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31 gennaio 2005 Nessun commento
da “Sto sulla riva dell’acqua e sogno. Lettere a Mencken 1930/1952” di John Fante – Fazi Editore
 
da F. a M.
L’unico ostacolo al progetto è che lei decidesse di lasciare quel lavoro, probabilmente la rivista andrebbe in malora, quindi per l’amor di Dio resti in zona ancora per un po’. Si metta le galosce e si abbottoni il cappotto.
 
da F. a M.
La ringrazio profondamente per la sua lettera d’approvazione, ho appena finito di leggerla. Non posso dire troppo e non ho intenzione di farmi catapultare al settimo cielo da queste cose, perchè ho scoperto che poi, si è indifesi quando si torna ruzzoloni sulla terra, questa volta, pertanto, farò finta di essere dignitoso e niente affatto commosso per essere stato accettato; non lo sono e non avrebbe senso che lo fossi.
 
da F. a M.
Ma ancora non lo so. Di sicuro è una splendida ambizione. Scrivere un buon romanzo è un’agonia. Un grosso lavoro.
 
da F. a M.
Non è che non gli voglia bene, perchè la mia pietà è centomila volte più forte del mio amore. [...] Così tutti i vecchi che incontro per la strada sono mio padre. Ogni vecchio mi fa stringere lo stomaco, sento una pietà incontrollata che mi lascia perso. Voglio prendere quei vecchioni fra le mie braccia e dargli delle pacche sulle spalle e dirgli di smetterla di scherzare, che sono soltanto ragazzini, che il mondo ha ancora terrore di loro. Allo stesso tempo vorrei che ognuno di loro morisse, perchè mi sembra che solo pochi uomini si sappiano impadronire della sottile arte di invecchiare.
 
da M. a F.
Lei sta passando attraverso le agonie che ogni giovane autore deve affrontare. E’ un peso imposto da Dio a coloro che hanno la presunzione di invadere le sue prerogative. Probabilmente sarebbe un bene per lei buttare via il manoscritto, e cominciare con un altro. C’è moltissimo spreco nelle questioni letterarie, in particolare nelle prime frasi.
 
da F. a M.
Dio e un ladro dalla mandibola serrata prende il suo posto: vengono entrambi dalla stessa incubatrice, e la differenza è piuttosto di espressione del volto che non di principi. [...] Lasciare il paese non cambierebbe le cose. Lo spettacolo è disgustoso a prescindere dal teatro. [...] Potrei piangere un po’ e rendere un po’ sentimentale la questione, ma sarò sempre in grado di dire che era il mio pensiero e non la mia carne a farmi resistere.
 
da M. a F.
Grazie mille per essersi ricordato del mio compleanno. Ho passato la mia giornata come al solito, lavorando sodo, e ho trovato a stento il tempo per le mie devozioni. Comincio a credere che l’età avanzata sia più felice della gioventù. Di sicuro mi sento più a mio agio.
 
da F. a M.
La mia esperienza con gli scrittori è sempre più deludente. Più ne conosco, meno stimo la professione. C’è sempre l’opera dell’uomo, e pio l’uomo. Ciò è scusabile per gli imbrattacarte e c’è da aspettarselo, ma mi sembra che il messia sulla carta non dovrebbe uscire dal suo ruolo nella vita reale.
 
da F. a M.
Se in vita mia ho imparato qualcosa, è che nella vita non c’è nessuna lezione da imparare. Sporgi in fuori il mento e te li prendi, uno due tre. Dopo un po’, a meno che non scrivi un libro che si chiama Perchè non provarci con Dio? oppure Perchè morire?, muori, semplicemente, tutto qui. In entrambi i casi è la morte. [...] Ciò che rende la mia vita ancora più insopportabile è l’incapacità che ho a soddisfare il desiderio di potere e attenzione. Qualche volta mi rintano per settimane e sto da solo. Dopo un po’ capisco perchè l’ho fatto. D’istinto, sono scivolato via dal campo di battaglia, fino a quando le mie ferite spirituali guariscono. Qualcuno riesce a curarsi in pubblico. Se fossi in grado di farlo in modo eroico, anch’io farei pubbliche esibizioni di riabilitazione. Ma non guarisco mai in maniera nobile. Come un cane ferito, ringhio e guaisco. E ciò è male per la mia reputazione, allo stato attuale, quindi voglio stare da solo.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
consigliato a chi ha amato Fante, per capire quanto di lui c’è nei suoi romanzi, nei suoi racconti.

“Lettere (1932-1981)” di John Fante

Lettere (1932-1981)
di John Fante

 

Scrivere un libro è una fatica tremenda, specialmente quando è del genere di quello che sto scrivendo io. Anche se sono a sedere davanti ad una macchina da scrivere non significa che io sia libero. Le preoccupazioni mi seguono anche quando vado a dormire. Ce l’ho sempre nella testa, e certe volte sono terribilmente disgustato. Sembra che sia un compito senza fine.

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Posso dire senza tema di smentite che una cosa la so per quello che riguarda lo scrivere romanzi: riconciliati con la routine delle delusioni.

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L’unica guerra che mi interessa combattere è quella che comincio io.

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In questi giorni sono più caldo dell’inferno stesso e non serve a nulla sfogare l’energia sessuale giocando a golf. Sarei capace di masticare i muri. L’unica minaccia che trovo nella povertà e che non posso scopare abbastanza. Non sono per il Capitalismo né per il Comunismo, sono per il Clitoridismo.

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Ho perso il timone, ma mi piace galleggiare fin tanto che il mare resta calmo. La tempesta sta arrivando. Cristo solo sa cosa farò allora, ma puoi essere certo sarò attentissimo alla salvezza di John Fante.

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Mi sono tappato il naso e ho stretto i denti. Ora sono uscito all’aria aperta e sento odore di sangue. Possono fare a brandelli questa civiltà sopravvalutata, possono tenersi il loro fascismo e nazismo e bolscevismo e democrazia.

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Ho la strana sensazione di camminare attraverso delle cartoline = un contatto unidimensionale con il passato. Nessuna mi commuove con qualche forza. Ma il cielo è sempre squisito, attraversato da nuvole bianchissime, accecanti. Le notti sono calde e irreali, fantastiche, quasi troppo perfette.

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Ora devo affrontare un vero dilemma. La ricerca di un’idea. Per la prima volta in vita mia non riesco a niente da scrivere. Per molte ragioni è un problema confortante. La mia mente è vuota e mi godo la tranquilla noia di una non-esistenza, dell’ego sommerso, dell’assurdità che uno scrittore debba scrivere. Perché combattere il semplice fatto che non si ha niente da dire? La maggior parte della merda ora in pubblicazione è stata sparata fuori da scrittori che hanno continuato a scrivere molto dopo rispetto a quando avrebbero dovuto fare una pausa e tacere.

 

Postilla squisitamente personale

Ho letto tutto il leggibile di Fante (da Chiedi alla Polvere fino a Sogni di Bunker Hill, dettato  quando ormai era cieco e immobile in un letto d’ospedale), leggendo le lettere si capisce quanto i suoi romanzi fossero LUI.

“La grande fame” di John Fante

La grande fame
di John Fante

 

… e non era passione ciò che provavano, ma puro desiderio…

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… e mi sono domandato, d’improvviso timoroso, se magari era una santa, e questo era proprio possibile perché i santi possono essere anche le persone più strane nei posti più del cavolo.

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Ubriache, però, erano soltanto le sue gambe. Il resto era gravato da una profonda malinconia.

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Diventare un uomo migliore: sempre quella era l’idea di Arturo Bandini, di diventare un grand’uomo, di scrollarsi dalla polvere della strada, di amare uomini e bestie nello stesso modo. Di andare, e non peccare più.

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… forte e pieno di sogni, vivo di sogni.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Solo perché contiene il prologo a “Chiedi alla polvere”, suo libro più famoso e forse anche più bello, meriterebbe la lettura.

“A ovest di Roma” di John Fante

A ovest di Roma
di John Fante

 

Era una giornata mozzafiato. La tempesta aveva lavato e asciugato il mondo. […] Era il tipo di giornata che tortura uno scrittore, così meravigliosa da strappargli l’ambizione e da soffocargli ogni idea nata nel suo cervello.

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Sedemmo in cucina con tutte le finestre spalancate, e sorseggiammo chablis freddo fino al calare del sole, ascoltando la marea che saliva ruggendo come leoni in una fossa.

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Ero preoccupato, ma risultava estremamente difficile ottenere informazioni da quel ragazzo. Era taciturno e misterioso, non come i suo fratelli. Sotto pressione riusciva a fondersi con le pareti.

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Il terzo ancora troppo giovane  per aggiungersi alla disintegrazione della famiglia.

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Per scrivere bisogna amare, e per amare bisogna capire.

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Siamo leggermente pazzi, sconnessi, sulle nuvole. E non ci vergogniamo ad ammetterlo.

 

Postilla squisitamente personale

“Uno che non ha certo paura delle emozioni” diceva di lui Charles Bukowski.

“Il Dio di mio padre” di John Fante

26 febbraio 2004 Nessun commento

Il Dio di mio padre
di John Fante

 

Ma avevo molto per scrivere. Era un’urgenza che mi premeva dentro fino a farmi male. […] Dopo tre giorni, tutto ciò che potevo mostrare del fermento che s’agitava nel mio cervello erano mucchi di carta appallottolata. Andavo su e giù sul pavimento cigolante. Mi spremevo le meningi, mi rigiravo nel letto, fissavo il soffitto. Sveglio, ascoltavo i rumori della casa.

*

La neve era il nemico mortale di mio padre, quello che seppelliva il suo lavoro sotto desolati cumuli bianchi, inghiottiva i mattoni, la malta, le impalcature, gli rubava la vitalità e lo rispediva a casa senza nemmeno aver potuto aprire la gamella della colazione. Diventava un carcerato nella propria casa.

*

Guardai mio padre con aria d’accusa.

“E perché tu non puoi fare come tutti gli altri?”

“Nossignore. Non mi ci farete entrare in quella scatola!”

*

Vedemmo papà che quasi ingrassava per un senso d’importanza.

*

Nel momento in cui pronunciò quelle due parole, il mito della sua ferocia svanì. Aveva una voce sottile, sibilante, sorprendentemente dolce e un po’ malferma; era come un leone possente sì, ma capace di ruggire come un gattino.

*

Li guardai per un momento. Poi ogni cosa si fece più chiara nella mia mente. Tutte quelle settimane, le cose che dovevo dire, le cose che volevo scrivere, potevo scriverle ora, quei sentimenti nel mio sangue. Si sarebbero mischiati con l’inchiostro e si sarebbero distesi attraverso campi di carta bianca. Corsi via di nuovo alla mia stanza e sedetti davanti alla macchina da scrivere. Tutto scorreva magicamente.

 

Postilla squisitamente personale

Per tutti quelli che hanno avuto un rapporto conflittuale con il proprio padre, per quelli che hanno creduto di potersi negare un attaccamento invisibile e indissolubile, per tutti quelli che amano la VERA letteratura.