“Sofia si veste sempre di nero” di Paolo Cognetti
Sofia si veste sempre di nero
di Paolo Cognetti
– minimumfax -
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È successo tutto in meno di un minuto. Un intervallo insignificante per i bioritmi di questa casa: il frigorifero non ha smesso di ronzare, la goccia d’acqua è rimasta in bilico sul bordo del rubinetto.
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Così per la prima volta intravedi un finale. È un gioco che facevi spesso da ragazzina. All’inizio di ogni relazione ti sforzavi di immaginare la scena: mentre un ragazzo ti baciava tu ti chiedevi se quella era una storia da scusa, o una storia da allora ciao, o una storia da vaffanculo, o una storia da restiamo amici. Se sarebbe successo in un letto o in mezzo alla strada e la faccia che avrebbe fatto lui, se era un tipo da insultarti o implorarti o non parlare più, tirare un pugno al muro e odiarti e basta. Dopo ti sentivi più tranquilla. Era come conoscere già l’ultima pagina di un libro, per poi immergerti nella trama senza angoscia.
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Quando riprovò ad abbracciarla lei lo lasciò fare, chiuse gli occhi e si sforzò di non pensare al cumulo dei suoi imbrogli e delle sue bugie.
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Non sono le tue azioni, ma le tue reazioni a definire chi sei.
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Quello del confidente era il ruolo di Roberto all’inizio: sono loro i vecchi amici. Ma sono amici maschi e hanno un legame fondato sul fare più che sul parlare: hanno bisogno di prestare soldi, prendersi cura del figlio dell’altro, saltare i macchina e correre da qualche parte per dimostrare il proprio affetto. I problemi senza soluzione, quelli che richiedono solo la pazienza di stare lì ad ascoltare, rientrano nelle specialità femminili, e Rossana a un certo punto se li è presi sulle spalle. Ecco perché negli occhi di Roberto c’è un po’ di ammirazione e un po’ di orgoglio. Perché questa moglie che sembrava debole, e si rivela così coraggiosa, è proprio la sua.
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Nessuno è tanto ingenuo da sperare che guarisca, però si erano illusi che potesse camminare sul filo, ammalata ma viva, se non per sempre almeno per un presente indefinito.
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Intanto fumava due, tre, quattro sigarette, la cui cenere solo in minima parte finiva nel piattino da caffè che teneva sul bordo della vasca. Anche il discorso le scappava da tutte le parti. Io pensavo che i fumatori potrebbero dividersi in due categorie, quelli che fanno attenzione al destino della loro cenere e quelli che non ci badano per niente. I secondi di solito hanno il vizio di gesticolare. I primi tendono a rovinarsi la vita preoccupandosi troppo delle opinioni altrui, e delle conseguenze delle proprie azioni. Conoscevo bene questa categoria di persone: non solo danno ragione a tutti, ma se litigano con qualcuno finiscono col dire più di quello che dopo, ripesandoci, vorrebbero aver detto, e nel chiedere scusa cedono a toni sentimentali. Questa categoria di persona schiaccia i proprio mozziconi e anche quegli degli altri, quando restano a languire nei piattini da caffè, e poi mette i piattini a lavare.
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Roberto si era ormai rassegnato a pensare che fosse quello, l’amore degli adulti: un esercizio di indulgenza e tolleranza, abituarsi ai difetti di un’altra persona e infliggerle i propri, caricarsi sulla schiena il fardello della sua infelicità.
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Di solito a questo punto dici: “Come faresti senza di me?” E lei risponde: “Come facevo prima”. Ma ora che la possibilità è concreta, temi che nessuno dei due lo troverebbe divertente.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Alla terza prova Paolo Cognetti si avvicina al romanzo, senza per questo però abbandonare il suo tanto amato racconto. Un libro che come altri esperimenti fatti in passato (Salinger, Hemingway) o casi molto più recenti (Elizabeth Strout, Colum McCann e Jennifer Egan), flirta con ambedue le forme narrative.
Sofia, la protagonista, pur non comparendo in ogni singolo episodio (dall’aria di fabbrica e lotta anni ’70 fino a una New York post 11 settembre), lascia la sua impronta fin dal primo racconto, allungandone l’ombra sui successivi, siano essi parte di un passato accaduto in sua ovvia assenza o di un futuro che è lasciato all’immaginazione del lettore (nell’ultimo racconto dove entra in gioco anche il narratore).
La scrittura di Cognetti, già molto precisa nelle precedenti raccolte di racconti, si fa ancora più concentrata (finendo per imprimere anche un sottile sentore di storia italiana) e snella allo stesso tempo, dando l’impressione di un’apparente semplicità, grazie alla sua estrema scorrevolezza, ma che non per questo tralascia la tensione emotiva che è in grado di costruire con le sue parole.
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QUATTRO CHIACCHIERE con Paolo Cognetti*
- Genesi del nuovo libro: ti era chiara fin dall’inizio, ancora prima di buttare giù la prima riga, questa struttura o è stata un decisione presa in corso d’opera?
La struttura mi era chiara, nel senso che sapevo bene come volevo che fosse questo libro, ma non sapevo che cosa ci avrei messo dentro. La storia di Sofia l’ho scoperta scrivendola.
- Sofia ha la caratteristica, il suo nero come dici tu, di riconoscere quando le cose finiscono e di allontanarsene immediatamente. Secondo te è una qualità positiva per una persona? È meglio evitare di trascinare una situazione, correndo però il rischio di affrettare magari una decisione?
Sofia fa finta di credere al comandamento di Robert De Niro in Heat: non legarti a niente da cui tu non possa scappare in trenta secondi netti quando spuntano i lampeggianti della polizia. Ma poi non ci riesce davvero. Nessuno ci riesce. Comunque io penso di sì, quando ti chiedi se una relazione è finita vuol dire che è finita, e a quel punto meglio la fuga che l’agonia.
- In una presentazione Nicola Lagioia ha fatto giustamente notare la quasi totale mancanza di cellulari, computer, etc. nella storia. È stata una scelta precisa o una coincidenza?
Il fatto è che le mie storie sono tutte ambientate tra gli anni Ottanta e Novanta. Anche le poche che non contengono date, nella mia testa avvengono in quell’epoca. Dev’essere un mio mondo ideale e penso che molti scrittori ce l’abbiano: continuano a usare per tutta la vita lo stesso luogo e lo stesso tempo. Io andrò avanti e altrove, spero. Ma per ora niente cellulari né computer, e in compenso un sacco di roulotte, cabine telefoniche, vasche da bagno, lettere scritte a mano.
- Se riesci, mi associ una canzone, un disco o un tipo di musica ad ogni singolo racconto?
Ti associo una voce a tutto il libro ed è quella di Francesca Amati, sia con i Comaneci che con gli Amycanbe. Ho cominciato ad ascoltarla più o meno quando ho cominciato a scrivere di Sofia, mi ha accompagnato per quasi quattro anni e poi, poco tempo fa, per un incredibile colpo di fortuna io e Francesca siamo diventati amici. Ha un grande talento e sono sicuro che avrà anche un grande avvenire.
- In una eventuale trasposizione cinematografica del tuo libro, ad avere potere decisionale, quali attori sceglieresti per i ruoli di Sofia, Juri e Pietro?
Per Sofia di sicuro Natalie Portman, nella versione stralunata di Closer. Ma anche in quella glaciale del Cigno nero. Sono le due anime di Sofia. Juri è uno bello, carismatico, autodistruttivo, mi viene in mente Matt Dillon in Drugstore Cowboy. Pietro è un timido e dei due amici è l’anima femminile, sceglierei Heat Ledger in Brokeback Mountain. Oppure facciamo così, prendiamo un trio già formato che mi sembra perfetto per loro tre: Bo, Luke e la cugina Daisy.
- La cosa più strana che ti è capitata durante una presentazione?
Una ragazza che mi salta al collo e mi bacia con la lingua (no scherzo, è quella che mi deve ancora capitare).
- Tre libri e una guida di viaggio in otto anni, come e se è cambiato il tuo rapporto con la scrittura durante questo tempo?
Sempre difficilissimo. Mi è capitato una sola volta di scrivere un racconto in un giorno e credo sia il più gioioso del libro di Sofia, Sulla stregoneria. Per gli altri ci ho messo mesi, come sempre. Ora rispetto a prima sono meno militaresco: non più tutti i giorni, non più sempre alla stessa ora e nello stesso posto. Vorrei che fosse come mangiare quando hai fame e dormire quando hai sonno. E che scrivere diventasse un piacere, perché in verità è soprattutto una sofferenza.
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* Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo (2004), e Una cosa piccola che sta per esplodere (2007), vincitore, tra gli altri, del Premio Fucini, del Premio Settembrini e finalista al Premio Chiara. Per Laterza è uscito nel 2010 New York è una finestra senza tende.
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SUBLIMINALPOP intervista PAOLO COGNETTI