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“Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più” di David Foster Wallace

David Foster Wallace - Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai piùTennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più
di David Foster Wallace
– minimumfax -
(traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo, Martina Testa)
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Gli scrittori tendono ad essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni.
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Le estati erano folli e piene di raffiche, ma poi, spesso verso agosto, di una calma mortale. Certi giorni d’agosto il vento semplicemente moriva, ma non era per niente un sollievo: il fatto che smettesse ci faceva impazzire. Ogni anno, ad agosto, ci accorgevamo di nuovo di quanto il rumore del vento fosse diventato parte integrante della colonna sonora della vita di Philo. Il rumore del vento era diventato, per me, silenzio. Quando smetteva, rimanevo con il ronzio del sangue nella testa, e nelle orecchie le vibrazioni di tutti quei peluzzi del timpano che tremavano come un ubriaco in astinenza. Ci vollero dei mesi, quando mi trasferii nel Massachussets occidentale, prima che riuscissi a farmi una vera dormita nel sussurro del vento effeminato del New England.
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Tre coppie sposate di Rantoul, che indossano certe tute western aderenti del colore del carbone grezzo, intessono un’incredibile filigrana di tip tap ad alta velocità su “R-E-S-P-E-C-T” di Aretha, e nella sala non si vede traccia di ironia razzista; la canzone è diventata loro, senza alcun dubbio. Questa danza degli zoccoli in versione anni Novanta ha in sé qualcosa di pugnacemente bianco, una sorta di marameo performativo all’indirizzo di Michael Jackson e MC Hammer. C’è un’atmosfera, in sala – ecco, non razzista, ma grintosamente bianca. È difficile da descrivere. È la stessa atmosfera di molti altri eventi pubblici rurali del Midwest: Non è tipo che se venisse qui un nero lo tratterebbero male; è più che altro che, semplicemente, a un nero non passerebbe mai per la testa di venire qui.
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Il sole scoppia, siamo sui 35°, pozzanghere e melma tentano di evaporare in un’aria già satura d’acqua. Ogni odore rimane lì, appeso. La sensazione complessiva è di trovarsi nel bel mezzo di un’ascella.
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… tutti abbiamo visto le facce delle persone assumere espressioni improvvise e grottesche – ad es., come quando ricevono notizie traumatizzanti, o danno un morso a qualcosa che si rivela disgustoso, o quando girano intorno ai bambini piccoli e gli fanno facce strane senza nessun motivo – ma ho stabilito che un’espressione facciale improvvisa e grottesca non può essere definita veramente lynchiana se non nel caso in cui l’espressione sia mantenuta per qualche momento in più di quanto le circostanze potrebbero mai giustificare, sia tenuta semplicemente lì, fissa e grottesca, finché non comincia a significare circa diciassette cose diverse allo stesso tempo.
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… non posso fare a meno di rispettare e quasi ammirare la forza morale delle persone a cui davvero non importa nulla di ciò che gli altri pensano di loro, devo ammettere che persone del genere mi rendono anche nervoso, tendo ad ammirarle da una distanza di sicurezza.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Acuto, ironico, ma anche così maledettamente umano. Irraggiungibile, ma anche molto vulnerabile. Tratti classici questi per David Foster Wallace e che nei suoi reportage emergono ancora più lampanti. Che si tratti della fiera statale dell’Illinois, tra tori, cibi fritti e majorette dodicenni, del set, brulicante come un formicaio, di “Strade perdute” di David Lynch, oppure ancora di come funzionino le qualificazioni agli Open canadesi di Tennis e cosa sia un tennista visto da vicino, l’occhio attento e la mente fervidissima di Wallace sono in grado di descrivere, spiegare, partire anche per la tangente a volte perché no, come pochi altri sanno fare. Ancora una volta e sempre di più, ci mancherai DFW.

“David Foster Wallace. Un’intervista inedita” di Ostap Karmodi

Ostap Karmodi - David Foster Wallace. Un'intervista ineditaDavid Foster Wallace. Un’intervista inedita
di Ostap Karmodi
– Terre Di Mezzo Editore -
(traduzione di Sara Crimi)
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… la mia congettura è che l’intrattenimento davvero davvero efficace di solito è commerciale, il che significa che il suo obiettivo primario è portare il pubblico a spendere soldi. Alla base dell’economia c’è un fenomeno che si chiama “elasticità della domanda”. Mentre quello che si vuole ottenere è l’inelasticità della domanda, in virtù della quale l’intrattenimento ideale è qualcosa che la gente vuole vedere di nuovo, e ancora, e di nuovo, e ogni volta paga per vederlo. Per me, l’analogia è piuttosto con i narcotici o le droghe che danno dipendenza, che con qualche forma d’arte.
[…]
Penso due cose molto semplici: uno è che il tratto basilare che definisce un intrattenimento artistico è che fornisce una sorte di sollievo o di fuga dalla vita umana reale e da come ci sentiamo dentro continuamente nella vita reale. Mentre l’arte, probabilmente, provoca più un impegno o un confronto con tutto questo. E questa è una ragione per cui l’arte rende necessario più lavoro dell’intrattenimento sia dal punto di vista intellettuale che emotivo. Per me, questa è una differenza. L’altra è che gli obiettivi dell’intrattenimento – così mi capita spesso di pensare – sono, in America, primariamente economici, essenzialmente oggetti commerciali. E il loro vero obiettivo è far sì che il consumatore spenda soldi. Al contrario l’arte, anche quella di cattiva qualità, di solito ha obiettivi più complessi, che hanno almeno in parte a che vedere con il tentare di fare una sorta di dono o di avere una specie di comunicazione significativa con il pubblico. Non che ci riesca sempre o che a volte non sia davvero pessima. Ma, almeno nel profondo, si dà degli obiettivi.

“Il re pallido” di David Foster Wallace

6 marzo 2012 3 commenti

David Foster Wallace - Il re pallidoIl re pallido
di David Foster Wallace
– Einaudi -
(traduzione di Giovanna Granato)

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La sera dal parcheggio della roulotte le colline prendevano un bagliore arancio sporco e i suoni degli alberi viventi che esplodevano al calore dei falò giungevano forti, e il rumore degli arerei che aravano l’aria ondulata riversando lingue di talco. Certe sere pioveva cenere sottile che al contatto diventava fuliggine e teneva tutte le anime al chiuso così che le finestre di ogni roulotte del parcheggio prendevano il bagliore subacqueo dei televisori e quando molti erano sintonizzati sullo stesso canale i suoni dei programmi giungevano nitidi alla ragazzina attraverso la cenere come se il loro televisore ci fosse ancora. Era sparito senza commenti prima dell’ultimo trasferimento. Questo il segno dell’ultima volta.
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Shinn se n’era stato sul marciapiede a bere la sua prima Coca del suo primo giorno in sede e i vestiti gli si erano spianati e afflosciati addosso per l’umidità mentre sentiva lo stesso odore di caprifoglio ed erba tagliata dei quartieri residenziali di Chicago, ascoltava i canti degli uccelli eccitati dall’alba sull’acacia lungo la Self-Storage e i suoi pensieri andavano in tutte le direzioni, e a un tratto gli venne in mente che in realtà gli uccelli, i cui cinguettii e canti ripetuti risultavano tanto graziosi nell’esaltare la natura e l’arrivo del giorno, forse dicevano, in un codice noto solo agli altri uccelli: “Vattene!” oppure: “Questo ramo è mio!” oppure: Questo albero è mio! Ti uccido! Uccido, uccido!” O cose cupe, brutali e autoprotettive d’ogni genere. Il pensiero sorse dal nulla e chissà perché lo mise di pessimo umore.
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L‘Agenzia delle Entrate è stata uno dei primissimi enti governativi a capire che certe caratteristiche contribuiscono a isolare dalla protesta pubblica e dall’opposizione politica. E che la monotonia astrusa in realtà è uno scudo molto più efficace della segretezza.
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Drinion la guarda, ma non come uno che non sa cosa dire in risposta. Una sua particolarità è che è identico a se stesso, per partecipazione e comportamento, sta sulle come quando è in gruppo numeroso. Se emettesse un suono sarebbe una singola nota lunga di diapason o la linea piatta di un elettrocardiogramma anziché una cosa che varia.
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Il venerdì lui era il liquidatore dell’unità con meno 20 di tutti. Nessuno aveva detto niente. Tutti i cestini traboccavano dei riccioli di carta staccati dalle calcolatrici. Ogni faccia aveva il colore del piombo bagnato con quella luce al neon. I divisori permettevano di ricavare un cubicolo semiprivato come quello del capoteam. Poi alzò lo sguardo nonostante tutti buoni propositi di prima. Quattro minuti e sarebbe passata un’altra ora, e mezz’ora dopo ci sarebbe stato il quarto d’ora di pausa. Lane Dean immaginò di correre durante la pausa agitando le braccia, urlando cose incomprensibili e tenendo in bocca dieci sigarette contemporaneamente come un flauto di Pan. Anno dopo anno, la faccia il colore della scrivania. Dio santo. Il caffè non era consentito perché poteva schizzare sulle pratiche, ma durante la pausa avrebbe tenuto un tazzone di caffè per mano mentre immaginava di correre all’esterno nel prato urlando. Sapeva che in realtà durante la pausa si sarebbe seduto davanti all’orologio a parete dell’atrio e malgrado le preghiere e gli sforzi sarebbe rimasto a contare lo scorrere dei secondi fino al momento di tornare a rifare quella roba.
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Perché le corporazioni sono entrate in gioco trasformando tutti i principi, le aspirazioni e le ideologie sincere in una serie di mode e di atteggiamenti: hanno reso la Ribellione una posa anziché uno slancio sociale.
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Per me, almeno a posteriori, la domanda veramente interessante è perché la noia si dimostri un impedimento così efficace all’attenzione. Perché ci sottraiamo alla noia. Forse perché la noia è intrinsecamente dolorosa; forse da qui traggono origine espressioni come “noia mortale” o “noia straziante”. Ma potrebbe non essere tutto. Forse la noia è associata la dolore psichico perché una cosa noiosa o nebulosa non fornisce abbastanza stimoli capaci di distrarre da un altro tipo di dolore più profondo che è sempre lì, sia pure in secondo piano, e la maggior parte di noi impiega quasi tutto il suo tempo e le sue energie per distrarsi e non sentirlo, o almeno non sentirlo direttamente o con la piena attenzione. Devo ammettere che il tutto è un po’ confusionario e che è difficile parlare in astratto… ma di sicuro dev’esserci qualcosa dietro non solo la musichetta nei posti noiosi e monotoni ma addirittura la Tv nelle sale d’attesa, alle casse dei supermercati, ai gate degli aeroporti, tra i sedili posteriori dei Suv. Walkmen, iPod, Blackberry, cellulari che si attaccano alla testa. Questo terrore del silenzio senza potere fare niente che distragga. Non riesco a pensare che esista qualcuno davvero convinto che dietro la cosiddetta “società dell’informazione” di oggi ci sia solo l’informazione. Tutti sanno che c’è sotto qualcos’altro.
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Mai sai com’è, una delle cose strane quando sei in un ospedale psichiatrico è che poco alla volta cominci a sentirti autorizzato a dire tutto quello che ti passa per la testa.
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Il deserto non possedeva eco e in questo era come il mare dal quale veniva.
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… li osservò interagire o meno, convinta come sempre quando entrava da qualche parte che tutti quegli estranei si conoscessero bene, e sentì il legame e l’affinità che li univa in virtù di ciò che avevano in comune: il fatto di non essere lei.

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Postilla squisitamente PERSONALE
IL LIBRO – probabilmente, almeno a leggerne questa ricostruzione, era ancora molto lontano dal trovare la sua forma definitiva, prima che David Foster Wallace decidesse di farla finita.
IL ROMANZO – letto in questa sua versione adulterata funge da ottimo campionario, ma di sicuro non da collante di altrettanta qualità.
IL PROGETTO – è ambizioso e succulento, pane per le dita e la mente frenetiche di David Foster Wallace, certamente sarebbe potuto diventare un altro capolavoro.
I CAPITOLI – su tutti tre: n. 8 liricità e sensibilità purissime, n. 22 David Foster Wallace che entra a piè pari senza sconti com’è da suo stile, n. 33 l’abilità di osservare, sentire, in una sorta di breviario di quella che sarebbe dovuta essere la spina dorsale del romanzo.
LA SCRITTURA – è la sua! Niente da dire come sempre.

In definitiva un libro che per un estimatore di David Foster Wallace (come il sottoscritto) è un’altra testimonianza della sua opera e del suo genio, anche se incompiuta e alla fine dei conti non totalmente sua in questo caso, mentre forse per un lettore neutrale potrebbe risultare un po’ troppo ostico, a tratti noioso e spesso discontinuo.

“Una volta, dietro mia insistenza, disse che lavorare al nuovo romanzo era come maneggiare fogli in legno di balsa con un vento impetuoso.” – dalla nota del curatore Michael Pietsch

Qui, un video con Rick Moody che legge le primissime pagine del libro.

Qui, alcune immagini del manoscritto originale, conservato presso l’Harry Ransom Center .
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“Come diventare se stessi” di David Lipsky & David Foster Wallace

17 novembre 2011 Nessun commento

David Lipsky & David Foster Fallace - Come diventare se stessiCome diventare se stessi
di David Lipsky & David Foster Wallace
– minimumfax -
(traduzione di Martina Testa)

Non credo che gli scrittori siano più intelligenti delle altre persone. Penso solo che possano essere più interessanti nella loro stupidità, o nella loro confusione.
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Sento che quella pagina, che quella pagina è una cosa viva. Con la quale ho un rapporto di cui devo prendermi cura.
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Be’, penso che essere timidi significhi sostanzialmente essere talmente concentrati su se stessi che diventa difficile stare in compagnia della gente. Per esempio, se passo del tempo con te, non riesco neanche a capire se mi stai simpatico o antipatico, perché sono troppo occupato a chiedermi se io sto simpatico a te.
[…]
… per chi scrive parte della motivazione sta nel fatto di imporre se stesso e la propria coscienza agli altri. C’è un’arroganza incredibile anche solo nel provare a scrivere qualcosa; figuriamoci nell’aspettarsi che qualcuno paghi dei soldi per leggere quello che hai scritto.
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Penso che uno dei motivi per cui mi sento vuoto dopo aver guardato un sacco di tv, e una delle cose che rende seducente la tv, è che ci da l’illusione di entrare in rapporto con la gente. E’ un modo per avere davanti qualcuno che parla e che mi intrattiene, ma che non mi richiede nulla.
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Gli scrittori hanno la licenza e anche la libertà di mettersi seduti da una parte… di mettersi seduti da una parte, stringere i pungi e rendersi mostruosamente consapevoli delle cose che in genere noi percepiamo solo fino a un certo punto. E se uno scrittore fa bene il suo lavoro, in pratica non fa altro che ricordare al lettore quanto è intelligente – il lettore, intendo. Cioè, gli apre gli occhi su qualcosa che il lettore già sapeva prima. E la questione non è che lo scrittore ha maggiori capacità rispetto a una persona qualunque. E’ che lo scrittore è pronto, secondo me, a tagliarsi fuori, a isolarsi da certe cose e sviluppare… e pensare, tutto qui, pensare molto intensamente. Cosa che non tutti possono permettersi il lusso di fare.
Ma ti dico la verità, guardarmi in giro per la stanza e dare automaticamente per scontato che tutto il resto dei presenti siano meno consapevoli di me, o che la loro vita interiore sia in qualche modo meno ricca, meno complicata, o percepita con meno intensità della mia, mi rende uno scrittore meno bravo. Perché significa che la mia sarà un’esibizione per un pubblico senza volto, invece che il tentativo di fare conversazione con una persona.
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… a me sembra che questa sia una generazione più triste, e più affamata. E la cosa che mi fa paura è che, quando arriveremo noi al potere, quando saremo noi quelli di quarantacinque, cinquantanni, non ci sarà nessuno… nessuno più anziano… non ci saranno persone più anziane di noi che si ricorderanno la Grande Depressione, o la guerra, persone che hanno alle spalle sacrifici considerevoli. E non ci sarà più nessun limite ai nostri, come dire, appetiti.
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I vecchi trucchetti sono stati esauriti, e secondo me la lingua deve trovare nuovi modi per attirare il lettore. Personalmente, sono convinto che molto dipenda dalla scelta della voce, dalla creazione di senso di intimità fra lo scrittore e il lettore. E, come dire, data l’atomizzazione e la solitudine della vita moderna, quella è la strada che ci si apre, e quello è il dono che possiamo offrire. Ma è una cosa molto personale, e ci saranno diciassette modi diversi per arrivarci.
*
… ecco, adesso ti dico una cosa che ti sembrerà davvero melensa. Ho una fiducia incredibile, da bambino di cinque anni, nel fatto che l’arte sia qualcosa di assolutamente magico.
E che la vera arte possa fare cose che nient’altro in tutto il sistema solare è in grado di fare. E che la roba bella sopravvivrà e verrà letta, e che nell’immenso processo di separazione del grano dal loglio, la merda andrà a fondo e la roba bella resterà a galla.

Postilla squisitamente PERSONALE
Sul finire del tour promozionale per l’uscita di Infinite Jest, David Lipsky passa cinque giorni consecutivi, a strettissimo contatto, con David Foster Wallace per scrivere un pezzo commissionatogli da Rolling Stone.
Questo libro rappresenta la trascrizione fedele dell’intervista, di quei giorni. E ok, Lipsky forse non è questo gran intervistatore, o magari non era così facile trovarsi davanti a DFW in quel momento, almeno a giudicare da queste pagine, ma lasciandolo da parte, cosa non poi così difficile da fare, quello che conta è quello che abbiamo davanti, quasi una sorta di monologo wallaciano.
Si parla un po’ di tutto, dall’avere successo alla televisione, di cinema e musica, manie e solitudine, ma soprattutto di scrittura, scrittori e scrivere (e ancora una volta, poco importa la presenza di alcune ripetizioni).
Sul fatto che DFW fosse uno scrittore sublime, uno dei migliori della sua generazione, piaccia o non piaccia, non vi sono dubbi. La cosa più interessante però è sentire quanta umana debolezza e sensibilità ci fosse nell’uomo dietro e dentro lo scrittore, quanto quel giocare durante l’intervista con Lipsky o con il suo passato difficile, difficilissimo, ma anche con il suo presente, anch’esso poi non troppo semplice, sia parte non di una posa, ma di un non nascondersi nemmeno davanti ai propri lati più bestialmente umani.
David Foster Wallace dava tutto se stesso, non si risparmiava, nella vita come nella scrittura.

Scriveva con degli occhi e una voce che parevano una forma condensata della vita di chiunque: erano i pensieri che pensavi a metà, le scene di fondo che vedevi con la coda dell’occhio al supermercato e facendo avanti e indietro dal lavoro – e i lettori si accoccolavano negli anfratti e nelle radure del suo stile.David Lipsky

Quando l’ho intervistato aveva l’aria, tipica degli scrittori, di chi non stacca mai del tutto dal proprio lavoro: una parte di lui avrebbe voluto scansarmi e raccontare la storia da solo.Jonathan Franzen

Quando dei dati gli entravano in testa, sprizzavano immediatamente scintille. Un’elettricità incredibile, una comicità scatenata, un interesse e una curiosità enorme sul proprio posto nel mondo. Vedeva più fotogrammi per secondo di tutti noialtri, non si fermava mai. Divorava costantemente l’universo. – Mary Karr

Qui invece trovate alcune registrazioni originali di quella intervista (via R4).


8 febbraio 2011 Nessun commento

Questa è l’acqua
di David Foster Wallace
- Einaudi -


Il punto è che secondo me il mantra delle scienze umanistiche – “insegnami a pensare” – in parte dovrebbe significare proprio questo: essere appena un po’ meno arrogante, avere un minimo di “consapevolezza critica” riguardo a me stesso e alle mie certezze…perché un’enorme percentuale delle cose cui tendo a essere automaticamente certo risultano, a ben vedere, del tutto errate e illusorie. Io l’ho imparato a mie spese e altrettanto, ho il sospetto, toccherà a voi.
*
Ho sempre cercato di evitare di parlare con le ragazze carine, perché le ragazze carine hanno un effetto deleterio su di me nel senso che ogni parte del mio cervello si chiude fuorché la parte che dice cose di una stupidità incredibile e la parte consapevole che dico cose di una stupidità incredibile.
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… Myrnaloy Trask sa a malapena dell’esistenza di Barry Dingle, nel negozio accanto. Per Berry Dingle, invece, l’amore per Myrnaloy Trask è diventato il campanello emotivo che domina la sua tranquilla esistenza, la condizione di un cuore ormai guidato dalle fluttuazioni, una cosa che per Dingle è vicina e intima almeno quanto Myrnaloy è otticamente più che mai distante o irreale.
*
Sophie pesava quarantacinque chili, una radiografia di Sophie. Le cavità di ascelle e inguine e le punte di bacino, gomiti, nocche e spina dorsale tendevano lo stretto involucro della pelle malata come le sporgenze delle corna di un cervo. Sentiva che ciò che lei era rimpiccioliva progressivamente dentro un corpo le cui zone più distanti diventavano remote, esaurite, scollegate, da scaricare in volo come le fasi di un missile.
*
E succede proprio come quando ti viene la nausea e sotto sotto hai paura che non passerà mai: la Cosa Brutta ti spaventa allo stesso modo, solo peggio, perché la paura stessa è filtrata dalla brutta malattia e diventa più grande, peggiore e famelica di quando è cominciata. Ti squarcia, si insinua e ti si agita dentro.
*
Il risultato è la già menzionata conclusione che qualcosa deve cambiare, unita a una nuova, solida determinazione e passare veramente, sinceramente, finalmente all’azione. Dopo due giorni (e siamo al 6 giugno 1983), Dingle esce dal bagno, torna alle tante vetrine dell’”Integrale” e decide, con un assetto freddamente febbrile dell’alta fronte, di assestare la vista vacillante sulla lontana Trask e di portarla, con le buone o con le cattive, a nuotare nel suo romantico raggio visivo. Il suo amore omuncoloide sente l’odore metallico della forza nel sangue di Dingle, e approva. Molla appena appena la persa sulle unghie di Dingle. Incoraggia Dingle, esorta, gioca dall’internoi allo sbirro buono e allo sbirro cattivo, sostiene di scorgere in lui una novità nascente, un coraggio, Coraggio! Dice l’amore omuncoloide di Dingle, tracciando il termine in caratteri gotici sul cuore di Dingle quale volontà di portare il comodamente distante in una prossimità unificata, di rischiare la stasi come completamento. Le parole montano contro la pelle bianco-pesce del petto incavato di Dingle comparendo sul corpo in una calligrafia rosa pallido. Dingle legge se stesso doppio nel salato bagno serale. Tocca le parole sfocate.
*
Se siete automaticamente certi di sapere cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti – se volete operare in modalità predefinita – allora anche voi, come me, probabilmente trascurerete tutte le eventualità che non siano inutili o fastidiose. Ma se avrete davvero imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano. Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Mesticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questa, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera culture, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente cosa importa e cosa no.

Postilla squisitamente PERSONALE
Come già detto più volte in precedenza, se dal punto di vista strettamente letterario la sua produzione è a mio giudizio altalenante, comunque rimanendo sempre medio-alta, da quello umano invece David Foster Wallace non si può discutere. La sua visionarietà e comprensione del mondo in cui viviamo credo sia unica, e ora che non c’è più assume un ruolo ancora più importante.
Cerca e comprende la consapevolezza, è questo che fa, e lo si capisce benissimo nell’episodio che dà il titolo a questa raccolta di racconti (trascrizione del suo discorso tenuto al Kenyon College durante il conferimento delle lauree). Uno dei migliori tra l’altro, insieme ad altri bellissimi come Solomon Silverfish, Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta e Ordine e fluttuazione a Northampton.

 

“Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace

7 gennaio 2009 5 commenti
Una cosa divertente che non farò mai più
di David Foster Wallace
– minimumfax -
 
Ora, io ho trentatré anni, e sento di aver già vissuto tanto e che ogni giorno passa sempre più velocemente. Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene e cosa è male o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su di un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. E’ terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi.
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Un triplo din-don dagli altoparlanti in cabina, nel corridoio e nelle sale è seguito da una flautata voce di donna che dice buongiorno, che giorno è, che tempo fa, eccetera. Lo dice con un dolce accento inglese, le ripete in un francese che sembra alsaziano, e poi ancora in tedesco. Riesce a rendere persino il tedesco mieloso e postcoitale.
*
Le mattinate nel porto sono un momento speciale per il semi-agorafobico, perché tutti gli altri scendono dalla nave e vanno sulla terraferma in Escursione Organizzata o per attività turistico-peripatetiche non strutturate e i ponti superiori della Nadir sono avvolti della stessa atmosfera deserta deliziosa e irreale che ha una casa quando, da bambino, sei malato e resti da solo mentre gli altri sono tutti al lavoro o a scuola.
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Quanto tempo è che non fate Assolutamente Niente? Per quanto riguarda me, lo so con precisione. So con precisione quanto tempo è passato dall’ultima volta che ogni mio bisogno è stato esaudito senza possibilità di scelta da qualche forza esterna, senza che dovessi farne richiesta o addirittura ammettere di avere alcun bisogno. E anche quella volta galleggiavo nell’acqua, in un liquido salato, e caldo, ma poi nemmeno troppo – e se per caso ero cosciente, sono sicuro che non avevo paura e che mi stavo divertendo un sacco e che avrei spedito cartoline dicendo a chiunque “vorrei che fossi qui”.
*
Nonostante Conroy e il terrore della morte, adesso siamo nella condizione di apprezzare la menzogna nascosta nel cuore della brochure della Celebrità. Perché è proprio questa – la promessa di appagare la parte di me che, sempre e soltanto, VUOLE – l’illusione fondamentale che la brochure vende. E’ da notare che la vera illusione, qui, non è che questa promessa sarà mantenuta, ma che sia possibile mantenerla. Questa è una grande, gigantesca menzogna. E naturalmente io voglio crederci – fanculo Budda – voglio credere che magari questa vacanza dell’estrema illusione mi vizierà a sufficienza, che il lusso e il piacere saranno somministrati in maniera così completa e impeccabile che la mia parte infantile si sentirà finalmente appagata.
L’illusione che vendono è la vera ragione per cui tutti i soggetti di tutte le foto di tutte le brochure hanno delle espressioni che sono allo stesso tempo estasiate e stranamente fiacche: queste espressioni vogliono dire “aaaaah”, e questo non è solamente il grido della parte infantile di una persona che esulta perché ottiene ciò che ha sempre cercato, cioè essere viziata in ogni momento, ma è anche il grido di sollievo di tutte le altre parti di quella persona nel momento in cui la parte infantile si azzittisce.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Abbiamo perso una delle menti e degli scrittori più geniali e originali degli ultimi anni. DFW R.I.P.
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14 settembre 2008 3 commenti

“Ora che c’è tempo non hai tempo.”*

DAVID FOSTER WALLACE
(21.02.62 – 21.09.08)
R.I.P.

David Foster Wallace, whose darkly ironic novels, essays and short stories garnered him a large following and made him one of the most influential writers of his generation, was found dead in his California home on Friday, after apparently committing suicide, the authorities said. ()

* da “Brevi interviste con uomini schifosi”

8 settembre 2008 Nessun commento
Oblio
di David Foster Wallace
– Einaudi -
 
Il cielo autunnale era di un azzurro che sembra infuocato.
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Rientravo semplicemente nell’insieme dell’ambiente periferico in cui ero seduto.
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… perché sembravo essere così egocentrico e disonesto che le cose per me contavano soltanto nella misura in cui incidevano sull’opinione che gli altri si sarebbero fatti di me e richiedevano il mio intervento per creare l’immagine che volevo avessero di me.
[…]
E io con una certa qual rassegnazione dissi di sì, e sembrava che avessi sempre avuto questa parte calcolatrice, fraudolenta del cervello ininterrottamente in azione, come se stessi continuamente giocando a scacchi con chiunque e valutando che se volevo fargli fare una certa mossa dovevo muovere in modo tale da indurlo a muovere in quel modo.
*
I miei facevano sempre questo gioco… lo chiamavano la scoreggia intrusa. Si guardavano da sopra il giornale e dicevano, tipo: “Mi sa che c’è un’intrusa”.
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Quel giorno lei indossava una specie di camice di jeans stinto e sembrava incombere nella visione periferica di Atwater indipendentemente da dove lui guardasse, più o meno come il cielo quando sei all’aperto.
*
Era solo se, dopo le pecore, il controllo del respiro, la visualizzazione delle gocce di pentotal nella flebo e il ripasso nei minimi particolari di una serie di fotografie di persone in fiamme appartenenti a una speciale raccolta dal titolo Persone in fiamme, Corliss non riusciva ancora a prendere o riprendere sonno che ricorreva al suo metodo infallibile: immaginare le facce di tutti quelli che aveva amato, odiato, temuto, conosciuto o anche solo visto, raccogliersi e concrescere come gli elementi base di un’immagine formando il quadro puntinato di un immenso e vorace occhio la cui pupilla era quella dello stesso Corliss.
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Ma un pomello che l’ha, la porta si può aprire. Ma non nel modo in cui pensi tu. E anche se ci riuscissi? Pensaci un attimo: e se tutti i modi infinitamente densi e mutevoli dentro di se ogni istante della tua vita a questo punto si rivelassero in qualche modo completamente aperti ed esprimibili dopo, dopo la morte di quello che ritieni essere te, e se dopo questo momento ciascun istante fosse in sé un mare o uno spazio o un tratto di tempo infinito in cui esprimerlo o comunicarlo, senza neanche il bisogno di una lingua organizzata, e ti bastasse come si suol dire aprire la porta e trovarti nella stanza di chiunque altro in tutte le tue multiformi forme e idee e sfaccettature?
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La realtà è che morire non è brutto, ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo.
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… il bambino aveva imparato ad abbandonare se stesso e a guardare tutto il resto svolgersi da un punto sovrastante, e quanto era andato perso da quel momento non contava più, e il corpo del bambino si espanse e andò a zonzo e batté cassa e visse la sua vita non più in affitto, cosa fra le cose, l’anima della sua persona un tanto di vapore lassù in alto, che cade come pioggia e poi risale, il saliscendi del sole uno yo-yo.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Ormai sono convinto che l’assioma “O lo si ama o lo si odia”, non sia poi così tanto sbagliato nel caso di DFW, anche se io invece mi ritrovo sempre combattuto quando leggo un suo libro, come anche per questa raccolta di racconti: uno stupendo (Caro vecchio neon), un altro molto bello (Il canale del dolore), alcuni così così (Incarnazioni di bambini bruciati, Oblio) e purtroppo altri inutili (Un altro pioniere, La filosofia e lo specchio della natura).
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“La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace

13 settembre 2004 1 commento

La ragazza dai capelli strani
di David Foster Wallace
- minimumfax - 

 

Los Angeles  a mezzogiorno, oggi, nel 1987, è davvero bollente. Un postino in bermuda da postino e calzettoni di lana al ginocchio sta seduto a consumare il pranzo dentro le viscere nere di una buca delle lettere aperta. L’aria scintilla sopra l’asfalto come carburante. A cavallo di ogni faccia in circolazione c’è un paio di occhiali da sole.

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Che fosse per somiglianza o per autentico orgoglio, notai che la signora Johnson rispondeva alle domande nello stesso modo di Lyndon; rispondeva come se fossero tangenti a una specie di curva che la portava ora più vicina, ora lontana, secondo un percorso tutto suo.

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Lo psichiatra forma una guglia di chiesa con le dita e contempla la guglia.

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Julie e Faye sono a letto, da amanti. Si scambiano complimenti sui loro corpi. Si lamentano della brevità della notte.  Esaminano e riesaminano, con una sorta di entusiasmo infelice, le piccole ignoranze che necessariamente, dice Julie, delimitano la strada che porta  un qualunque vero legame fra due persone.

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Avete presente il tipo di persona che dice le cose chiare e tonde? La signora Tagus non è quel tipo di persona. Ha qualcosa per la testa? Ci gira intorno, un gesto qua, una parola là, magari un sospiro; se lo modella dentro di sé come uno fa con un materiale morbido, le creta, per dire, e bisogna mettersi a modellare pazientemente il materiale insieme a lei per portare quel qualcosa allo scoperto.

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I contorni del suo viso sono a chiave di violino, quasi slavi.

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Fu l’unica cena completamente muta a cui abbia mai preso parte. Ascoltammo il suono dei nostri coltelli sui piatti. Riuscivo a sentire la differenza fra i nostri stili di masticazione.

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“Ero convinto di poter cantare come un filo metallico allo zero assoluto, acutissimo e pallido, di poter bruciare senza accensione o frizione, di poter brillare a freddo come una luna color limone, abbracciato a una griglia di puro significato. Trasferimento privo di interferenze. Ma poi un piccolo, silenzioso, educato, profumato, ordinatissimo sistema di nuovi segnali mi ha in qualche modo sparato alla testa. Con le parole e le lacrime lei mi ha amputato qualcosa. io le avevo donato la mia più intima importanza, e il suo autobus è sparito, lasciando una qualche parte fondamentale di me dentro di lei come il pungiglione di un’ape. Adesso l’unica cosa che voglio è salire in macchina e andarmene molto lontano, a sanguinare.”

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Una conferma. Non c’è racconto che si possa dire scritto male o inutile nella raccolta e se la ciliegina sulla torta è Da una parte e dall’altra ...
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“Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso” di David Foster Wallace

11 dicembre 2003 1 commento

Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso
di David Foster Wallace
- minimumfax - 

… dividere questa faccenda della letteratura in realismo, naturalismo, surrealismo, letteratura moderna e postmoderna, nuovo realismo e metafiction, è come dividere la storia cosmica, tragica, profetica e apocalittica; è come dividere gli essere umani in bianchi, neri, marroni, gialli e arancioni. Atomizza le masse invece di legarle insieme e, come ha fatto la stupidità in tutti i tempi, porta all’odio cieco, alla cieca devozione e alla cieca supplica. La differenza è incapace di amore: vive e muore danzando sulla superficie delle cose, seguendone a tentoni i nudi contorni alla ricerca di vie d’accesso proprio a ciò che è stato creato impenetrabile. Quello che producono le diverse “letterature” di cui parla Ambrose sono soltanto ombre, che variano secondo i movimenti degli uomini di fronte a un’unica fonte di luce. Quest’unica fonte di luce è sempre il desiderio.
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- dove si respirava nevrosi come fosse ossigeno, e si sfoggiavano tic multicolori come fossero gioielli.
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Non è che le emozioni siano disordinate o disturbate, è lui che ha problemi a relazionarcisi. Ecco perché appare in genere sereno e distaccato, neutralmente cordiale. Quando le prova, è come se alle emozioni gli venisse negato l’accesso. Non sente mai di possedere le sue emozioni. Quando ne ha, se ne sente lontano; si sente fuori dal proprio corpo, estraneo.
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già, ma la vita va avanti, vuota triste, sempre con una direzione ma mai un centro.

Postilla squisitamente PERSONALE
Un romanzo da sezionare clini-chirurgicamente o da lasciar scorrere liberamente. Gli opposti che si trovano in una mezza via inesistente.
Pregio all’introduzione di Martina Testa.
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