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“Sofia si veste sempre di nero” di Paolo Cognetti

23 ottobre 2012 4 commenti

Paolo Cognetti - Sofia si veste sempre di neroSofia si veste sempre di nero
di Paolo Cognetti
– minimumfax -
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È successo tutto in meno di un minuto. Un intervallo insignificante per i bioritmi di questa casa: il frigorifero non ha smesso di ronzare, la goccia d’acqua è rimasta in bilico sul bordo del rubinetto.
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Così per la prima volta intravedi un finale. È un gioco che facevi spesso da ragazzina. All’inizio di ogni relazione ti sforzavi di immaginare la scena: mentre un ragazzo ti baciava tu ti chiedevi se quella era una storia da scusa, o una storia da allora ciao, o una storia da vaffanculo, o una storia da restiamo amici. Se sarebbe successo in un letto o in mezzo alla strada e la faccia che avrebbe fatto lui, se era un tipo da insultarti o implorarti o non parlare più, tirare un pugno al muro e odiarti e basta. Dopo ti sentivi più tranquilla. Era come conoscere già l’ultima pagina di un libro, per poi immergerti nella trama senza angoscia.
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Quando riprovò ad abbracciarla lei lo lasciò fare, chiuse gli occhi e si sforzò di non pensare al cumulo dei suoi imbrogli e delle sue bugie.
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Non sono le tue azioni, ma le tue reazioni a definire chi sei.
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Quello del confidente era il ruolo di Roberto all’inizio: sono loro i vecchi amici. Ma sono amici maschi e hanno un legame fondato sul fare più che sul parlare: hanno bisogno di prestare soldi, prendersi cura del figlio dell’altro, saltare i macchina e correre da qualche parte per dimostrare il proprio affetto. I problemi senza soluzione, quelli che richiedono solo la pazienza di stare lì ad ascoltare, rientrano nelle specialità femminili, e Rossana a un certo punto se li è presi sulle spalle. Ecco perché negli occhi di Roberto c’è un po’ di ammirazione e un po’ di orgoglio. Perché questa moglie che sembrava debole, e si rivela così coraggiosa, è proprio la sua.
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Nessuno è tanto ingenuo da sperare che guarisca, però si erano illusi che potesse camminare sul filo, ammalata ma viva, se non per sempre almeno per un presente indefinito.
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Intanto fumava due, tre, quattro sigarette, la cui cenere solo in minima parte finiva nel piattino da caffè che teneva sul bordo della vasca. Anche il discorso le scappava da tutte le parti. Io pensavo che i fumatori potrebbero dividersi in due categorie, quelli che fanno attenzione al destino della loro cenere e quelli che non ci badano per niente. I secondi di solito hanno il vizio di gesticolare. I primi tendono a rovinarsi la vita preoccupandosi troppo delle opinioni altrui, e delle conseguenze delle proprie azioni. Conoscevo bene questa categoria di persone: non solo danno ragione a tutti, ma se litigano con qualcuno finiscono col dire più di quello che dopo, ripesandoci, vorrebbero aver detto, e nel chiedere scusa cedono a toni sentimentali. Questa categoria di persona schiaccia i proprio mozziconi e anche quegli degli altri, quando restano a languire nei piattini da caffè, e poi mette i piattini a lavare.
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Roberto si era ormai rassegnato a pensare che fosse quello, l’amore degli adulti: un esercizio di indulgenza e tolleranza, abituarsi ai difetti di un’altra persona e infliggerle i propri, caricarsi sulla schiena il fardello della sua infelicità.
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Di solito a questo punto dici: “Come faresti senza di me?” E lei risponde: “Come facevo prima”. Ma ora che la possibilità è concreta, temi che nessuno dei due lo troverebbe divertente.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Alla terza prova Paolo Cognetti si avvicina al romanzo, senza per questo però abbandonare il suo tanto amato racconto. Un libro che come altri esperimenti fatti in passato (Salinger, Hemingway) o casi molto più recenti (Elizabeth Strout, Colum McCann e Jennifer Egan), flirta con ambedue le forme narrative.
Sofia, la protagonista, pur non comparendo in ogni singolo episodio (dall’aria di fabbrica e lotta anni ’70 fino a una New York post 11 settembre), lascia la sua impronta fin dal primo racconto, allungandone l’ombra sui successivi, siano essi parte di un passato accaduto in sua ovvia assenza o di un futuro che è lasciato all’immaginazione del lettore (nell’ultimo racconto dove entra in gioco anche il narratore).
La scrittura di Cognetti, già molto precisa nelle precedenti raccolte di racconti, si fa ancora più concentrata (finendo per imprimere anche un sottile sentore di storia italiana) e snella allo stesso tempo, dando l’impressione di un’apparente semplicità, grazie alla sua estrema scorrevolezza, ma che non per questo tralascia la tensione emotiva che è in grado di costruire con le sue parole.
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QUATTRO CHIACCHIERE con Paolo Cognetti*    

Andrea Tarabbia- Genesi del nuovo libro: ti era chiara fin dall’inizio, ancora prima di buttare giù la prima riga, questa struttura o è stata un decisione presa in corso d’opera?

La struttura mi era chiara, nel senso che sapevo bene come volevo che fosse questo libro, ma non sapevo che cosa ci avrei messo dentro. La storia di Sofia l’ho scoperta scrivendola.

- Sofia ha la caratteristica, il suo nero come dici tu, di riconoscere quando le cose finiscono e di allontanarsene immediatamente. Secondo te è una qualità positiva per una persona? È meglio evitare di trascinare una situazione, correndo però il rischio di affrettare magari una decisione?

Sofia fa finta di credere al comandamento di Robert De Niro in Heat: non legarti a niente da cui tu non possa scappare in trenta secondi netti quando spuntano i lampeggianti della polizia. Ma poi non ci riesce davvero. Nessuno ci riesce. Comunque io penso di sì, quando ti chiedi se una relazione è finita vuol dire che è finita, e a quel punto meglio la fuga che l’agonia.

- In una presentazione Nicola Lagioia ha fatto giustamente notare la quasi totale mancanza di cellulari, computer, etc. nella storia. È stata una scelta precisa o una coincidenza?

Il fatto è che le mie storie sono tutte ambientate tra gli anni Ottanta e Novanta. Anche le poche che non contengono date, nella mia testa avvengono in quell’epoca. Dev’essere un mio mondo ideale e penso che molti scrittori ce l’abbiano: continuano a usare per tutta la vita lo stesso luogo e lo stesso tempo. Io andrò avanti e altrove, spero. Ma per ora niente cellulari né computer, e in compenso un sacco di roulotte, cabine telefoniche, vasche da bagno, lettere scritte a mano.

- Se riesci, mi associ una canzone, un disco o un tipo di musica ad ogni singolo racconto?

Ti associo una voce a tutto il libro ed è quella di Francesca Amati, sia con i Comaneci che con gli Amycanbe. Ho cominciato ad ascoltarla più o meno quando ho cominciato a scrivere di Sofia, mi ha accompagnato per quasi quattro anni e poi, poco tempo fa, per un incredibile colpo di fortuna io e Francesca siamo diventati amici. Ha un grande talento e sono sicuro che avrà anche un grande avvenire.

- In una eventuale trasposizione cinematografica del tuo libro, ad avere potere decisionale, quali attori sceglieresti per i ruoli di Sofia, Juri e Pietro?

Per Sofia di sicuro Natalie Portman, nella versione stralunata di Closer. Ma anche in quella glaciale del Cigno nero. Sono le due anime di Sofia. Juri è uno bello, carismatico, autodistruttivo, mi viene in mente Matt Dillon in Drugstore Cowboy. Pietro è un timido e dei due amici è l’anima femminile, sceglierei Heat Ledger in Brokeback Mountain. Oppure facciamo così, prendiamo un trio già formato che mi sembra perfetto per loro tre: Bo, Luke e la cugina Daisy.

- La cosa più strana che ti è capitata durante una presentazione?

Una ragazza che mi salta al collo e mi bacia con la lingua (no scherzo, è quella che mi deve ancora capitare).

- Tre libri e una guida di viaggio in otto anni, come e se è cambiato il tuo rapporto con la scrittura durante questo tempo?

Sempre difficilissimo. Mi è capitato una sola volta di scrivere un racconto in un giorno e credo sia il più gioioso del libro di Sofia, Sulla stregoneria. Per gli altri ci ho messo mesi, come sempre. Ora rispetto a prima sono meno militaresco: non più tutti i giorni, non più sempre alla stessa ora e nello stesso posto. Vorrei che fosse come mangiare quando hai fame e dormire quando hai sonno. E che scrivere diventasse un piacere, perché in verità è soprattutto una sofferenza.
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Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo (2004), e Una cosa piccola che sta per esplodere (2007), vincitore, tra gli altri, del Premio Fucini, del Premio Settembrini e finalista al Premio Chiara. Per Laterza è uscito nel 2010 New York è una finestra senza tende.
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“New York è una finestra senza tende” di Paolo Cognetti

3 maggio 2010 5 commenti
New York è una finestra senza tende
di Paolo Cognetti
– Laterza - 
 
Il primo odore inatteso, che per qualcuno è di oceano, o di carne arrostita, o di zucchero a velo, o di ruggine e foglie marce, anche se quello che sta marcendo è il legno, cemento, ferro, mattoni, perché l’intera città sembra attaccata dalla ruggine e dalla muffa. Sono inaspettati anche i colori. Non il bagliore freddo del vetro e dell’acciaio, ma le tonalità pastello del rosso, dell’arancio, del marrone. La sorpresa di sbarcare nel Nuovo Mondo e scoprire una città vecchia: non come sono vecchie quelle europee, che sono vecchie come monumenti, ma vecchie come una fabbrica abbandonata, o una casa di famiglia, o gli edifici ferroviari che si vedono appena fuori delle stazioni, o i luna park in disuso.
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Prima di morire, Melville e Whitman riuscirono ad ammirare l’opera che avrebbe portato alla fusione delle loro due città. Ancora adesso la vista del ponte di Brooklyn è una di quelle che ti riappacificano con il genere umano, lasciandoti dimenticare i suoi difetti per conoscerne il gusto, l’intelligenza, il coraggio, la forza di volontà, il desiderio di progredire. La combinazione di granito e acciaio – due torri alte novanta metri e centinaia di fili di ragnatela – rende la sua struttura massiccia e leggera la tempo stesso, una cattedrale sospesa nel vento che soffia sul fiume.
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All’inizio gli appartamenti nei tenements non avevano acqua né corrente elettrica. Ricevevano luce soltanto dalla facciata, perciò molte stanze della casa erano cieche e prive di circolazione d’aria. Per sopravvivere le famiglie subaffittavano camere agli emigranti appena sbarcati e si stringevano nello spazio che restava, così si calcola che ogni edificio potesse ospitare fino a 200 persone. Poi, nel 1901, la New York Tenement House Law stabilì alcune norme per i costruttori: acqua corrente, servizi igienici in ogni piano, una finestra per ogni stanza, scale antincendio. Nel 1935 vennero introdotte regole ancora più restrittive, e allora il proprietario del 97 di Orchard Street decise di buttare fuori tutti e affittare l’edificio come magazzino. Non fu l’unico a prendere una decisione del genere: con la Grande Depressione il mercato immobiliare era crollato, Central Park si stava trasformando in una baraccopoli, e proprio nel Lower East Side l’amministrazione cittadina approvò il primo progetto di case popolari. House projects, appunto. Era l’epoca di La Guardia, ma ancora oggi a New York basta dire projects e tutti capiscono cosa intendi. Casermoni di trenta piani, tristemente simili alle case popolari di qualsiasi periferia d’Occidente: più cammini verso est, nel quartiere, più incontri palazzi come questi, fino a quando, sulle sponde dell’East River, ti ritrovi in una zona edificata solamente a projects. Oggi ci abitano i latini. E’ sufficiente fare un giro da quelle parti per capire che in un secolo e mezzo la povertà ha cambiato lingua e colore, ma non ha mai smesso di scorrere nelle vene di questa città.
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Prima di cena andammo a pattinare sulla pista ghiacciata di Bryant Park. Per me era la prima e non mi reggevo in piedi, così sulla pista Jimmy fermò una ragazza di passaggio, una vietnamita che non era davvero niente male: lui le chiese se fosse brava a pattinare, lei rispose “Abbastanza”, lui disse “Questo è il mio amico italiano”, mise la mia mano nella sua e mi fece l’occhiolino. Ci sapeva fare il vecchio Jimmy. Sopra di noi c’era l’Empire State Building illuminato di rosso e di verde. E anche se eri uno scrittore timido, affetto da quella sindrome tipica degli scrittori che ti impedisce di essere del tutto dentro le cose mentre le fai e ti costringe sempre a guardarle un po’ dal di fuori, però pattinare sul ghiaccio nel cuore di Manhattan l’ultimo giorno dell’anno, con una bella ragazza sconosciuta che ti teneva per mano e le luci della città sopra la testa, per un momento ti faceva dimenticare i tuoi libri e sentire proprio come tutti gli altri, uno tra gli altri.
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Di certo c’è un compiacimento in questi discorsi, per cui la frontiera dell’autentico è sempre un passo più in là rispetto a dove sono tutti, e se la insegui accodandoti alla comitiva non la troverai mai.
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Ci sono luoghi da cui parti tranquillo: sai che resteranno fermi mentre non ci sei, ti aspetteranno intatti come i ricordi d’infanzia, o la casa dei tuoi genitori. Ritroverai gli oggetti di una volta e lo stesso vecchio odore. Altri sono come le persone: continui a immaginarle identiche mentre tu viaggi, impari e ti trasformi, e invece al prossimo incontro saranno cambiate almeno quanto te, e dovrai ricominciare da zero. New York è così. Ecco il problema quando si cerca di raccontarla: qualsiasi cosa spesa su di lei porta incisa una data, e comincia a invecchiare subito dopo averla scritta.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Paolo Cognetti, dopo due raccolte di racconti (entrambe consigliatissime), torna con una “guida” di New York. Il virgolettato non è messo lì a caso, perché questa non è una vera e propria giuda, o meglio non è solamente una guida. E’ una New York emotiva la sua, una New York molto personale (selettiva come non potrebbe essere altrimenti), nata precedentemente alla sua prima visita in carne ed ossa grazie agli scrittori scoperti e amati (come dice lui stesso nel prologo: “questa città è un luogo fisico e un luogo della mente”). Infatti c’è molta letteratura, ma c’è anche la sua storia, di New York e dell’autore stesso nei suoi svariati viaggi fatti negli ultimi 5 anni attraverso la città dai mille volti. Ci sono interi quartieri che grazie a poche immagini, pochi cenni, sembra quasi di poter respirare, prediligendo “il lato sbagliato del ponte” (rappresentato dal bellissimo DVD in allegato, contenete il documentario girato e ideato da lui e Giorgio Carella, che conta sulla presenza di 4 scrittori: Rick Moody, Jonathan Lethem, Shelley Jackson e Colson Whitehead).
Ateenzione: provoca spasmodica voglia di ritornare o andare, se non ci siete mai stati, a New York.

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QUATTRO CHIACCHIERE CON L’AUTORE
 
S: Com’è nato il progetto? Avevi fin dall’inizio l’idea di fare un “guida così ibrida”?
P: Il progetto è nato in modo entusiasmante e spaventoso: una persona mi ha chiesto di scrivere “un libro su New York”. Ero libero di metterci dentro quello che mi pareva. Ma New York è enorme contenitore su cui sono stati scritti migliaia di libri, perciò trovare il mio sguardo è stata la parte spaventosa. Sono partito da qui: il mio amore per la città passa attraverso la sua letteratura. Avrei parlato di scrittori e di storie, avrei scritto un libro di libri. L’unità narrativa sarebbe stata il quartiere perché a New York questa divisione è reale, attraversare una strada è come entrare in un altro mondo. Il progetto ha preso forma unendo l’elemento geografico a quello letterario: ogni capitolo un quartiere, ogni quartiere un’epoca e una letteratura. Il Lower East Side, l’inizio del Novecento, la narrativa ebraica; il Greenwich Village, gli anni Cinquanta e Sessanta, la beat generation. E così via. Lì è cominciata la parte entusiasmante.
S: Immaginandomi nei tuoi panni, mentre leggevo il libro, ho pensato più volte a quanto possa essere stato difficile applicare la sintesi a un progetto simile, ma soprattutto a un amore così grande (anche se la sensazione di mancanza, pur avendo escluso alcuni borough, non si avverte). E’ stato realmente questa la difficoltà più grande?
P: La prima difficoltà è stata la selezione. Ho scelto di non parlare di cinema, per esempio, anche se un centinaio di volte mi è venuto da citare Scorsese, Spike Lee, Woody Allen. Ma metterci dentro più roba avrebbe arricchito o impoverito il libro? La seconda difficoltà: trovare un compromesso tra il diario e la guida. Qualcuno mi ha detto che io ci sono troppo, lì da solo a osservare la baia, con il vento e una sigaretta che si consuma; qualcun altro ha detto che ci sono troppo poco, che avrebbe voluto che mi raccontassi di più. Ho camminato su quel filo e può darsi che qua e là abbia perso l’equilibrio. Ci sono dentro anche tante informazioni, numeri, nomi, date, che ho cercato di raccontare con passione. Trovare il tono giusto non è stato facile.
S: Una delle caratteristiche di New York che qua e là mi sembra emergere nella guida, è questa sua capacità di rigenerarsi, rinascere, su quelle che potrebbero definirsi come una sorta di fusione tra radici e ceneri. Può essere questo secondo te il segreto dell’unicità di questa città? Una sorta di elisir di eterna giovinezza? E ammesso sia così, cosa sarà New York tra trent’anni?
P: Sì, credo che il suo segreto si nasconda nel rapporto con il tempo che scorre. Avere come identità il cambiamento. New York è un grande cantiere: lavori in corso sempre e ovunque. Le persone che vengono a viverci sono molto giovani, investono nella città le loro forze e i loro desideri, e quella è la linfa di cui New York si nutre. I desideri delle persone. Come sarà tra trent’anni? Trent’anni fa era il 1980: Keith Haring, Basquiat, Lou Reed, Andy Warhol, ma anche l’eroina, e la paura che agitava le notti di Harlem e del Bronx. Oggi è un posto molto più tranquillo. Tra trent’anni la vorrei ancora sporca, viva, fertile, non una città museo ma un posto dove le cose continuano a succedere, e ho buone speranze che sarà così.
S: Un ricordo brutto, partenza escluse, di New York?
P: Cercavo il mio bar preferito e non c’era più. Demolito da un giorno all’altro. Da allora, quando porto un amico da qualche parte in città ho preso il vizio di dire: ti faccio vedere questo posto, se c’è ancora. Me lo ricordo come se fosse ieri: le panche di legno, il biliardo col panno rosso, e le pareti del bagno fatte di lavagna, così potevi scriverci quello che ti pareva. È tristissimo perdere il tuo bar.
S: Lo so che non ci poteva stare tutto, però come mai così poca musica? Approfittane magari ora per consigliare un disco o più d’uno da ascoltare durante una camminata per la città.
P: Non c’è dentro la musica per lo stesso motivo per cui manca il cinema. Ma Elliott Smith e Nick Drake, che non erano di New York, hanno accompagnato molti dei miei giorni lì. Per qualche motivo, la città nella mia testa ha il suono della musica folk: forse per Bob Dylan, forse per i ragazzi che fanno moneta in metropolitana. Una cantautrice: Alela Diane e la sua chitarra, le sue canzoni da pirata, i suoi capelli da indiana pellerossa. Due grandi vecchi: Lou Reed e Leonard Cohen.
S: Sei appena tornato dall’ennesima visita alla “tua” New York, quale sarebbe la prima appendice (anche una sola immagine, riflessione, etc etc) che faresti alla guida?
P: La high-line di Chelsea, il parco costruito su una sopraelevata in disuso: è diventata subito un luogo dell’anima per me. È vecchia e nuova, come New York.
S: La penultima volta che ci eravamo visti non eri molto ottimista riguardo al tuo prossimo libro di racconti, l’ultima invece sembravi aver cambiato rotta. Siccome, anche se non sono uno scrittore, penso di capire certi meccanismi, non ti chiedo date, numeri, etc, ma almeno una piccola anticipazione. Due anni fa avevamo fatto una sorta di “gioco delle differenze” tra il tuo primo libro e il secondo, del materiale che molto probabilmente finirà in questo tuo terzo, cosa ti sentiresti di dire?
  
P: Sono arrivato alla fine del terzo racconto e comincio a vedere la luce in fondo al tunnel. Ora me ne vado in montagna a scrivere per qualche mese. È un corpo a corpo tra me e una ragazza, la protagonista unica di queste nuove storie: lei è una dura come piace a me, spero di uscirne vivo.
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SubliminalPop intervista Paolo Cognetti

6 febbraio 2008 Nessun commento
SubliminalPop intervista Paolo Cognetti
(feat. Bradpizza e Tosh)
 

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo- che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria.Per minimumfax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Minimumfax ha pubblicato nel 2004 il suo primo libro, Manuale per ragazze di successo, e nel 2007 la sua seconda raccolta, Una cosa piccola che sta per esplodere.

 
SPC: Nella tua prima raccolta di racconti il tema centrale, anche se a ben vedere non lo era poi così tanto, sono state le donne. In questo secondo libro invece è l’adolescenza. E’ stata una tua scelta precisa? E se sì, motivata da cosa?
 
Ho sempre amato i racconti di formazione. È come se l’adolescenza ci incidesse nell’anima una specie di alfabeto emotivo: le esperienze di quell’epoca – le amicizie di sangue, gli amori tragici, i riti di iniziazione – compongono il linguaggio che parlerai per il resto della tua vita. E poi avevo un debito con quel ragazzo pieno di poesia e ormoni, che aspettava una donna per ore fuori da un portone, che considerava fratelli i suoi amici, che scopriva il mondo attraverso la musica e i libri. È uno che ha sofferto molto ma ha dato vita a quello che sono adesso. Questi racconti li devo a lui.
 
SPC: Partendo dal presupposto che in qualsiasi libro ci sarà sempre e almeno una piccola sfumatura che ricalca le esperienze personali dell’autore, quali le differenze tra “Manuale per ragazze di successo” e “Una cosa piccola che sta per esplodere”?
 
Credo che nel primo libro ci fosse molta ambizione letteraria. Il desiderio di essere uno scrittore, di stare accanto ai miei maestri sullo scaffale: in quei racconti si sentono tanto i libri che ho letto, gli autori che amo. Le loro voci ci sono ancora, è inevitabile, abitano dentro la mia scrittura e io ne sono felice. Ma questa volta ho lavorato sulle storie e i personaggi, ho messo tutte le mie forze nel cercare di catturare la vita. Il libro è pieno di miei ricordi, estati, volti, luoghi. È molto intimo, a volte leggendolo mi trema la voce.
 
SPC: Più pagine dura una storia e più aumenta il rischio per l’autore? Te lo chiedo perché ho notato che rispetto all’esordio, la lunghezza dei tuoi racconti è aumentata, nonostante tu sia stato abile in questo, visto il ritmo narrativo spesso quasi perfetto.
 
Non credo che il rischio sia proporzionale alla lunghezza, anzi forse è più difficile scrivere un racconto brevissimo e fulminante. Però in questi anni mi è successo di passare, come lettore, a una forma un po’ più estesa di narrazione. Una volta mi affascinava il potere di entrare e uscire da una vita in dieci pagine: adesso, per immedesimarmi, ho bisogno di più tempo e parole. Mi piace molto Alice Munro. Mi piacciono i racconti di trenta pagine, le possibilità di sviluppo che ti danno, la complessità che riescono a raggiungere mantenendo il pregio della forma racconto. Che per me resta quello di poter essere letti in una volta sola: un buon racconto è una storia che ti inchioda alla sedia e non ti molla più fino alla fine.
 
B: “Nel sangue di ogni figlio scorre una malattia ereditaria: è una storia scritta apposta per te e cerca di educarti, indicarti la rotta, condannarti al destino dei padri. E qualunque sia la loro colpa, per quanto buona la loro volontà, non esistono mezzi pacifici per venirne fuori” – Pensi che questo posso valere in particolar modo per noi italiani aggrappati con le unghie alla famiglia e ai piccoli deliri da albero genealogico?
 
Bradpizza, noi non ci conosciamo. Però immagino che abbiamo più o meno la stessa età. Ecco, io a trent’anni scopro con terrore quanto i miei amici comincino ad assomigliare ai loro padri, le amiche alle madri – senza saperlo, che forse è anche peggio, come se fosse una mappa genetica che affiora nel tempo. E io, come potrò scampare alla stessa sorte? Non so se c’entri qualcosa con la cultura italiana, ma il mio concetto di libertà e autodeterminazione esce molto malconcio da questa storia.
 
T: L’inizio di “Pelleossa” è una specie di omaggio a “Boys” di Moody? So che sia tu che il tenutario del blog lo ritenete il racconto perfetto.
 
Ciao Tosh! Qui a casa mia c’è ancora un lieve avallamento nel terreno dove ti sei accasciato quella volta. Che serata, ti ricordi? Comunque: quanto a maestri mi hai beccato in pieno. L’inizio di “Pelleossa” non è un omaggio, è proprio una lettera d’amore a Moody. Si ispira a “Boys” ma anche al primo capitolo di “Rosso americano” e a varie pagine di “Demonology”. Ho scritto quel brano appena tornato da New York, mentre montavamo i documentari sugli scrittori americani, e Moody l’avevo letto e riletto così tante volte che il suo ritmo mi scorreva nelle vene. Prima c’erano perfino i corsivi e le ripetizioni, e quelle tre pagine erano un unico lungo periodo, ma poi a mente fredda ho pensato che mi avrebbero preso per un mitomane e ho messo qualche punto qua e là. Il “noi” narrante invece è l’omaggio a un altro scrittore, anzi tutto il racconto “Pelleossa” in fondo arriva da lì, da un libro molto bello. Se lo indovini ti offro uno birra (al tenutario del bordello no, perché ne ha già vinte troppe).
 
T: Tu scrivi bene, veramente bene, visto che è un’intervista e ci facciamo un po’ di cazzi tuoi, quanto guadagna uno che scrive bene come te?
 
Sarò del tutto sincero. Guadagno il 7% sul prezzo di copertina, cioè 60 centesimi a copia nel caso di “Manuale per ragazze di successo”. Il libro ha venduto bene per i canoni di minimumfax, circa 8000 volumi. Se fai i conti, e se consideri che ci ho messo tre anni per pubblicarne un altro, scopri perché scrivere racconti non è il mio solo lavoro.
 
SPC: Progetti futuri? Non vorrei mettere il dito nella classica piaga, ma sbaglio o la tua esperienza alla Shake non è nemmeno iniziata?
 
Non sbagli. Il progetto di dirigere una nuova collana di narrativa si è rivelato troppo ambizioso per le mie sole forze, e per gli zero soldi. Soprattutto nella parte della narrativa italiana, che richiede un lavoro di ricerca devastante. Il mio progetto più grosso è quello di scrivere altri racconti – un lavoro che per me resta durissimo anche adesso, dopo due libri, e ho paura che sarà così per sempre. E poi girare un documentario su Carver, e un altro sugli scrittori canadesi.
 
SPC: Un libro e un disco da consigliare?*
 
Il disco non è una novità, ma ha accompagnato giorno per giorno la nascita di “Una cosa piccola…”: Liz Durrett, The mezzanine. Tra l’altro Liz sta per fare un piccolo tour in Italia e mi sa proprio che andrò ad ascoltarla (venite anche voi?). Il libro, invece. Per una volta non sono racconti e non è nemmeno narrativa: Jon Krakauer, Nelle terre estreme. È la biografia da cui Sean Penn ha tratto il film “Into the Wild”. Una storia che lascia il segno, te lo giuro.
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* E non mi lanciare un’altra sfida che l’ultima volta l’averla vinta non mi ha portato molto fortuna con te. A parziale conoscenza di chi passa di qui, vi basti sapere che al primo invito a cena a casa dell’autore, mi sono presentato sì al perfetto scoccare dell’orario prestabilito, peccato fosse la settimana precedente a quella concordata !!

“Una cosa piccola che sta per esplodere” di Paolo Cognetti

12 dicembre 2007 4 commenti
Una cosa piccola che sta per esplodere
di Paolo Cognetti
– minimumfax - 
(seconda e ultima parte)
 
Nel gioco delle parti il compito di lui è guidare, andare in avanscoperta nei posti nuovi, ignorare gli ostacoli o fare finta di sapere come superarli. Il compito di lei è tenere i soldi, aspettare nei parcheggi, esercitare il suo diritto di dubbio e critica. Sono entrambi giovani e stanno insieme fin da ragazzi, e questi sono i ruoli che hanno imparato a recitare: tecniche di sopravvivenza con cui provano a salvarsi dallo spaesamento della maturità, dalla ferocia del matrimonio, dai contrattempi che, nella loro vita a due, sembrano sempre infilarsi tra un progetto e la sua realizzazione.
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Quando pensa al sesso, Mina pensa a un lavoro a domicilio: come l’idraulico, l’imbianchino, o la donna delle pulizie. Uno di questi mestieri che ti costringono a entrare nelle case degli sconosciuti. E tu giri per le stanze e ti fai un’idea della persona che ci abita dalla luminosità e dallo spazio, dalla scelta dei mobili, dal colore delle pareti, dal materiale usato per i pavimenti; e poi da certe manie come l’impilamento, la simmetria, il parallelismo tra linee dritte; e poi dal vizio di conservare i tappi di sughero e i pezzi di spago, accumulare i giornali, riempirsi di cose inutili che qualcun altro ha buttato via; e poi dall’abitudine di chiudere il coperchio del water, stendere il bucato sul calorifero, fare una spesa piccola tutti i giorni o una spesa grande il sabato pomeriggio, asciugare i piatti o farli sgocciolare o lasciarli sporchi per la mattina dopo; e poi dai libri e dai dischi, dalle foto di famiglia, dai simboli religiosi, da quel misto di odore di cibo, odore di sonno, odore di deodorante, l’odore che ci portiamo addosso tutta la vita. Ma la prima impressione va messa via in fretta, perché devi lavorare. E tu sospendi il giudizio e cominci a riordinare e pulire, eliminando lo sporco come puoi. Ti prendi cura di questa casa con il tuo tempo e la fatica delle tue mani, perché il posto da cui devi uscire sia migliore di quello in cui sei entrato. Ma alla fine ne esci, sempre. Ed è una cosa che sapevi già ancora prima di cominciare.
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Un padre è peggio di un nemico, pensa. Non puoi combatterlo ad armi pari. Non puoi scappare e nemmeno ignorarlo, perché ti segue dovunque vai. E alla fine, anche quando sarà stanco e ferito, tu mancherà sempre il coraggio di dargli il colpo di grazia.
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Diego trascina vicino all’acqua un pezzo di lamiera. Tira fuori dallo zaino una valigetta di pelle, la appoggia sulla lamiera, la apre per studiare i pezzi del suo regalo ci compleanno. Non ha mai maneggiato niente del genere, ma è sempre stato bravo a capire la lingua degli oggetti. Si tratta di fare le domande giuste, ascoltare mentre ti spiegano a cosa servono e come vanno incastrati, esaudire le loro richieste. E’ un istinto particolare, come l’orecchio per la musica, ed è il talento del meccanico: ma questo Diego non lo ammetterebbe mai. Così, come se non avesse fatto altro nella vita, prende il mulinello e lo monta sull’impugnatura della canna. Sceglie un rocchetto di lenza sottile, la infila negli anelli, la aggancia e riavvolge il mulinello. Allunga la canna in tutta la sua estensione, forma un’asola al capo della lenza e fissa l’amo, i piombini e il galleggiante, lasciando un paio di metri tra amo e galleggiante per pescare sul fondo. Fa le cose giuste nell’ordine giusto, eppure, mentre le fa, quello a cui sta pensando non riguarda la pesca. Diego sta pensando a suo padre. Alle mani di suo padre. Alle mani di suo padre mentre compiono gli stessi gesti. Sta pensando che le mani degli uomini, almeno quelle di una qualche utilità, si dividono in due categorie: le mani forti e le mani abili. Le mani degli operai, indurite dal lavoro, dure per via delle cose che stringono, e le mani degli artigiani, mani sensibili adatte a oggetti delicati. Sta pensando che quelle di suo padre non appartengono a nessuna delle due: se le ricorda callose, grandi come può vederle un bambino, fresche sulla sua fronte nei giorni di febbre, dure come nude ossa nelle sberle e nei pugni, in grado di aprire tutti i barattoli. Mani capaci di forza bruta e tocchi miracolosi, strumenti magici che nascondono il trucco come le mani dei prestigiatori.
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Anche la sofferenza ti lega a un posto, perché dove hai provato dolore non puoi accettare di essere dimenticata…
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“Una cosa piccola che sta per esplodere” di Paolo Cognetti

5 dicembre 2007 9 commenti
Una cosa piccola che sta per esploderE
di Paolo Cognetti
– minimumfax -
(prima parte)
 
Genitori ricchi abbandonano feste da ricchi il sabato notte.
Il primo sabato di una nuova estate, tra l’una e le due di notte di luna piena, i nostri genitori scendono come note di musica lungo il viale d’ingresso di una villa in collina: un uomo e una donna sposati da quasi vent’anni, anni in cui il matrimonio si è nutrito d’errori, promesse, tradimenti e perdoni, stringendo un vincolo più maturo e più solido, questi genitori si allontanano sottobraccio, dando le spalle a una villa di ricchi, un sabato notte.
Le nostre madri appoggiano la testa al petto dei nostri padri: corpi scolpiti in palestre esclusive, levigati da chilometri di bicicletta e nuoto, accarezzati durante i consigli d’amministrazione, guidano i corpi delle loro spose oltre lampioni e fontane, sedie e tavoli di ferro battuto, uomini e donne ubriachi e felici, amiche e amici ricchi che mostrano segni di felicità e ubriachezza quali cravatte allentate, colli macchiati di rossetto, fondotinta accumulati nelle rughe del sorriso, coppie di amanti più o meno ufficiali che i nostri genitori salutano con l’indulgenza riservata alle debolezze della carne, loro stessi protetti dall’urea erotica che circonda le coppie di mezz’età quando alzano il gomito.
Nel parcheggio, alla fine di questa parata, i nostri padri risvegliano le loro fuoriserie, macchine inglesi o tedesche in cui le nostre madri fanno il nido, sprofondando in sedili di pelle e appoggiando la fronte al fresco dei finestrini. Forse dormono, nonostante l’aria condizionata e le curve tra le colline, o forse spiano il paesaggio attraverso i vetri: imbocchi di strade private, cancelli elettrici e telecamere a circuito chiuso, un reticolo di feste passate che suscita un flusso di ricordi nel cuore delle nostre madri deboli, indebolite dall’inattività e dalla frivolezza, dai capricci degli ormoni e dalle coccole degli psicofarmaci, da un elenco di rimpianti a partire da quello originario, un ragazzo del liceo sacrificato al maschio dominante, passando per le rinunce intermedie al teatro, o alla laurea, o allo studio del pianoforte, fino all’ultima dieta interrotta per gola, l’ultima sigaretta fumata di nascosto, lungo un rosario che le nostre madri sgranano durante ore di analisi e telefonate alle amiche.
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Così il reparto, quello in cui Margot si trova adesso, è una vera e propria corsia d’ospedale: l’isolamento per le pazienti in fase acuta e per le recidive, fornito di aghi, odore di disinfettante e personale specializzato. L’edificio di fronte è una specie di collegio, con le cucine e la mensa, la stanza delle sorveglianti, i dormitori e una piccola mansarda trofeo, un appartamento per quattro persone assegnato in agosto alle prime classificate. I due edifici sono gemelli e si guardano per tutto il tempo, in modo che ogni paziente possa sempre sapere da dove viene, dov’è arrivata e dove vuole andare.
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“Chiudi gli occhi”, mi diceva. “Cosa senti?”
Allora io chiudevo gli occhi e mi concentravo sui rumori. Gli descrivevo il suono del torrente e quanto pensavo che fosse lontano, il fruscio di una lucertola che si nascondeva ai miei piedi, il latrato di un cane in campeggio, una macchina sulla statale. E dentro all’odore del bosco, se stavo attento, potevo sentire quello aspro dei mirtilli, quello dolce della resina, quello marcio delle foglie cadute, quello acre di un fuoco acceso da qualche parte. Era da lì che si cominciava. Chiudendo gli occhi e sapendo dov’eri ancora meglio di quando li tenevi aperti. Tutto il resto, le cose che succedevano nel mondo mentre eravamo lassù, non producevano rumore né odore: la realtà poteva anche essere dura, per niente simile a come l’avresti voluta, ma se salivi abbastanza in alto riuscivi a starne fuori, e questo era lo spirito della nostra vita nei boschi.
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E pensa: questa vita non è stata già vissuta. Le cose che devono succedere non sono ancora successe. Nel sangue di ogni figlio scorre una malattia ereditaria: è una storia scritta apposta per te e cerca di educarti, indicarti la rotta, condannarti al destino dei padri. E qualunque sia la loro colpa, per quanto buona la loro volontà, non esistono mezzi pacifici per venirne fuori.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Nel 2004 il suo esordio letterario “Manuale per ragazze di successo” era finito nella lista dei migliori libri dell’anno e, lo dico subito, la cosa si ripeterà sicuramente, perché “Una cosa piccola che sta per esplodere” è ancora più bello.
Se nella sua prima raccolta tutto sembrava ruotare attorno alle figure femminili, in questi nuovi racconti il centro narrativo è quel periodo in cui gli esseri umani formano una prima e propria visione della vita: l’adolescenza. Anche se questo potrebbe benissimo essere visto come un pretesto per inquadrare non solo ragazzi e ragazze, ma anche gli adulti e il mondo che fanno da cornice alle loro storie.
La scrittura di Cognetti è maturata soprattutto nella fluidità del ritmo narrativo e affinata nel suo saper ricreare le atmosfere, le sensazioni dei momenti e degli accadimenti.
Tutti i racconti sono belli, ma i miei preferiti:   “Pelleossa” e “La stagione delle piogge”.
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14 dicembre 2004 4 commenti

SUBLIMINALPOP intervista PAOLO COGNETTI

 

Milanese classe ‘78, filmaker e scrittore. E’ l’autore di “Manuale per ragazze di successo” (che consiglio caldamente), ultima uscita nella collana nichel della casa editrice minimumfax.

 

Quando ti sei reso conto di avere questo “prurito”?

 

Credo che la cosa, e se ho capito bene stiamo parlando di scrittura, nasca per emulazione. Un aspirante scrittore è come un bambino con i suoi supereroi: io ho sempre letto, la lettura è una parte fondamentale di ogni mia giornata, è la prima cosa che faccio quando mi sveglio. I libri mi riempiono la vita: non so se hanno il potere di cambiarla, ma di sicuro la rendono migliore e se sei un lettore del genere, un lettore come me o come te, è naturale che il tuo più grande desiderio sia scrivere.

 

Com’è nato il “manuale” e la conseguente pubblicazione con minimumfax?

 

Il manuale è nato durante sette lunghi anni, da quando ne avevo diciannove. Io sono lento oppure aspiro alla perfezione, oppure una delle due è causa dell’altra: di fatto ho scritto un racconto all’anno, fino a quando mi è sembrato di averne abbastanza per fare un libro. Volevo essere pubblicato da minimum fax, che era ed è la migliore casa editrice di questo sporco paese. E’ andata così, e ancora adesso mi sembra un miracolo.

 

So che sei stato il responsabile dei contenuti delle interviste che costituiranno il progetto “Scrivere New York” per conto di minimumfax. Mi racconti un aneddoto a te particolarmente caro (immagino tra i tanti)?

 

Faccio fatica a pensare a New York. Ogni volta mi vengono le lacrime e mi commuovo. Risparmiami questa sofferenza, per favore.

 

Una domanda che vorresti ti avessero fatto e invece nessuno… ?

 

Scotch o bourbon? rispondo con il vecchio Faulkner: “non sono così esigente, tra lo scotch e il nulla preferisco lo scotch”.

 

So che leggi quasi e solamente racconti americani (anche se io non ci credo fino in fondo), ma cosa ne pensi della situazione letteraria italiana?

 

Non penso niente. Non riconosco l’idea di patria, e non trovo le mie radici in questo paese: penso alla letteratura come a una cosa universale, perciò parlare di letteratura italiana per me non ha nessun senso. Non leggo i libri italiani, e non posso dirti niente di questo.

 

Tre consigli: un libro, un film e un disco?

 

E’ il west la mia terra d’origine, e sarà western anche la mia trilogia.

Disco: Johnny Cash – Greatest hits

Film: Sergio Leone – Giù la testa

Libro: Pam Houston – Ho un debole per i cowboy (e adesso vediamo se riesci a trovarlo)

 

Progetti per il dopo “manuale”?

 

Racconti, altri racconti. Vorrei scrivere racconti per tutta la vita.

 

Chiara, scura o rossa?

 

La birra è per le signorine. Prova i whisky dell’isola di Islay, è uno scoglio a nord della scozia spazzato dalle onde e dal vento, e tutto quello che c’è su quest’isola sono sorgenti, cave di torba e distillerie. Ogni distilleria, in tutto sono sette, produce il suo whisky usando soltanto l’acqua e la torba della propria zona, e questa dona a ciascuna varietà un aroma completamente diverso. Le botti usate ad Islay hanno una lunga storia alle spalle: sono nate come botti per il brunello, ma dopo dieci o quindici anni devono essere sostituite perchè il legno è troppo impregnato di vino marsalato, e allora dall’Italia vanno in Portogallo, dove vengono usate un’altra ventina d’anni per il porto. Quando anche il porto getta la spugna, vanno ad Islay per il whisky torbato. Provali tutti e sette, questo è il mio consiglio migliore.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Sbrighiamoci ad inventare giornate da 48 ore, perché altri sette anni sono lunghi e anche adesso non c’è tempo, l’indiano è già alla caccia del suo cowboy, la sfida è lanciata!
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“Manuale per ragazze di successo” di Paolo Cognetti

16 novembre 2004 14 commenti

Manuale per ragazze di successo
di Paolo Cognetti
– minimumfax -
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Hai due dadi. Ci sono sei possibilità su trentasei che, lanciandoli, esca un sette. Il sette è il risultato più probabile tra gli undici che puoi ottenere, ed è per questo che lo chiamo: Evento Normale. Dormire, mangiare, lavorare: la piccola fatica quotidiana con le sue prevedibili variazioni, i sei e gli otto, diciamo. Ora, lanci i tuoi dadi ogni giorno, più volte al giorno, per anni. La statistica non conosce verità assolute e spesso fa a pugni con il buon senso, eppure chiediti: per quanto tempo può continuare a uscire il sette? Esistono altri numeri, che io chiamo Eventi Strani. Secondo la mia teoria, la cosa più probabile è che ogni tanto accadano fatti molto poco probabili, come un due o un dodici ai dadi, o come tornare a casa e trovare la vasca da bagno bruciata. Questo è sicuramente un due. Oppure tua madre che ti telefona in un giorno come tutti gli altri per dire che si sposa. Non so questo che numero sia.

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La matematica funziona perchè non è la vita. E’ bella perchè ha sempre ragione o perchè tu non hai i mezzi per darle torto, che è la stessa cosa. Ne dico una qualunque: due rette parallele non si incontreranno mai. A me piace dirlo e a te piace crederlo, perchè nient’altro nella tua vita resiste così bene al problema del tempo.

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Le città sono fatte di strade che non vanno da nessuna parte. La strade di città sono storie tra uomini, e hanno il loro stesso destino. Quando le storie finiscono, delle strade non rimane più niente.

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Milano viveva di economia e comunicazione, e la pubblicità era il nodo indissolubile tra queste sue anime: era l’architrave del sistema, e se la nostra città avesse avuto vene e arterie il cuore sarebbe stato lì, seduto al tavolo del brain-storming a vendere felicità e pannolini.

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Ecco cosa succede alle storie come la mia. Cominciano saltellando e rimbalzando, poi scivolano su un piano inclinato e non le fermi più fino alla fine.

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Abbiamo i nostri codici di comunicazione, una lingua costruita negli anni che andrà persa insieme a tutto il resto. All’inizio andare a vivere con Nicola è stato come venire al mondo un’altra volta, o imparare a nuotare: c’erano meccanismi sconosciuti e tutto quanto ancora bianco, da costruire. Ci sono state anche delle difficoltà: fermarsi a pensare alle cose in due, mettere via l’imbarazzo, scoprirsi fino nei dettagli insignificanti. Perdere di vista il margine dove finisci tu e comincia qualcos’altro, come nell’acqua.

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Voglio essere profonda come un romanzo russo, o una poetessa ebrea newyorkese nel cuore degli anni Venti.

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Quando il divorzio cala il sipario la fuga è l’unica alternativa all’incendio: così, mentre da qualche parta i genitori di Maia aprivano brandine nei loro studi, si addormentavano nelle camere arredate dei residence o cercavano calore in nidi liberi dall’aria viziata del fallimento, noi ci rinchiudevamo per serate intere nella mansarda di una casa fantasma.

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Ero solo una bandiera bianca, una che per paura di desiderare troppo si era scelta una casa, un lavoro, un paio d’uomini che le permettessero di restare dov’era, ed ero rimasta così, chissà da quanto, immobile come una biglia su un piano: stava dove la mettevi, si fermava dopo un po’ se la facevi rotolare, qualunque posizione avesse raggiunto non sarebbe stata peggio della precedente.

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La mattina mi ritrovo solo, con un bicchiere di succo d’arancia e un quadretto di cioccolato fondente sul comodino, e un biglietto dei suoi appiccicato allo specchio del bagno, che dice: Assecondare i cambiamenti come curve della strada.

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… e io ho pensato che ognuno di noi è venuto la mondo con un nemico, e che da quel momento è destinato a perdere e poi perdere di nuovo, e che perciò tutte le vite meritano compassione. Se c’è qualcosa di buono, è che ogni vita perdente è una storia: e questa è la mia.
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Postilla squisitamente PERSONALE

Storie di ragazze([...] le sette donne dei racconti, nonostante si propongano, tutte, con puntiglio, degli obiettivi, sembrano poi generosamente trascinate dalle circostanza, dal caso e, soprattutto, da quella tensione fra autentico/inautentico, del genere “non mi sento me stessa”, che è un tratto precipuo dei molto giovani.
[...] la crisi compare in modo algido: nessuno che recrimini, sbraiti, urli; nessuno sembra scottarsi. Persone che si incontrano, persone che si lasciano. In mezzo, lavori che paiono dare la felicità, un piccolo o grande potere, del denaro – dalla Domenica del Sole 24 Ore del 7 Novembre), ma anche degli uomini che ci ruotano attorno. Perché la cosa che accomuna questi sette racconti, è soprattutto la sensazione di uno sbilanciamento netto e al tempo stesso sfumato nel classico rapporto, dove classico diventa la visione comune. Cognetti è molto bravo a riuscire a dipingere queste atmosfere, all’interno delle quali far vivere i suoi personaggi.

Un solo racconto che non mi è piaciuto e i primi due (Educazione e cortesia in mare & Guidare nelle metropoli), certamente nella lista dei migliori letti in questo 2004.
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