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Posts Tagged ‘lethem’

29 novembre 2010 Nessun commento

Chronic city
di Jonathan Lethem
– Il Saggiatore - 

 
Checché se ne dicesse a livello globale, la città stava soffrendo per un novembre feroce. In preda a una specie di shock da guardaroba, nessuno riusciva a trovare l’abbigliamento usato di solito a gennaio, e per la strada tutti camminavano ingobbiti come insetti deformi, storditi dal vento tagliente.
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L’atteggiamento di Perkus nei confronti della situazione del suo nuovo amico Chase si collocava in una zona di sospensione del giudizio, illuminata a giorno però dai suoi soliti riflettori inquisitori.
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… mai infrangere le illusioni degli altri se non si è certi di poter offrire un’alternativa migliore di quella a cui li si vuole strappare.
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Ti sei mai domandato perché il consumatore medio è a disagio con i film in letterbox, quelli con le bande nere sopra e sotto l’immagine? Non perché la maggior parte delle persone è programmata per essere ipocrita, anche se lo è. I canali via cavo continuano a proporre versioni a schermo intero per evitare che gli spettatori si soffermino su quel margine del fotogramma, che ricorderebbe loro tutto quello che non si vede. Quella vista è intollerabile. Quando lo sguardo vaga oltre il bordo di un libro o di una rivista, tu noti la tesatura apparente della realtà quotidiana, il tavolo su cui la rivista è posata, poniamo, o la gamba dei tuoi pantaloni. Quando il tuo sguardo scivola oltre il bordo dell’immagine in letterbox, ti ritrovi di fronte a quel che è incorniciato e proiettato in quel margine: dovrebbe essere qualcosa, e invece è nulla, una tenebra inquietante, una zona di negatività. La vera ragione per cui questi margini sono così spaventosi è che ci costringono a domandarci se non siano la stessa cosa. Forse il tavolo o la gamba dei tuoi pantaloni hanno con la rivista che vi sta posata sopra lo stesso rapporto intrattenuto dalle immagini con il vuoto che le determina in alto e in basso sullo schermo.
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La nevicata, benché di poco conto, rallentò la città fino alla depressione, con un declino cerimoniale simile all’abbassamento di una bandiera a mezz’asta.
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A volte mi domando se sono l’unico a conoscere persone così diverse e tra loro inconciliabili. Maud, al suo solito tavolo da Daniel, vigile e vibrante per un’invisibile ma onnipresente rete di sociale personale, e Perkus, nel suo rifugio sull’84esima strada, impegnato a sperimentare la propria realtà quotidiana su una griglia di cianfrusaglie culturali, visioni simultanee di mondi reciprocamente escludentisi. Forse però esagero. Forse capita a tutti di avere questa impressione. La mia particolarità (ammesso che io ne abbia) sta nella disperata e pervasiva entità della mia empatia. Sono davvero una specie di vuoto riempito dalle persone con cui mi trovo, e in loro assenza divento di un’insulsa neutralità. C’è qualcosa in me che mi induce a una comoda plasticità, a una sorta di modularità.
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Per tre ore ero rimasto assente dalla vergognosa libidine del sopravvissuto da cui mi era capitato di sentirmi pervaso in occasione di altri funerali, quella vertiginosa e colpevole percezione del perdurare della propria felice libertà di banchettare, scopare e defecare, di sprecare ore saltando da un canale tv all’altro, guardando spezzoni di film o risolvendo a metà un cruciverba con la penna a sfera, per poi lasciarlo da parte, di non fare un bel niente, a parte starsene seduti a onorare la memoria di un’altra persona la cui felice libertà si è esaurita. In quel momento, però, a ripensarci, la libidine di quelle tre ore mi travolse tutta in una volta.
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Perkus sembrava aver bisogno che Manhattan fosse al contempo fasulla e in macerie (“This town is wearing tatters!”, questa città è vestita di stracci, cantava Mick Jagger) per avallare le sue istituzioni. Manhattan, però, non era shattered, devastata, nel senso indicato dagli Stones nel 1978, cioè come sarebbe convenuto alle necessità di Perkus. Secondi recenti stime, la città era aposto, strapiena di soldi, un po’ noiosa, persino. Stando, perlomeno, alla compiacente testimonianza dei milioni di persone che ogni mattina controllavano il sito TigerWatch prima di indossare gli scarponi per la neve d’aprile e andare al lavoro in metrò, come al solito, e di sera riempire i bar e starsene a casa a vedere I soprano o gli Yankees, telefonando per far decollare qualche fattorino cinese in bicicletta. Ecco, in questo Perkus aveva ragione: milioni di persone addormentate che non laceravano mai e neppure scostavano il velo del sogno. Io ero uno di loro, un babbeo nato, ma perlomeno stavo ad ascoltare le terribili verità di Perkus. Era forse un teorico del complotto? Fece una smorfia disgustata, come se gli avessi dato del critico “rock”. L’unico complotto era il complotto della distrazione. E i cospiratori noi stessi.
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Il fatto che le cose sfuggano alla tua attenzione, Chase… non significa che tu possa sfuggire a loro.
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Era la mia maledizione quella di apparire non rovinato dalla mia rovina.

Postilla squisitamente PERSONALE
Lethem non si discute, è probabilmente uno tra i migliori scrittori viventi dell’ultima generazione. Un autore abile a maneggiare diversi tipi di letteratura e tutti più che bene (qualità che seconda me rischia di poter diventare però un’arma a doppio taglio), passando dalla fiction alla fantascienza dal romanzo di formazione al poliziesco.
Con questo suo ultimo libro riconferma come sia in grado prima di tutto di saper caratterizzare in maniera ottima i personaggi che popolano le sue storie (Perkus Tooth su tutti, ma anche gli altri non scherzano) e successivamente di essere capace di miscelare tra loro i vari generi da lui percorsi precedentemente.
La storia è reale, ma sfugge, quasi quanto la New York nella quale è ambientata o la verità che cercano i protagonisti.
Un appunto che mi sento di fare è la lunghezza (a causa della quale ogni tanto ne risente anche il ritmo). Lethem avrebbe dovuto o tagliare molto di più oppure lasciare che il flusso si trasformasse in qualcosa di ancora più  mastodontico, in grado di sommergerti per farti rendere conto solo alla fine che era tutta una finzione. Oppure no?

18 settembre 2009 Nessun commento
Memorie di un’artista della delusione
di Jonathan Lethem
- minimumafx - 
 
Nell’avanzare una critica, bisogna essere onesti e benevoli. Essere disonesti significa essere malevoli. Ed essere malevoli significa essere disonesti verso se stessi e la propria arte.
*
Ogni stanza in cui ho vissuto fin da quando, a undici anni, me ne fu data per la prima volta una tutta per me, è stata piena, e in genere traboccante, di libri. Il mio lavoro di commesso nelle librerie è sempre proseguito senza soluzione di continuità in privato: disporre sugli scaffali e mettere in ordine alfabetico, montare mensole e sfogliare volumi – nella mia collezione e in quella altrui – in modo da farmi almeno una qualche idea del maggior numero possibile di libri. E il numero di libri che possiedo cresce così costantemente che si rende necessaria una cernita altrettanto costante: se vengo meno a questa pratica rigorosa, si verifica una vera e propria eruzione vulcanica. Mi sono anche murato vivo in mezzo alla musica: prima a forza di vinili, poi di cd. Le mie case sono sempre state incredibilmente dense di informazioni, come capsule di sopravvivenza dopo la guerra nucleare, o modelli ingranditi del mio cervello. Questo – la stanza come cervello – è un paragone di cui mi sono spesso servito per descrivere le stanze altrui, ma ho cominciato ad usarlo per il sospetto di aver esteriorizzato io per primo il contenuto del mio cervello, a beneficio di chiunque fosse intenzionato a guardarlo.
[…]
Può darsi che le mie stanze siano state un’armatura, una maschera o una barba, ma avrei voluto che milioni di ammiratori ci sbirciassero dentro e mi vedessero lì, e che in quel momento provassero per me al tempo stesso pietà e rispetto.
*
In fondo, ascoltare ogni sera in cuffia i ventun minuti di assolo di chitarra di Robert Fripp fino a impararli a memoria non era poi così diverso dal vedere Sentieri selvaggi una dozzina di volte, se non per il fatto che una delle due attività era più meditativa e mi metteva sonno e l’altra richiedeva energia e mi metteva rabbia. In entrambi i casi, e in decine di altri, il mio desiderio era quello di sottomettermi e lasciarmi sommergere, se non addirittura di morire un po’. Tendevo a preferire, fra le altre cose, le opere d’arte che richiedevano un certo grado di resistenza fisica, che riproducevano la sconfinatezza delle galassie e spossavano i miscredenti. Ignorando la fame o la necessità di andare in bagno durante le tre ore di un film di Kubrick o di Tarkovskij esprimevo un voto a sfavore del mio corpo, con le sue innegabili fitte di dolore e angosce, e in favore di un’identità fatta solo di occhi e cervello, sospesa nel vuoto della pura arte. Se non avevo paura di quel genere di dissoluzione non avevo motivo di temere neanche la morte, e così mi sarei trovato un passo avanti nella scala evolutiva. Scaricavo enormi quantità di arte dentro me stesso, ma contemporaneamente scaricavo me stesso al di fuori della mia famiglia, del mio corpo e della mia vita, su una libreria piena di Opere Complete, o nell’etere della musica e del cinema.
*
Siamo di fronte a un bambino che nei suoi primi anni di vita mangiava “verdura che raccoglievano nel bosco”, che fu rimandato a casa da scuola – nel Sud rurale – per “abbigliamento inadeguato” (ossia, sacchi di patate). Un adolescente che rimase quasi fulminato quando un paio di giovanotti bianchi, per divertirsi, lo invitarono a toccare la batteria di una macchina con cui stavano armeggiando. Un uomo che, durante la sua permanenza in carcere negli anni Ottanta, molto tempo dopo aver affogato il suo incubo dell’”abbigliamento inadeguato” in un’abbondanza di velluto, pelliccia, pelle e gemelli preziosi, fu scoperto a nascondere decine di migliaia di dollari in contanti dentro la cella, palese espressione della certezza che nella vita non poteva aspettarsi aiuto da nessuno se non da se stesso, che la società era soltanto una fragile invenzione sotto cui si annidava una giungla di solitudine e violenza, e che se non era James Brown a proteggere James Brown, non l’avrebbe fatto nessun altro.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Solo l’ultimo pezzo, quello su James Brown, meriterebbe l’acquisto di questo libro, ma nonostante questo devo dire che il resto è abbastanza altalenante, al di là dell’indubbia qualità letteraria di Lethem, il vostro piacere di lettura dipenderà molto dall’affinità o l’interesse per i temi trattatati.

23 maggio 2006 2 commenti
da “Testa di pazzo” di Jonathan Lethem – Marco Tropea Editore
 
La parola è tutto. Lasciatemi sfogare e vedrete. Divento un imbonitore da fiera, un banditore d’asta, un attore teatrale, un oratore pieno d’ispirazione, un senatore ubriaco d’ostruzionismo.
[...]
E’ in questa forma diminutiva che le parole ribollono dalla cornucopia del mio cervello e si rovesciano sulla superficie del mondo, pizzicando la realtà come dita su tasti di pianoforte.
*
“Non è solo che mi piacciono le donne dai seni grossi” mi disse Minna una volta, anni dopo, quando aveva già scambiato le ragazze di Court Street con il suo strano, gelido matrimonio. Camminavamo assieme per Atlantic Avenue, mi pare, e una donna di passaggio gli aveva fatto voltare la testa. Anch’io la voltai, naturalmente, e di scatto, con movimenti esagerati e di seconda mano, da marionetta. “E’ un malinteso molto comune” continuò, come lui fosse l’idolo e io, il suo pubblico, un’enorme massa di gente che tentasse di interpretarlo. “Il fatto è che per me una donna deve avere un certo quantitativo d’imbottitura, capisci che cosa voglio dire? Qualcosa fra te e lei, che faccia da isolante. Altrimenti, ti ritrovi contro la sua anima nuda.”
*
Il Casinò era il nome dato da Minna a quel buco che era la rivendita di giornali, una tana grande quanto un grosso armadio, con una parete riservata alle riviste e il resto dello spazio occupato da un frigorifero rifornito di Pepsi e Snapple. Il nome era dovuto alle lunghe file di persone che tutte le mattine aspettavano di poter giocare al Lotto o a Grattevinci, o di puntare su un sistema prefabbricato o di comprare un biglietto della lotteria, e al patrimonio ammassato dai proprietari coreani del negozio grazie al gioco d’azzardo, nonché ai cuori che vi venivano silenziosamente spezzati ventiquattr’ore su ventiquattro. C’era qualcosa di magico nell’ubbidiente attesa di quelle persone, alcune delle quali di vecchia immigrazione, altre di nuova, tutte illetterate tranne che per il povero linguaggio del gioco prescelto. Deferenti, davano la precedenza chiunque avesse realmente qualcosa da comprare, come una rivista, o una confezione di batterie, o un lucidalabbra. Quella docilità faceva piangere il cuore. I giochi finivano praticamente appena cominciati, con la vernice dorata grattata via dai biglietti con una chiave o una moneta, il risultato negativo che c’era sotto messo a nudo. (New York è una città tourettica, e questo grande, continuo grattare, contare, stracciare in comune ne è il sintomo). Il marciapiede fuori dal Casinò era cosparso di biglietti gettati via, sentiero delle speranze perdute.
*
Avrei fatto in fretta a capirlo: il Minna che era tornato non era lo stesso di quello che se n’era andato. Aveva perso la sua allegria, come un bambino che, crescendo, perde il grasso. Non trovava più un lato divertente in tutte le cose, aveva perso il gusto per il vasto spettro della commedia umana. La porta attraverso la quale usciva la sua attenzione si era ristretta, e quello che ne veniva fuori adesso era sempre amaro, risentito. faceva anche molto più in fretta a spazientirsi, e chiedeva meno “racconta la tua storia” e più “cammina”.
*
C’è un sacco di traffico, nella mia testa, e va nei due sensi.
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Danny… dedicai un po’ del mio tempo a Danny Frantl. Scivolava attraverso questa crisi com’era sempre scivolato attraverso la vita, tanto inerte da essere praticamente una presenza ambientale.
*
“Sì” disse.
“Non riesco a farti realmente interessare al mio caso” esclamai.
“Oh, sono interessatissima. E’ solo… E’ difficile parlare delle cose che per noi sono importanti. Con le persone nuove. Le persone sono così strane, non credi?”
“Hai ragione.”
“All’inizio bisogna fidarsi di loro, perchè dopo un po’ tutto abbia un senso.”
“E’ questo che stai facendo con me?”
Fece cenno di sì, poi mi appoggiò la testa sulla spalla. “Ma tu non mi chiedi niente di me.”
“Scusa” esclamai, sorpreso. “Penso… penso di non sapere da dove cominciare.”
“Quindi capisci che cosa voglio dire.”
“Sì.”
*
A questo punto la bacia di nuovo, in modo da impedirmi di rispondere. Sentii che mi premeva il pollice, molto delicatamente, contro il pomo d’Adamo, un gesto che non potevo esattamente ricambiare. Invece, le accarezzai l’orecchio e la guancia, invitandola a venirmi più vicino. Poi la sua mano si abbassò, e anche la mia, e allora sentii la mia mano e il mio cervello perdere la loro particolarità, la loro contiguità, la loro specificità per entrare a far parte di una consapevolezza generale, sognante e arresa alla curiosità. La mia mano si sentì più un guanto da baseball che una mano, o la mano di Topolino, qualcosa di vasto e smussato e morbido. Non contai i punti di Kimmery che toccavo. Condussi un’ispezione generale, presi qualche tenero campione.
*
E invece ecco chi ero: la stessa silhouette d’uomo disegnata su un libro, ma tracciata dalla mano di un bimbo pazzo o distratto o ritardato, con grosse righe di un colore idiota, una tempesta di segni tale da violare i confini che rendono l’uomo distinguibile dalla strada, dal mondo.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Una volta finito questo romanzo, mi sono chiesto come abbia potuto lasciarlo “riposare” nella mia libreria all’incirca per tre anni e l’unica risposta che mi posso dare adesso, è che mi sia fatto trarre in inganno da alcune parole lette qua e là (hard-boiled, detective, ecc.). C’è un protagonista che è semplicemente stupendo, dei comprimari tratteggiati a regola d’arte e sullo sfondo una Brooklyn non ancora “snaturata” dalla “riscoperta intellettuale”. Aggiungendoci una vena umoristica mai troppo ingombrante e un occhio preciso e pungente, un gran bel libro è fatto.

“Men and cartoons” di Jonathan Lethem

Men and cartoons
di Jonathan Lethem
– minimumfax -
 
Stava ancora crogiolandosi nella noia. Non era ancora convinto che quella distrazione si sarebbe trasformata in un evento, che avrebbe avuto un vero impatto sul suo pomeriggio.
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“Sarei tentato di dire com’è piccolo il mondo”.
“Sì, oppure siamo noi a essere molto grandi”.
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Non aveva un tono sarcastico. Non c’era più traccia di provocazione in lui, se non quella che ci proiettavo io.
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Accennai di nuovo all’idea di invitarli da me per un aperitivo. Da quando mi ero lasciato con Gia Maucelli avevo tutte le serate libere e mi ero fissato con il progetto che avevo precipitosamente esposto a Adam Cressner, continuando da allora in poi a immaginarmi la scena: un incontro fra adulti, condito da vino e conversazioni sofisticate. Benché non facessi più parte di una coppia, nella mia fantasia avevo ancora la vita sociale di un uomo accoppiato. Cressner e la sua altissima compagna sarebbero venuti a casa mia per un aperitivo. Grazie ancora alla presenza aleggiante di Gia avrebbero visto la coppia di cui avevo fatto parte, e con la loro presenza effettiva avrebbero ratificato la coppia di cui un giorno probabilmente avrei di nuovo fatto parte. In altre parole, forse Roberta aveva un’amica da presentarmi.
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Doran si rese conto di come i suoi sentimenti verso la ragazza cambiavano, come la luce attraverso un prisma in movimento, a seconda del contesto in cui tentava di inserire la sua certezza corporea di una loro precedente conoscenza.
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Costringerci a rientrare nel mondo dei nomi, delle nostre vere vite individuali, sarebbe parso uno strappo nel velo di terrena arbitrarietà che avvolgeva la nostra passione. Certo, tutto questo era morboso, adesso me ne rendo conto.
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La lattina giapponese era vuota. Matthew è andato in cucina a prendere la prima delle Sierra, senza il minimo imbarazzo. Non beveva come se quella fosse un’occasione di bagordi, o volesse renderla tale. Sembrava quasi che per lui la birra fosse una necessità pratica, che gli servisse a mo’ di zavorra.
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Ogni mattina gli scuolabus si mettevano in fila lungo il marciapiede come grossi cartoni di succo d’arancia rovesciati, e ne colava fuori la vitamina umana della follia infantile, un caos di voci sbeffeggianti e di ombre che danzavano intrecciate nella luce lunga della mattina.
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Doveva andare più a fondo, trovare qualcosa di più evocativo, qualcosa che si intrufolasse sotto la pelle della realtà e la rendesse mostruosa dall’interno.
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… da trovare il caos dei nostri cuori carichi di giovane desiderio tragicamente comico.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Questa raccolta mi è piaciuta ancora di meno dell’ultima di Moody. I racconti stentano a prendere ritmo, coinvolgerti, figurarsi colpirti. Unici a salvarsi: La visione & Pianeta zero spaccato.
Qui un assaggio.
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19 gennaio 2005 Nessun commento
da “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem – Marco Tropea Editore
 
Il tempo, in effetti, era una serie di giorni, e il film del mutamento di quella via era statico quanto una serie di fotogrammi dipinti a mano, esaminati uno a uno.
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Quel giorno Rachel parlava e Dylan ascoltava. Lei spruzzava parole come l’idrante aperto dai bambini portoricani all’angolo di Nevins Street nei giorni più caldi dell’anno spruzzava acqua, inarrestabile, a fiotti.
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Non era colpa loro se erano cinesi, e se glielo chiedevi loro si stringevano nelle spalle: sapevano che non era colpa loro. Tutti lo sapevano. In terza stavi a malapena cominciando ad abituarti alla tua pelle e non si poteva pretendere che tu ne fossi responsabile. Il resto era lasciato all’immaginazione di ciascuno.
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E’ la prima mattina dopo l’ultimo pomeriggio della seconda media. La primavera è libera di andarsene, e lui anche. La I.S. 293 è alle spalle di Dylan Ebdus, per il momento, può passare tre mesi senza attraversare Smith Street, se vuole. La terza media è una diceria lontana, una questione rinviata, e Dylan sa per esperienza che quell’estate potrebbe cambiare qualsiasi cosa, tutto. Lui e Mingus Rude, inoltre, e persino Arthur Lomb se è per questo, sono liberi dalla pagina “colora-secondo-i-numeri” dei loro giorni di scuola, dai loro ruoli prestabiliti di carnefici o vittime, pronti per un’estate incontaminata, quel terreno invitante per crogiolarsi nell’autotrasformazione. Chissà come finirà, a che cosa assomiglieranno quando sarà finita? Dylan sa solo che è in preda alla vertigine, sciolto, in volo.
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Le ristrette ora di luce in inverno erano anch’esse una forma di pazienza, una risposta stoica a nessuna domanda.
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La madre di Arthur calcolava la presenza di Dylan e preparava sempre una doppia dose di sandwich, ormai. Era penosamente facile cadere nella routine del frequentare abitualmente un ragazzino, se tu eri il suo unico amico e sua madre lo spaeva.
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Quella giornata era simile a una telefonata senza risposta, con il marciapiede muto che trillava.
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Gli scrittori non scrivono, se ne stanno in scena, invece, a recitare tra loro, emulando Mailer e Ginsberg. Abbiamo perduto una generazione. Arrivano giovani nel mio studio che dichiarano di voler vivere sotto una cupola geodetica e allevare api o comporre musica corale in esperanto. Di darsi all’improvvisazione. La tradizione è kaputt.
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Le auto si muovevano come meduse, appena distinguibili nel loro ambiente, un’increspatura dove il catrame incontrava l’aria.
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“Ma finirà mai di…?” riuscì ad abbozzare qualcuno. La domanda sulla bocca di tutti. Quella caduta incompiuta aveva spezzato molti cuori, non solo il mio.
“Preferirei non fare congetture” disse Abraham. “Quello è il compito di ogni giorno, a mio parere. Rifiutarsi di fare congetture, solo disporsi all’incontro. Solo capire.”
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Camden pullulava di privilegi al punto che era facile dimenticare che alcuni di noi non erano ricchi. Viaggiavamo tutti in cabina di prima classe, anche se alcuni di noi contemporaneamente dovevano spazzare il ponte.
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“Chi? Io?” Il suo tono di gioiosa sorpresa era esattamente quel che desideravo ispirare, in lei e in qualunque altro essere umano, sempre. Quando due corpi provano il crudo e arcano impulso a unirsi, quando ancora non si ha avuto il tempo di farsi del male a vicenda, è facile per uno far sorridere l’altro.
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Lei sbadigliò: “Perchè poi devi fermarti lì una notte?” Abby contava sulla noncuranza da risveglio per risolvere lo stallo della sera prima. Eravamo nel pieno di una guerra del silenzio, peggiore del solito. Valeva la pena provarci: tifavo per lei, anche se non potevo cooperare.
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Qualunque animale maschi, probabilmente, ha un’idea di quel che farà di sé la sera del giorno in cui rientrando a casa la troverà vuota: stanze che, come le mie, mostrano segni del primo passaggio affrettato verso un allontanamento definitivo. Forse ogni uomo ha una fantasia consolatoria e di autonegazione pronta per quel momento, una tana di coniglio in cui tuffarsi. Io, per lo meno, l’avevo. Dovevo solo stendermi sul divano per qualche ora, a sonnecchiare mentre fuori la luce tra gli alberi sfumava nel buio, le schegge di cofanetto della collera di Abby che ancora decoravano il pavimento ai miei piedi, per avere la mia occasione. Una volta che la sera fosse calata avrei solo avuto bisogno di cambiarmi la camicia, di lavarmi la faccia e di camminare per qualche isolato verso sud nella fresca serata per mettere in atto il mio piano. A tal punto il mio progetto di autoaffondamento era  a portata di mano, a tal punto ero pronto all’uso.
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Naturalmente, bisognava capire, prima di poter credere.
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A vivere all’alba del crepuscolo, ostaggio della pipa.
C’era una sola salvezza possibile in quegli anni, l’arresto. Dose giunse a bramarlo come un cambiamento di stagione, l’occasione per smettere di morire di fame sotto gli occhi di tutti. Si affumicò fino a ridursi a quarantacinque chili, poi a canali di scolo, e cominciò a implorare che lo arrestassero: Per carità di Dio, rimandatemi a Riker’s Island, prima che crepi!
Invisibile in una moltitudine di uomini invisibili, Dose doveva farsi notare per ottenere quello di cui aveva bisogno. Offrire roba a un agente in borghese o seguire una routine, lo stesso luogo ogni giorno, una maratona nel vicolo dietro la Tower Records o all’ingresso della OK Harris Gallery, finché qualcuno non chiedeva alla polizia di cancellare quella sbilenca firma umana dall’arredo urbano.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
un gran bel romanzo che tocca tante tematiche, ambienti, sottofondi. Si parla di giochi infantili, fumetti, droga, mode e tanta musica. L’adolescenza e la vita che avanza, le differenze razziali ed economiche, i rapporti familiari e gli scontri sociali sullo sfondo di una Brooklyn dai primi anni ’70 in poi.
Anche qui, trovate una recensione di Dario Voltolini apparsa su I Miserabili.

 

13 novembre 2003 Nessun commento

da "A ovest dell’inferno" di Jonathan Lethem

 

Le sue parole erano una patina condiscendente di simpatia stesa sopra uno sbadigliante abisso di noia.
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…la voce dura come lana di vetro.
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Be’ per un attimo ho pensato di aver perso di vista l’obiettivo – che era: perdere di vista l’obiettivo … la prontezza vigile e assidua al cento per cento è la nostra prima priorità. Seconda priorità: una beata e compiaciuta indolenza da idioti.
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…ammazzammo il tempo perché il tempo era l’unica cosa che avevamo.
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Si chiama selezione naturale, gente. Il futuro è dei forti. Ai miti toccherà ereditare il presente.
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Perché quasi trent’anni passati ad aspettare senza far niente, a perderci in distrazioni e dissolutezza, a perdere di vista il nostro buon senso e la nostra ragione, i meccanismi profondi secondo i quali siamo programmati, perché non dovrebbero trovare una splendida e gloriosa conclusione nel momento in cui ci riversiamo fuori dal nascondiglio e sbaragliamo il nemico senza pietà, e finalmente ci diamo dentro sul serio? Perché non dovrebbero beccarsi quello che gli spetta? Voglio dire, di cosa cazzo aveva paura?

 

Postilla squisitamente PERSONALE:
visioni & revisioni.