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9 ottobre 2008 3 commenti

LEAVING VARANASI

by foot

by tuk-tuk

[Tutta colpa del post sotto se ci torno sopra ancora una volta, ma sarà l'ultima, prometto. E fanculo al tubo che sgrana.]

17 settembre 2008 Nessun commento
INDIA 2008 – VARANASI & RISHIKESH
(quinta parte)
 
Varanasi
 
A Varanasi arriviamo la mattina presto, dopo un viaggio notturno in treno categoria 3AC. Se per la 2AC avevo parlato di relativa comodità, sdraiarsi nell’ultima cuccetta in alto sulle fila di tre disponibili (con tanto di zaino in mezzo ai piedi causa possibili ladri) equivale a fare le prove generali per la futura bara, e mi sembra che ciò basti per rendere appieno l’idea.
Qui, oltre che per la prima notte a Delhi, è stato uno dei pochi posti per il quale avevo già in mente alla partenza dove andare a dormire: l’ultima guest house nella parte nord dei ghat, quella più lontana dalla zona maggiormente turistica. Arrivarci non è stato facile, tra il primo, e ultimo, “fuck you” rivolto a un indiano (hanno cercato di fare lo stesso gioco di Orchha, negando però anche di fronte all’evidenza dell’insegna, e lasciandoci lì, senza poi portarci al posto pattuito), un passaggio in barca che ci volevano far pagare come una crociera sul Nilo e un povero vecchietto sul ciclo-risciò che dopo pochi metri ci ha fatto talmente tanta compassione da costringerci a scendere e seguirlo fino a destinazione “al passo”. Ne è valsa la pena però, nonostante sia stata la stanza più costosa da noi presa (900rp contro una media di 500rp), perché svegliarsi alla mattina su quel balcone, con tanto di scimmie passeggianti, che dava direttamente sul Gange aka “big mother Ganga” e su un ghat frequentato solo da indiani, non ha veramente prezzo. Per non parlare della distanza irrisoria al più importante burning ghat di Varanasi.
 
Premettendo che il sottoscritto è sempre molto affascinato e altrettanto morboso per un certo tipo di “strana quotidianità” locale, ovunque esso si trovi, i burning ghat sono qualcosa di realmente interessante. Si tratta di piattaforme di cemento della dimensione di una decina di metri quadrati affacciate sul Gange, dove vengono installate svariate pire funerarie, che altro non sono che cataste di legna dove sopra verranno poi depositati i defunti e fatti bruciare fino a ridurli in cenere. In quello che avevamo di fianco, vanno avanti 24 ore su 24, bruciando 200 cadaveri circa al giorno. I corpi vengono avvolti in un sari, poi immersi nel Gange, cosparsi di oli e spezie, e infine messi sulla pira. Ci sono tipi di legno più pregiato e altri meno, da qui si riconosce la ricchezza di una famiglia, le donne non possono partecipare alla cerimonia, ma stanno a casa a pregare e la cosa più strana di tutte, che ci è stata fatta notare da un signore che ci spiegava alcuni particolari, nessuno piange! Le ceneri poi vengono sparse nel Gange, addirittura sotto al ghat c’è un ragazzo nell’acqua fino alla vita che setaccia in cerca dei rimasugli di oro e argento, i gioielli delle donne, che verranno utilizzati successivamente come “fondo gestione” del burning ghat. Se avete avuto un moto di ribrezzo al pensiero di quanta cenere di corpi umani ci sia in quel fiume, aggiungo che i bambini e i sadhu, in quanto ritenuti esseri puri, non vengono bruciati, ma bensì gettati in mezzo al Gange con una pietra al collo (e ho visto più di una persona lavarsi i denti direttamente nel fiume).
 
Varanasi è una città molto calda (sarà che abbiamo trovato solo giornate di sole) che vive in bilico tra la tradizione e un’alta affluenza di turisti, anche se, devo essere sincero, questa commistione è molto meno fastidiosa rispetto ad altre parti dell’india, anche perché quell’alta va relativizzato alla massa d’indiani nella quale si confonde. Tra la zona dove stavamo noi, che alla sera con i suoi frequenti blackout diventa un labirinto ad ostacoli intervallato da lumini isolati e da canti provenienti dagli svariati tempi, e quella più a sud dove si trovano molteplici tipi di negozi e tanti piccoli ristoranti ricavati in ogni possibile spazio in grado di contenere qualche tavolo, l’atmosfera è sempre suggestiva. Come lo è fare una gita in barca, che sia all’alba e al tramonto, per osservare la vita che si svolge sui numerosi ghat (sicuramente più di 300 nei dintorni). In questa occasione (l’avevo detto che ci sarei tornato sopra) ho realizzato quanto sia fuorviante l’aspetto fisico degli indiani nel giudicare la loro età. Il ragazzo che ci ha accompagnato avrei detto fosse intorno ai 35 anni, peccato che dopo poco abbiamo invece scoperto che ne aveva 26 e da 5 era sposato con due figli. E non si tratta solo di una questione puramente fisica, lo si intuisce anche dai modi di fare, dal relazionarsi con la loro vita, ahimè, spesso non troppo agiata. Molto probabilmente tutto questo è dovuto alle condizioni fisiche e sociali nelle quali sono abituati a vivere, ma sono sicuro che tanto altro è anche frutto del loro credo, religione e spiritualità.
 
Varanasi sa essere anche una città molto dura, proprio per questo suo non nascondersi, nemmeno al suo status di città sacra e prova ne è questo scambio avuto con un guidatore di tuk tuk una mattina:
X: She’s dead?
(riferendomi a una donna accasciata, immobile, in posizione fetale, in mezzo a una strada fangosa)
Y: Yes.
X: And now?
Y: No husband, no family…
X: So? Now what happens?
Y: Maybe the police come to carry she far away.
X: And then?
Y: In the river.
 
Rishikesh
 
Rishikesh è stata l’ultima tappa, improvvisata visto che in teoria doveva andare a Calcutta, ma poterci stare solo due giorni e spendere quasi 100 euro di volo interno per poi tornare a Delhi (un quinto di quanto speso nell’intero viaggio), ci sembrava uno spreco evitabile.
Arriviamo alla stazione di Haridwar, strapiena di gente che dorme per terra sia all’interno che sul piazzale esterno (scena che si è sempre ripetuta fin dall’inizio) alle 4 di mattina e dopo un’ora di bus eccoci a Rishikesh, piccolo paesino diviso in due dal Gange.
Rishikesh viene considerata la capitale mondiale dello yoga, è piena di ashram (in uno dei quali hanno soggiornato i Beatles e pare addirittura vi abbiamo composto parte del White Album), nonché uno dei primi avamposti per le escursioni più lunghe verso l’Himalaya o per fare rafting nelle rapide.
Qui si possono apprezzare appieno le molteplicità, a volte contraddizioni, delle varie forme spirituali presenti in India. Tra la sensazione che i gestori degli ashram siano dei comuni e occidentali PR da discoteca, per come si sbracciano e sgolino nel tentativo di invogliare i pellegrini ad entrare, e la semplicità con la quale può capitare di incontrare una coppia di ebrei ortodossi, kippah e classici peot compresi, tra una moltitudine di fedeli indu.
Siccome però lo yoga e gli ashram non fanno proprio per me, una discesa di rafting volevamo farla ma i permessi iniziavano da settembre (ci siamo pure informati per il downhill, ma quello era solo in fase di progettazione) e per l’Himalaya non c’era tempo, né attrezzature, ma soprattutto forze, abbiamo passato gli ultimi due giorni a mangiare torte alla banana, bere lemonana e riposarci (se si esclude una scarpinata verticale di due ore, solo andata, verso una cascata immersa nel verde più totale), lasciando che tutto quanto visto e vissuto in un mese, avesse il tempo di sedimentare prima del ritorno.
  
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High Places – A field guide
2562 – Kameleon
  
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12 settembre 2008 Nessun commento
INDIA 2008 – AGRA, ORCHHA & KHAJURHAO
(quarta parte)
 
Pit Stop causa scoppio gommaAgra
 
Arrivare ad Agra è stato forse il viaggio più faticoso, anche se è durato poco più di 6 ore, perché se in Rajasthan quei due o tre bus presi si erano rivelati quasi confortevoli, da lì in poi la situazione è cambiata. I mezzi governativi sono vecchissimi e ridotti in pessime condizioni (piove dentro, sedili sfondati e già di loro di ridotte dimensioni, finestrini che reggono grazie al filo di ferro, etc.) e, come se non bastasse, la capienza numerata di 50 posti viene quasi sempre raddoppiata (bambini ammassati sui genitori che vomitano dal finestrino, persone in piedi ovunque o addirittura sedute sui poggiatesta e ,quando anche il limite fisico riesce finalmente a imporsi, tutti sul tetto).
 
Di Agra ci avevano parlato tutti abbastanza male e non è che sulle guide o in vari forum andasse meglio. Invece devo dire che quanto meno la zona di Taj Ganj non è niente male, calcolando soprattutto che è quella dei viaggiatori zaino in spalla, quindi lontana dalle comitive numerose e rumorose, ma stranamente vicinissima, forse 2 minuti a piedi, al Taj Mahal.
Appunto, il Taj Mahal… io all’inizio ero pure dubbioso sull’andarci, mi dicevo: sì, vabbè, troppo turistico, chissà quanta gente, etc, rinfrancato anche dalle parole di un ristoratore di Udaipur: “tanto il Taj l’hanno già visto tutti” (alludendo alle immagini che sicuramente ognuno di noi ha avuto davanti agli occhi almeno una volta nella propria vita). Devo dare ragione invece alla ragazza tedesca che a Jaipur era stata di tutt’altro avviso: “Vacci perché è un’esperienza”. Infatti è stato così. Nonostante le migliaia di persone, il tempo incerto prima e il diluvio poi, varcata la soglia di ingresso si rimane letteralmente ammutoliti davanti al suo profilo e all’imponenza, se poi ci si sofferma a pensare che è solamente la tomba di una moglie…
 
Tornando da Fatehpur Sikri, città fantasma ad un’ora da Agra, abbiamo avuto anche la sorpresa di sfilare lungo una festa mussulmana, che diversamente da quanto si potrebbe pensare è una via di mezzo tra una fiera di paese nostrana e un rave. Una fiera perché è pieno di baracchini che vendono cibo di tutti i tipi e varie giostre (mini ruote panoramiche o calci-in-culo azionati a mano!!) o giochi d’abilità (buttare giù i barattoli di latta con una pallina!!). Un rave perché agli incroci più grandi si vedono muri di casse che pompano musica a tutto volume fino a tarda sera (qui per la prima volta mi sono veramente interessato a un’artista locale, ahimè però non riuscendo ad ottenere informazioni su chi fosse).
 
Personaggio: il vecchietto del chai che si alza tutte le mattine alle 4 per essere pronto un’ora dopo ad aprire la sua baracca sulla via trafficata, dalla quale fino alle 11 non farà altro che correre avanti e indietro, con in mano un vassoio di latta e sopra i bicchieri in equilibrio. Serve quelli di passaggio e i negozi sull’altro lato della strada. Verso mezzogiorno chiude tutto, va a comprarsi una bottiglia di vino e si inoltra tra le piante e il fogliame dietro alla baracca del chai, va a casa.
 
Orchha
 
Orchha è indubbiamente il paese più piccolo dove abbiamo dormito, due vie che si incrociano e poco altro, ma nonostante questo, lì siamo stati fregati come in un film con Totò. Avevamo chiesto al guidatore di tuk tuk di portarci nel posto XY per dormire ed effettivamente il nome era quello, i prezzi corrispondevano a quelli riportati sulla Lonely Planet. Peccato che poche ore dopo, pranzando in un baracchino, ci siamo resi conto che proprio alle nostre spalle c’era un altro posto di nome Guest House XY e che, controllando sul biglietto da visita lasciatoci all’arrivo, quello dove dormivano si chiamava Hotel XY. (questa è la dimostrazione del potere della Lonely Planet anche nel più sperduto buco ormai)
 
Siamo rimasti solo una giornata a Orchha, ma nel pomeriggio è come se ci avessero catapultato in un film di Indiana Jones o qualcosa di simile. Prima perdendoci tra i molteplici palazzi, stanze, balconi, piani, del diroccato e deserto Jehangir Mahal, poi salendo grazie a un ragazzo balbuziente con i capelli rossi (che tra l’altro parlava un miscuglio di inglese/spagnolo/italiano), per delle scalinate strettissime, buie, ripide e mezze distrutte, fino al tetto del Chaturbhuj Temple, dal quale, in mezzo alle guglie, al muschio e a degli avvoltoi appollaiati, si godeva un effetto incredibile dei tempi e palazzi sparsi in mezzo alla giungla bassa che circonda Orchha.
 
Khajurhao
 
Khajurhao è una versione più grande di Orchha, ma proprio di poco: le due vie sono un po’ più lunghe e il vecchio villaggio leggermente più grosso. Qui abbiamo noleggiato delle biciclette per poterci muovere verso i 25 templi sparsi nelle vicinanze; templi interamente ricoperti di incisioni erotiche tra le più svariate, compresa una scena dove “un uomo è intento a dimostrare come un cavallo possa essere il migliore amico dell’uomo” (cit.)
Abbiamo passato gran parte del tempo insieme ai nostri due nuovi amici, Chibam e Chalee (qui sotto ritratti con il mio compagno di viaggio), due ragazzini rispettivamente di 11 e 12 anni, che ci hanno avvicinato il primo giorno e accompagnato nei dintorni. Uno con la sua bici e l’altro sulla canna della mia, ci hanno intrattenuto con le diatribe tra vecchio e nuovo villaggio (gli affaristi del nuovo non vogliono che quelli del vecchio si intromettano), portandoci a “take a shower” in un lago di acqua stantia non proprio invitante (dove abbiamo aspettato che loro, forti di anticorpi grossi come bulldozer, si divertissero a tuffarsi e guardarci quasi intimoriti dai loro ripetuti inviti) e venendo infine a mangiare con noi. A tavola non hanno voluto niente, se non un paio di bibite, e hanno continuato ad erudirci sulla vita in India, nella fattispecie a Khajurhao, dove però non vanno a scuola, visto che pare gli insegnanti fumino in classe, saltino le lezioni, etc., insomma non proprio un educazione modello. La frequentano un mese sì e uno no (passato quest’ultimo a cercare di imparare l’inglese dai turisti, evitando però gli sguardi di quelli del nuovo villaggio), in un’altra cittadina a un centinaio di chilometri di distanza, per un costo di 80 euro compreso vitto e alloggio, di certo non economico per gli standard indiani. La cosa che mi ha colpito di più, quando hanno iniziato a chiederci se avevamo la ragazza in Italia e continuando mimando fantasiosi amplessi con quella stupidità innocente che si ha quell’età, è che non sapevano minimamente cosa fosse l’AIDS.
Abbiamo passato anche tutta la mattinata seguente, prima di ripartire, con loro. Parlando dell’India e le differenze con l’Italia, facendogli ascoltare musica occidentale dai nostri I-Pod, vedere varie fotografie, regalandogli un sussidiario, due quaderni, qualche penna e infine lasciandoci con la promessa di spedirgli le foto (niente altro perché lo ruberebbero alla posta).
Dire che fossero molto più adulti, per certi versi, dei loro coetanei occidentali mi sembra quasi scontato, ma la sensazione è generalizzata a qualsiasi età (ci tornerò sopra prossimamente), posso invece certamente ammettere che è stato uno degli incontri più interessanti fatti in India e, anche se non ne sono così altrettanto sicuro, spero che il nostro gesto (non solo materiale, ma il dare confidenza, confrontarsi) sia servito ad allargare il loro mondo, seppur temporaneamente.
 
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Coming Soon – Howard’s mood
Mockingbird, Wish Me Luck – You got a friend to lean

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9 settembre 2008 Nessun commento
INDIA 2008 – UDAIPUR, PUSHKAR & JAIPUR
(terza parte)
 
Udaipur
 
Udaipur viene definita la Venezia d’Oriente e seppure il paragone mi sembri un po’ azzardato, devo ammettere che, nonostante il Lake Pichola sul quale la città si affaccia fosse in secca, o forse proprio per questo, il suo fascino decadente e fuori dal tempo può avere alcune cose in comune con il capoluogo veneto.
La sensazione di osservare il profilo cittadino con i suoi imponenti edifici bianchi dal basso, dove normalmente ci dovrebbero essere decine di migliaia di litri d’acqua, da quasi un sensazione di sovvertimento delle leggi naturali.
Leggi naturali che una sera verranno messe in discussione anche da un scarica, letteralmente, di pioggia, che se non era monsonica, ci hanno detto che sono tre anni che non passa da queste parti, di sicuro è bastata l’indomani a far innalzare visibilmente il livello d’acqua nel lago.
 
Udaipur è anche un punto strategico per fare un gita in giornata ai siti di Kumbalgarh e Ranakpur. Accompagnati da un’autista che terrà la stessa espressione facciale fino a sera, quando evidentemente non sarà troppo soddisfatto dalla mancia lasciatagli, sfiliamo attraverso una campagna verdissima: nuvole minacciose sopra le nostre teste che ogni tanto rilasciano scrosci improvvisi, e ai lati, sparsi tra il nulla, piccoli villaggi e isolate capanne di fango, tutta un’umanità in viaggio (pastori, scolari, donne che tornano dai campi con fasci d’erba sulla testa grandi quanto loro stesse, se non di più) o ferma nella classica posizione d’attesa indiana (accovacciati toccando per terra solo con l’intera pianta dei piedi).
Finita la salita che porta a Kumbalgarh, una fortezza del XV secolo, sta ancora venendo giù il diluvio universale, passiamo un quarto d’ora ad aspettare sotto l’enorme portone d’ingresso tra fiumi d’acqua che scorrono sui nostri piedi, e quando smette, come per magia, sale una nebbia fittissima (non so perché, ma sia io che il mio compagno di viaggio, passeggiando tra le rovine, abbiamo pensato a Angkor Wat, nonostante nessuno dei due ci sia stato e la somiglianza possa venire solo per certe cupole). Ranakpur invece, nonostante il tempio principale con le sue quasi 1.500 colonne tutte diversamente scolpite sia uno dei più importanti di tutta l’India, non mi ha colpito poi molto, forse perché il suo fascino risente di tutte le costruzioni pseudo-turistiche costruitegli attorno.
 
Pushkar
 
Pushkar è un piccolo paesino, meno di 15.000 abitanti, ed è il primo luogo di pellegrinaggio hindu che abbiamo visitato, nonché dove per la prima volta siamo entrati in contatto con il “mondo” dei ghat (scalinate che entrano direttamente nell’acqua, su un lago come in questo caso o in un fiume in altri posti, dove la gente lava se stessa o i propri vestiti, recita puja o mantra).
Se si capisce subito che basta qualche semplice accortezza per non farsi rovinare l’atmosfera da alcuni bramini (i sacerdoti induisti), o presunti tali, un po’ troppo invadenti, la spiritualità di centinaia di persone che vanno in processione lungo tutto il lago e i suoi 52 ghat, riesce a coinvolgere con la sua calma devota anche chi non crede in nessun dio.
 
A Pushkar abbiamo incontrato anche qualche esemplare di quelli che noi abbiamo ribattezzato i “frikketta”, gente che probabilmente è arrivata qua negli anni ’70 e ci è rimasta, presentando adesso la tipica fisionomia da frikketta appunto: capelli e barba lunghi e bianchi, corpo magrissimo, sandalo, occhialetto tondo e sguardo pacifico e sorridente, anche se non propriamente presente.
Sempre qui c’è stata un’altra scena, dopo quelle di Jodhpur, in grado di sciogliere anche il cuore più duro. Protagonista un bambino pastore di forse sei anni che abbiamo incontrato un giorno salendo verso uno dei due colli per vedere la città dall’alto. All’inizio ci ha chiesto qualche rupia, poi visto che dargli dei soldi non se ne parlava, se ne è rmasto buono buono seduto su una roccia ad aspettare che noi salissimo e ridiscendessimo, per accompagnarlo poi a comprare dei biscotti. All’inizio mi ha preso per mano, baciandomela pure, quasi non credesse a quello che stava accadendo, per finire in un saltellamento di corsa quando ormai la bottega era visibile in fondo alla scalinata. Vederlo allontanarsi tutto contento con il suo pacco formato famiglia…
 
Jaipur
 
Jaipur è la capitale del Rajasthan e anche la più brutta città dell’India visitata. Caotica, senza nessuna zona particolarmente notevole e piena di rompicoglioni bugiardi. Ci siamo rimasti meno di 24 ore, ma almeno qui ho guidato un tuk tuk! E siamo pure finiti per sbaglio in un bar pieno di giovani indiani alla moda.
  
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Juliet Turner – Pick a story
Ravens & Chimes – Archways

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5 settembre 2008 3 commenti
INDIA 2008 – JAISALMER & JODHPUR
(seconda parte)
 
Jaisalmer
 
Se l’aeroporto è un non-luogo, provate a prendere un treno in partenza dalla stazione di Old Delhi (popolazione: 13 milioni circa) alle cinque di pomeriggio e scendere in quella di Jaisalmer (poco meno di 60 mila) alle due di pomeriggio del giorno dopo. Calcolate anche che una cifra simile, in India, equivale a un paese formato da una cinquantina scarsa di vie, primo perché in pochi metri quadrati vivono gruppi di famiglie allargate, come se non fossero già numerose di loro, e poi perché tanti abitanti sono sparsi a raggiera per decine e decine di chilometri nelle immediate vicinanze.
Le cuccette della categoria AC2 si possono definire accettabili, diciamo che magari per una persona alta un metro e novanta come me forse non sono proprio comode, ma si riesce comunque, con la dovuta dose di stanchezza in corpo, a dormire. Non è altrettanto accettabile svegliarsi con un paio di topi che se la scorrazzano in totale libertà per il vagone, ma finché non sono superano i 10 centimetri di lunghezza…
 
Jaisalmer ricorda alcune città viste l’anno scorso in Marocco e molto credo sia dovuto alla vicinanza del deserto che la rende immobile nella sua opaca lucentezza. Ha anche la tipica strutta di molti luoghi in Rajasthan: un centro fatto di viuzze strette che si intersecano tra di loro formando il classico dedalo e, più o meno in lontananza e in altura, un forte antico (in questo caso tutt’ora abitato e con all’interno anche qualche tempio Giainista finemente inciso) a sovrastare la struttura topografica.
Qui si è subito capito che per tutto il mese le domande sentite più spesso sarebbero diventate – “Which country?” “What’s your name?” “First time in India?” “What’s your job?” “Are you married?” - proferite da procacciatori di clienti, sedicenti guide turistiche, negozianti e normali abitanti curiosi. Ma anche che, almeno per le prime categorie, le risposte sarebbero state lo stesso molto monotone: “Maybe later” “Just taking a look”.
 
Jaisalmer è la terra di Chandra Norris e del Doctor Bhang!
Chandra Norris è il socio del proprietario della guest house dove dormivamo e uno dei pochi indiani visti in giro più alti di me, largo come un armadio e dotato di uno sguardo penetrante e non troppo benevolo nelle nostre fantasie. Ci abbiamo messo almeno tre colloqui in due giorni per riuscire a proferire la tanto temuta parola “No” alle sue insistenti offerte per un’esperienza nel deserto (sempre facendo un collegamento con il Marocco, ho ancora ben presente quanto sia sfiancante viaggiare a dorso di cammello).
Quando siamo partiti abbiamo parlato alla stazione dei bus con un ragazzo di Jaisalmer:
“Dove stavate?”
“Al xxx yyy”.
“E avete fatto un tour nel deserto con Chandra?”
“No, non ci interessava”.
“Chissà come si sarà arrabbiato…”
Doctor Bhang è invece il figlio, sui venticinque anni e con un cappello da ferroviere, di colui che 15 anni fa circa aprì l’unico Bhang Shop presente in India. Il bhang altro non è che della marijuana senza additivi chimici, viene venduta sotto forma di lassi corretti (una bevanda rinfrescante a base di yogurt), biscotti o addirittura classiche bustine (“As a coffee shop in Amsterdam”, sono state le sue parole). Il tutto con regolare permesso del governo stampato a lettere cubitali sull’insegna del negozio; siccome il ragionamento non mi quadrava fino in fondo, gli ho chiesto: “Ma se mi trovano in giro con del bhang, io come faccio a dimostrare che l’ho comprato qui?” Lui non ci ha pensato un attimo e con un sorriso a trentadue denti, solo sulla carta, ha risposto: “Basta che gli mostri questo”, allungandomi un bigliettino da visita del Bhang Shop.
 
Jodhpur
 
Probabilmente la più bella città del Rajasthan vista.
Pur avendo quasi un milione di abitanti e una parte nuova non propriamente esaltante, quella vecchia, racchiusa da una cinta muraria di pietra dotata di sei porte, è qualcosa di unico, soprattutto se si osservano le case dipinte di blu dall’imponente e spettacolare forte, abbarbicato su una collinetta, facilmente raggiungibile a piedi in una decina di minuti.
Non c’è molto altro da fare a Jodhpur se non prendersi il proprio tempo e camminare insieme alle migliaia di indiani che affollano le vie di questa parte di città, curiosando nei piccoli negozietti, osservando gli artigiani intenti nei loro minuziosi lavori e concedendosi a fine giornata una birra su uno dei tanti tetti terrazzati.
 
Jodhpur è anche famosa per le fogne a cielo aperto: ovvero due piccoli canali che scorrono a fianco di ogni via, nella quale tutti gli abitanti della città vecchia esplicano le loro funzioni corporali (e non che ciò la renda più maleodorante di altri luoghi indiani).
La scena clou è stata vedere un bambino di forse 7/8 anni che vi defecava dentro, e fin qui niente di speciale, se non fosse che faceva tenerezza perché dalla cintola in giù era completamente nudo, mentre sopra aveva ancora la tenuta scolastica: camicia bianca e cravattina. La stessa sensazione la si prova le innumerevoli volte che si viene fermati da bimbi a piedi nudi che chiedono una “school pen”, cosa che qualcuno mi aveva già anticipato, ma che io avevo frettolosamente liquidato come “fuori tempo massimo”.
Spassoso è invece rendersi conto che il tuo compagno di viaggio, il fotografo che se ne va in giro stralunato valutando possibili inquadrature da futuro vincitore del World Press Photo, ci è finito dentro, a uno di questi canaletti, con un piede fino alla caviglia!!
Dopo aver lavato e disinfettato la scarpa, passerà la sera e il giorno seguente con il piede avvolto in un sacchetto di plastica.
 
Nel posto dove dormivamo a Jodhpur, il cui proprietario passava la giornata distribuendo svariate volte gli stessi biglietti da visita a quei pochi ospiti presenti, ho fatto il sogno più assurdamente reale di tutto il viaggio (sensazioni ancora molto vive al risveglio). Si svolgeva prima in downtown al Leoncavallo, io con un gruppo di amici insieme a Stefania Rocca (un amico era comune) a fumare una canna e parlare del mio recente viaggio in India, poi in una macchina, io, l’amico comune e Stefania Rocca, fermi a un passaggio a livello in una brumosa campagna, a parlare di prospettive e non, future, e finiva con il sottoscritto che mostrava la propria casa (una specie di autorimessa riadattata, sempre in aperta campagna) a Stefania Rocca.
(evidentemente avevo esagerato con il Govind Gatta a cena!)
 
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Holly Throsby – A heart divided
Youth Group – One for another
 
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28 luglio 2008 1 commento

SCARAMANZIA
(Steps to India – 6)

La notizia non la riporto, non vorrei “gufarmela” oltremodo.
Tanto se negli ultimi due giorni avete visto un telegiornale o letto un quotidiano, sapete a cosa mi riferisco.

CHI VA PIANO…
(Steps to India – 5)

NEW DELHI – Una mendicante di Calcutta ha raccolto monete per 44 anni e ha portato tutto in banca per la sua pensione. Lo scrive il Calcutta Telegraph, raccontando che ci sono voluti più di tre giorni a cinque impiegati della filiale di Calcutta della Bank of India, per contare gli oltre 91 chilogrammi di monete raccolte da Laximi Das, che oggi ha 60 anni, e che all’età di 16 ha cominciato a mendicare per le vie di Calcutta. La donna ha conservato gelosamente le monete nella sua baracca del quartiere di Nandanbagan nella cittadina di Burtola ai sobborghi di Calcutta, tenendole, alcune fuori corso, in bustine di plastica raccolte poi in un grande sacco di juta che ha portato in banca.

9 luglio 2008 2 commenti

 

X & Y
(Steps to India – 4)
 
[omissis v.m. 18]
 
°° SubPop scrive:
Però già che c’ero ho fatto anche il richiamo per il tetano.
°F scrive:
Ebbravo.
°F scrive:
Mi sa anche io.
°° SubPop scrive:
Adesso ho preso la pastiglietta anti-tifo.
°F scrive:
Io quella stanotte
°° SubPop scrive:
Spero di ricordarmi nei prossimi giorni.
°F scrive:
Com’è, a giorni alterni vero?
°° SubPop scrive:
Sì oggi, mer e ven.
°F scrive:
Ok, io pure.
°° SubPop scrive:
Spero di non svenire in campo stasera, ah ah ah.
°F scrive:
Mava!
°° SubPop scrive:
C’era un’infermiera assurda.
°F scrive:
Figa?
°° SubPop scrive:
Non direi proprio.
°F scrive:
Ahaha
°° SubPop scrive:
Mi fa: aggrappati a me adesso che scendi. (Ero seduto sul lettino?!?)
°F scrive:
Ma come? 
°° SubPop scrive:
Magari ci stava provando…
°F scrive:
o aveva paura che svenissi.
°° SubPop scrive:
Boh. Tanto sono abituato agli aghi.
°F scrive:
Tu sei un duro!
°° SubPop scrive:
Non lo sapevi che il mio passatempo preferito è togliermi sanguisughe dal corpo con coltelli lunghi minimo mezzo metro!

25 giugno 2008 2 commenti

SALE FEBBRE, FORSE PUTIN A VIENNA
(Steps to
India – 3)

(ANSA) – MOSCA, 24 GIU – Sale la febbre in Russia per la semifinale di giovedì contro la Spagna: si ipotizza anche l’arrivo del premier Vladimir Putin. Quello che è certa è l’invaxsione della capitale austriaca da parte di oltre 6.000 tifosi russi. Aeroflot ha già organizzato cinque voli charter su Airbus. Per chi si troverà in volo con la compagnia di bandiera russa verso altre destinazioni, è prevista la ‘cronaca in diretta’ da parte del comandante.

UpDate 26.06.08 – mi segnalano anche questo.

20 giugno 2008 4 commenti

SCIACALLI E VARANI IN PISTA
(steps to
India – 2)

Nuova Delhi - Un intero aeroporto è rimasto bloccato per oltre un’ora perché invaso da sciacalli, varani e altri rettili che si sono stesi al sole sulle piste. E’ successo allo scalo internazionale «Indira Gandhi» di Nuova Delhi dove oltre cento voli sono stati bloccati a causa dell’imprevista irruzione di rettili.
Devono essere state le prime piogge monsoniche a spingere gli animali verso un luogo dove potersi asciugare e riscaldare, ha ipotizzato in un comunicato Arun Arora, portavoce dell’areoporto. I voli sono ripresi non appena le autorità hanno liberato le piste dagli ospiti imprevisti. Per questa operazione le autorità aeroportuali sono state coadiuvate dagli addetti della protezione animali.
Le prime avvisaglie dell’«invasione» erano arrivate lunedì quando un pilota ha notato la presenza di grandi lucertole e altri animali randagi sulla pista secondaria dell’aeroporto. Di lì a poco, dopo le opportune verifiche, sono stati notati diversi esemplari di rettili e di volatili in diversi punti delle piste. Inevitabile la decisione di sospendere temporaneamente il traffico aereo. Il break di un’ora ha avuto ripercussioni su tutti gli orari e le partenze e, di conseguenza, anche sull’operatività di altri aeroporti collegati con quello di Nuova Delhi. Gradualmente, tuttavia, la situazione è tornata alla normalità.
Non è la prima volta che lo scalo della capitale viene preso d’assalto dagli animali in concomitanza con il periodo monsonico che li spinge a cercare zone più riparate. In alcuni casi sulle piste erano state rinvenute anche delle scimmie. Per evitare altre invasioni improvvise, che potrebbero anche causare incidenti gravi intralciando gli aerei in decollo o in atterraggio, sono state adottate alcune contromisure, come il posizionamento di alcune trappole ai bordi esterni dell’aeroporto. [17/06/08]

5 giugno 2008 6 commenti

X & Y
(steps to India - 1)

X: Hallo.

Y: Buonasera, chiamo per avere qualche informazione sul rilasco del visto…

X: Sì, hduehad udhui dnoi dackut hauiahd nbdsj hduiaw roas idm, 24! Ciao.

… tuu tuu tuu tuu …

(la serie di caratteri era italiano, ma talmente veloce e con pronunce assurde, da risultare totalmente incomprensibile)

28 maggio 2008 16 commenti
CON LE PINNE, FUCILE ED OCCHIALI…
 
A gennaio c’era un progetto abbozzato, poi verso marzo la persona che doveva partecipare con me a quel progetto, ne ha trovato un altro, ben più grande e importante. Tutto è cambiato e io mi sono ritrovato senza nessuna idea con la quale affrontare il periodo lavorativo più intenso della stagione.
Nell’ultimo mese era saltata fuori un’altra ipotesi, naufragata a metà settimana scorsa e allora ho iniziato a rivedermi nella mia vecchia casa, un agosto di tre anni fa: tante, troppe sere ad osservare il soffitto illuminato a intermittenza dai fari delle macchine che passavano nel viale sottostante.
Ho impiegato una mattinata a cercare voli con le destinazioni più disparate, sperando di trovare qualche prezzo abbordabile senza dover ricorrere al mercato nero degli organi, cosa comunque inutile visto che non credo siano messi poi così bene i miei, quindi… ed ecco che dopo qualche ora, con gli occhi pallati da innumerevoli caratteri sotto forma di orari, date e prezzi, rispunta l’ipotesi di inizio anno. Tempo qualche giorno, la decisione viene presa e adesso, anche se molto pericolosamente sta girando un assegno a vuoto qua nelle vicinanze e non è da escludere una chiamata dalla banca nelle prossime ore, il biglietto è in mio possesso. Poco importa ai conti, ci penserò poi, come più volte detto, in certe situazioni l’importante è il movimento.
Se qualcuno di voi fosse già stato in India e volesse fornire suggerimenti o altro, usi pure i commenti o la mail in alto a sinistra. Idem per ipotetiche candidature a partecipare.
  
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Travel Itinerary 

02AUG LV MILAN/MALPENSA  1210    AEROFLOT       286K
AR MOSCOW-SVO      1745    BAGS ALLOWED-20KILOS  

02AUG LV MOSCOW-SVO      1925    AEROFLOT       535K
03AUG AR DELHI           0300    BAGS ALLOWED-20KILOS   


28AUG LV DELHI           0200    AEROFLOT       536K
AR MOSCOW-SVO      0700    BAGS ALLOWED-20KILOS  

28AUG LV MOSCOW-SVO      0915    AEROFLOT       285K 
      AR MILAN/MALPENSA  1105    BAGS ALLOWED-20KILOS  

  

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P.S. Adesso devo riprendere seriamente l’attività fisica, perché se non si spinge bene sui pedali tutti assieme, dubito che l’Antonov riesca a decollare !!