore della morte, né un rifuggire dagli oggetti superflui o del genere umano, né una mancanza di interesse per le cose del mondo, sebbene tutti questi possano essere dei suoi aspetti. E’ piuttosto un particolare aspetto del pensiero, un avvinghiarsi, un avvolgimento a spirale, un incanalarsi, una perforazione, un incidere, un movimento a elica, essendo una cogitazione sempre tesa verso il basso e verso l’interno, come quando un dentista inizia a trapanare un molare fino alla radice.
*
Se ci penso adesso, la notte assomiglia a un enorme livido. L’interno era scuro, ed era l’impressione che mi davano tutti i locali che frequentavo dopo il lavoro…
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
Moody ha un ritmo, un respiro!, che pochi, forse nessuno, scrittore contemporaneo possiede. Vi basti leggere queste piccole parti riportate sopra per rendervene conto. Tuttavia ritengo questo libro (leggermente incagliato nelle parti più lunghe riguardati “Il velo nero”) una cosa a sé stante, una lettura che potrà essere apprezzata in pieno solo dai suoi lettori più sfegatati. Se volete (dovete!) leggere qualcosa di Moody, iniziate con Demonology o La più lucente corona d’angeli in cielo.
Non riportate per questioni di spazio le pagine 185-186-187-188 e l’ultimo capitolo… l’ultimo capitolo!

“The James Dean garage band” di Rick Moody

The James Dean garage band
di Rick Moody
– minimumfax -
 
Ossia  in altre parole mia moglie era, nei primi istanti della registrazione, come l’ho vista negli ultimi due anni del nostro matrimonio: senza passione, fiacca, più vecchia di una volta, con i pantaloni della tuta e un paio di Converse All Stars color lavanda e un lupetto a fiorellini azzurri, ammantata di mediocrità, dei sintomi della rinuncia che si era verificata dentro di lei, in uno sfoggio di mollezza da mezza età, di ambizioni accantonate.
*
Noi volevamo fare pezzi che suonassero come il vento che soffia in una stalla, o come il bollitore lasciato sul fuoco, o come il piccolo urlo di dolore che ti sfugge di bocca quando sei veramente solo.
*
ora vedeva le luci sulla nave sì era la nave sì e insieme una lancia era una qualche nave una qualche barca e chiamare fino a diventare rauco oh chiamare con la voce nuda o spaccatimpani con il cuore stesso spaccato dall’acutezza delle grida non volevo buttarmi non volevo oh vi prego signore vu pulirò i cessi e laverò il ponte e vi porterò la cena oh vi prego quant’è lontana adesso quant’è lontana? Una nave capace di abbandonarlo una nave di cinesi o di indiani che l’avrebbero scambiato per il folletto dell’oceano e lui era un folletto senza casa tranne il mare senza patria tranne l’acqua salata. Le distanze tutte accorciate o allungate la nozione stessa di distanza faticosa e confusa, infeltrita dal sale, obliterata dall’immensità, come gli strano orologi al contrario della catastrofe.
*
Se la vita che fai non è quella che sognavi, scappa.
*
Ragazzi, potreste staccarci l’intonaco dei muri con questa roba, disse. Si riferiva al nostro modo di suonare.
*
Una volta che si fu guadagnato il primo adepto, Dean cominciò a trattenermi dopo le prove. Aveva suonato i bonghi in un paio di jam con Monk e Coltrane, disse, e il loro segreto era che sapevano come sbarazzarsi del tempo della partitura, mollarlo e basta, disse,e stare a vedere dove ti porta la batteria a quel punto; segui il canone delle tue emozioni, bello, e lascia perdere il ritmo, fregatene, disse, suona quello che senti e basta, suona qualsiasi cosa, lasciati trasportare, ascolta il tuo respiro, ascolta il battito del tuo cuore, com’è debole ma insistente, come va e viene, come protesta e piagnucola e poi canta, urla e ti incita, lascialo andare, bello, ricorda, ricorda.
*
E poi lei disse la cosa peggiore che avrebbe potuto dire, una frase di morte e confusione. Questa parole fosche, laceranti, sbatacchiarono di qua e di là in quello spazio pieno di echi:
“E comunque, sai, mi vedo con un altro”.
*
Poi arrivarono a un punto in cui bere non faceva più tanto effetto, non contribuiva. Era il punto in cui tutto lo scotch e le canzoni alla radio del mondo non li avrebbero dispensati dall’essere semplicemente persone, con tutti i sogni avvelenati e la tristezza e persino la speranza che essere giovani in Vermont comportava in quel momento.
*
Il padre restò fermo dov’era, tenendo la porta aperta. Il sole calava nella direzione di tutti i grandi tornado, dove c’erano città che erano state sventrate e sfregiate dalla verità dei tornado, e dalla parte opposta la luna, che era rimasta impigliata sulla punta del ramo di un acero, si alzò.
*
… credo che dovresti cogliere l’occasione perchè in questo quartiere squallido l’autobus della fortuna non sempre si ferma nella strada dove vivi tu ed è qui che l’abbraccio e nel film le mie braccia la avvolgono perfettamente e la telecamera inquadra questo abbraccio come se avvenisse a una grande altezza da terra un abbraccio improvviso e spontaneo come una conversione religiosa un abbraccio improvviso come il quarto d’ora di celebrità…
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Un Moody sottotono, sfocato. Sicuramente perchè da lui mi aspetto molto, sempre, ma anche perchè effettivamente la raccolta, nella sua interezza, non riesce nemmeno a sfiorare due libri come: La più lucente corona d’angeli in cielo (azzecatissima la mossa di separarlo da questa raccolta) e Demonology. La rete è il racconto che mi è piaciuto di più, mentre Trattamento – Il commentario all’Apocalisse… & La tromba d’aria, proprio NO.

“Racconti di demonologia” di Rick Moody

1 febbraio 2005 Nessun commento
Racconti di demonologia
di Rick Moody
– Bompiani -
 
Ieri sera Evan le ha chiesto di leggergli qualcosa a letto. Era il momento in cui i lampioni e il tramonto si contendono l’oscurità, quando si confondo nella foschia fino a che tutto rassomiglia alla luce perduta dei capolavori sbiaditi, corrosi dal tempo sul soffitto di qualche monastero eretto a folli latitudini nel Sud d’Europa.
*
Sai come succede, quando fai la conoscenza di un collega, di un compagno di lavoro, che attraversi in rapida successione fasi di intimità e scoperta e rispetto e dubbio e delusione, dove le impressioni si avvicendano una dopo l’altra?
*
Papù, probabilmente, aveva osservato così a lungo questo tizio di fronte a lui, questo tizio che guarda a caso era il figlio del procuratore distrettuale, che incominciò ad agitarsi parecchio. Una schiuma biancastra agli angoli della bocca. Come concentrandosi sulle possibili aperture di una partita a scacchi, papà stava forse tentando di immaginarsi, in anticipo, ogni eventuale sviluppo della conversazione con Joe Kane, per paura di ritrovarsi a un certo punto senza qualcosa di spiritoso da dire e assumeva, nelle sue elucubrazioni, l’aria del perfetto idioita.
*
Linda si copriva la bocca con le mani dopo aver parlato a sproposito, come per nascondere una brutta otturazione(e invece i suoi denti erano perfetti), come se fosse stata maltrattata una volta di troppo, come se la tangibilità dei sentimenti la mettesse in qualche modo in imbarazzo.
*
Eri una sorella straordinaria, ma cambiavi idea in continuazione, e non sapevo se le cose che ti avevo attribuito nell’ultimo anno fossero delle caratteristiche di quella persona che avevo conosciuto, o se, con la morte, fossi diventata proprietà dei tuoi cari, come una marionetta di cui tiravamo i fili.
*
Alla Villa sulla Collina il momento del giuramento sembrava la parte più improbabile della cerimonia. [...] Dopo un po’ avevi sentito di tutto, la retorica del desiderio, l’incanto della promessa tradotto nel modo più goffo possibile, sentivi le metafore colorite, le citazioni logore, fino al punto in cui tutto ricordava il linguaggio legale, come in una qualsiasi transazione commerciale.
*
Lei beveva demon rum, e mi aveva anche insegnato a prepararlo, quando eravamo piccoli; mi aveva insegnato a bere. Rubavamo bottiglie di liquori, oppure ce le facevamo procurare da appositi intermediari provvisti di età valida per l’acquisto di alcolici. Poi io passai al bourbon. Mio fratello beveva birra. Mio padre beveva whisky di malto. Mia nonna beveva a garganella e poi stava male. Mio nonno beveva costosissimi nettari da collezione. L’ex marito di mia sorella beveva surrogati decisamente più abbordabili. Mio fratello bevve fino a quando una donna riuscì a trascinarlo fuori dalla casa di mia madre. Io bevvi fino a quando scoprii che avevo il terrore di metter piede fuori di casa. Mio zio bevve fino al suo ultimo anno di vita. E io una volta portai fuori da un bar mia sorella ubriaca fradicia, che canticchiava tra sé e sé e mi guardava con occhi vitrei, praticamente in coma.
*
Sul luogo dove hai trovato finalmente riposo sono cresciute bianche betulle che costellano il ciglio di quella strada tortuosa, come dita di morti che affiorano dai cumuli di neve per impartire ai vivi istruzioni essenziali.
*
Chi mai potrebbe capitare a Bidwell, mi chiedevo tra me e me, se non qualcuno che cerca di sfuggire a una gigantesca caccia all’uomo sull’autostrada?
*
Vi chiederete come faccio a conoscere così bene l’anima dell’Ohio, dato che all’epoca ero un ragazzino e quindi avrei dovuto essere scontroso e solitario. Scusate, ma cos’altro ci resta, in questa nazione di panzoni, se non il mistero dell’immaginazione?
*
Bobby e il suo poliziotto erano fermi al semaforo, avvinghiati in un bacio, un bacio avido, e mi piacerebbe pensare, a dispetto della mia comprovata eterosessualità, di riuscire a rendere quel bacio.
*
La conversazione proseguì su questo tono, ognuno dei due alla ricerca di uno spiraglio. Uno fa un passo falso, e l’altro subito prende il sopravvento, mette alle corde l’avversario. Ben presto mio fratello Jack cominciò a preparare il terreno per l’argomento che gli stava a cuore. E’ sempre stato un tipo impaziente.
*
Aveva portato Lynn Skeele sulla proprietà dei Foster per corteggiarla, anche se non si verificò alcun corteggiamento; invece si scambiarono storie del passato, la materia prima di tutte le relazioni del presente, menzogne sul passato, ricordi distorti, iperboli, concentrati di rimorso.
*

La finestra, progettata e realizzata in un’epoca in cui le fabbriche avevano ancora le finestre, quando gli uffici avevano le finestre, quando finestra significava accesso ad aria fresca e non viziata, e non doppi vetri idrorepellenti che le compagnie di assicurazione non permettevano di tenere aperti per paura che qualche dipendente potesse avere il buon senso di buttarsi e metter fine alla propria esistenza, atterrando sul tetto di un Cherokee, rimbalzando sulla sinistra, schiacciando una giovane flautista slovacca molto dotata, al suo primo viaggio negli Stati Uniti, la finestra si riaprì, e il titolare di piccola attività di cui sopra, della ditta Morsetti Hoboken, tornò ad affacciarsi.
*
Allora, dopo che una di quelle prolungate pause cinematografiche che hanno parecchio a che fare con un’alluvione chimica nei sistemi del viadotto circolatorio…
*
Inizia a voce alta, lo ammetto, ma mi calmai, perchè lo sapevo, nel bel mezzo della mia filippica già lo sapevo, questo gruppo malassortito di persone, questa collezione di anime perse, la mia famiglia, si disperdeva definitivamente, come il vorticoso margine della sfera convessa dell’universo, questa conversazione ci allontanava ulteriormente, e al suo termine saremmo stati smisuratamente lontani.
*
Autunno in provincia, fiera delle tonalità.
*
Gli oggetti sostituivano sempre quello che mancava, un certo colore volgare di uno smalto per unghie che le aveva regalato in occasione della Pasqua ebraica, e che lei non aveva mai messo, ma che teneva sempre a portata di mano. Gli oggetti erano come i coni arancione della corsia d’emergenza sull’autostrada delle relazioni personali.
*
Quasi impercettibile all’inizio, una sensazione di disagio, crebbe fino a diventare disgusto, per assumere infine la vera dimensione del terrore, che è sempre una taglia più grande di chi lo contiene.
*
I meandri del suo carattere erano stati scavati e lui ci avrebbe vissuto dentro d’ora in avanti.
*
In ritardo in ogni modo possibile. In ritardo agli appuntamenti, quelli cruciali e quelli di poco conto; in ritardo quando era fondamentale essere puntuale; in ritardo quando non faceva differenza; in ritardo quando il ritardo era chiaramente colpa sua; in ritardo quando era alla mercé degli altri; in ritardo al mattino (dopo aver dormito fino a tardi); in ritardo alla sera (dopo esser rimasto alzato fino a tardi); in ritardo per la nascita del suo figlioccio; in ritardo per la partita delle World Series, il classico di ottobre; in ritardo per i film al cinema, per non parlare dei trailer; in ritardo per il teatro; in ritardo per i colloqui di lavoro; in ritardo per il dentista o dottore; in ritardo per gli appuntamenti galanti e le scappatelle romantiche; in ritardo a provare rimorso per i proprio ritardi; in ritardo a fregarsene; in ritardo a essere felice, in ritardo a essere triste o impermeabile ai sentimenti, sempre più in ritardo, ed era così da sempre.
*
“E perchè l’hai fatto?”
Certe persone dovevano subire crudeltà perchè avevano subito crudeltà in passato. Queste crudeltà iniziali agivano da calamita per ulteriori crudeltà. Vedevi la ferita, vedevi come la vittima amava la ferita, vedevi come la curava, con quanto amore, con quanto orgoglio, e non potevi fare altro che riaprirla, questa ferita. In effetti, era quasi piacevole essere fonte di un nuovo trauma per questo sventurato, poiché era qualcosa che la vittima conosceva bene. Perciò lo rassicuravi, persino nel momento in cui gli infliggevi una pena. Ecco come funzionava. Le amicizie cambiavano in un batter d’occhio.
*
… ma a pensarci bene non stavano discutendo di questo [...] ma di un argomento completamente diverso, si tratta sempre di qualcos’altro, ed è questo che mi rendeva così triste, il fatto che si trattasse sempre di un altro argomento, un argomento che poi sarebbe rotolato via, qualche sporadica questione ermeneutica che non riuscivo a focalizzare in un bar dell’Upper West Side, mentre lui assumeva la sua espressione dura da maschio, una specie di faccia fallocratica, o una faccia carnofallogocentrica, la politica della dopppia faccia, una politica fallica di deformazione facciale…
*
… se la verità poteva rivelarsi durante una discussione, se la verità era un insieme di strati che si possono sbucciare quando una relazione ha assunto la stabilità…
*
Arrivò l’ambulanza, gli infermieri entrarono nella stanza, presero il suo corpo e lo portarono giù nel soggiorno, dove usarono attrezzature portatili e molto sofisticate per cercare di farle ripartire il cuore. Roba elettrica, e a ogni scossa il suo corpo sobbalzava – mia sorella era in una qualche specie di corridoio di simultaneità – ma il suo cuore non ripartì. Poi misero il suo corpo su una barella. Per portarla via. Adesso arriva il momento in cui la portano fuori dal portone di casa, e lei la lascia a noi, la scia a noi la casa e le cose che le appartenevano e gli amici e i ricordi e l’involontario assemblaggio di tutto ciò in parole. Dolore. Il rumore dell’ambulanza. La strada per l’ospedale è quasi completamente sgombra; la strada di mia sorella è sgombra.

 

Postilla squisitamente PERSONALE
Nonostante siamo appena in febbraio, un libro candidato alla palma di migliore del 2005. Ci sono racconti molto belli (La Villa sulla Collina – Sul carosello – Double Zero – La tradizione del carnevale – L’ineluttabile modalità del vaginale – Demonology) e divertissment vari (L’allegra brigata di Pan – Wilkie Fahnstock: Il cofanetto – Libri da collezione a prezzo speciale: catalogo n.13)) anche se il termine può sembrare riduttivo. E poi c’è il racconto perfetto (Maschietti), un mio amico scrittore l’ha definito “mandato da dio”, e come contro un racconto inutile (Serata Hawaiana). Tutto è racchiuso in una frase della prefazione: “… l’unità di composizione nelle storie non è la frase o il paragrafo, ma il respiro.”

“La più lucente corona d’angeli in cielo”
di Rick Moody
- minimumfax -

 

A un certo punto nel corso di quei mesi che rotolavano inerti trasformandosi in periodi sempre più lunghi…

*

… perché stavano benissimo; perché stavano malissimo: perché avevano avuto problemi al lavoro; perché avevano problemi con la fidanzata; perché non avevano la fidanzata; perché avevano due fidanzate, o due fidanzati, o una fidanzata e un fidanzato e non sapevano come scegliere tra i due; perché si sentivano soli; perché non avevano mai un po’ di tempo per stare da soli; perché il mondo era pieno di ipocrisia; perché non lo era; perché non si prendevano cura delle persone che amavano; perché erano stufi di prendersi cura degli altri; perché il cielo era azzurro, o avevano la macchina ammaccata, o il gatto malato, o avevano litigato con qualcuno in metropolitana; o volevano vivere in campagna e possedere una roulotte, oppure odiavano il tonno, o adoravano il rock’n roll; o perché non avevano soldi; perché ne avevano troppi; perché erano onesti con se stessi; oppure per caso – disse Jorge – per caso.

*

La desolazione scorre fuori dall’Upper East Side, trasportata da qualche fiume del caso, galleggia abbandonata come un sacchetto di plastica buttato via, finché non approda da qualche altra parte.

*

Il corpo era un obbligo solo fintanto che le serviva a ospitare il cervello e la sua riserva di emozioni appiattite e nervi desensibilizzati. Altrimenti chi se ne fregava? Lei era un cervello sotto vetro. Le stava provando tutte per sbarazzarsi del suo corpo; lo stava mettendo in una cella frigorifera; lo stava mettendo fuori uso.

*

E poi io stesso. Io. Io ero lì. Noi tutti facevamo su e giù per l’Ottava Strada come fosse una vera e propria arteria dentro una forma di vita più grande, un organismo più grande.

[…]

Nessuno di noi sembrava essere consapevole della natura delle coincidenze che ci univano, come io ne sono consapevole ora, né del fatto che i tossici e i masochisti e le puttane e quelli che hanno sprecato tutto nella vita sono la più lucente corona d’angeli in cielo.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Ultimamente mi va bene, altro gran bel libro. “Ancora oggi sono convinto che certe cose ti capitano perché finiscono per sembrare le più ovvie che tu possa fare. E così penso al puro caso, alla natura delle coincidenze che ci uniscono alle cose e alle altre persone. Penso alle distanze, al tempo che non c’è più, ai luoghi che sono cambiati, alle persone che ho perduto e a quelle che non voglio perdere. E penso agli angeli di quel cielo e alla loro corona lucente. E penso che non c’è nulla che mi separi da tutto questo. Davvero nulla, a parte il caso” – dalla postfazione di Tommaso Pincio, per caso, perfetta.