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“Tutte le famiglie sono psicotiche” di Douglas Coupland

26 novembre 2012 Nessun commento

Douglas Coupland - Tutte le famiglie sono psicoticheTutte le famiglie sono psicotiche
di Douglas Coupland
– ISBN Edizioni -
(traduzione di Alfredo Colitto)
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La vita è molto più facile se la evitiamo. Forse, evitandola per bene, possiamo evitare anche di affrontare la morte. O è una strategia troppo semplice?
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Fuori dalla vetrata del fast-food il sole faceva sembrare il parcheggio un’area da esperimento nucleare.
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Wade era convinto che a un certo punto della vita la maggior parte delle persone valuti a mente fredda ciò che ha e ciò che le manca, dopodiché va avanti cercando di far fruttare al meglio ciò che le resta, come un attore che passa da ruoli principali a parti da caratterista.
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Quando fecero scalo a Dallas era tardo pomeriggio, e la temperatura fuori dal tunnel raggiungeva i quarantacinque gradi. I passeggeri dentro la struttura in vetro guardavano fuori come se avessero appena saputo che il cielo aveva una malattia terminale.
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Invece Ted aprì la porta, gridò: “Wade!” e lo abbracciò in un modo che per poco non gli fece schizzare il sangue fuori dalle orecchie. “Entra, entra. Dà un’occhiata in giro. Carino qui, eh? Mi ero proprio stufato di quella merda di quartiere.”
Ted versò due drink generosi per entrambi. Era evidente che andava in palestra, e che qualcuno gli aveva rinnovato il guardaroba. Ma poi Wade vide un lampo nei suoi occhi, un lampo che diceva: È tutta merda, Wade, ma non dirlo ad alta voce, perché se anche questa merda sparisce non ci resta più nulla.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Una famiglia si ritrova riunita, suo malgrado, ad Orlando per il primo viaggio spaziale di una figlia. Essendo come da titolo i suoi componenti psicotici ne succederanno di ogni, forse troppe… perché sì, il romanzo si legge che è un piacere, eppure sono talmente tante e assurde le vicissitudini che si susseguono a ritmo vertiginoso, da non lasciare spazio ad altro che scene e scenette, alle volte talmente improbabili che… (molto buona invece la riuscita della descrizione ambientale in Florida).
Non un brutto libro, ma di certo non tra i migliori di Coupland, intermittenza alla quale, a mio avviso, l’autore ormai ci ha abituato.


“Generazione A” di Douglas Coupland

3 novembre 2010 1 commento

Generazione A
di Douglas Coupland
– ISBN Edizioni - 

Com’è possibile essere vivi e non interrogarsi sulle storie di cui ci serviamo per ricucire questo posto che chiamiamo mondo? Senza storie, il nostro universo non è altro che pietre e nuvole e lava e tenebra.
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Serge mi guardò come a dire giochiamo pure. “Senti, Julian, hai ventidue anni e il lobo frontale ancora incompleto. Puoi controbattere finché vuoi ma è una verità scientifica. E il fatto di avere un lobo frontale ancora in fase di sviluppo comporta tra le altre cose la sensazione di avere il diritto di disprezzare tutto quello che ti circonda, ma guarda che in realtà non sei altro che un luogo comune biologico. Al tuo cervello manca ancora qualche anno e dunque ora come ora sei una specie di robot giudicante e tutto quanto pensi e provi deriva solo dal mancato completamento delle connessioni corticali e da un’isteria ormonale. Quindi non fare il superiore con me, perché al momento quella che tu consideri la tua personalità per me rappresenta soltanto un ostacolo indesiderato e fastidioso che ci impedisce di scoprire quello che cerchiamo.”
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“Quanto resterai a Ginevra?”
“Voglio tornare a Parigi domani. Papà, qui è di una noia mortale, è come un ictus che non finisce mai.”
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Odio il modo che hanno le cose di possedere superficie, durezza, morbidezza, il modo che hanno le cose di possedere un odore; fiori di castagno e pollo arrosto.
Odio il modo in cui i nostri corpi si muovono nel mondo, tic-toc, come marionette di carne. Odio il modo in cui mondo si è trasformato in un gigantesco tritacarne, il modo in cui ormai contano solo le persone: tutto il resto del pianeta è costretto a piegarsi al nostro volere perché non rimane più alternativa.
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Ai vecchi tempi era molto più facile, ma in questa nostra cultura moderna del successo, dove stiamo a marinare 24/7 nelle informazioni elettroniche…
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Grazie a Finbar, ben presto tutto il paese venne a sapere che ero tornata. Quella prima ora con i miei genitori fu l’unica a me concessa. Poi arrivarono la stampa e i guardoni e cominciarono ad accendersi i flash, e divenne ben presto evidente che non potevo stare a casa dei miei. Sembravano tutti convinti che Zack e noialtri fossimo dotati di una specie di fattore X magico in grado di risolvere tutti i loro problemi e rispondere a tutte le loro domande. Una rottura di ciglioni.
E allora cosa si fa a quel punto? Ci si trova un armadietto, ci si chiude dentro e si resta lì per sempre? La celebrità non accompagnata dai soldi necessari a isolare dalla celebrità è una delle condizioni umani più miserevoli.
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Cadde il silenzio. Il tempo passato con Amber è sempre punteggiato di piccoli silenzi a culo di gallina. Si considera l’intellettuale di famiglia e ascolta la National Public Radio. I suoi argomenti di conversazione preferiti sono Cicerone, Flaubert, e le vignette del New Yorker ambientate nei musei e magari ogni tanto i poeti del subcontinente indiano. Amber è un po’ come quel minerale, la kimberlite: all’interno ci sono i diamanti, ma Cristo se è una fatica trovarli.
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Vagare per la stazione fu una gioia. Provava quella pace tranquilla, silenziosa, ultralimpida che si prova verso le sette di sera quando ci si rende conto che un lunghissimo doposbornia se n’è andato al cento per cento.
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“Mi sta dicendo che c’è differenza fra il silenzio diurno e il silenzio notturno?”
“Sì, Lesile. Immagini di trovarsi in una stanza completamente buia con gli occhi chiusi. Poi apra gli occhi. E’ buio esattamente come quando ha gli occhi chiusi, eppure è un buio completamente diverso da quello di prima, no?”
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E poi cosa fate? Pregate, forse? Cos’è una preghiera se non il desiderio che gli eventi della propria vita si raccolgano a dare forma a una storia, qualcosa che dia un senso a eventi che si sa che possiedono un significato?
E così io prego.

Postilla squisitamente PERSONALE
Non sono un fan sfegatato di Coupland, ma nonostante questo ho letto alcuni dei suoi libri*/**, saltando un po’ all’interno della sua produzione. E devo dire che questo romanzo non ha fatto altro che rafforzare la mia idea sulla sua letteratura: avrebbe tutte le carte in regole (tra le tante una visione globale e allo stesso tempo selettiva sui punti giusti) per scrivere una grande storia, ma c’è sempre un motivo, se non più di uno, che lo fa fallire in questo traguardo. Nel caso specifico ci sono più cose: una seconda parte noiosa, una prima che spesso potrebbe incidere di più e un finale frettoloso.

* non ho letto il suo più famoso: Generazione X (in copertina si dice che Generazione A sia il suo “seguito ideale”, anche se alcuni amici che li hanno letti entrambi, smentiscono categoricamente questa ipotesi)
** il migliore tra quelli da me affrontati rimane: La fidanzata in coma
 

“Eleanor Rigby” di Douglas Coupland

20 febbraio 2006 6 commenti
Eleanor Rigby
di Douglas Coupland
– Frassinelli - 
(seconda e ultima parte)
 
Non c’erano altri pedoni in strada – quella dove abito non è un quartiere in cui passeggiare – né auto, né, come ho visto guardandomi in giro, persone che stessero guardando la strada dal loro appartamento. Quel piccolo evento era mio e soltanto mio.
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Che cosa vediamo, quando chiudiamo gli occhi? Nulla e tutto. Spesso mi sono chiesta che sogni faccia chi è cieco dalla nascita. Sogna suoni e temperature?
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Immagino che per tutti gli esseri umani arrivi un momento in cui ci si rende conto che non si riuscirà mai ad avere molto più di quello che si è raggiunto fino a quel punto, che si tratti di amore, denaro o potere. Un momento in cui si deve fare la pace con chi si è e chi si è diventati. Pensavo che quella di scegliere la pace invece della prevedibilità fosse una semplice decisione contabile che mi avrebbe riconciliato senza difficoltà con la mia vita. Pensiero stupido.
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Il mio interlocutore mi ha guardato con un espressione cupa. “Miss Dunn, l’inconscio non è stato inventato. E’ stato scoperto.”
“Oh, scusi. Non ci avevo pensato. Ho sempre creduto che avessimo la nostra personalità quotidiana e poi anche quel grande nido di topi dentro di noi chiamato inconscio.”
“Che cosa le fa pensare che sia un nido di topi?”
“Be’, se il nostro inconscio fosse una bella cosa, non la dovremmo seppellire dentro di noi. Sarebbe solo un altro tratto del nostro viso, come il naso.” Herr Bayer pensava che forse stavo scherzando, ma non era così. “Si parla spesso dell’inconscio come se fosse il Polo Sud e fossero necessarie tecnologie sofisticate e grande determinazione per raggiungerlo. Come facciamo a sapere che non ci sono cinque o sei personalità nascoste dentro di noi? O sessantadue?”
“Io penso che siano quattro.”
“Come le chiamerebbe lei?”
“Miss Dunn, lo sa già – l’io pubblico, l’io privato e l’io segreto.”
“Sono solo tre.”
“Il quarto è l’io oscuro – è lui che è al volante, che ha la carta stradale, è lui che è avido o fiducioso o pieno di odio. E’ così forte che è difficile parlarne.”
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Un uomo ricco è sempre e soltanto un uomo ricco, ma una donna ricca è solo una povera donna alla quale è capitato di avere del denaro.
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Per tutta l’infanzia il povero Jeremy era passato da una famiglia all’altra, come un romanzo pornografico in un campo estivo.
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Rimasi zitta, ricordando le parole di William in occasione dell’ultimo pranzo di Pasqua. Aveva alzato il gomito e parlava della futura carriera scolastica dei suoi due ratti imbevuti di TV: “Solo i perdenti prendono decisioni quando le cose vanno male. Il momento giusto per riconvertire la propria vita è quando tutto fila apparentemente liscio. Bisogna sfruttare i brevi momenti di calma per ricollocarsi in un altro posto che sia altrettanto valido”. William ovviamente non crede che la sofferenza renda le persone migliori, ma solo diverse. Non sono d’accordo, ma tenni la bocca chiusa.
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Qualcuno molto più saggio di me ha detto che nessuno è noioso se è disposto a dire la verità su di sé. Per essere più precisi, qualcuno altrettanto saggio ha detto che le cose delle quali ci vergogniamo sono quelle che ci rendono interessanti.
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“Jeremy, accidenti, non ne posso più di tutta la faccenda. Non mi posso arrabbiare con te o entri in crisi; non posso essere allegra in tua presenza o sono ipocrita; non posso cercare di convincerti a prendere le tue medicine o sono Hitler; non posso cercare di essere compassionevole perchè non vuoi la pietà di nessuno. Sono stufa di cercare di essere un foglio bianco in tua presenza. Voglio fare solo cose normali da persona normale.”
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A volte penso che avere visioni sia un modo di intrufolarsi in un futuro che sospetti non avrai mai. Chi vede la fine del mondo non riesce a immaginare la propria vita dopo la propria morte. Se deve andarsene, lo fa portandosi dietro il mondo intero.
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Essere alleggerita di tutti i ma e i se della vita – avere tutto programmato ogni giorno e ogni minuto della vita – il carcere è il contrario della libertà e, in quanto tale, altrettanto liberatorio.
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… ero troppo sola per vivere e troppo spaventata per morire.
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“Eleanor Rigby” di Douglas Coupland

16 febbraio 2006 3 commenti
Eleanor Rigby
di Douglas Coupland
– Frassinelli - 
(prima parte)
 
Una volta ho letto che per ogni persona viva su questa terra, ne esistono diciannove vissute prima di noi.
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Un brutto spettacolo è meglio di nessuno spettacolo.
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Fino ad allora, avevo dovuto usare un setaccio a maglia sempre più fine per separare dal contenuto dei miei giorni le schegge appuntite che mi davano tanto dolore: le cattive idee, le abitudini insensate, il ragionare da robot. Come tutti, volevo scoprire se la mia vita avrebbe mai avuto senso o se sarebbe mai sembrata una storia.
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“Fantastico. Tante festicciole da quelle parti?”
“Come?” L’anestesista mi premette con forza la maschera sul viso.
“Sai, per rilassarsi e svagarsi un po’.”
“La mia vita non è esattamente la pubblicità di una birra…”
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Corpi. Oh, groan! Ho sempre desiderato abbandonare questo mio corpo. Che festa sarebbe! Essere un raggio di luce, una piccola cometa, scuotersi di dosso queste misere ossa. La mia bellezza interiore potrebbe finalmente risplendere e librarsi in volo! E, invece, no, il mio corpo è il criterio con cui mi si valuta nella vita.
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Come a scuola quando entrava in classe qualche ragazzo della squadra di calcio e tutte le ragazze all’improvviso tacevano attorcigliandosi una ciocca di capelli sulle dita.
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Jeremy era la vernice che mi aveva reso visibile agli occhi del mondo.
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Vorrei tanto che la scienza scoprisse un farmaco che faccia sembrare il tempo molto più lungo, come succede quando si è bambini. Che grande farmaco sarebbe. Un anno sembrerebbe un anno, non dieci minuti. Gli anni della maturità sembrerebbero lunghi e pieni, invece che un giro su una giostra impazzita. Chi vorrebbe prendere questo farmaco? Persona di una certa età – persone il cui senso dello scorrere del tempo preme il pedale dell’acceleratore.
[...]
Penso che l’alcool sia la sostanza che ha gli effetti più simili a quelli di un farmaco che fa volare il tempo. [...] Forse è per questo che sono così diffidente nei confronti dell’alcool: a breve termine fa volare il tempo, a lungo termine oblitera la memoria – un altro modo di cancellare il tempo.
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“Non capisco chi tinteggia le pareti di una stanza solo ed esclusivamente dello stesso colore – o chi, traslocando in una casa, mette il divano là, il tavolo qui e un quadro alle pareti e poi si dice: Finito. Non dovrò mai più pensare a questa stanza. La casa è viva quanto chi ci abita.”
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Oggi è una buona giornata, ma in un soffio potrebbe trasformarsi in cenere.
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Devo dire che l’Italia sotto l’effetto dei tranquillanti mi parve un bellissimo posto. I muri della metropolitana oppressi dalle scritte mi parvero pieni di allegria; i randagi malconci e vecchi che all’epoca zoppicavano qua e là per la città non mi intristivano; gli edifici neri di smog non mi ricordavano la morte imminente di Madre Natura; le auto parcheggiate sui marciapiedi, simili a balene spiaggiate, sembravano una cosa pittoresca.
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Mi pareva di essere un prigioniero politico. Il cuscino era delle dimensioni di un chewing gum, il materasso aveva lo spessore di un salatino. Mi raggomitolai e in silenzio piansi, facendo una cosa che solo i giovani sanno fare, cioè lasciarsi andare all’autocommiserazione. Una volta passati i trent’anni, si perde questa capacità e invece di sentirsi dispiaciuti per se stessi, ci si inacidisce.
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… l’unico scopo era organizzarmi la vita in modo da potermene dimenticare nel momento stesso in cui avveniva.
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Se il tempo è iniziato, dovrà anche finire prima o poi.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
I personaggi, soprattutto la protagonista, sono caratterizzati veramente bene. Coupland ha uno stile narrativo, secondo me, tra i migliori nei romanzieri attuali: veloce, con un ritmo preciso, ma mai leggero, anzi, il contrario. Però… alla fine il libro non mi è piaciuto molto. La prima parte è buona, poi (diciamo da quando arriva una telefonata nel cuore della notte) la struttura del romanzo sembra sfibrarsi, perdersi, senza riuscire ad arrivare a un punto. Ho avuto come l’impressione che l’autore avesse fretta di concludere la storia, lasciando il lettore da solo nell’arduo compito di stargli dietro.
Se non avete mai letto niente di Coupland, iniziate da “La fidanzata in coma”, per me il suo migliore.
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“Memoria polaroid” di Douglas Coupland

15 settembre 2003 1 commento

Memoria polaroid
di Douglas Coupland
- Marco Tropea Editore -

Ero triste perché nessuno mai ci ha preparati all’eventualità di scoprirci infelici. Ci insegnano ad aspettarci la felicità, ma non viene mai proposto un piano di emergenza su cui contare nel caso non arrivi.

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… perché pronunciare la parola significa infonderle vita …
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Forse il senso di questa giornata è che l’ho trascorsa da solo, e non con te. Sei tu la persona a cui penso in questo preciso istante? Forse sì. Dove sei? Dove sei finita? Il giorno svanisce e io mi chiedo come sarà la mia prossima vita, quella di domani. Vorrei viverla con te.
Abbiamo tutti un “tu” nella vita… qualcuno che in teoria avrebbe dovuto passare la giornata con noi ma che per un motivo e l’altro se n’è andato. Quel “tu” oggi non c’è.
Il sole è ricaduto nel mondo come nel mondo sono ricaduto io, ma per questo suo precipitare il sole non verrà mai giudicato, mentre invece io giudico me stesso.
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