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Posts Tagged ‘me myself and i’

Balcani…

27 dicembre 2012 2 commenti

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EDIT 04.01.2013
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NoBordersMagazine ne ha fatto uno storify.
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Brazil…

Il blog dovrebbe riaprire verso metà Settembre… nel frattempo, come da un po’ non accadeva, lascio per chi dovesse passare da queste parti una compilation da scaricare
QUI.
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Quando è iniziato tutto? (articolo per No Borders Magazine)

23 novembre 2011 2 commenti

Arenal

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Da oggi trovate on-line un mio pezzo, dove si parla di viaggiare e di prime volte, su No Borders Magazine.
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5 ottobre 2009 2 commenti
INDONESIA 2009
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Un grillo, il ronzio del neon
Una rapida motocicletta lontana
Cadenzati dagli altoparlanti
Della stazione poco più in là
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Lo dico subito, quest’anno non è proprio stato un gran viaggio quello che ho intrapreso, sicuramente il peggiore tra quelli fatti negli ultimi (sigh!) 13 anni. Credo siano tanti i fattori che possono aver contribuito a far sì che per la seconda volta nella mia vita abbia avuto più voglia di ritorno che partenza e tra questi citandone solo alcuni: mi aspettavo decisamente (chissà perché?) qualcosa di diverso, questo viaggio veniva preceduto da quello in India l’anno scorso (quindi forse il paragone, seppur inutile, era già perso in partenza), per la prima volta non partivo con l’assoluta certezza di non lasciare niente e nessuno a casa, anzi, proprio il contrario.
Ho letto poco e ho scritto pochissimo, ho pensato troppo e parlato all’opposto, ho perso 4 kg e mezzo e ho visto, o comunque vissuto, tante albe senza mai andare a letto più tardi dell’una (passione mattiniera che mi sono portato dietro anche per i primi giorni di rientro).
 
JAVA (Jakarta – Yogyakarta – Probolingo)
 
Più
- il quartiere cinese a Jakarta, in realtà praticamente una sola via e nemmeno così lunga, dove però finalmente si respira un’atmosfera particolare, tra chi vende sopra una cassetta di legno ribaltata grappoli di rane vive e chi in un pentolone cuoce un bollito con parti di animali che sarebbe meglio non chiedere cosa sono !!
- il vagone “ristorante-karaoke-cinema” del treno notturno Jakarta-Yogyakarta, dove non si mangia, ma si fuma a nastro, si picchiettano le dita sul lineloum dei tavoli rovinati canticchiando a bassa voce e ci si lascia andare a uno stupore mimico (chi verso lo schermo, chi verso lo stupore degli altri spettatori) per i combattimenti in un film d’arti marziali di serie D
– il pranzo a base di “spaghetti e spinaci” al warung nei pressi del Borobudur, dove siamo riusciti a capire cosa potevamo mangiare grazie all’inglese parlato (forse 5 parole in croce) dalla figlia teenager della signora che lo gestiva
- il Borobudur stesso e la visuale sulle pianure circostanti che si stende a perdita d’occhio dalla sua altezza (in un improvviso e inaspettato momento mistico ho pure eseguito il rito dei buddha)
- il mercato degli animali a Yogyakarta dove potreste comprare praticamente ogni specie di medie/piccole dimensioni: dal pipistrello (a quanto dicono serve per curare l’asma) ai galli da combattimento, dai boa constrictor alle civette, dai gechi a ogni sorta di pesce o uccellino
- la valle del Bromo all’alba dopo un viaggio interminabile e un paio d’ore di sonno; nelle orecchie per eliminare tutto quello nei dintorni che fosse umano (v. sotto) Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust dei Sigur Ros (nel particolare del momento topico, quando tutto si illumina: Ára bátur)
 
Meno
- Jakarta con il suo traffico onnipresente e niente o poco più da fare/vedere/sentire
- il ragazzo indonesiano a Yogyakarta, con fratello che lavora a Milano, che ci ha esortato ad andare in discoteca una sera: “basta solo offrire da bere e mangiare, la porta è piccola, ma la big banana comunque…swoosh”
- i templi di Prambanan che sembrano una versione provinciale di Gardaland dopo un attacco atomico e che, se paragonati a tutto il resto, costano uno sproposito
- la quantità assurda di gente, veramente troppa, che c’era a vedere l’alba nella vale del Bromo (lo spettacolo nello spettacolo, ormai sempre più frequente ad ogni sorta d’evento, fatto di centinaia di obiettivi e microschermi!)
 
BALI (Semyanak – Kuta – Ubud – Sanur)
 
Più
- il tris di spiagge: Ulu Watu, Dreamland, Padang Padang
- una cena, forse la migliore del viaggio, a lume di candela causa elettricità assente, fatta in un ristorante di specialità indiane (ecco che ritorna l’India!)
- rari tratti della strada fatta in motorino per andare ad Ubud, al centro di Bali, dove sembrava di essere stati catapultati in una scena a metà strada tra “Apocalypse now” e “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”
 
Meno
- la zona che da Kuta Beach, passando per Semyanak, si estende verso ovest, praticamente una sorta di orripilante mistura tra il lungo mare di Riccione, un qualsiasi centro commerciale e Corso Como a Milano
- il fatto che ogni spiaggia abbia almeno uno spazio dedicato a lettini e ombrelloni; anche se a volte non è poi così invasiva come situazione e camminando un po’ si può cancellare quella visione da: bomboloni, bomboliniiiii…
- molti tratti della strada fatta in motorino per andare ad Ubud, al centro di Bali, costeggiata per chilometri e chilometri, in entrambe le direzioni, da laboratori e negozi d’artigianato che ad intervalli brevissimi riproponevano la stessa identica merce (collegamento inconscio con il video di Star Guitar dei Chemical Brothers)
 
LOMBOK (Kuta Lombok – Gli Nanggu – Gili Trawangan – Gili Air – Gili Meno)
 
Più
- l’aria e l’atmosfera che si respira in tutta Lombok, finalmente qualcosa che è in grado di essere parte integrante del paesaggio e delle persone che lo animano
- Kuta Lombok con il suo piccolo villaggio sonnacchioso, le capanne senza elettricità (come gran parte del villaggio in molti momenti della giornata), una spiaggia principale praticamente semideserta ad ogni ora e una tranquillità impensabile solo fino a pochi giorni prima
- Gili Nanggu che, nonostante sia forse un posto più adatto a famiglie tedesche dedite alla pratica dello scambismo, rimane pur sempre una piccola oasi che ti sognerai volentieri per i restanti 335 giorni dell’anno
- il tris di Gili al largo della costa nord-ovest di Lombok, una probabile sorta di “Com’era?” rivolto a Bali; qui c’è tutto quello che si vuole, dalla spa alla spiaggia deserta, ma tutto rimane sempre a misura d’uomo e non è invadente.
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31 luglio 2009 4 commenti

… ci si rilegge a fine agosto/inizio settembre (mortaretti permettendo) …

 

10 luglio 2009 27 commenti

… abituarsi come accettare un compromesso tra le esigenze pratiche e la natura solitaria … abituarsi alle intrusioni, accettarle come inevitabili conseguenze del vivere tra gli altri … vivere le assenze e le mancanze di queste abitudini come una liberazione … e stamattina invece confondersi nell’assenza, percepirla come privazione …
 
 

Quest’anno poche parole, oltretutto non mie, anche se è come se lo fossero, a corollario di questo post che segna il passaggio dal al anno di vita del presente blog (i motivi che mi spinsero ad aprirlo li ho spiegati, più o meno,
l’anno scorso).
Come da tradizione sarebbe gradito un commento al passaggio, mentre io ci metto la compilation da scaricare:
 
 
 
BUBBLES
 
 
 
 
Buon ascolto e state bene.

COSI’ DIFFERENTE DA CIO’ CHE VIVONO GLI ALTRI
 
 
Come riassumere una nottata di pensieri stupidi, inutili, urgenti, gratuiti, pressanti, falsati, apocalittici, destrutturati, personali, voraci, omnicomprensivi e concentrici in una sola canzone in loop: 

20 maggio 2009 1 commento
 
“… non importa tanto l’inizio o la fine appunto, né forse la storia… sono le immagini e le sensazioni che sprigionano da esse che contano… e quindi inizio, fine, centro, sono quasi sostituibili…”
 
L’hai percepita veramente? O è stata solo una TUA urgenza quella che, dopo essere andato a letto poche ore prima stracolmo di birra fino alla punta dei capelli, ti ha fatto alzare alle 10 di mattina? Era la stessa che dopo un set di bricchi di Estathè bevuti neanche potessero essere la medicina miracolosa, una doccia inutile e qualcosa che nelle intenzioni era un “portarsi avanti”, ha messo in moto la macchina?
Pensare a cose che potrebbero far piacere, ad altre invece che sembrano già stupide ancora prima di assumere la forma di una fantasia e un’ora immaginata, vera, oppure no, che è ancora troppo lontana.
Spingere sull’acceleratore, adesso, consuma solo benzina. Inutile forse.
L’assurdo improvviso sta nello stupirsi come in così breve tempo si conosca una strada a memoria, come anche quella cazzo di scritta gigante della Lega Nord sia qualcosa di positivo, solo perché vuol dire essere vicini alla propria meta.
 
Due ore al tavolino di un bar, parole francesi si fanno largo attraverso il più classico e consistente accento milanese, la tua mano trema quando gira le pagine del giornale. E poi vie anonime, insolitamente afose per maggio, e mercati, ma non solo, affollati da troppa gente per un TUO sabato mattina.
Ci vorrebbero delle compagnie telefoniche più affidabili o dei polsini come quelli dell’uomo ragno. Ci potrebbe anche stare che abbia sbagliato tu, ma questo non è proprio il punto ora. A volte la redenzione supera tutto e tutti. Ed è qualcosa che ti sembra di riconoscere a tratti, mentre in altri proprio no, ti fa paura e camminare a testa alta allo stesso tempo.
Si può scommettere sulla propria vita? Perché sembra una sensazione così ambigua quando, dopotutto, dovrebbe essere il nostro primo compito giornaliero? Una cosa che dovremmo fare inconsciamente tutte le volte che usciamo dai nostri sonni, dai nostri letti, dalle nostre case.
 
E poi è salita, stallo orizzontale e infine apertura. Porte e finestre prima, persone dopo. E anche se non tutto è facile o immediato come forse davi per scontato, oggi capisci che non ci vuole niente di questo, nessuna supposizione, tutto va spazzato via. Comprensione, vicinanza e contatto, parole da tatuarsi sulla propria pelle come monito per imprese future.
E lei? Sì, è lei. Sei tu? Sì, sono io. Basta e avanza. Eccome se avanza, nonostante anni di perifericità vitale che si trasformano in ondate di insicurezza e inadeguatezza. Fai scudo con le braccia, racchiudi-ti-mi-ci e non permettere a niente e nessuno di entrare in questo centro bipolare.
Osservi le distanze che aumentano fino a diventare metri, per poi ridursi in un istante a zero, osservi lei e il modo come… il mondo nel quale si muove, osservi te stesso, anche se propriamente non potresti dire di farlo, e comunque senti la prima piccola calamita che affiora sottopelle, un’altra e un’altra ancora, centimetro per centimetro, fino a completare il tetris della tua superficie.
 
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La mancanza fa necessariamente parte del sentimento (un assunto che forse nobilita la sensazione, ma non ne riduce l’intensità).
La mancanza è un sensazione metrica-decimale, si misura e si confronta (un’attività che non le rende onore, anzi, probabilmente la mercifica).
La mancanza è come una gara di Formula Uno (si fa presto ad andare fuori giri, o addirittura di pista).
La mancanza è un controsenso, se si vuole vederla come il costante e quasi concreto pensiero di una persona, cosa, situazione (e il pensiero della mancanza !?!).
La mancanza come sintomo di qualcos’altro, mai semplice sensazione a sé stante, indipendente (positivo o negativo sia l’insieme del tutto).
 
E’ bello sbagliare e rendersi conto che si è ancora in grado di chiedere scusa con un’immediata naturalezza. Altrettanto lo è realizzare che ci sono persone in grado di farti capire che hai sbagliato e vogliono guidarti sulla strada dell’ammissione e della consapevolezza. Questo ti permette di decidere senza sapere, senza doversi per forza lanciare dai blocchi della certezza. E anche se per la prima ora non c’è nessun gesto, poche parole e alcuni sguardi assenti, a cercare di sorreggere te stesso su due gambe che sono diventate lunghi e sottili elastici, puoi capire. Grazie ai tuoi sbagli che sembrano essere anche i suoi, come imposizioni che ogni tanto ci impegniamo a sostenere, nonostante dentro di noi sappiamo di volere tutto il contrario. Va bene, ti va bene anche così, se sei disposto a scommettere che dopo tutto tornerà. Lei tornerà.
A volte c’è insieme la paura del passato, del presente e del futuro. Altre, molte altre per fortuna, non c’è tempo, solo l’adesso che sembra allungare le sue mani come un bambino che si alza sulla punta dei piedi per raggiungere il vaso delle caramelle sul ripiano più alto della credenza.
Sei sempre stato proiettato al momento successivo nella tua vita, e non per decidere cosa fare, dire, pensare, bensì per contemplarlo nella sua immobilità apparente. Ora invece c’è solo l’urgenza di vedere, toccare, sentire, esserci! Anche a costo si sanguinare.
 
La metropoli ci guarda, ma non giudica.
Le notti passano attraverso il riflesso di insegne etniche, mille e una parole, aggiustamenti di tiro, insistenti clacson e il costante suono dei lampeggianti. Tracciano scie che arrivano fino a domeniche iniziate su diversi livelli temporali ma che si riannodano subito, per finire sempre più tardi, le quattro, le cinque, oggi quasi alle sette. Gesti che sanno di quotidiano e un lento, lentissimo ritornare a una vita sotto naftalina quasi, tanto quanto l’aria viziata delle tue stanze chiuse per giorni.
Osservare la pila di piatti, bicchieri e posate sporche instabilmente in bilico nel lavello. Stupirsi prima e mettersi a ridere poi, pensando alla stessa situazione in un’altra casa a chilometri di distanza, a quanto questo sia sintomo di influenza.
Alla fine, è “solo” un continuo re-impararsi.
 
  

 
La seconda caffettiera è quasi finita ormai, accendo la sigaretta numero? Troppe, decisamente troppe, meglio non fare il conto. Mi ostino allora a leggere una raccolta di racconti italiani che definire brutta è forse un complimento, maledicendomi quando penso che molto probabilmente potrei dare la merda a tutti loro se solo il mio impegno fosse tale, e ogni tanto mi alzo, faccio la spola tra la cucina e il salotto. Appoggio la fronte al vetro del bow window, che mi ricorda chissà perché sempre i canali olandesi, godendo di quello sbalzo termico inaspettato e osservando le vie sotto di me spruzzate da una pioggia fine, ma incessante, in questa classica giornata/non-giornata, grigia com’è non potrei definirla altrimenti.
Tornando sui miei passi, ogni volta, la osservo dormire, raggomitolata tra i vari cuscini, sotto al piumone. Mi appoggio allo stipite e rimango lì, immobile, mentre il fagotto di sensazioni ed emozioni continua a mutare le sue forme e dimensioni. Ho paura, sto bene, sono confuso, perplesso, ridicolo, superiore, inadeguato, immune, vittima: tutto nello stesso istante. E allora come si fa a capirci qualcosa?
Un’altra tazza di sbobba e mi dico che non c’è niente da capire. Cerco di convincermi di ciò, nonostante sappia benissimo che non sono fatto così, io le cose prima o poi finirò per stenderle su un tavolo operatorio e sotto una luce asettica, bisturi alla mano, andrò a sezionarne le varie parti, alla ricerca di un cancro, magari inesistente, magari benigno, pur sempre in caccia però.
Passerò sulla e attraverso la linea temporale, che per me è come quella del famoso cartone animato anni 70, e sarà forse questo a fregarmi, il voler ripercorre quello spazio come se fossero i miei passi nervosi sotto casa sua per un arrivo in anticipo.
Non riesco a stare nel momento, con la testa sono spesso proiettato a quello successivo, non tanto per decidere cosa fare, dire o pensare, ma solamente per contemplarlo nella sua apparente e impossibile immobilità.
Questo a breve termine, perché poi, oltre ai 100mt, sono anche un campione della maratona, che come si sa è molto più impegnativa e faticosa. Altro che castelli, qui c’è tutta una viabilità da sostenere e il piano regolatore ha già i suoi mafiosi infiltrati. Non fanno la voce grossa, perché sanno che contano. Ci sono, eccome se ci sono, basta questo a loro, la coscienza dell’essere percepiti e temuti.
Solo che poi tutto si allinea all’improvviso, scompare, basta un movimento, un centimetro su centimetro e io non sono più io, o meglio quell’io di prima, forse a tratti nemmeno sono porpriamente. Ed è allora che mi rendo conto per la prima volta da giorni: questa sembra, ma non è la mia casa.
 
 
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BREVI DI CRONACA
 
Tempo. Tempo, tempo!!!! Sembra che ne occorra per tutto ma che non ve ne sia mai abbastanza. Maledetto tempo! Mi senti, tempo? Sei un maledetto! Dalla parte di chi stai, insomma!
 
 
Questo passo è tratto da “Il canto della neve silenziosa”, un racconto stupendo di Hubert Selby Jr, contenuto nella raccolta omonima.
Lo rileggevo sabato mattina, davanti a me un Piazzale Loreto mai così distante dalla semplice e immediata associazione con “il supermarket multietnico della droga 24h su 24”, vuoi anche per le insegne giganti dai colori ora muti, sotto un sole caldo e un leggero vento proveniente da chissà dove (come se dentro a Milano il vento non potesse arrivarci).
Leggendolo è diventato lampante che in quel momento del tempo non me ne fregava proprio niente, stavo bene nel qui e ora, senza necessariamente avere sotto i miei piedi un domani, un dopo o qualcosa di programmato da fare, al quale pensare. Ed era strano che accadesse a me, abituato come spesso sono a sentirne la costante mancanza, il perderne le tracce. 
E potevo anche abbandonarmi nell’andirivieni tra ricordi ed esperienze passate, senza patire alcun sintomo di nostalgia, vera o presunta che potesse essere. Ero come una delle tante piccole persone che là sotto si muovevano tra macchine, strisce pedonali, bar e sottopassaggi. Una delle tante persone che osservavo domandandomi dove portavano le loro storie, quando la mia è apparsa molto simile a quella del protagonista del racconto:
 
“Si fermò e rimase immobile a guardare e sentirsi la neve addosso. Si voltò a guardare dietro di sé il punto in cui le impronte erano cessate. Una parte di lui ambiva a ripercorrere i propri passi per tornare a far parte della gioia che aveva provato per così poco, ma sapeva di non potere… di non… volere ignorare le altre voci che gli risuonavano dentro. Si girò e, deciso, s’incammino verso casa. Non sapeva cosa era successo ma di qualunque cosa si trattasse sapeva di avere ormai speranza e che quel che era stato poteva tornare a essere. Poteva ridestare una parte di quella gioia per portarsi a casa il canto della neve silenziosa. Poteva dividerla con altri. Camminava più svelto ora. Sapeva che gli occhi gli brillavano e che Alice l’avrebbe notato. Sapeva anche che ora poteva tenerle la mano.”
 
 
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7 aprile 2009 8 commenti
DA PICCOLO VOLEVO FARE IL CALCIATORE
 
Sono quasi le 7, ti appoggi al muro fuori da casa, accendi l’ultima sigaretta di una serie iniziata la mattina precedente, la cui stima farebbe morire d’infarto Veronesi anche se la stessa venisse eseguita dalla Questura (ovvero come minimo dimezzandola), e osservi un jogger che nella tua visione al rallentatore sembra metterci mezzo secolo per fare la via in cui abiti, fatta di una decina scarsa di numeri civici. Si forma un sorriso sulle tue labbra, per l’inevitabile assurdità contrapposta della scena e nonostante ormai gli odiati uccellini siano già tutti impettiti sui loro alberi a cinguettare. Decidi che forse per questa volta la si può finire qui, anche perché lo sai, tra poche ore sarai sveglio a rigirarti nel letto nel tentativo di mettere il bavaglio alla moltitudine di immagini e sensazioni che faranno la fila per farsi notare: avide stelline in cerca dei loro 5 minuti di fama.
 
Cinque ragazzi, chi più chi meno, con alle spalle e nel presente situazioni estremamente diverse, ma che, credo di poterlo dire per tutti e cinque, condividono una visione delle cose comune, o quanto meno questa visione particolare, quella di creare dal nulla qualcosa per gli altri, per farli stare bene e cercare di dimenticare per qualche ora i piccoli e grandi problemi che assillano la vita di tutti i giorni. Questo sono Le Torte Fatte In Casa e il party per il loro 2° anniversario è andato benissimo, non esiste altro aggettivo possibile. C’erano timori all’inizio, perché dopo essere partiti proprio da lì ritornavamo a Milano, perché avevamo scelto un locale storico, nonostante negli ultimi tempi non se la sia passata molto bene, come il Tunnel (non voglio fare il conto, ma anni fa era sovente parte di una classica doppietta che finiva in Pergola – RIP), perché comunque anche quando le sensazioni sono buone si sta sempre all’erta e alcuni tendono addirittura a sminuire per parare eventuali contraccolpi. E invece tutto è stato pressoché perfetto: locale strapieno e atmosfera felice, rilassata, partecipe, praticamente fino a chiusura. Lo vedi negli sguardi delle persone che hai fatto, stai facendo la cosa giusta, nel loro sudore, nel loro agitarsi oltremisura. Lo vedi nei gesti e nelle loro parole della sera stessa o del giorno dopo, che siano via sms, on-line o di persona. Lo vedi perché lo senti tu stesso e per una volta tanto decidi di fidarti ciecamente delle tue sensazioni.
 
Non sarai mai un organizzatore/dj professionista e anche se sei disposto ad ammettere che questo lieve ma costante aumento di consensi è una brutta bestia da tenere a bada per il proprio ego, la cosa non t’interessa proprio, anche perché non ne avresti minimamente le capacità. Sei solo una cloaca musicale iperattiva che si è fatta un po’ l’orecchio su cosa può funzionare e cosa no, in pista o meno, tutto qui (aggiungendoci che qualche centinaia d’euro a fine mese in più non guastano). E lo dimostra bene la costante convinzione che facendo questo tipo di cose (organizzare party e fare il “dj”), sottrai tempo ad altre ben più importanti; ci pensavi proprio oggi mentre eri indeciso se comprare lo yogurt ai frutti di bosco o quello alla banana, quando una ragazza di New York nelle tue orecchie vocalizzava “Somewhere over the rainbow”: saresti disposto a bruciare tutti i tuoi cd e i miliardi di MP3 accumulati negli anni, se solo qualcuno fosse in grado di assicurarti che un domani sarai capace di scrivere il libro che da secoli hai in testa. Però non è così, perché nessuno ti assicura niente, e anzi, forse a lungo andare questa sta diventando una scusante veramente troppo comoda da usare, quasi quanto un’amaca su una spiaggia caraibica.
 
Però sei un “dj” che nonostante lo stato brado di un set altamente alcolico e agitato (complice anche un’invasione pacifica di consolle e successivo lancio della scenografia, da parte degli organizzatori stessi), riconosce le facce davanti a lui: quelle degli amici che sempre ci hanno sostenuto e per la primissima volta una familiare nel vero senso della parola, ma anche quelle di gente “solo di vista”, quelle di persone conosciute poco prima di iniziare a mettere i dischi e ancora quelle dei soliti “davanti sei grande, dietro getto merda a palate”; e sei estremamente felice nel vederle, tutte, dalla prima all’ultima, senza distinzione.
Ma sei pure un “dj” che sempre nella situazione sopra descritta, si ripete che, anche senza motivi realmente tali, non deve esagerare con A a discapito di B, pensa se sia reciproca la sensazione di guardarsi negli occhi con C D F …, realizza che ha creduto oltremodo in una persona idealizzando fosse portatrice di salvezza, bacia e si abbraccia ripetutamente con il suo compare di consolle, si mette in piedi su uno sgabello quando parte New York New York e finisce dentro al vuoto totale del Tunnel chiuso, snocciolando un rosario fatto di ripetuti “volevo fare la ninna io, volevo fare… ”.
 
Adesso però la sto facendo troppo lunga, quindi dei contratti milionari e delle proposte di matrimonio ricevute nei giorni successivi ne parlerò un’altra volta…
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8 marzo 2009 3 commenti

D’AMORE, DI SOLITUDINE E DI CAZZATE 2.0

X: The Wrestler
X: è una botta di tristezza e pessimismo
 
Y: fighissimo!
Y: appena visto
Y: a me è piaciuto molto
 
X: anche a me
X: cazzo, però, già sono in depressione
 
Y: sì sì devastante
 
X: mi vedo film così, non va bene
 
Y: davvero non va bene
 
X: tre sole parole
X: anzi quattro
X: solo
X: come
X: un
X: cane
 
Y: BBBBUHAUAHUAHAUH
Y: scusa eh…, ma detto cosi mi fai spisciare
 
X: finiremo come lui ?
 
Y: ciki fanculo
 
X: ahahaha
 
Y: FANCULO
Y: ci ho pensato anch’io
 
X: oggi sono pessimista ancora più del solito
X: promettiamo che ci facciamo compagnia ? se finiamo così ?
X: bbbbhauahuaha
 
Y: e dicevo… questo va con la zoccola a scopare invece di andare dalla figlia, e la perde definitivamente…. io ho fatto lo stesso venendo al party invece di andare …. cristooooo
Y: (promesso… ahahahah)
 
X: bè, ma che PARTY !!!
X: hahahaha
 
Y: ahahahah
 
X: tra te e s.b. è assurdo che in ogni foto avete un bicchiere in mano
 
Y: gesù. è esattamente cosi… ci pensavo e mi facevo schifo
 
X: ovvio che se non dovessi usare le mani per altro, anch’io sarei nella categoria
X: ahahahaha
 
Y: ahahahaha
Y: ti va bene a te!
 
X: di lusso !!!
 
Y: ho aggiunto …, ma non mi conferma l’amicizia
 
X: neanche a me non mi ri-aggiunge
 
Y: ahahahah
 
X: ahahahah
X: 2 loser
 
Y: comunque non sta molto su internet
Y: non è geek come noi
Y: possono anche passare giorni senza che controlli
 
X: ciò significa che ha una vita VERA
 
Y: ahahaha
Y: cazzo, sì
Y: mo’ mi metto a piangere però
 
X: diocane
X: ahahahahahaha
X: si ma ridendo
 
Y: …
 
X: …
 
 
 
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27 febbraio 2009 Nessun commento

 
… ragnatele come in vecchie stanze familiari …

  
 
 
Noob – Petit tulipe

12 febbraio 2009 5 commenti
UN’ALTRA ISTANTANEA DA TASCHINO
 
“Ho deciso di pensare al dopo quando sarà dopo, e non prima”
 
La domenica è sempre stata il non-giorno per eccellenza, e non solo nel caso di serate finite all’alba, anche oggi che ieri poco dopo mezzanotte eri già in casa lo è. Non fa per te quell’atmosfera di attesa svogliata e nemmeno le vie spente, costellate da ambulanti arrivati da chissà dove, come lo è tutta quella gente, della quale durante la settimana non c’è traccia alcuna, che continua a fare avanti e indietro tra il lungo lago e la piazza.
Un non giorno che passa in sottofondo tra tante piccole cose da fare: pulire casa, ascoltare meglio quel determinato disco, bere tazze di tè, leggere un articolo ritagliato qualche giorno fa, fumare, preparare la prossima puntata in radio, osservare l’uomo dei palloncini fare la spola tra l’angolo e il parcheggio dove ha lasciato il furgoncino. Piccole cose apparentemente senza senso, ma che alla fine, a forza di spintoni, riempiono una domenica.
Capita che invece oggi, quando il confine tra giorno e sera diventa labile, decidi di uscire, di accettare un invito, cercando di non sentire quell’aria ambigua attorno a te mentre vai verso la macchina e di cancellare, accelerando, le ultime coppie che sfilano al tuo fianco di pari passo con la sequenza di alberi evirati.
 
Mentre ti domandi se sia giusto essere qui, se ci sia un motivo, se tutto questo non sia pronto a sfociare nel solito no-sense, ti sorprendi nel constatare quanto quel leggero storcersi delle sue labbra e inclinarsi della testa, quando la conversazione sembra andare troppo in là, siano simili alla trasfigurazione involontaria che senti sul tuo volto nei momenti di disagio. Come se ci fosse appena stata una scossa tellurica interna che si è propagata per tutto te stesso, segnalandola ad un osservatore attento solo nella parte ora più vulnerabile. Per fortuna il corpo non sempre obbedisce alle leggi della mente, è la conclusione momentanea.
 
Non ti senti in te, non dici quello che vorresti, non fai niente di più del minimo indispensabile oltre al respirare ed emettere ogni tanto qualche frase. E’ come se fossi incastrato tra la violenza di questi muri rosso sangue e la solidità del lungo bancone di legno lucido. Una postura che vorrebbe sembrare naturale, ma che il tuo spostarsi ogni fottuto secondo rivela non esserlo.
Quando tra le parole, lei ricorda che poco tempo fa in questo bar ci lavorava, mentre tu tanti anni addietro ci eri passato un paio di volte per giri non propriamente oratoriali, sembra possa esserci finalmente una via di fuga bell’e pronta, qualcosa per giustificare questo tuo sentire. E anche se a ben vedere, scavando non troppo a fondo, salterebbero fuori tutte le incongruenze del caso, basta comunque poco affinché i dubbi riescano a posizionarsi come ballerine handicappate su ogni superficie piana disponibile.
 
Quando uscite ti sembra di respirare per la prima volta da chissà quanto tempo. Tu silenzioso e lei che venendoti addosso ogni tanto incalza, “faccio sempre tutto io”, costringendoti a ribattere con frasi velate di auto-sadica ironia.
Un sottile vento gelido sale dal lago, infilandosi in ogni falla possibile del tuo abbigliamento fin troppo primaverile per essere inizio febbraio, anche se a ben vedere è lo stesso che hai usato per tutto l’inverno.
Tremi e lei lo sente. Te lo dice. Rispondi che è vero, come potresti negare se è seduta sulle tue gambe, ma va bene così, ti piace qui.
Piccole onde si increspano, riflettendosi come carta stagnola, grazie a una luna piena e un cielo sempre più scuro che, nonostante questo, ha delle sembianze limpide nella tua retina ancora sorpresa dalla prima domenica spalmata d’azzurro acceso ovunque.
Non ti sorprenderesti a veder spuntare le telecamere, i fari, gli assistenti, etc, perché in effetti questo è proprio il classico scenario da film. Da buon fantasista quale sei gliel’avevi anche detto, ancora prima di ritrovarvi qui: “non sarà troppo romantico?” Eppure, nonostante e finalmente la sua pelle e le sue labbra siano quel qualcosa in grado di dare significato a un momento, la sceneggiatura non sembra essere stata scritta come avresti voluto o ti saresti aspettato. Forse perché non sei stato l’unico a metterci mano? Oppure perché continui a vedere un finale che non andrà bene per nessuno? Nemmeno per l’occhialuto della terza fila infastidito dal rumore di caramelle scartate.
Non capisci chi dei due non si voglia lasciare, o lasciare andare. La trama non è per niente chiara, come nelle migliori performance di Lynch.
 
“E’ proprio vero che tu hai un mondo tutto tuo”.
Non sai se sia vero, perché credi che ognuno viva nel suo di mondo, solo che certe persone hanno uno, due strati, altri di più. Qualcuno orizzontali, altri verticali, chi trasparenti e chi multicolore. Però per voler camminare o abitare in un mondo, qualsiasi esso sia, bisogna prima capire come fare. Questo sì che è così per tutti. E allora la questione non è più solo vivere nel proprio di mondo, ma imparare a vivere in esso e nel continuo contatto con tanti altri diversi dal tuo.
 
 
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The Cinematic Orchestra – Transformation
Fever Ray – Keep the streets empty for me

3 febbraio 2009 Nessun commento
PILLOLE DA UN WEEKEND LUNGO
E IN COSTANTE AM
 
Ven 3.40 AM
 
Concludo una serata che potrebbe essere catalogata, per svariati motivi, con il più classico dei “dalle stelle alle stalle”, in modo altrettanto no-sense: mangiando un pacchetto di Fonzies e finendo l’ultimo sorso di Braulio rimasto in un bicchiere.
 
Sab 00.40 AM
 
Mi domando quanto gli altri se ne freghino degli altri e fino a che punto sia giusto intromettersi in tutto questo. Anche e soprattutto se in uno di quel “altri” è compreso un tuo amico. Sentirsi combattuti tra quanto può far male la realtà a bruciapelo in confronto al fastidio personale di una verità negata.
 
Sab 1.00 AM
 
S: Ciao.
Y: Ma vi conoscete già?
Z: Massì, ogni tanto chattiamo.
(nonostante faccia un uso abbastanza continuato del mezzo informatico nel corso della giornata lavorativa, è la prima volta che mi capita di essere definito come: una conoscenza da chat; e sì, fa un effetto strano)
 
Sab 2.30 AM
 
Appunto sul taccuino: Nessuna illusione, nessuna sofferenza?
 
Dom 01.00 AM
 
Faccio un paragone, frasi come “Ricordati la mia faccia” e “Sai chi sono? Sì? Bene”, non le sentivo da quando da ragazzino frequentavo i campetti da calcio con il tè caldo a fine primo tempo e i genitori ringhianti attaccati alle recinzioni dietro le porte.
 
Dom 3.00 AM
 
Riprovo la sensazione, ormai talmente lontana nel tempo che mi giunge quasi nuova, di essere vicino a un vasetto aperto di miele durante una festa di orsi a digiuno da mesi, appena usciti dal letargo.
 
Dom 5.00 AM
 
X: Quanto mi piace la Milano-Meda.
X, Y & Z discutono per 20 minuti sulle reti autostradali europee e relativi costi, caselli, etc.
(per una volta tanto ci tengo a precisare che non sono nessuno dei/delle tre, poi dicono a me che sono quello strano…)
 
Dom 6.00 AM
 
Penso alla fine del primo mese del 2009, a come sia stato inaspettato e sorprendente per certi versi, mentre per tanti altri per niente facile, anzi. Penso a come i miei amici, chi in un modo e chi in un altro, mi siano serviti più di altri periodi, molto probabilmente senza nemmeno rendersene conto.
  
 
 

(* qui, in versione Daytrotter session) 

22 gennaio 2009 5 commenti
LIFE POINT ?
 
Un punto di non ritorno è quando fai fatica a ricordare perché sei diventato quello che sei, quali passi hai scelto di fare e quali altri no per arrivare all’adesso. Forse non c’era un’idea nemmeno all’inizio, eppure qualcosa non torna, una strana sensazione, indefinibile, prende piede. La stessa che una volta rientrato a casa alla sera, ti fa voltare verso la porta chiusa, grattare la testa distrattamente e trattenere l’impulso di uscire ancora, nonostante tu sia certo che non sapresti dove andare.
L’unica “fortuna” è che da un punto di non ritorno non si può tornare indietro.
A(p)punto e a capo.

6 gennaio 2009 3 commenti
HELLO TO YOU, 2009
 
 
“Non ci dovrebbe essere vergogna nell’ammettere, semmai nel celare” – Anonimo
 
 
Sei sulla via. Le vie. Si aprono davanti a te. Una, un’altra e ancora… Sono scelte anche queste? O è casuale come per tante altre cose? Dovrei solo tenere a mente l’arrivo, la mia casa, indipendentemente dal giro che farò? Oppure scegliere con cura se voglio che diventi lunga, il più breve possibile, percorrere quella in teoria più deserta, quell’altra con probabilmente ancora un paio di bar aperti?
Ma poi, saranno cose alle quali dedicare più di un secondo d’attenzione?
Liquido tutto facendo la prima cosa che farebbe una persona normale, inizio a camminare, e anche se alla fine è stata una non-scelta, le vie che percorro sono ugualmente deserte. In lontananza il bagliore delle luminarie di Natale sotto i portici e in controluce, quando passo vicino a un lampione, quello che a prima vista appare come pulviscolo, ma che relazionato alla condensa del mio fiato, potrebbe nel giro di poco tempo diventare una nevicata.
Risolto il dubbio amletico della direzione, mi sento comunque spaesato, anche se quello che provo lo riconosco subito: è la mia stupida insensatezza che ritorna. E anche se questa sua particolare declinazione ha un vestito che odora d’armadio chiuso, visto che era qualche anno che non veniva indossata, la pancia mi fa male lo stesso e il corpo si accartoccia su se stesso, cerca di rimpicciolirsi come se mi potessi trasformare in una matrioska, arrivare allo stadio più piccolo possibile, l’ultimo, depositare lì la mia gemma di disagio e lasciare che gli strati vengano ripercorsi all’indietro per mettere distanza, spessore, barriere.
Ho bevuto solo una birra questa sera, capita raramente, eppure non mi sento per niente lucido, anzi, direi tutto il contrario. Continuo a passare sui punti, intravedendo di sfuggita una linea immaginaria. Intravedendo… immaginaria… di sfuggita… punti… ecco!
“Cosa cazzo mi sta succedendo?” vorrei mettermi a urlare mentre il porfido continua a scivolare sotto i miei piedi. Sarebbe terapeutico? Uno sfogo? Non so. Non credo, perché nell’istante in cui il pensiero si forma, c’è anche una risposta immaginata (strano?! sto formando delle scenette nella mia mente). Una risposta che ha la mia voce e dice: “Ma se lo sapevi già che sarebbe andata a finire così, cosa ti lamenti a fare?”
Vaffanculo a me. Al me che domanda e al me che risponde. Ai me tutti assieme.
Un appiglio non può essere una fune, né tanto meno una scialuppa di salvataggio. E’ un appiglio e basta. Quando lo capirò? Quando imparerò a prendere le cose come vengono senza volerle plasmare con lo stampo della perfezione? Quando la smetterò di cercare di inseguire istanti a ripetizione nella vana impresa che formino un continuum?
Non ho nessun motivo di sentirmi così, eccetto che mi sento così, sono fatto così. Ma se faccio lo sforzo di creare il castello, le stanze, i giardini e la prigione, per una volta tanto potrei anche cercare di camminare tra quei sentieri curati, e non dico sdraiarmi nella stanza del re, ma almeno smetterla di finire sempre e comunque rinchiuso nei sotterranei.
Tutte queste strutture quando poi si ritorna sempre negli stessi luoghi, come nature morte che si credeva di non aver mai visto, nell’impressione veloce del passaggio distratto, ma che invece hanno quella sensazione di appartenenza, come un antico ritratto di famiglia.
Davanti al Duomo, nella piazza ricca di lampioni, mi rendo conto che adesso i fiocchi sono veramente fiocchi, anche se la loro velocità fa presupporre una vita breve. Come quella che inconsapevolmente attribuivo, attribuisco a te? Quando dentro di me ripetevo come un mantra, “Mi fai paura, mi fai paura, mi fai paura…” e tu ti avvicinavi inconsapevole. Perché è così, sono solo io qua adesso, nessun altro. Non ho alcuna prova, indizio, riscontro pratico al momento. E l’odio sale.
Ero io a spaventarmi, non tu, molto probabilmente tramutata da me in un collage di mille pezzi presi chissà dove. Io che ero già avanti mentre le tue mani toccavano le mie, mentre tu scherzavi allontanando e guidando. Io che dicevo “domani” e tu che rispondevi “propri spazi”. I tuoi occhi e le tue smorfie che non ho capito, prima volta in vita mia, e forse da quello avrei dovuto intuire che sarebbe stata dura.
Una persona normale spazzerebbe via la cenere inesistente di un passato che non è mai nato e non ha nemmeno avuto il tempo di farlo, io invece no, io, ricco di illusioni e immaginazione, vorrei trovare le lacrime per piangere una morte inutile, insensata. Una non-morte. Ma non ce la faccio, forse per fortuna questa volta, è troppo forte l’odio verso me stesso per potermi lasciare andare a patetici pietismi lenitivi. Se cerchi di costruire un’intera persona da una leggera impronta, come pensi che possa esserci qualcosa in grado di lenire? Come pensi che ci possa essere qualcosa proprio!
Le chiavi girano, il portone che sbatte e il tepore inumano di una casa vuota.
Anche se ormai sono le tre di notte e lo so che dovrei concentrarmi su altro (fottuti buoni propositi), è più forte di me, il foglio bianco di word è stato aperto e io ho iniziato a vomitare senza senso. Bla bla bla bla, tutte quelle parole che nego agli altri ma che alla fine ogni tanto finiscono qua sopra, dove comunque e chiunque le potrà leggere lo stesso, quando in realtà vorrei solo l’oblio. Quell’oblio che momentaneamente viene spazzato dalla speranza che il cellulare si illumini o addirittura che il citofono suoni, e un secondo dopo spero che no, meglio così, recidere subito il cordone di quella cosa che non ha ancora avuto nome né sembianze, affinché il distacco, da me forse e solamente immaginato, faccia male ora e mai più, diventi un’altra perla nel lungo cordone delle mie stupidità insensate.
 
E forse Melodium ci ha preso proprio in pieno, cerebro spin, quindi un altro giro ancora, di straforo, e facciamo che il nuovo anno inizia domani… buon 2009.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Una delle ricorrenze alla riapertura del blog, è sempre stata quella di cambiare il sottotitolo, quest’anno no, mi sembra evidente da questo primo post che ce n’è ancora di strada per imparare la lezione.

24 dicembre 2008 2 commenti

UN ALTRO GIRO
 
Non sempre è facile trovare qualcosa per mettere in pausa il blog alla fine dell’anno. Una battuta, un racconto, un video, una foto… questa volta mi sembra troppo facile fare il paragone tra la giornata di ieri e l’andamento di quella lunga linea che per convenzione si riassume con il numero 2008.
 
Gag coi botti: un tecnico della società che ci fornisce l’hardware sfonda una vetrata di cristallo di una delle nostre sedi provinciali, forse pensando di avere doti sovrannaturali e poterci passare in mezzo come se niente fosse, e allora passo quasi tutta la mattinata scopando pezzi di vetro, mentre lui, sanguinante incredibilmente solo a una mano, fa quello che doveva fare prima di volersi candidare a stuntman dell’anno.
 
La rivincita dei nerds: casualmente la riunione di screening annuale viene fissata alla ore 15 dell’antivigilia. Il sottoscritto passa l’esame da parte dell’analista incaricato con una sola piccola annotazione, mentre la collega che si occupa dell’altra società (gemella della mia) ne sente di tutti i colori. Siccome è da quando ho iniziato a lavorare qui che ci sono vertenze in ballo tra noi due (più che altro perché lei è solita farsi accompagnare dall’alterigia e dall’acidità), godo come un porco che si rotola nel suo trogolo, almeno fino a quando arriva il terremoto e io invece credo che mi stia per venire un infarto.
 
Ad avere occhi per vedere: leggo una mail e nonostante già sapessi che il contenuto sarebbe stato feroce e spietato (anzi, ero stato proprio io a chiedere questa franchezza da coltello alla gola), il colpo è comunque duro da incassare. Non ho nemmeno la scusante dell’impegno, dell’averci provato, sotto quel punto di vista, l’impegno da queste parti non c’è dal precedente post di chiusura anno.
 
Solo una spintarella: quando si fa qualcosa per pura e semplice passione, come ci si sente quando qualcosa va storto e non per colpa propria, ma per noncuranza, sì, solo per semplice noncuranza, altrui? (la risposta è ovvia).
 
X & Y – (it’s all in your mind)
X: E perché non me le dici?
Y: Perché sarebbero storie senza senso, che parlano di te, di te e di me, insomma proiezioni.
X: Ma se praticamente non abbiamo ancora avuto il tempo di conoscerci.
Y: Appunto!
Il sottoscritto non va da nessuna parte, dato che risparmia per due possibili gite fuori porta primaverili, ma il blog chiude per un po’, a rileggersi nel 2009 (magari con quella citazione tratta da LMVDM tatuata sulla parte interna delle palpebre).
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18 dicembre 2008 13 commenti


DOPPIO OOOHHH ISSA’ !

Quest’anno, non so se per la particolare bontà mia o vostra (scarterei a priori però la prima ipotesi), l’appuntamento raddoppia: dopo la parentesi estiva, arriva anche quella invernale.
Senza troppi giri di parole, qui sotto il link per scaricarla. 
State bene.

[alt. download]
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11 dicembre 2008 7 commenti
L’ARTE DEL DILATARSI

  
“Sto imparando a nuotare
Importante è sentire l’acqua che scorre
Non fare resistenza
L’acqua deve scorrere via
Armonici dovrebbero essere i movimenti delle braccia.
Di più.
E si deve stare calmi, quando si prende aria.”
 
 
Come aggiungere strati su strati nelle melanzane alla parmigiana, prima o poi la casseruola finisce e tocca smettere, infornare, ogni tanto controllare e via così fino alla cottura ottimale. Come un accumulatore di energia, prima o poi bisogna staccare la spina, altrimenti o lo si rovina o per un sottile gioco masochistico si ritorna al punto di prima, e tocca aspettare ancora.
Quante sensazioni, emozioni, pensieri, possono sedimentare in un essere umano? Infinite? Tante? Poche? E come si decide una volta raggiunto il limite, suppongo diverso per ognuno di noi, chi o cosa dovrà essere eliminato per far posto al nuovo/a arrivato? Si potrebbe rispondere che come la lima epura dal superfluo, così opera anche la nostra coscienza, ma questa ha anche il suo rivale mascherato che grazie a “IN”, è capace di rendere inaspettato ciò che solo un secondo prima sembrava ovvio, e viceversa.
Capita così che dopo un ponte festivo vissuto in bilico sulle ore piccole, che si potrebbe semplificare, e di molto, in tre istanti…
 
° la similitudine tra il moto di centinaia di persone quando in mezzo a loro scoppia un rissa e certe scene da un documentario su degli anemoni che si muovono sospinti dalla corrente in profondità.
° la convinzione che non si può paragonare l’andare in bicicletta con il flirtare.
° lo stupore quando un corpo decide di fare tutto il contrario rispetto a quanto apparentemente deciso dal suo governatore e aguzzino.
 
… ci si ritrovi immobili ad osservare il proprio profilo attraverso una leggera nevicata che lentamente si trasforma in impronte, per poi sciogliersi definitivamente in acqua che scorrerà chissà dove. Si è stanchi, non potrebbe essere altrimenti, si è contenti, perché era da tempo che non c’era questa urgenza di commistione generalizzata, ma anche straniti da una sensazione che, più le macchine si fanno rare, più spinge per sovrapporsi a quell’immagine nel vetro.
Si può avere paura del bene? Si può avvertire la speranza quasi fosse una minaccia? O è solo il timore verso una dipendenza che potrebbe diventare sempre più insaziabile?
La risposta forse è nella rilettura, ancora una volta, della citazione iniziale tratta da LMVDM di Gipi; ripetersi che non si deve fare resistenza, stare calmi e non avere paura dell’aria.
 
 
°°°
Right Waway, Great Captain! – I was a cage