Chronic city
di Jonathan Lethem
– Il Saggiatore -
Checché se ne dicesse a livello globale, la città stava soffrendo per un novembre feroce. In preda a una specie di shock da guardaroba, nessuno riusciva a trovare l’abbigliamento usato di solito a gennaio, e per la strada tutti camminavano ingobbiti come insetti deformi, storditi dal vento tagliente.
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L’atteggiamento di Perkus nei confronti della situazione del suo nuovo amico Chase si collocava in una zona di sospensione del giudizio, illuminata a giorno però dai suoi soliti riflettori inquisitori.
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… mai infrangere le illusioni degli altri se non si è certi di poter offrire un’alternativa migliore di quella a cui li si vuole strappare.
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Ti sei mai domandato perché il consumatore medio è a disagio con i film in letterbox, quelli con le bande nere sopra e sotto l’immagine? Non perché la maggior parte delle persone è programmata per essere ipocrita, anche se lo è. I canali via cavo continuano a proporre versioni a schermo intero per evitare che gli spettatori si soffermino su quel margine del fotogramma, che ricorderebbe loro tutto quello che non si vede. Quella vista è intollerabile. Quando lo sguardo vaga oltre il bordo di un libro o di una rivista, tu noti la tesatura apparente della realtà quotidiana, il tavolo su cui la rivista è posata, poniamo, o la gamba dei tuoi pantaloni. Quando il tuo sguardo scivola oltre il bordo dell’immagine in letterbox, ti ritrovi di fronte a quel che è incorniciato e proiettato in quel margine: dovrebbe essere qualcosa, e invece è nulla, una tenebra inquietante, una zona di negatività. La vera ragione per cui questi margini sono così spaventosi è che ci costringono a domandarci se non siano la stessa cosa. Forse il tavolo o la gamba dei tuoi pantaloni hanno con la rivista che vi sta posata sopra lo stesso rapporto intrattenuto dalle immagini con il vuoto che le determina in alto e in basso sullo schermo.
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La nevicata, benché di poco conto, rallentò la città fino alla depressione, con un declino cerimoniale simile all’abbassamento di una bandiera a mezz’asta.
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A volte mi domando se sono l’unico a conoscere persone così diverse e tra loro inconciliabili. Maud, al suo solito tavolo da Daniel, vigile e vibrante per un’invisibile ma onnipresente rete di sociale personale, e Perkus, nel suo rifugio sull’84esima strada, impegnato a sperimentare la propria realtà quotidiana su una griglia di cianfrusaglie culturali, visioni simultanee di mondi reciprocamente escludentisi. Forse però esagero. Forse capita a tutti di avere questa impressione. La mia particolarità (ammesso che io ne abbia) sta nella disperata e pervasiva entità della mia empatia. Sono davvero una specie di vuoto riempito dalle persone con cui mi trovo, e in loro assenza divento di un’insulsa neutralità. C’è qualcosa in me che mi induce a una comoda plasticità, a una sorta di modularità.
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Per tre ore ero rimasto assente dalla vergognosa libidine del sopravvissuto da cui mi era capitato di sentirmi pervaso in occasione di altri funerali, quella vertiginosa e colpevole percezione del perdurare della propria felice libertà di banchettare, scopare e defecare, di sprecare ore saltando da un canale tv all’altro, guardando spezzoni di film o risolvendo a metà un cruciverba con la penna a sfera, per poi lasciarlo da parte, di non fare un bel niente, a parte starsene seduti a onorare la memoria di un’altra persona la cui felice libertà si è esaurita. In quel momento, però, a ripensarci, la libidine di quelle tre ore mi travolse tutta in una volta.
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Perkus sembrava aver bisogno che Manhattan fosse al contempo fasulla e in macerie (“This town is wearing tatters!”, questa città è vestita di stracci, cantava Mick Jagger) per avallare le sue istituzioni. Manhattan, però, non era shattered, devastata, nel senso indicato dagli Stones nel 1978, cioè come sarebbe convenuto alle necessità di Perkus. Secondi recenti stime, la città era aposto, strapiena di soldi, un po’ noiosa, persino. Stando, perlomeno, alla compiacente testimonianza dei milioni di persone che ogni mattina controllavano il sito TigerWatch prima di indossare gli scarponi per la neve d’aprile e andare al lavoro in metrò, come al solito, e di sera riempire i bar e starsene a casa a vedere I soprano o gli Yankees, telefonando per far decollare qualche fattorino cinese in bicicletta. Ecco, in questo Perkus aveva ragione: milioni di persone addormentate che non laceravano mai e neppure scostavano il velo del sogno. Io ero uno di loro, un babbeo nato, ma perlomeno stavo ad ascoltare le terribili verità di Perkus. Era forse un teorico del complotto? Fece una smorfia disgustata, come se gli avessi dato del critico “rock”. L’unico complotto era il complotto della distrazione. E i cospiratori noi stessi.
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Il fatto che le cose sfuggano alla tua attenzione, Chase… non significa che tu possa sfuggire a loro.
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Era la mia maledizione quella di apparire non rovinato dalla mia rovina.
Postilla squisitamente PERSONALE
Lethem non si discute, è probabilmente uno tra i migliori scrittori viventi dell’ultima generazione. Un autore abile a maneggiare diversi tipi di letteratura e tutti più che bene (qualità che seconda me rischia di poter diventare però un’arma a doppio taglio), passando dalla fiction alla fantascienza dal romanzo di formazione al poliziesco.
Con questo suo ultimo libro riconferma come sia in grado prima di tutto di saper caratterizzare in maniera ottima i personaggi che popolano le sue storie (Perkus Tooth su tutti, ma anche gli altri non scherzano) e successivamente di essere capace di miscelare tra loro i vari generi da lui percorsi precedentemente.
La storia è reale, ma sfugge, quasi quanto la New York nella quale è ambientata o la verità che cercano i protagonisti.
Un appunto che mi sento di fare è la lunghezza (a causa della quale ogni tanto ne risente anche il ritmo). Lethem avrebbe dovuto o tagliare molto di più oppure lasciare che il flusso si trasformasse in qualcosa di ancora più mastodontico, in grado di sommergerti per farti rendere conto solo alla fine che era tutta una finzione. Oppure no?



da “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem – Marco Tropea Editore