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“Glamorama” di Bret Easton Ellis

17 settembre 2012 2 commenti

Bret Easton Ellis - GlamoramaGlamorama
di Bret Easton Ellis
– Einaudi -
(traduzione di Katia Bagnoli)
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Intorno alla nave tutto è grigio o blu scuro e non c’è niente di particolarmente hip, e una o magari due volte al giorno appare all’orizzonte una strisciolina bianca, ma così lontana che non si può sapere con certezza se si tratti di terra o di cielo. È impossibile credere che sotto questa volta piatta color grigio ardesia, o sotto la superficie di un cielo così calmo e vasto, si agiti qualche forma di vita, che qualcosa di vivo possa esistere in questo limbo, e i movimenti sotto la superficie sono così insignificanti da sembrare piccoli incidenti, brevi attimi irrilevanti o minuscoli contrattempi, e nel cielo non c’è mai traccia di sole – l’aria sembra più o meno trasparente e ha la consistenza di un kleenex – eppure è sempre una luminosità monotona, il vento di solito è costante mentre lo cavalchiamo leggeri, e sotto di noi la scia lasciata dalla nave e di un azzurro Jacuzzi che nel giro di pochi minuti sbiadisce allo stesso monotono grigio generale. Un giorno fa la sua apparizione un normale arcobaleno e tu ci fai vagamente caso, pensando all’enorme quantità di soldi che il tour dei Kiss redivi deve aver fatto durante l’estate, o magari una balena passa a dritta agitando la coda, dandosi delle arie. È facile sentirsi al sicuro, è facile che la gente ti guardi e pensi che sei qualcuno diretto da qualche parte.
*
- Sento odore di Marlboro, – dice Reed, spingendomi verso la Stairmaster. – Non dovresti fumare, bello, ti toglie anni preziosi.
- Sì, i sessanta, l’età più bella. Non vorrei davvero perdermeli.
*
- Te lo dico io, Victor, – continua Damien. – Il mondo è pieno di sorprese. Nella maggior parte dei casi non troppo interessanti ma comunque sorprendenti.
*
Tutto sembra scolorito e fa freddo e all’improvviso la notte smette di accelerare: il cielo resta bloccato al suo posto, lanuginoso e immobile, e io scendo giù per la strada incespicando, poi mi fermo per cercare una sigaretta nella giacca e sento chiamare il mio nome…
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Postilla squisitamente PERSONALE
Otto anni dopo il successo di American Psycho, in questo successivo romanzo covato a lungo dall’autore (quasi dieci anni), la follia visionaria travestita da abbagliante realtà non abbandona la scrittura di Bret Easton Ellis.
Un inizio a rotta di collo nelle vicende che ruotano attorno a Victor Ward (modello, drogato di estetismo e non solo, figlio di un famoso, etc.) che potrebbe intimidire o addirittura infastidire tanti lettori, eppure più il protagonista rimane invischiato nella storia, perdendone le redini e la propria ragione insieme, più le parole che si susseguono a ritmo vertiginoso non mollano con la loro presa “nicotinica”.
Breat Easton Ellis è un maestro in questo gioco e spingendo sull’acceleratore delle sue peculiarità più pungenti, fa sì che si rimanga incollati fino all’ultima pagine di un delirio lucidissimo.

“Imperial bedrooms” di Bret Easton Ellis

29 ottobre 2010 1 commento

Imperial bedrooms
di Bret Easton Ellis
– Einaudi - 

Durante il primo provino guardo sul portatile la pagina di Rain Tuner su IMDb. Lei fa un secondo provino per un altro ruolo e preso dal panico i rendo conto che non la prenderanno mai. E’ solo l’ennesima ragazza che si è fatta strada grazie al suo aspetto – la sua moneta di scambio, in questo nostro mondo – e vederla invecchiare non sarà divertente.
*
Finisco il Martini e poso il bicchiere su un davanzale e poi le faccio un sorriso indifeso, e sto dondolando appena e Blair guarda il mare luccicante che descrive una curva verso di noi ed è a miglia e miglia di distanza.
– Pensavo di ignorarti, ma poi ho deciso di no, – dice, facendosi più vicina.
– Ora mi sento sotto pressione ma sono contento che tu  voglia parlarmi -. Mi volto di nuovo verso il panorama della città. – Perché non mi hai parlato per così tanto tempo? Per quale ragione?
– Pensavo alla mia incolumità.
– Perché adesso hai deciso di parlarmi?
– Non mi fai più paura.
– Allora sei diventata ottimista.
– Credevo che sarei riuscita a cambiarti, – dice lei. – Ci ho creduto per tutti quegli anni.
– Ma così sarei diventato la persona che volevi davvero che fossi? – M’interrompo e ci rifletto su. – O forse sarei diventato la persona che davvero volevo essere?
– La persona che vorresti davvero essere non esiste, Clay.
*
Non riesco ad aprire la bocca. Ad un tratto sto stringendo la ringhiera di ferro. L’informazione che mi ha dato è una scusa per non guardarlo più in faccia. La paura, quella grossa macchia nera, si sta avvicinando a tutta velocità, ed è nel caldo, nell’ampia distesa della terrazza vuota, tutto intorno a me.

Postilla squisitamente PERSONALE
Temo non ci sia niente da fare con Ellis, sia inteso come scrittore che come personaggio, o lo si odia o lo si ama.
Il discorso vale anche per questo suo nuovo romanzo, che  è il sequel, 25 anni dopo circa, del suo esordio letterario: Meno di zero; se non l’avete letto, prima di iniziare questo, vi consiglio vivamente di procurarvelo perché la lettura non sarebbe la stessa, talmente il nuovo si risparmia sulla caratterizzazione di alcuni personaggi.
Il vuoto adolescenziale che fu si trasforma come nei peggiori presagi in solitudine adulta.
L’atmosfera/trama invece, forti i richiami visivi a Mulholland Drive di Lynch ma anche in alcune parti a quel piccolo capolavoro che è stato il suo penultimo romanzo Lunar Park, risucchia in un vortice nel quale però non si precipita, tanta è la consapevolezza di cadere, quasi fosse una voglia che non si vuole riconoscere.
Adesso però Bret, fai un favore ai tuoi lettori affezionati: andiamo avanti !!
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“Meno di zero” di Bret Easton Ellis

22 dicembre 2009 Nessun commento
Meno di zero
di Bret Easton Ellis
– Einaudi - 
 
Verso la fine dell’ultimo anno di liceo, un giorno saltai le lezioni. Presi invece la macchina e andai a Palm Springs, da solo, con un sacco di cassette vecchie che una volta mi piacevano molto ma che ormai non mi interessavano più. Mi fermai a un MacDonald si Sunland a prendere una Coca poi proseguii fino al deserto e parcheggiai di fronte alla nostra vecchia casa. Quella nuova appena comperata non mi piaceva. Be’, non era male, ma niente a che vedere con la vecchia. Quella vecchia era vuota e il terreno intorno davvero trascurato, pieno di erbacce, e su quello che una volta era il prato c’era l’antenna della televisione caduta dal tetto e un paio di bidoni dell’immondizia. La piscina era vuota e di colpo venni assalito da una quantità di ricordi e dovetti sedermi con la divisa della scuola e tutto sul bordo della piscina vuota e mi venne da piangere. Ricordavo tutti quegli arrivi il venerdì sera e quelle partenze la domenica sera e quei pomeriggi passati a giocare a carte con la nonna sulle sdraio vicino alla piscina. Ma quei ricordi sembravano vaghi rispetto alle lattine di birra vuote sparse sul prato morto e ai vetri delle finestre tutti rotti. La zia aveva tentato di vendere la casa, ma poi forse si era fatta prendere da un attacco di sentimentalismo e non aveva concluso. Mio padre voleva davvero venderla ed era davvero scocciato che non se ne fosse fatto niente. Poi avevano smesso di parlarne, la casa era rimasta in sospeso là tra loro e l’argomento non era più stato toccato. Quel giorno non ero andato a Palm Springs per dare un’occhiata in giro o vedere la casa e nemmeno perché non avevo voglia di andare a scuola eccetera. Immagino di esserci andato perché volevo ricordare le cose com’erano. Non so.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Anche le vite dei protagonisti di questo esordio fulminante di Ellis sembrano vuote, cadute in disuso (nonostante la giovanissima età e per questo ancora più disperati). Anche loro vorrebbero riuscire a venderla, cambiarla la propria vita. Senza guardarsi indietro, senza rimpianti.
Il problema è che prima o poi ci si abitua, si vuole solo sbirciare come potrebbe essere se… perché la nostalgia, o comodità che dir si voglia, è troppo forte. Il problema è che prima o poi: “Non so”.
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“Lunar Park” di Bret Easton Ellis

Lunar Park
di Bret Easton Ellis
– Einaudi - 
(seconda e ultima parte)
 
E mentre tornavamo in auto alla casa di Elsinore Lane, vidi, sopra il cruscotto e oltre il parabrezza, distinti contro l’ampio orizzonte di tenebra, alberi di agrumi appena piantati spuntare lungo l’Interstate accanto a qualche sporadica palma, le fronde appena visibili nella bruma azzurrina, mentre il profumo dell’oceano Pacifico chissà come penetrava nell’abitacolo della Range Rover insieme a Elton John che cantava Someone Saved My Life Tonight anche se la radio era spenta, e poi imboccammo un’uscita sovrastata da un cartello che diceva SHERMAN OAKS a lettere scintillanti, e pensai alla città che avevo abbandonato, sulla costa occidentale, e mi resi conto che non c’era bisogno di indicare il cartello a mia moglie, che era la volante, perchè il parabrezza venne improvvisamente investito da una pioggia che oscurò i cactus e le palme lungo la strada e, sopra di essi, la geometria di una costellazione di un latro spazio temporale, e mi resi anche conto che non c’era bisogno di indicare nemmeno questo a Jayne, perchè, in definitiva, io ero solo il passeggero.
*
D’altra parte Jayne si ostinava a non capire che le feste erano il mio ambiente di lavoro. Erano il mio mercato, il mio campo di battaglia, dove stringere amicizie, incontrare amanti, concludere affari. Le feste sembravano qualcosa di frivolo e casuale e privo di forma, ma in realtà erano eventi con trame intricate e coreografie di prim’ordine. Nel mondo in cui ero cresciuto, le feste erano la superficie su cui si svolgeva la vita quotidiana. Quando avevo cercato di spiegarlo seriamente a Jayne, lei mi aveva fissato come se fossi diventato all’improvviso un idiota.
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“Ti ho procurato della Turbopolvere boliviana molto pura”, gli dissi, frugandomi nelle tasche.
“Ooohhh… la Forfora del Diavolo”.
*
“Non sai proprio come si fa una festa, eh?”
“Come cosa si fa? Una festa strafiga?”
“No. Il marito. Il padre”.
“be’, fare il marito non è un problema, ma la parte paterna è un po’ più difficile,” dissi. “Papà, mi dai un succo di frutta?” “Che ne dici di un bicchiere d’acqua, tesoro?” “Papà?” “Sì?” “Mi dai un succo di frutta?” “Che ne dici invece di un bicchiere d’acqua, tesoro?” “Papà, mi dai un succo di frutta?” “Okay, tesoro, vuoi un succo di frutta?” “No, fa lo stesso, dammi solo un bicchiere d’acqua”. E’ come provare e riprovare di continuo una piéce di Beckett, cazzo.
*
“Ma non ce l’eravamo lasciata alle spalle, questa frusta ironia? Non dovevamo piantarla di comportarci come se avessimo sempre vent’anni?”
“Be’, tu indossi una T-shirt con una foglia di marijuana alla tua festa di Halloween e ti stavi facendo una studentessa in bagno, perciò, amico mio, la risposta è un categorico no.
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“Quando sono tornato a casa ieri sera… un momento, non sei mica arrabbiata con me perchè ero stanco e sono scappato via… vero?”
Lei sospirò. “Senti, è il primo del mese. Dimentichiamo tutto quello che è successo e cerchiamo di ricominciare da capo. Che ne dici? Ricominciamo semplicemente da capo. Un nuovo inizio.”
Lo stravolgimento svanì. La paura passò. Tutto poteva di nuovo funzionare, pensai.
“Adoro i tuoi tempi di recupero”, le dissi.
“Già, mi incazzo e mi scazzo velocemente.”
“Ecco cosa amo e ammiro di te”.
Lei sbatté le palpebre. “Cosa, che ti lascio fare tutto quello che vuoi?”
*
Quando tornai a guardarla, Jayne mi fissava con tanta speranza che la sua espressione sconfinava quasi nella follia, e allora cercai di staccarmi per primo.
*
Prima l’uomo prende un drink, poi il drink prende un drink, poi il drink prende l’uomo…
*
Ma non volevo tornare a quel mondo. Volevo la levigatezza idilliaca della nostra vita (più precisamente, la promessa mantenuta di quella vita). Volevo un’altra possibilità. Ma riuscivo ad esprimere quel desiderio solo a me stesso. Avevo bisogno di passare all’azione e provare che non ero finito, che non avevo perso il sacro fuoco, che potevo ringiovanire. Avevo bisogno di dimostrare che in qualche modo potevo tornare nella corsia di sorpasso. Ero ancora giovane. Ero ancora brillante. Ero ancora convinto delle mie possibilità. Non era tutto perduto. Sapevo ancora districarmi fra i problemi. Potevo cancellare il risentimento di Jayne
(Dov’erano finiti gli orgasmi appena la penetravo? E le notti passate a guardare il suo volto mentre dormiva?)
e potevo guadagnarmi l’amore di Robby.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Sicuramente tra i migliori romanzi letti in questo inizio 2006.
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“Lunar Park” di Bret Easton Ellis

20 marzo 2006 10 commenti
Lunar Park
di Bret Easton Ellis
– Einaudi - 
(prima parte)
 
Continuavo a fissare l’orizzonte. Il cielo stava diventando nero, e le nuvole che lo percorrevano continuavano a cambiare forma. Sembravano onde, creste, la risacca gonfia e schiumosa di mille spiagge.
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La lettura dei quotidiani mi provocò altre botte d’ansia. Nuovi studi riportavano dati statistici tremendi praticamente su ogni cosa. C’erano le prove che non ci stavamo comportando bene. I ricercatori concordavano tetri. Venivano intervistati psicologi dell’ambiente. Erano stati fatti danni “involontari”. Si “temevano errori”. C’erano “equivoci” sui possibili sviluppi. Situazioni si erano “deteriorate”. La crudeltà stava aumentando e non c’era niente da fare. La popolazione era confusa, ma tutto sommato se ne fregava. Studi riservati alludevano al fatto che stavamo tutti pagando per questo. Gli scienziati scrutavano i dati e concludevano che dovevamo preoccuparci. Nessuno sapeva più cosa fosse un comportamento normale; c’era chi sosteneva che questa fosse una forma di virtù, e nessuno ribatteva. Nessuno metteva in dubbio niente. L’ansia fagocitava le giornate della maggior parte gente. Tutti ormai erano dominati dall’orrore. La follia vibrava dappertutto. Cinquant’anni di ricerche lo provavano. Diagrammi illustravano ciascuno di questi problemi – cerchi ed esagoni e quadrati con le varie sezioni colorate di verde, lilla e grigio. Ancora più sconvolgenti erano i segni fugaci che nulla poteva trasformare tutto ciò in qualcosa di positivo. Non si poteva evitare di sentirsi contemporaneamente preoccupati e affascinati. Leggendo quegli articoli si capiva che forse la sopravvivenza dell’umanità non aveva più molta importanza nel lungo periodo.
*
E ora la scomparsa di quel boyscout mi fece inevitabilmente provare il fremito di preoccupazione che sperimentavo ogni mattina prima che Robby e Sarah andassero a scuola, specialmente se i postumi della sbornia erano pesanti e avevo bevuto troppo caffè. Quell’incubo a occhi spalancati non durava più di trenta secondi, un montaggio rapido che comunque richiedeva un Klonopin: l’esplosione di violenza a scuola, “Ho tanta paura” sussurrato nel cellulare, un rumore simile a uno scoppio di petardi in sottofondo, la pallottola di rimbalzo che buttava a terra l’alunna di seconda elementare, i colpi sparati a casaccio nella biblioteca, il sangue che schizzava su un compito in classe incompiuto, le pozze rosse che si formavano sul linoleum, il banco cosparso di viscere, un insegnate ferito che accompagnava i bambini storditi fuori dalla mensa, il custode freddato alla schiena, la ragazzina che prima di svenire mormorava “Mi hanno colpita”, l’arrivo dei furgoni della Cnn, lo sceriffo che balbettava all’improvvisata conferenza stampa, i bollettini che si succedevano sui teleschermi, il presentatore “turbato” che dava gli aggiornamenti, gli elicotteri che si libravano in aria, il finale con l’omicida che si infilava in bocca la Magnum, il pronto soccorso dell’ospedale affollato e la palestra provvisoriamente trasformata in obitorio, il nastro giallo della polizia che circondava l’intero cortile – e poi gli strascichi: il fucile calibro 22 che mancava dalla vetrina del patrigno, il diario che raccontava l’emarginazione e la disperazione del ragazzo, un ragazzo che non sopportava le crudeli prese in giro, un ragazzo che non aveva niente da perdere, l’Elavil che non faceva effetto o un disturbo della personalità non diagnosticato, il libro di stregoneria trovato sotto il letto, la X incisa sul petto e il tentato suicidio del mese prima, la mano rotta prendendo a pugni un muro, le notti passate a letto a contare fino a mille, il coniglietto ritrovato in seguito impiccato a un gancio nell’armadio – e, per concludere, le immagini finali degli infiniti servizi: la bandiera a mezz’asta, i funerali, le centinaia di mazzi di fiori e candele e giocattoli che riempivano i giardini della scuola, la mano insanguinata di una vittima sulla copertina di “Newsweek”, le domande, le semplici alzate di spalle, le cause civili intentate, gli imitatori, i motivi per cui avevi smesso di pregare. Ma la notizia peggiore te la dava tuo figlio: Ma papà, era normale… era proprio come me”.
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Nella scrittura si adatta l’evidenza alla conclusione cui si vuole arrivare e raramente si dice la verità. Ma dato che la mattina del 3 novembre la verità era irrilevante – perchè era già stata squalificata -, io ero libero di immaginare un altro film. E dato che ero bravo a creare le cose nei minimi dettagli, con gli effetti e il nitore necessari, presi a girare un nuovo film con scene alternative e lieto fine, un film in cui non mi sarei trovato solo e angosciato e scosso dai brividi nella stanza degli ospiti. Ma il lavoro dello scrittore è proprio questo: la vita diventa un vortice di menzogne. L’abbellimento è al centro di tutto. Serve a compiacere il prossimo. Serve a stare a galla. Da un punto di vista fisico, la vita dello scrittore è fondamentalmente statica, e per combattere questa condizione è necessario costruire quotidianamente un mondo alternativo e creare un altro sé. Il problema che dovetti affrontare quella mattina fu di costruire un’alternativa rassicurante al terrore della notte precedente, anche se il mito che circondava la vita degli scrittori vuole che il dramma e il dolore e la sconfitta siano positivi per l’arte: trasformano il giorno in notte, l’amore in odio, la serenità in caos, la bontà in crudeltà, Dio nel Diavolo, una figlia in puttana. Avevo ricevuto riconoscimenti straordinari per la mia partecipazione a questo processo, e spesso l’arte di mentire tracimava dalla mia vita di scrittore – una sfera circoscritta di consapevolezza, un luogo sospeso fuori dal tempo dove le bugie scorrevano sullo sfondo bianco di uno schermo vuoto – andando a toccare l’uomo in carne e ossa. Ma evidentemente, in quel terzo giorno di novembre, ero arrivato a credere che le due parti della mia vita si fossero mescolate, e non riuscivo più a distinguere l’una dall’altra.
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Sono necessari un immenso sforzo di concentrazione e un enorme equilibrio per fare la spola tra l’illusione e quella che si considera senza dubbio la realtà, senza sbandare nel tragitto che collega le due cose.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Forse un altro binario rispetto a Meno di zero e American Psycho, ma pur sempre lo stesso capotreno. Società e individuo sulla graticola, la colpa che passa come un palla avvelenata tra le mani di tutti e alla fine rimane sempre a chi l’ha lanciata per primo.
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