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“Fat City” di Leonard Gardner

Fat City
di Leonard Gardner
– Fazi - 
 
Quel periodo era stato il culmine della sua vita, anche se allora non l’avevo capito. Era passato senza dargli il tempo di riflettere, ed era finito mentre pensava ancora che potesse andar meglio.
*
Restarono in silenzio, ed Ernie si chiese se fosse riuscito a spiegare bene i suoi pensieri.
“Ci tieni veramente a me?”, domandò lei alla fine.
Ci fu un silenzio così ostinato che Ernie cominciò a tremare. “Credo di essermi innamorato”, rispose, e sprofondò nel sedile, terrorizzato da ciò che aveva detto. Si era compromesso inutilmente, o aveva detto l’unica cosa giusta che potesse dire? La pioggia continuava a battere sul tetto. Rimasero seduti immobili, senza guardarsi; ora Ernie sapeva se sarebbe riuscito ancora a toccarla, ma non potendo pensare a nient’altro, e per paura di perdere il momento giusto, allungò una mano verso di lei: e Faye si rifugiò tra le sue braccia. Fu come se gli avessero cavato fuori tutta l’aria. Lei gli si afferrò al petto e lui si contorse, soffocando, scalciando sulla portiera nel tentativo di rigirarsi, certo che il momento inevitabile, finalmente, era arrivato. Le tirò via i vestiti e la spinse giù sul sedile. Poi si sdraiò, cacciando un piede in mezzo ai raggi del volante. Si sentì uno schiocco di carni. Mentre strizzava gli occhi, Ernie senti pulsargli in testa l’estasi dell’oblio, e il clacson cominciò a suonare all’impazzata.
Dopo un momento, tutto piombò di nuovo nel silenzio. Esausto, ricominciò a sentire la pioggia sul tetto, e capì di aver provato il massimo del piacere.
“Ti è piaciuto?”, domandò.
“E’ stato bello”, sussurrò Faye.
Ernie si sentì gratificato da quella parole. E tuttavia gli restava un dubbio. Si chiedeva se fosse andato tutto come doveva. Possibile che fosse tutto lì? Forse le sue aspettative erano sproporzionate, gli era sembrato che non ci fosse altra ragione per vivere. Rimase steso con la faccia in uno strappo del sedile, col naso schiacciato contro l’imbottitura.
“Mi sa che è tardi”.
“Già”.
“Forse dobbiamo andare…”.
“Sì, andiamo”, mormorò nel sedile.
“dici che dobbiamo?”.
Lui si alzò a sedere di scatto. “Meglio di sì”.
“Forse non dovevamo restare così a lungo”.
Il motore rombò, le luci si accesero nella pioggia, i tergicristalli presero a schiocchiate sul parabrezza. Dopo pochi metri l’auto si fermò, con le ruote che stridevano nel fango. Ernie passò dalla prima alla retromarcia, cercando di uscire dal pantano, ma le ruote affondarono e rimasero bloccate.
“E adesso che facciamo? Avrei dovuto rimanete a casa”, disse Faye.
*
Era stimolato, era soddisfatto, eppure certe volte la guardava per lunghi istanti, quasi volesse guadagnarsi, concentrandosi, un impalpabile, completo dominio su di lei. Certe volte l’abbracciava e la riempiva di coccole, ancora incredulo di potersi prendere tante libertà. Affondava il viso nel suo corpo, la esplorava, la esaminava, la girava e la rigirava. Sono stato io a liberarla, si diceva; eppure a volte l’assaliva una perversa inquietudine e si chiedeva se davvero quel titolo spettasse a lui.
*
E questo vale anche per voi altri. Valete meno di una scoreggia in una tempesta.
 
Postilla squisitamente PESRONALE
Quando sai di avere qualcosa, tra le mani e sotto gli occhi, che è talmente radicato in un’altra epoca ormai scomparsa, per storia, stile, uomini, che anche se non fa centro pieno, qualcosa lo lascia comunque.