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15 settembre 2005 Nessun commento
da “La melancolia del corpo” di Shelley Jackson – minimumfax
(seconda e ultima parte)
 
Ci sono cuori più grandi dei pianeti: cuori neri che assorbono la luce, la speranza e il pulviscolo, che mangiano le comete e le sonde spaziali. Dirigibili foschi e immobili, sono sospesi negli spazi vuoti fra le galassie. Non li vediamo, ma sappiamo che stanno lì, e crescono.
Emanano una sorta di luce, ma è una luce all’incontrario che corre via dagli occhi di chi guarda per nascondersi alla vista, perciò questa luce, di cui ci piacerebbe tanto conoscere il colore (forse è un colore che non abbiamo mai visto, per il quale dovrebbero spuntarci nuovi occhi), assomiglia al buio più di qualunque buio normale, e sembra risucchiarci la vista dagli occhi e rendersi visibile sotto forma di un punto cieco.
Cuori neri, più pesanti del peso stesso. Troppo pesanti perchè la realtà li possa sostenere, la bucano e ci sprofondano dentro, fino al sogno che le sta sotto. Pulsano fiaccamente in fondo a un pozzo gravitazionale. Potremmo sederci sul bordo e gettare una lenza, se sapessimo che tipo di esca usare, ma se prendessimo all’amo il cuore riusciremmo a sollevarlo? E se il melancolico behemoth facesse risuonare spontaneamente il suo grido, disturbato dalle esche e i galleggianti, e noi lo intrappolassimo nelle reti, non si abbatterebbe sul ponte della nostra nave esausto per la sua stessa gravità?
No, è crudele strappare questi cuori al loro nascondiglio. gettiamo monetine nel buco, invece. Lancia un martini dalla poppa dell’astronave, lancia un bacio da un oblò e squagliatela, amico mio.
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L’amore è un incidente sempre in agguato.

13 settembre 2005 Nessun commento
da “La melancolia del corpo” di Shelley Jackson – minimumfax
(prima parte)
 
Il feto apre raramente gli occhi mentre qualcuno lo guarda, ma sappiamo che sono di un nero-blu profondo, come il cielo notturno quando ci si vede dietro lo spazio, e il suo sguardo è solenne, tenero, eppure talmente maestoso da essere quasi assassino.
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Una dopo l’altra, mi stavano tornando in mente tutte le cose che avevo lasciato a metà o fatto male in vita mia. la raccolta di poesie che non avevo mai finito. Una mia amica del Colorado che due anni prima dovevo andare a trovare, ma poi avevo cambiato programma senza avvisarla. Imparare a suonare la chitarra. La ragazza con cui ci avevo provato alla festa di Joanie, quella col nome assurdo, Fury. Quando era passata a trovarmi al negozio mi ero nascosta dietro alle spugne, ma lei mi aveva vista. Era sempre quello lo schema: un attimo di sincero interesse seguito da una lunga ritirata piena di imbarazzo.
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Era visibile a stento, un’effervescenza rosa, un punto iniettato di sangue nell’aria.
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Certe volte penso ancora che mi sbaglio, qualche stretta di mano calorosa non ha mia fatto male a nessuno. Penso: “Questo “catarro” in fondo che cos’è? Solo una convenzione sociale. Solo una transazione ritualizzata con cui la tribù riafferma i legami di affinità, convenienza e superficiale disgusto domestico che la tengono insieme. Senza i quali tutti saremmo pieni di paura e sospetto reciproci.
Ma poi ricordo: siamo pieni di paura e sospetto reciproci.
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Sta cadendo il sonno. Le briciole scorrono turbinando lungo la strada, si raccolgono ai bordi dei marciapiedi.
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“Tutto ciò che è perfetto si incendia e scompare”, disse George all’analista. “Una cosa perfetta non c’è bisogno che resti in giro tanto a lungo, ha già soddisfatto i requisiti dell’esistenza. Deja dice così. O forse una cosa perfetta non può restare fra noi perchè il nostro mondo e un mondo di approssimazioni, in cui non c’è spazio per la perfezione. L’esistenza è una forma di approssimazione; noi esistiamo per via di una sorta di offuscamento del mondo materiale. E quindi, tutti i tentativi di perfezione sono per forza di cose distruttivi”.
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… nella speranza di intravedere il nulla? Sì, lo riconoscerò quando non lo vedrò.
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Nemico di nessuno e amico di nessuno, il feto nasconde il cuore in una scatola chiusa a chiave, un nascondiglio segreto, forse un albero cavo nel bosco sotto un nido d’api, forse la stanza di una torre in cime a una montagna di vetro su un’isola battuta dai lupi in mezzo a un mare circondato da vulcani e distese deserte. Il feto non perde mai l’equilibrio.
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Voglio una vita da petardo: uno sfrigolio e bum, tutto finito.
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Ma non li stimo di meno per essere fuggiti. Tutti stiamo aspettando la nostra occasione. Dalla cura e dal dovere sboccia all’improvviso il fiore sconvolgente della novità: vibrante, imperioso, profumato di polline. E’ un mandato di comparizione, un’esca, un guanto di sfida. Se siamo onesti e coraggiosi abbiamo poca scelta: diamo un calcio alla nostra casetta felice e andiamo. Scendiamo dall’aereo e ci incamminiamo su una nuvola d’oro.
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Non che il dolore sia la cosa più brutta del mondo. Succedono cose interessanti, quando lo fai tuo davvero. Questa cosa da cui ti hanno insegnato a scappare ogni giorno della tua vita, all’improvviso diventa semplicemente un’altra nozione.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
i racconti presi singolarmente mi sono piaciuti tanto (Feto, Dildo, Sangue) se non  addirittura molto (Cuore, Catarro, Sonno, Grasso), ma nonostante l’idea di base della raccolta fosse molto buona, ambiziosa, accattivante, performante, il risultato è a tratti leggermente monotono. Ho avuto come l’impressione che cambiasse il cosa, ma non il come, dove, perchè, ecc. La sua scrittura rimane comunque visionaria e decisamente buona, quindi attendo speranzoso la prossima prova.