“… non importa tanto l’inizio o la fine appunto, né forse la storia… sono le immagini e le sensazioni che sprigionano da esse che contano… e quindi inizio, fine, centro, sono quasi sostituibili…”
L’hai percepita veramente? O è stata solo una TUA urgenza quella che, dopo essere andato a letto poche ore prima stracolmo di birra fino alla punta dei capelli, ti ha fatto alzare alle 10 di mattina? Era la stessa che dopo un set di bricchi di Estathè bevuti neanche potessero essere la medicina miracolosa, una doccia inutile e qualcosa che nelle intenzioni era un “portarsi avanti”, ha messo in moto la macchina?
Pensare a cose che potrebbero far piacere, ad altre invece che sembrano già stupide ancora prima di assumere la forma di una fantasia e un’ora immaginata, vera, oppure no, che è ancora troppo lontana.
Spingere sull’acceleratore, adesso, consuma solo benzina. Inutile forse.
L’assurdo improvviso sta nello stupirsi come in così breve tempo si conosca una strada a memoria, come anche quella cazzo di scritta gigante della Lega Nord sia qualcosa di positivo, solo perché vuol dire essere vicini alla propria meta.
Due ore al tavolino di un bar, parole francesi si fanno largo attraverso il più classico e consistente accento milanese, la tua mano trema quando gira le pagine del giornale. E poi vie anonime, insolitamente afose per maggio, e mercati, ma non solo, affollati da troppa gente per un TUO sabato mattina.
Ci vorrebbero delle compagnie telefoniche più affidabili o dei polsini come quelli dell’uomo ragno. Ci potrebbe anche stare che abbia sbagliato tu, ma questo non è proprio il punto ora. A volte la redenzione supera tutto e tutti. Ed è qualcosa che ti sembra di riconoscere a tratti, mentre in altri proprio no, ti fa paura e camminare a testa alta allo stesso tempo.
Si può scommettere sulla propria vita? Perché sembra una sensazione così ambigua quando, dopotutto, dovrebbe essere il nostro primo compito giornaliero? Una cosa che dovremmo fare inconsciamente tutte le volte che usciamo dai nostri sonni, dai nostri letti, dalle nostre case.
E poi è salita, stallo orizzontale e infine apertura. Porte e finestre prima, persone dopo. E anche se non tutto è facile o immediato come forse davi per scontato, oggi capisci che non ci vuole niente di questo, nessuna supposizione, tutto va spazzato via. Comprensione, vicinanza e contatto, parole da tatuarsi sulla propria pelle come monito per imprese future.
E lei? Sì, è lei. Sei tu? Sì, sono io. Basta e avanza. Eccome se avanza, nonostante anni di perifericità vitale che si trasformano in ondate di insicurezza e inadeguatezza. Fai scudo con le braccia, racchiudi-ti-mi-ci e non permettere a niente e nessuno di entrare in questo centro bipolare.
Osservi le distanze che aumentano fino a diventare metri, per poi ridursi in un istante a zero, osservi lei e il modo come… il mondo nel quale si muove, osservi te stesso, anche se propriamente non potresti dire di farlo, e comunque senti la prima piccola calamita che affiora sottopelle, un’altra e un’altra ancora, centimetro per centimetro, fino a completare il tetris della tua superficie.
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La mancanza fa necessariamente parte del sentimento (un assunto che forse nobilita la sensazione, ma non ne riduce l’intensità).
La mancanza è un sensazione metrica-decimale, si misura e si confronta (un’attività che non le rende onore, anzi, probabilmente la mercifica).
La mancanza è come una gara di Formula Uno (si fa presto ad andare fuori giri, o addirittura di pista).
La mancanza è un controsenso, se si vuole vederla come il costante e quasi concreto pensiero di una persona, cosa, situazione (e il pensiero della mancanza !?!).
La mancanza come sintomo di qualcos’altro, mai semplice sensazione a sé stante, indipendente (positivo o negativo sia l’insieme del tutto).
E’ bello sbagliare e rendersi conto che si è ancora in grado di chiedere scusa con un’immediata naturalezza. Altrettanto lo è realizzare che ci sono persone in grado di farti capire che hai sbagliato e vogliono guidarti sulla strada dell’ammissione e della consapevolezza. Questo ti permette di decidere senza sapere, senza doversi per forza lanciare dai blocchi della certezza. E anche se per la prima ora non c’è nessun gesto, poche parole e alcuni sguardi assenti, a cercare di sorreggere te stesso su due gambe che sono diventate lunghi e sottili elastici, puoi capire. Grazie ai tuoi sbagli che sembrano essere anche i suoi, come imposizioni che ogni tanto ci impegniamo a sostenere, nonostante dentro di noi sappiamo di volere tutto il contrario. Va bene, ti va bene anche così, se sei disposto a scommettere che dopo tutto tornerà. Lei tornerà.
A volte c’è insieme la paura del passato, del presente e del futuro. Altre, molte altre per fortuna, non c’è tempo, solo l’adesso che sembra allungare le sue mani come un bambino che si alza sulla punta dei piedi per raggiungere il vaso delle caramelle sul ripiano più alto della credenza.
Sei sempre stato proiettato al momento successivo nella tua vita, e non per decidere cosa fare, dire, pensare, bensì per contemplarlo nella sua immobilità apparente. Ora invece c’è solo l’urgenza di vedere, toccare, sentire, esserci! Anche a costo si sanguinare.
La metropoli ci guarda, ma non giudica.
Le notti passano attraverso il riflesso di insegne etniche, mille e una parole, aggiustamenti di tiro, insistenti clacson e il costante suono dei lampeggianti. Tracciano scie che arrivano fino a domeniche iniziate su diversi livelli temporali ma che si riannodano subito, per finire sempre più tardi, le quattro, le cinque, oggi quasi alle sette. Gesti che sanno di quotidiano e un lento, lentissimo ritornare a una vita sotto naftalina quasi, tanto quanto l’aria viziata delle tue stanze chiuse per giorni.
Osservare la pila di piatti, bicchieri e posate sporche instabilmente in bilico nel lavello. Stupirsi prima e mettersi a ridere poi, pensando alla stessa situazione in un’altra casa a chilometri di distanza, a quanto questo sia sintomo di influenza.
Alla fine, è “solo” un continuo re-impararsi.