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Posts Tagged ‘fiztgerald’

Il crollo
di Francis Scott Fitzgerald
- Adelphi -

(traduzione di Franco Salvatorelli)

Mi resi conto che in quei due anni, per salvaguardare qualcosa – una quiete interiore forse, forse no -, mi ero svezzato da tutte le cose da me amate fino a quel momento – che ogni gesto della vita, dallo spazzolino da denti la mattina all’amico a cena, richiedeva uno sforzo. Mi accorsi che da molto tempo non mi piacevano più né le persone né le cose, ma mi limitavo a proseguire nella solita stenta messinscena. Mi accorsi che anche l’amore per quelli a me più vicini si era ridotto solo a un tentativo di amare, che i miei rapporti occasionali – con il direttore di un giornale, il tabaccaio, il figlio di un amico – erano solo importanti al ricordo di quanto, in circostanze analoghe, andasse fatto.
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… io avevo solo bisogno di pace assoluta per arrivare a capire come mai avessi maturato un atteggiamento triste nei confronti della tristezza, un atteggiamento malinconico nei confronti della malinconia e un atteggiamento tragico nei confronti della tragedia: come mai avessi finito per identificarmi con l’oggetto del mio orrore o della mia compassione.

 

25 ottobre 2005 Nessun commento
da “Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato” di Francis S. Fitzgerald – minimumfax
(seconda e ultima parte)
 
Sembrava una faccenda romantica, essere uno scrittore di successo: non saresti mai stato famoso come una star del cinema, ma la tua parte di celebrità era destinata, probabilmente, a durare più a lungo; non avresti mai avuto il potere che arride a certi uomini, animati da una potente fede politica o religiosa, ma eri certo più indipendente. Nella pratica del tuo mestiere, naturalmente, saresti stato perennemente insoddisfatto; ma, per quanto mi riguarda, non ne avrei mai scelto un altro.
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La mia felicità, in passato, si è spesso avvicinata a un’estasi tale che non potevo condividerla con nessuno – nemmeno con la persona a me più cara -, ma dovevo portarmela a spasso per strade e vicoli appartati, fino a distillarne qualche goccia fra le righe dei miei libri.
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Noi scrittori, perlopiù, siamo costretti a ripeterci: questa è la verità. Abbiamo due o tre esperienze intense e toccanti nella vita; esperienze così intense e toccanti che non sembra possibile, in quel momento, che qualcun’altro sia mai stato così coinvolto, colpito, abbagliato, sbalordito, battuto, spezzato, riscattato, illuminato, ricompensato, avvilito.
Poi impariamo il mestiere, più o meno bene, e raccontiamo le nostre due o tre storie – ogni volta in forma diversa – forse dieci, forse cento volte, finché la gente le sta da ascoltare.
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Un giorno o l’altro scriverò della serie di calamità che hanno portato a quello stato spaventoso in cui mi trovavo intorno a Natale. Uno scrittore che non scrive, praticamente, è un maniaco rinchiuso in se stesso.
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Non biasimo mai l’insuccesso: ci sono troppe situazioni complicate, nella vita; ma non ho alcuna pietà per la mancanza di impegno.
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Mi capita spesso di pensare che scrivere voglia dire soltanto ridurre se stessi all’osso, lasciando ogni volta qualcosa di più sottile, di più spoglio, di più scarno.
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“Nessuno, prima, ha provato qualcosa di simile”, dice il giovane scrittore, “ma io l’ho provato. Il mio orgoglio è pari a quello del soldato che va in battaglia, senza sapere se ci sarà qualcuno, laggiù, a distribuire medaglie, o anche soltanto a registrare le sue imprese”.
Va bene, ma ricorda anche questo, giovanotto: non sei il primo a sentirsi tremendamente solo.

19 ottobre 2005 Nessun commento
da “Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato” di Francis S. Fitzgerald – minimumfax
(prima parte)
 
Posso riassumere tutte le mie idee sulla scrittura in una sola frase: un autore dovrebbe scrivere per i giovani della propria generazione, per i critici di quella successiva e per i professori di tutti i tempi a venire.
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Le storie fondamentali di ogni tempo sono due: Cenerentola e Pollicino. Il fascino delle donne e il coraggio degli uomini.
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Non si è mai vista una buona biografia di un bravo romanziere. Non sarebbe nemmeno possibile: uno scrittore è troppa gente allo stesso tempo, se vale almeno un poco.
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La prova di un’intelligenza di prim’ordine è la capacità di serbare nella mente due idee opposte, e nonostante questo continuare a funzionare.
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Sugli aggettivi: la prosa di qualità si basa sempre sui verbi, che sostengono le frasi e le fanno andare avanti. Il componimento poetico della tecnica più squisita, in inglese, è probabilmente La vigilia di sant’Agnese di Keats. Un verso come “la lepre zoppicava tremando sull’erba gelata” è così vivo che, leggendolo, ci passi sopra e lo noti appena. Pure, quel verso riesce a infondere in tutto il poemetto il proprio movimento: quell’andare zoppicando, quel tremito e quel gelo ti scorrono di fronte agli occhi.
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Il meglio dovrebbe vedersi subito, in una commedia, perchè una volta riconosciuta la comicità di un personaggio, tutto quello che fa è divertente. Nella vita, almeno, succede così…
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Comincia con una persona, e scopri che hai creato un tipo; comincia con un tipo, e scopri che non hai creato niente.
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Il personaggio è azione.
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Dopo ponderata riflessione, ti consiglio di non arricchire ulteriormente il tuo lessico. Se disponi di troppe parole, diventeranno come un muscolo che tu abbia sviluppato e sia costretto a usare, nell’esprimere te stesso o nel criticare gli altri.
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Non si scrive per dire qualcosa; si scrive perchè si ha qualcosa da dire.
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Se hai qualcosa da dire, e senti che nessuno prima di te lo ha detto, devi sentirlo così disperatamente da trovare una maniera di esprimerlo che nessuno ha mai trovato in precedenza, tanto che la cosa da dire e la sua espressione si fondano in una sostanza unica e indissolubile, come fossero state concepite insieme.
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Non sforzarti di essere arguta quando scrivi, se non ti viene naturale. Cerca, semplicemente, di essere sincera e autentica.
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Hai mai visto uno scrittore accogliere con calma una critica fondata e starsene zitto?
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Come ci si possa assumere la responsabilità di essere romanzieri senza una visione chiara e penetrante della vita, resta per me un mistero. Come un critico possa far suo, in qualche ora, uno sguardo che abbraccia numerosi e differenti aspetti della realtà sociale, mi sembra qualcosa di troppo mastodontico e minaccioso per la tremenda solitudine di un giovane autore.
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Chi sperimenta le cose sulla propria pelle scopre che tutte le vecchie verità hanno un fondamento.
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Scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato.

22 febbraio 2005 2 commenti
“Il grande Gatsby”
di F. Scott Fitgerald
– Mondadori -
 
A metà percorso tra West Egg e New York l’autostrada raggiunge bruscamente la ferrovia e la costeggia per quasi mezzo chilometro come per evitare una zona desolata. E’ la valle delle ceneri: una tenuta fantastica dove le ceneri crescono come il frumento, creando alture e colline e giardini grotteschi; dove la cenere assume forma di case coi camini e il fumo che ne esce, e infine, con uno sforzo di fantasia, di uomini grigio-cenere che si spostano confusamente e già in via di disfacimento nell’aria polverosa. Di quando in quando una fila di carri ferroviari grigi arriva strisciando su una rotaia invisibile, emette uno scricchiolio spettrale e si ferma; e subito gli uomini grigio-cenere sciamano con le vanghe di piombo, e sollevano una nuvola impenetrabile che nasconde le loro operazioni misteriose.
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E’ inevitabilmente sconfortante guardare attraverso nuovi occhi cose alle quali abbiamo già applicato la nostra visuale.
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… mi parve l’estremità slabbrata dell’universo.
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La maggior parte delle confidenze non erano provocate: spesso ho finto di aver sonno, o di essere preoccupato, o sono giunto a ostentare un’indifferenza ostile, quando capivo da qualche segno inconfondibile che si profilava all’orizzonte una rivelazione intima; perchè le rivelazioni intime dei giovani, o almeno i termini nei quali questi le esprimono, di solito sono plagiarie e deformate da evidenti omissioni.
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Certo qualcosa lo induceva a rosicchiare i lembi di idee rancide come se il suo solido egotismo fisico non fosse più bastevole a nutrirgli il cuore prepotente.
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Eppure, alta sulla città la fila delle nostre finestre gialle deve aver comunicato la sua parte di segreto umano allo spettatore casuale nella strada buia e mi parve di vederlo guardare in su incuriosito. Ero dentro e fuori, contemporaneamente affascinato e respinto dall’inesauribile varietà della vita.
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… incominciò a farmi domande con quella sua voce bassa e conturbante. Era il tipo di voce che l’orecchio segue in tutte e modulazioni come se ogni parola fosse un raggruppamento di note che non verrà mai ripetuto.
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Ogni notte alimentava le sue fantasie finché la sonnolenza si abbatteva con un abbraccio dimentico su qualche scena vivace. Per un certo periodo queste fantasticherie gli procurarono uno sfogo all’immaginazione; erano un’intuizione confortante dell’irrealtà della realtà, una promessa che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull’ala di una fiaba.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
“Lettura” obbligata (con l’impegno e la voglia conseguenti alla forzatura) in quarta superiore e riletto con MOLTO più piacere, probabilmente per la prima e vera volta, qualche anno fa.

14 gennaio 2005 1 commento

“Tenera è la notte”
di F. Scott Fitzgerald
– Einaudi -

 
Nella piazza, quando uscirono, una massa sospesa di benzina cuoceva lentamente nel sole di luglio. Era una cosa terribile: non era come il calore puro e non suggeriva promessa di evasione rurale ma soltanto strade soffocate dalla stessa asma fetida.
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Forse ci divertiremo ancora quest’estate, ma questo particolare divertimento è finito. Voglio che muoia violentemente invece di sbiadire con sentimentalismo: per questo ho dato questa festa.
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Il loro punto di somiglianza fra loro e di differenza con tante donne americane, consisteva nel fatto che tutte erano felici di esistere nel mondo di un uomo: conservavano la loro individualità mediante gli uomini e non opponendosi a loro. Sarebbero diventate tutte e tre buone cortigiane o buone mogli non attraverso il caso della nascita, ma attraverso il caso più grande di trovare o non trovare i loro uomini.
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… uno di quei momenti privi di eventi che lì per lì sembrano soltanto un anello tra il piacere passato e il piacere futuro, ma poi si rivelano come il piacere stesso.
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La gente crede quasi sempre che tutti provino per essa sensazioni molto più violente di quelle che provano in realtà: crede che l’opinione degli altri oscilli sotto grandi archi di approvazione disapprovazione.
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… portando la speranza come una cintura che la sosteneva.
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Lo stetoscopio freddo contro il cuore è il mio sentimento maggiore.
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L’alcool rendeva le felici cose passate contemporanee al presente, come se stessero ancora avvenendo, contemporanee persino al futuro, come se stessero per avvenire di nuovo.
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Spesso la gente ostenta un rispetto curioso per un uomo ubriaco, un po’ come il rispetto delle razze semplici per i pazzi. Rispetto, più che paura. C’è qualcosa che ispira soggezione in un uomo che ha perso ogni inibizione, che farà qualunque cosa. Naturalmente gli facciamo poi pagare il suo momento di superiorità, il suo momento di imponenza.
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C’entrava qualche elemento di solitudine: così facile essere amati, così difficile amare.
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Pensa in questo momento quanto mi ami; Non ti chiedo di amarmi per sempre così, ma ti chiedo di ricordare. Nascosta dentro di me ci sarà sempre la persona che sono stasera.

Postilla squisitamente PERSONALE
Semplicemente… imperdibile!

“Di qua del paradiso” di F. Scott Fitzgerald

20 dicembre 2004 Nessun commento

Di qua del paradiso
di F. Scott Fitzgerald
- Mondadori -

Io non voglio ripetere la mia innocenza. Voglio il piacere di perderla di nuovo.

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Amory era da due mesi a Minneapolis e la sua principale fatica era consistita nel nascondere agli “altri a scuola” la sua sensazione di eccezionale superiorità, anche se questa convinzione si basava sulle sabbie mobili.

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Facce ignote si accendevano e si spegnevano come luci multiformi, facce pallide e arrossate, stanche ma sorrette da un nervosismo sfinito.

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“Sei schiavo, incatenato e inerme schiavo, di una sola cosa al mondo: la tua immaginazione.

[...]

… il discernimento di decidere subito, quando sai che se appena gliene dai una mezza possibilità l’immaginazione ti ingannerà.

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Lo so che non sono come tutti gli altri, ma detesto tutti quelli che anche loro non lo sono.

*

Amory aveva adesso diciotto anni, era alto un po’ meno di un metro ottanta e aveva una bellezza eccezionale ma non convenzionale. Aveva un viso piuttosto giovane, l’ingenuità del quale era intaccata dagli occhi verdi penetranti, frangiati di lunghe ciglia nere. Gli mancava per così dire quell’intenso magnetismo animalesco che così spesso accompagna la bellezza, negli uomini o nelle donne, la sua personalità pareva piuttosto un fatto mentale e non era in suo potere aprirla e chiuderla come un rubinetto dell’acqua. Ma la gente non dimenticava mai la sua faccia.

*

“Vieni, Amory, strappati da te stesso e diventa pratico”.

*

Dobbiamo farla perchè non siamo personalità, ma personaggi”.

*

Soltanto nel fondo dell’anima una minuscola fiammella guizzava a gridargli che qualcosa lo stava abbattendo, qualcosa tentava di fargli varcare una porta per sbattergliela alle spalle. Se quella porta fosse stata sbattuta vi sarebbero stati soltanto rumore di passi e case bianche nella luce della luna e forse egli sarebbe stato uno dei passi.

*

Certi giorni Amory era offeso che la vita si fosse trasformata, da un cammino regolare su una strada in piena vista il cui scenario si cancellava in lontananza, in una successione di scene rapide, sconnesse: due anni di sudore e sangue…

[...]

Gli pareva che gli ci sarebbe voluto tutto il tempo, più di quanto egli avrebbe mai potuto trovarne, per incollare queste strane fotografie ingombranti nell’album della sua vita.

*

“La verità è che il pubblico ha fatto una di quelle cose strane stupefacenti che fa una volta ogni cento anni. Ha afferrato un’idea.”

“Cioè?”

“Che comunque possano differire i cervelli e le capacità degli uomini, il loro stomaco è sempre essenzialmente lo stesso.”

*

… la rugiada era caduta e le stelle erano ormai vecchie nel cielo.
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Postilla squisitamente PERSONALE
C’è chi volgarmente li chiama romanzi di formazione, ad averne ribatto io.
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