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Taccuino di Talamanca
di E.M. Cioran
- Adelphi -

(traduzione di Cristina Fantechi)

Ascoltare il vento dispensa dalla poesia, è poesia.
*
Nei paesaggi che amiamo le nostre infermità assumono un colore diverso. Qui l’insonnia non è un male, ma soltanto una certa impossibilità.
*
Ogni inizio di idea coincide con una sofferenza, preferibilmente segreta.
*
Rifuggire alle mie responsabilità: ci ho messo del genio.
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Anche se cambio luogo – anche se cambiassi mondo -, mi ritrovo sempre con me, con il solito me stesso.
*
Le persone alle quali pensiamo improvvisamente, senza motivo apparente, sono quelle che ci hanno lusingato o ferito in un qualche periodo della nostra coscienza. Sono le sole di cui ci ricordiamo ad anni di distanza, anche quando sono completamente scomparse dal nostro orizzonte.
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Era davvero di ottima compagnia: non aveva convinzioni.
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Se si vuole capire tutto, bisogna capire anche il boia. E addirittura perdonarlo. L’indignazione – di sicuro – è uno stato non-filosofico.
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E’ in mezzo a paesaggi troppo belli che avvertiamo tutto il nostro marciume e siamo insoddisfatti del cadavere che ci trasciniamo dietro.
*
Che questa infima durata assegnataci si svolga e si esaurisca, e che poi non se ne parli più.

Postilla squisitamente PERSONALE
Ciò che mi attrae è l’aspetto non europeo della Spagna, una forma di melanconia permanente… melanconia che è una sorta di noia raffinata, il sentimento di un esilio irrevocabile.E.M Cioran, dalla prefazione di Verena von der Heyden-Rynsch

“Lettere a Mario Andrea Rigoni” di E.M. Cioran

30 novembre 2009 Nessun commento
Lettere a Mario Andrea Rigoni
di E.M. Cioran
– il notes magico -
 
So di non esistere in Italia: ma ciò fa parte di un fallimento letterario che accetto, d’altronde sono un autore marginale e tale mi considero. I veri lettori sono quelli che condividono con me inquietudini e perplessità, e in questo modo divengono miei complici.
*
Sono al corrente della situazione in Italia. La follia criminale di Bologna ci ha tutti sconvolti. Bisognerebbe estirpare tutte le ideologie e, prima di tutto, il bisogno di credere. Uno scettico non maneggia mai la dinamite…
*
Lei è anche orgoglioso, cosa che non fa che esasperare la fortuna e la sfortuna di essere proprio ciò che si è. Ciò che lei designa come finto è soltanto il risultato di una coscienza che distrugge per eccesso di riflessione su di sé. E’ l’atto di divorarsi che rasenta il suicidio. Agli estremi della coscienza, il sentimento è un’impossibilità o un’inezia. La coscienza rende falsi, nel senso profondo del termine s’intende. Quando si è andati troppo lontano, bisogna imparare a tornare sui proprio passi.
*
La serenità della vecchiaia è una menzogna: avanzare negli anni significa avanzare nella malinconia.
*
In fondo la lucidità è un’avventura, un’avventura di uomini spezzati, più precisamente una “vertigine”.

20 ottobre 2009 2 commenti
Sillogismi dell’amarezza
di E.M. Cioran
– Adelphi - 
 
In un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare.
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Senza i dubbi che abbiamo su noi stessi, il nostro scetticismo sarebbe lettera morta, inquietudine convenzionale, dottrina filosofica.
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La storia delle idee è la storia del rancore dei solitari.
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Solo gli spiriti superficiali si accostano a un’idea con delicatezza.
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Annoiarsi è masticare tempo.
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Fra la Noia e l’Estasi si svolge tutta la nostra esperienza del tempo.
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Il pessimista deve inventarsi ogni giorno nuove ragioni di esistere: è una vittima del “senso” della vita.
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E’ facile essere “profondi”: basta lasciarsi sommergere dalle proprie tare.
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Le “fonti” di uno scrittore sono le sue ignominie: colui che non ne scopre dentro di sé, o che vi si sottrae, è destinato al plagio o alla critica.
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Niente inaridisce una mente quanto la ripugnanza a concepire idee oscure.
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Ben prima che fossero nate fisica e psicologia, il dolore disintegrava la materia, e la pena l’anima.
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Vago attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi.
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Mille anni di guerra hanno consolidato l’Occidente; un secolo di “psicologia” lo ha ridotto allo stremo.
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Uno scetticismo che non contribuisca alla rovina della nostra salute è soltanto un esercizio intellettuale.
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Gli avvenimenti – tumori del Tempo…
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Nel pessimista si accordano una bontà inefficace e una cattiveria inappagata.
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Hai sognato di incendiare l’universo, e non sei neanche riuscito a comunicare la tua fiamma alle parole, ad accenderne una sola!
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Si scopre un sapore ai propri giorni soltanto quando ci si sottrae all’obbligo di avere un destino.
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Ancor più che una reazione di difesa, la timidezza è una tecnica, infinitamente perfezionata dalla megalomania degli incompresi.
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L’ambizione di ciascuno di noi è di sondare il Peggio, di essere il profeta perfetto. Ahimè, sono tante la catastrofi alle quali non abbiamo pensato.
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A che pro disfarsi di Dio per ricadere in se stessi? A che pro questa sostituzione di carogne?
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Sperare significa smentirel’avvenire.
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L’arte di amare? E’ il saper unire a un temperamento di vampiro la discrezione di un anemone.
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All’interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio.
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Con le tue vene cariche di notti, non hai un posto fra gli uomini più di quanto lo abbia un epitaffio in mezzo a un circo.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Da queste parti Cioran quasi si venera, quindi sarebbe bene leggere anche una sua lista della spesa, però questo libricino, che è stato tra i suoi più letti, mi è sembrato leggermente sottotono rispetto a tante altre sue prove molto ben più riuscite.

18 febbraio 2008 2 commenti

da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi

Le ultime foglie che cadevano danzando come api folli.
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La felicità generale non sarebbe possibile se non in mezzo a una umanità totalmente disillusa e allo stesso tempo non troppo amara, una umanità lieta di non avere più in serbo nessuna illusione…
*
Quando formuliamo un’idea, possiamo svilupparla soltanto se non crediamo veramente ai suoi lati deboli, soltanto se ne facciamo astrazione. Il pensatore si avventa, si comporta da conquistatore, giacché se prendesse troppo sul serio le obiezioni che ogni affermazione suscita automaticamente, finirebbe col non affermare più nulla.
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Esistere vuol dire fabbricare passato.
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Una buona lettera la si scrive sotto l’impulso dell’indignazione, dell’ammirazione o dell’odio. Non ci sono lettere neutre. O se ce ne sono, non contano, come tutto ciò che porta i segni dell’usura affettiva.
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Il disprezzo profondo somiglia a un dolore.
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Rispondo che non si chiede loro di avere convinzioni, ma la cosa più grave è che manchino di ossessioni. Dostoevskij è un condensato di ossessioni – proprio quando si è ossessionati da qualcosa si giunge a possedere un universo personale e poi a proiettarlo all’esterno, a farne, per l’appunto, un’opera.
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E’ meglio vivere dopo una rivoluzione che prima.
Il momento migliore è quello in cui un ideale si estenua, senza esaurirsi, quello in cui persiste senza avere più la forza di tiranneggiare. La lentissima disgregazione di un sistema, una volta passata l’ebbrezza che lo ha fatto nascere.
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Pensare vuol dire cercare la sfumatura, non semplificare.
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Vicolo cieco.
Il vicolo cieco non è tragico. La tragedia infatti sfocia nel crollo. Avanza verso la fine, si impegna in vista della rovina. Non è statica, mentre il vicolo cieco lo è per forza.
Nella tragedia ci sono uno svolgimento e una conclusione: il tempo ha un ruolo fondamentale, mentre è assente nel vicolo cieco, che appartiene al mondo dell’identità.
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Più si hanno illusioni, più si ha coraggio.
Il coraggio non è compatibile con una eccessiva lucidità.
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Si avvicina alla verità solo ciò che proviene dall’emozione o dal cinismo.
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Ho sempre pensato che ogni gloria debba essere espiata, che si debba pagare per averla raggiunta, che non la si ottiene impunemente. Colui che l’ha conosciuta non potrà più farne a meno, e poiché prima o poi essa viene a mancare, cercherà di conservarla ad ogni costo, vi si aggrapperà come un dannato, e sarà effettivamente un dannato, che la conservi o che la perda.
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Nel cuore della notte, un occhio che si dilatava, che assumeva le dimensioni del mondo – che diventava vasto come lo spazio… uno sguardo che squarciava lo spazio.
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C’è un solo modo per possedere tutto: non desiderare niente.
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La lucidità non estirpa il desiderio di vivere, rende soltanto inadatti alla vita.
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Ogni volta che mi si chiede che professione esercito, faccio fatica a non rispondere: imbroglione a tutti i livelli.
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Gli uomini hanno inventato il futuro per non dover nominare la morte.
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Che cumulo di banalità! Quello che non colpisce non esiste. Scrivere dovrebbe essere sinonimo di incidere.
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Ogni “sistema” è caduco. Quello che dura in un pensatore sono le deviazioni dalla linea generale del suo pensiero, le sue dimenticanze, le sue contraddizioni con se stesso, la tentazione atea nel credente, le velleità mistiche del razionalista. Giacché mai si è se stessi come nei momenti in cui si sfugge a ciò che si dovrebbe essere.
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L’io, ecco l’ostacolo. Non riesco a superarlo. Vi sono inchiodato senza rimedio.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Finito! Dopo quattro anni esatti (il libro mi era stato regalato nel Natale 2003) fatti di letture notturne a spizzichi e bocconi (una decina massimo di pagine alla volta), sono arrivato alla fine delle 1100 pagine di questi quaderni: spunti, pensieri, annotazioni, ricordi, ecc. Chi conosce Cioran saprà benissimo la sua posizione nei confronti della vita e dell’uomo in particolare, ma nonostante ciò a me sembra che leggendo queste pagine la prima cosa a risaltare sia proprio l’interesse smisurato verso queste componenti centrali di qualsiasi esistenza mai esistita o che esisterà nel futuro. In più un pensatore come lui diventa umano grazie a questo scorcio di intimità e alle sue contraddizioni, ai suoi scoppi d’ira o di felicità, incontrollati o giustificati.

24 gennaio 2008 2 commenti
da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Non drammatizziamo. L’umanità ha conosciuto angosce incredibilmente più intense di quelle che proviamo oggi – pensiamo alle pestilenze, all’attesa della fine del mondo, alle invasioni barbariche. Sì, certo. Ma essa non aveva i mezzi per affrettare da sé la “fine del mondo”. Gli dei potevano sempre intervenire, e d’altronde erano loro a decretare la fine. Oggi sappiamo che questa si prepara nei laboratori e può sopraggiungere in ogni momento, vuoi per calcolo, vuoi per inavvertenza. Giacché proprio di avventura si tratta.
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Quello che vogliono i nostri nemici non è tanto sconfiggerci, quanto umiliarci. Il che sembra meno feroce, sembra avere una vaga parvenza di umanità. Non è affatto così. Una sconfitta è qualcosa di chiaro, di irreparabile, di compiuto, ci si rassegna, ci si abitua, e poi si ricomincia, mentre una umiliazione non la si dimentica mai: dura tutta la vita.
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Penso a quella ragazza che una sera, all’inizio del mio soggiorno a Parigi, ho abbordato in boulevard Saint-Michel. Mi disse che era talmente sola che per lei la sveglia era un essere vivente, una presenza: fa un po’ di rumore, segna il tempo, quasi si muove.
La solitudine delle grandi città.
Mi disse perfino, se ricordo bene, che a volte la carezzava, quella sveglia. E aggiunse: “Il mio unico contatto con la vita avviene tramite la sveglia”.
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E’ facile scrivere e parlare in tono perentorio. Perché è più semplice imitare Giove che Lao-tzù.
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M.I. parla del mio “automatismo allo scetticismo”.
La cosa curiosa è che, di un credente, non si dice mai che è caduto nell’”automatismo della fede”.
Eppure la fede comporta sicuramente una meccanicità più accentuata del dubbio, il quale è ricerca, inquietudine, messa in causa perpetua, quindi rinnovamento. Devo dire però che il dubbio ha un’energia alterata, un vigore declinante, una freschezza da… anziano.
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Il solo motivo per cui mi sarebbe piaciuto avere la fede + il fatto di poterla perdere.
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Mattinata splendida, divina, al Luxembourg. Vedevo la gente andare su e giù e mi dicevo che noi viventi (viventi!) siamo qui solo per sfiorare la superficie terrestre per un po’. Invece di guardare la faccia dei passanti, guardavo i loro piedi, e tutti quegli esseri umani per me non erano altro che passi, passi che andavano in tutte le direzioni, danza disordinata sulla quale sarebbe vano soffermarsi…
*
Non vi sono che due modi di raggiungere la liberazione: credere che tutto sia reale, oppure che niente lo sia. Ma ciò è molto più difficile di quanto non si pensi, perché ci comportiamo come se fosse questione di gradi di realtà, essendo per noi le cose più o meno vere, più o meno esistenti. Sicché non sappiamo mai come raccapezzarci.
*
21 dic. Unica soluzione: continuare come se niente fosse; qualsiasi cosa accada, un giorno avremo partita vinta. on chi? Non importa. La cosa certa è che, se si rimane se stessi, se si ha il coraggio di difendere la propria causa sino in fondo, l’insieme delle sconfitte che avremo collezionato varrà a una vittoria.
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Sembro un anarchico del secolo scorso che sia uscito dall’ospedale o dal carcere e stia meditando qualche colpo.
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In fondo, faccio tutto quello che fanno gli altri, ma non lo faccio più in modo istintivo. E ciò che una volta ho definito “vivere senza convinzione”. Si provano più o meno gli stessi desideri e le stesse soddisfazioni degli altri, ma qualcosa si è spezzato; e se non c’è rottura c’è distacco; non si è più dentro, è impossibile identificarsi con un qualsiasi atto, eppure li si compie tutti, si fa esteriormente parte della società, anzi della folla. Ma si è visto dentro le cose, se ne è percepita la non realtà, la profonda vacuità. Si apre in continuazione un intervallo fra sé e l’atto, fra l’atto e la cosa. Si cessa per sempre di essere interi.Non si sarà mai più tutt’uno con ciò che si fa. Non vi sarà più saldatura fra il sé e l’essere. Perché non ci sarà mai più essere nell’antico senso della parola. Tutto è diventato apparenza? No. Ma più niente è, più niente assomiglia a quel che era prima. Non è il reale a essere trasfigurato, è il vuoto.
*
Non detesto la vita, non mi auguro la morte, vorrei soltanto non essere nato.
Alla vita e alla morte preferisco la non nascita. La voluttà del non nascere. Più vivo, più mi abbandono alla voluttà del non nascere.

10 dicembre 2007 2 commenti
da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
E’ a quel pomeriggio che risale la mia nascita in quanto essere cosciente. Che cos’ero prima? Un essere e basta.
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La vendetta è una liberazione. Non vendicarsi vuol dire avvelenarsi.
E’ impuro chiunque non abbia la forza di vendicarsi o di vincere il desiderio di farlo.
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La vivacità che oltrepassa certi limiti degenera in volgarità.
La volgarità è la vivacità priva di finezza, non di intelligenza.
Uno stupido non è volgare, è semplicemente stupido. La volgarità richiede un certo livello, e anche certe pretese.
Il più delle volte si cade nella volgarità quando si vuole essere più di ciò che si è. L’imitazione palese rasenta la volgarità.
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… la malattia fa perdere il contatto con la moltitudine. Va all’essenza, all’Uno.
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Vorrei essere buono, comunque migliore di quel che sono. Potrei riuscirvi solo rinunciando a esprimere giudizi sulle persone. Ma è impossibile, giacché sono un impulsivo, ossia mi sento visceralmente incline a giudicare, e quindi a detestare i miei simili, quasi tutti odiosi, questo bisogna riconoscerlo. Penso da sempre che l’uomo non sia ben riuscito, che Dio o la Natura non potessero farlo diverso, che per una sorta di fatalità dovesse essere quello che è.
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Se potessimo vederci mentre agiamo, particelle di materia che si agitano nell’illimitato, ci fermeremmo subito. L’orizzonte limitato è condizione dell’agire, e anche dell’avventura. Non riusciremmo a muoverci se ci vedessimo, e meno ancora se ci vedessimo nell’”infinito”.
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E’ l’una del mattino. Questo meraviglioso silenzio giustificherebbe da solo l’adesione a una qualsiasi forma di speranza.
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Per me, la contentezza, direi quasi la felicità, sta nel passeggiare e guardare senza dare espressione intellettuale alle mie impressioni, senza formulare niente.
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Si scrive con passione, con verità, solo quando si è alle strette. La mente lavora sotto pressione. In condizioni normali è improduttiva, si annoia, annoia.
*
Cercare di dire con le parole ciò che le parole non possono dire.
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Se dovessi scegliere tra l’ascesi e la dissolutezza, propenderei per quest’ultima.
D’altronde la dissolutezza è anch’essa una lotta contro la “carne”; ne abusa, la estenua e la svilisce. Giunge così allo stesso risultato dell’ascesi, con metodi diametralmente opposti.
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15 agosto – Nessuno più di me è convinto della futilità di tutto, così come nessuno prenderà sul tragico una tale quantità di cose futili.
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Non conosco niente di peggio di una lunga conversazione con qualcuno che dà l’impressione di non avere un’anima, più precisamente di essere materia non animata.
Dico: di non avere un’anima, non di essere senz’anima, visto che quest’ultima espressione riguarda l’assenza di bontà. Si tratta di un’altra cosa, si tratta di avere dentro di sé un fuoco o per lo meno ceneri non ancora fredde.
*
Il passaggio del tempo, il tempo in sé, ridotto al suo scorrere essenziale, senza la discontinuità degli istanti, lo si percepisce, lo si accusa e lo si vive nelle notti in bianco. Tutto scompare. Il silenzio diventa immenso. Si ascolta, non si sente niente, non si vede niente. I sensi non sono più rivolti all’esterno. Perché non c’è più un fuori. Ciò che sopravvive a un tale inabissamento universale è quel passare del tempo attraverso di noi, e che è noi, e che cesserà solo con il sonno o con la luce del giorno.
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“Assoluto” – parola di cui bisogna servirsi solo quando non si può fare altrimenti, in casi veramente disperati.
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La prova che qualcuno è stato importante per voi è che vi sentite diminuiti quando muore. Si subisce una perdita di realtà – di colpo si esiste di meno.
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Per tutta la vita ho pensato alla morte, e ora che mi ci avvicino constato che non mi è servito a niente averci pensato tanto, e che sarebbe stato assai più proficuo non curarsene affatto. Il pensiero della morte non aiuta a morire.

15 ottobre 2007 4 commenti
da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Ho notato che sono cattivo solo quando sono profondamente scontento di me.
Purtroppo questo mi succede spesso. Ce l’ho con tutti quando mi… disapprovo.
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Una donna analfabeta farà esperienze spirituali più profonde di una donna colta, perché non sarò in grado di pensare ad altro, si dientificherà con ciò che sente e andrà sino in fondo, dal momento che le è negata ogni possibilità di barare, ogni tentazione di gioco intellettuale.
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Io non vivo nella rinuncia, ma nell’idea di rinuncia. Come tutti i falsi saggi.
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Invaso dagli esseri umani, cerco di liberarmene – senza grande successo, va detto, perché abito proprio nel cuore della più grande fiera che ci sia.Però ogni giorno riesco a procurarmi qualche ora di colloquio con colui che vorrei essere.
*
Il pensiero libero, distaccato, vivace, che non si fissa a niente, è qualcosa di cui non sono capace, perché in me tutto è capriccio e ossessione, cioè frivolezza o pesantezza.
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Cerco non la “verità”, ma la realtà, nel senso in cui può cercarla un eremita – che ha abbandonato tutto per lei.
Voglio sapere che cosa è reale e perché non si possa afferrarlo.
*
Il credente e il miscredente soffrono di una stessa forma di orgoglio: cambia solo il contenuto. Entrambi si credono detentori della verità; altrimenti non potrebbero vivere. Ma verità è una parola che non si dovrebbe usare. Ricorrervi è presunzione, anzi spudoratezza.
*
Cercare di estrarre l’essenza di ogni giornata, se possibile di ogni momento, come se avessi le ore contate. E lo sono, per me come per tutti. Ma non ci si pensa abbastanza, ed è così che si perde il proprio tempo, lo si lascia passare senza tentare di raccogliere la sostanza, sempre che vi sia sostanza.
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La primavera è la mia nemica ereditaria.
E d’altronde, come me, è troppo equivoca.
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Se potessimo limitarci a guardare! Ma disgrazia vuole che ci intestardiamo a capire.
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Un libro deve provocare una lesione nell’anima dell’autore.
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Forse lo scetticismo non che il risultato della mancanza di immaginazione.
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Per chi scrive pochissimo, o ha addirittura smesso di scrivere, tenere una corrispondenza è un modo di continuare a essere attivo e restare fedele al mestiere che ha abbandonato. E’ anche un modo per non arrugginire. E poi una lettera ben scritta ci dà più soddisfazione di una conversazione, per quanto interessante possa essere.
*
Potrei ammirare soltanto un uomo disonorato e felice.
Ecco qualcuno, mi direi, che disdegna l’opinione dei suoi simili e attinge felicità e consolazione da se stesso.
*
Quante delusioni portano all’amarezza? Una o diecimila, a seconda del soggetto.
Ogni delusione che soffochiamo, eludiamo o combattiamo alimenta segretamente l’insaziabile amarezza. Soltanto la delusione riconosciuta, ammessa apertamente, non diventa fonte di acredine. Quando invece vogliamo essere “nobili”, “discreti”, salviamo le apparenza ma ci guastiamo dentro.
*
Il cavallo non sa di essere cavallo. E con questo?
Non si vede cosa ci abbia guadagnato l’uomo a sapere di essere uomo.
*
E’ rimasto turbato da quanto gli ho detto sull’uomo, ossia che tutto quello che fa finisce per ritorcerglisi contro. J.F. mi ribatte che, personalmente, lui si sente solidale con tutto; mi indica una stella e mi dice di sentirsi solidale con lei. Gli rispondo che anch’io ho una sorta di sentimento cosmico, ma che nondimeno mi sento marginale rispetto al cosmo, e solitamente vivo con una sensazione di non appartenenza.
[…]
Noi siamo quel verme. E tuttavia ci rifiutiamo di ammettere la nostra “scarsa realtà”. La “coscienza” rende infatti orgogliosi, e l’orgoglio impedisce alla coscienza di essere se stessa. L’orgoglio obnubila. 
*
Contiamo solo agli occhi di coloro che ignorano i nostri precedenti.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
200 pagine alla fine.

24 settembre 2007 Nessun commento
da “Un apolide metafisico. Conversazioni.” di E.M. Cioran – Adelphi
(prima parte)
 
Cioran, lei ha parlato spesso della noia. Che ruolo ha avuto la noia, il disgusto, nella sua vita?
Posso dire che la mia vita è stata dominata dall’esperienza della noia. Un sentimento che conosco fin dall’infanzia. Non è la noia che si può combattere con le distrazioni, la conversazione o i piaceri, è una noia che si potrebbe definire “fondamentale”; e che consiste in questo: più o meno bruscamente, a casa propria o in casa d’altri, o davanti a un bellissimo paesaggio, tutto si svuota di contenuto o di senso. Il vuoto è in noi e fuori di noi. L’intero universo è annullato. E niente più ci interessa, niente merita la nostra attenzione. La noia è una vertigine, ma una vertigine tranquilla, monotona; è la rivelazione della futilità universale, è la certezza, spinta fino allo stupore e alla chiaroveggenza suprema, che non si può, non si deve fare niente né in questo mondo né in quell’altro, non esiste niente al mondo che possa servirci o soddisfarci.
 
Non è mai stato tentato, come il suo amico Ionesco, di portare sulla scena questi suoi conflitti?
Impossibile. Il mio pensiero non si presenta come un processo ma come un risultato, come un residuo. E’ quanto resta dopo la fermentazione, le scorie, la feccia.
 
Lei è come quel tiranno a cui accenna da qualche parte, che non si cura di dare spiegazioni. Lei non dimostra, afferma soltanto.
Per l’appunto! Non dimostro niente. Procedo per decreti – naturalmente fra virgolette. Ciò che dico è il risultato di qualcosa, di un processo interiore. E do il risultato, se vuole, ma non il metodo o il processo. Anziché pubblicare tre pagine sopprimo tutto tranne la conclusione. E’ più o meno questo.
 
Aforismi e frammenti… Nell’uno e nell’altro caso c’è la volontà di non dire troppo, di limitarsi al minimo.
E’ proprio così. Di non convertire le persone. Di non convincerle. Non mi piace convincere.
 
Che cosa ne pensa dell’attuale ascesa dell’integralismo religioso e delle sue violenze? Non è forse la prova che lei ha ragione quando denuncia la componente demoniaca celata in ogni religione? infatti dice: Se pura, una religione sarebbe sterile: ciò che vi è di profondo e virulento in essa non è il divino, ma il demoniaco. (La tentazione di esistere)
Ogni religione che patteggi con la storia si allontana dalle proprie radici. E’ successo al cristianesimo, che all’origine era amante della rinuncia ma poi, vero e proprio tradimento, si è trasformato in religione conquistatrice.
 
Per i filosofi, lei è una versione moderna dello scettico. Che cosa ne pensa dello scetticismo, e come lo definirebbe?
E’ un perpetuo interrogarsi, il rifiuto istintivo della certezza. Lo scetticismo è un atteggiamento prettamente filosofico, ma paradossalmente non è il risultato di un processo: è innato. In effetti, scettici si nasce. Il che non impedisce manifestazioni superficiali di entusiasmo. Di solito mi considerano un passionale, e probabilmente sotto certi aspetti lo sono, ma il fondo resta scettico, ed è questo che conta, l’attitudine a mettere in forse ogni certezza. Indubbiamente abbiamo bisogno di certezze per agire. Solo che la minima riflessione distrugge questo assenso spontaneo. Finiamo sempre col constatare che niente è solido, che tutto è infondato. Lo scetticismo ovvero la supremazia dell’ironia.
 
Il letterato – un indiscreto che svende le proprie miserie, le divulga, le rimugina: la spudoratezza. Sono parole sue. Autoritratto?
Vi è qualcosa di indecente nell’esibirsi, ma nel momento in cui scrivi non ti esibisci. E non pensi che quello che stai scrivendo un giorno sarà pubblicato. Quando scrivi, ci sei tu con te stesso, o tu con Dio, anche se sei miscredente. Secondo me l’atto di scrivere è proprio questo, dico sul serio: un atto di immensa solitudine. Lo scrittore non ha senso se non in queste condizioni. Quello che fai dopo è prostituzione. Ma non appena accetti di esistere, devi accettare la prostituzione.
 
Il libro, per un esiliato, è un sostituto del suo paese?
Ogni scrittore è in un certo qual modo un esiliato.
 
Che cosa pensa del suicidio?
Ho affermato che senza l’idea del suicidio mi sarei ammazzato subito. Che cosa volevo dire con questo? Che la vita è sopportabile soltanto all’idea di poterla lasciare quando si vuole. La vita è a “nostra” discrezione. Questo pensiero, anziché essere devitalizzante, deprimente, è un pensiero esaltante. In fondo noi veniamo gettati nell’universo, e non si sa proprio perché; non vi è alcuna ragione di essere qui. Ma l’idea che si possa vincere la vita, l’idea di “avere in pugno” la nostra vita, di poter abbandonare lo spettacolo quando vogliamo, è un’idea esaltante.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Per feticisti e/o completisti, ma magari anche per chi vorrebbe avvicinarsi a Cioran per la prima volta, giusto per capire di quale caduta si tratta.

da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Credo che sarei completamente diverso se avessi potuto vincere lo stupore di essere uomo.
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Nella mia posizione, andare da un editore significa essere incoerente rispetto a tutto ciò che penso, a tutto ciò che credo. Ma ho bisogno di tradire le mie convinzioni più intime, giacché se i miei atti fossero assolutamente conformi a esse, smetterei di scrivere, anzi smetterei di manifestarmi in qualsivoglia maniera. Sennonché sono ancora capace di sensazioni…
*
L’insolenza è ammissibile solo nei pazzi.
(D’altronde l’insolenza è una forma di follia, il primo gradino della follia. Essere insolenti vuol dire non conoscere la propria piccolezza, la propria insignificanza, i propri veri limiti – vuol dire, in altri termini, essere squilibrati. L’equilibrio consiste nel sapere chi si è e quanto si vale, nel conoscere le proprie carenze e nel volervi porre rimedio, nel riconoscere i propri limiti e attenervisi).
*
Devo smettere di pensare al tempo se voglio inserirmici. Se voglio riguadagnare il tempo, devo distruggerlo nella mia coscienza, non percepirlo più come distinto da me.
*
La mia debolezza è di non essere mai superiore al male che faccio.
*
Più la storia va avanti, più l’uomo diffiderà di sé, e un giorno proverà una paura totale di fronte a se stesso.
*
Un fallito del Dubbio e un fallito dell’Estasi. Credo che questo doppio scacco mi sia riuscito piuttosto bene.
*
Una frase in cui abbondano gli aggettivi ricorda a Quintiliano un esercito in cui io ogni soldato fosse seguito dal suo cameriere.
*
Che cos’è uno scrittore se non qualcuno che per sua natura esagera tutto, dà un’importanza indebita a tutto ciò che gli accade, esaspera per istinto le proprie sensazioni? Se sentisse le cose come sono e reagisse ad esse solo in proporzione al loro valore… “oggettivo”, non potrebbe preferire niente, né, dunque, approfondire niente.
E’ la forza di snaturare tutto che raggiunge la verità.
*
Gli uomini seguono soltanto chi regala loro illusioni. Non ci sono mai stati assembramenti intorno a un disilluso.
*
Lo stato d’animo peggiore, il più pericoloso per un mortale, è la tristezza. Nella tristezza realizza integralmente la propria condizione di mortale, è mortale in modo assoluto.
A lungo sono stato innamorato della tristezza, e quindi in condizione di peccato. La tristezza infatti è un peccato contro la speranza. Come ha ragione la teologia! Non bisogna desiderare quello che ci nuoce. Ma la tristezza è proprio questo – intendo la tristezza che amiamo, coltiviamo, assaporiamo.
La tristezza non è un’infelicità estrema, ma una infelicità costante.
*
Non si è liberi se non in mezzo ai propri dubbi e alle proprie debolezze – quando si è eretici nei confronti di se stessi.
*
Non ho vocazioni spirituali. Sono fatto per soffrire quaggiù e nient’altro.
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Quando passo davanti a un cimitero mi dico: Ecco un luogo in cui non c’è più spazio per l’ambizione né per la delusione né per lo stringersi del cuore né per il risentimento, né, né…
… Si ribatterà: Né per la felicità né per la gioia, ecc. Ma che cosa sono queste vestigia di paradiso rispetto ai segni così netti, così palesi, e così brucianti lasciati da qualsiasi forma di infelicità?
Ogni vivente è ambizioso: è la sua maledizione. Proprio perché si è ambiziosi si prova umiliazione e vergogna. Io sono felice solo quando le mie ambizioni si attenuano, si assopiscono. Appena si risvegliano mi riprende l’inquietudine. Ciò che chiamiamo vita è ambizione. L’istinto di conservazione è ancora ambizione, al livello più basso, il più universale. La talpa che scava i suoi corridoi sotterranei è ambiziosa. L’ambizione è dappertutto, tranne sui volti dei cadaveri.
*
La vera felicità è uno stato di coscienza senza riferimento a nulla, senza oggetto, uno stato in cui la coscienza gode dell’immane assenza che la riempie.
*
Ho incontrato Hirsch, il direttore commerciale di Gallimard, che non vedevo da molto. Mi chiede: “Che cosa fa ora?”. “Mi sono ritirato dal mondo” gli ho risposto. –E lui: “Ma il mondo si è ritirato da lei?”.

29 dicembre 2006 Nessun commento
da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
A me piace leggere come legge una portinaia: identificarsi con l’autore e con il libro. Qualsiasi altro atteggiamento mi fa pensare alla spia o al detective. O al dissezionatore di cadaveri.
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Quando perfino il Buddha mi appare ingenuo, capisco di avere raggiunto un limite pericoloso, e che è ora di fare marcia indietro.
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Ho tentato di fare qualcosa per il tale o il talaltro. Invano. E non poteva essere altrimenti. Come fare qualche cosa per altri quando non si è in grado di fare niente per sé? Per salvare qualcuno bisogna prima essersi salvati. Uno che non si è liberato non può aiutare nessuno. Non ci si aggrappa a un relitto.
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Quegli istanti impietosi in cui ci vediamo come ci vedrebbe un Indifferente, uno che si è ricreduto su tutto.
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Tutti imitano tutti, si sa; ma l’imitazione non è mai perfetta; vi sono deformazioni e scarti; è ciò che viene chiamato originalità.
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Non credo a niente, fuorché alla libertà. Confesso questa grande debolezza. Per il resto, non ho convinzioni; ho soltanto opinioni.
*
E’ con la passione che si fa un’opera, non con la nevrastenia, e nemmeno con il sarcasmo.
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Se ognuno vedesse chiaramente l’infimo spazio che occupa nella società – e nell’universo – le cose andrebbero benissimo. Ma poiché ognuno vive come se fosse il centro di tutto, le cose non possono che andare male. La modestia, se fosse possibile, e se fosse compatibile con la vita, sarebbe l’unica risorsa. Ma bisognerebbe poi che fosse vissuta da tutti, il che è impensabile. Si direbbe che un vivo è vivo soltanto perchè non può essere modesto.
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Le mie preferenze: l’età delle caverne – e il Settecento. Ma le grotte hanno portato alla Storia, e i salotti al Terrore.
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Chiunque abbia capito non può che essere un po’ ciarlatano; non è mai interamente calato né in ciò che dice né in ciò che fa.
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Nessuno ha mai amato la vita più appassionatamente di me, eppure sono vissuto come se non fosse il mio elemento.
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Ciò che probabilmente rende sopportabile la vecchiaia è il piacere di vedere scomparire a uno a uno tutti coloro che hanno creduto in noi e che non potremo più deludere.
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Ho tutti gli istinti del guastafeste e tutte le convinzioni di una mente accomodante.
Ho il gusto della provocazione e al tempo stesso quello del distacco. Lo scandalo e la decenza.
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Sebbene sia abbastanza “corazzato”, non smetto di meravigliarmi di tutto ciò che succede; passo di sorpresa in sorpresa, di costernazione in costernazione: a che cosa è servito dunque il mio scetticismo? A stupirmi un po’ più di prima, e a capire l’inutilità dei miei stupori.
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E’ tutta questione di distanza: da dove si vede un problema.
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Un’ossessione è un problema che ci accompagna per tutta la vita non avendo saputo risolverlo al momento giusto.
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Il rimpianto può raggiungere la stessa intensità della speranza: è addirittura speranza invertita.
Il rimpianto si insedia come un vampiro e ci succhia il sangue fino all’ultima goccia.
A forza di rimpiangere, ho vissuto il mio passato all’infinito, cosicché è giusto dire che ho vissuto più vite.
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Qual’è l’apporto di una sconfitta? Una visione più precisa di noi stessi.
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E’ la vita ad allontanarsi da noi, non noi ad allontanarci da lei. Si ritira un po’ alla volta, e un bel momento ci accorgiamo di sopravviverle.

24 ottobre 2006 6 commenti
da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Oggi pomeriggio ho pensato di nuovo che non è rimasto niente di mia madre e di mia sorella, sono scomparse come se non fossero mai vissute, e la stessa cosa succede a tutti, è sempre stato e sempre sarà così, ineluttabilmente. Niente, niente – c’è di che perdere la ragione. Eppure l’ho sempre saputo, e sono sorpreso di scoprirmi, alla mia età, in preda a stupori così ingenui.
*
La Predestinazione mi affascina quanto un tempo mi affascinava la Sventura. In realtà sono la stessa cosa. Non poter essere diversi da ciò che si è. Sono immutabile, e ne soffro continuamente. Datemi un altro me stesso!
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Me ne voglio per essere io.
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Quello che mi interessa veramente non è produrre, ma capire. E per me capire significa individuare il grado di risveglio a cui un essere è arrivato, ossia la sua capacità di percepire il coefficiente di irrealtà da cui è affetto ogni fenomeno.
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Il genio è la forma più vistosa e più compiuta della Provocazione.
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Si è se stessi solo quando gli uomini ci voltano le spalle.
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Ciò che so distrugge ciò che voglio.
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Bisogna aggrapparsi a un qualche compito, tuffarvisi; è l’unico modo di sopprimere la distanza che ci separa dalle cose e di cui è fatta la coscienza.
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Ad ogni modo, non sono più lo stesso, pur senza essere un altro.
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Quaggiù si ottiene tutto, tranne ciò che si desidera più segretamente, più ardentemente. (Un desiderio segreto è necessariamente irrealizzabile: non osa palesarsi, perchè sa che non può avverarsi; e si esaspera, si infiamma proprio perchè non può manifestarsi, mostrarsi).
Forse è giusto che ciò a cui teniamo di più non possa tradursi in atto, che l’essenziale della nostra vita rimanga nascosto e non concretato. Sarebbe comunque troppo bello che una esistenza si realizzasse, quando invece ESISTE unicamente in quanto non si realizza.
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Il delirio è più bello del dubbio, ma il dubbio è più saldo.
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La cosa più difficile è rinnovare le proprie ammirazioni. Si ammira davvero solo fino ai vent’anni. Dopo, sono solo infatuazioni o capricci.
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In letteratura, tutto ciò che non è spietato è noioso.
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Stanotte, ne sono certo, ho trovato la definizione di libertà. Quanto ad averla tenuta a mente, è un altro paio di maniche.
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Quando si ha bisogno di qualcuno o di qualcosa si soffre. Fare in modo di dipendere dal minor numero possibile di cose e di persone. Bisogna rassegnarsi alla povertà, all’anonimato e alla morte. Ridurre al minimo le proprie ambizioni, accettare l’oscurità, abituarsi all’idea di sparire.
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Pensare vuol dire turbare.
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Quando si è capito che niente ha una realtà intrinseca, che niente è, e che non si può concedere alle cose neanche la qualifica di apparenze, non si ha più bisogno di essere salvati: si è salvati – e infelici per sempre.
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Ho sempre anteposto la verità alla mia salvezza. O, più esattamente, quello che chiamo verità non concorda mai con la mia salvezza.
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Credo di aver definito l’ansia memoria del futuro.
E in effetti, l’ansioso è qualcuno che ricorda, che vede, anzi ha visto, ciò che può accadergli.
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Abbattiamo l’edificio dei nostri pensieri e delle nostre “volizioni” e ripensiamoci sulle sue macerie.
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Nessuno è meno contento di sé di quanto lo sia io. Ma non dovrei disprezzare gli altri perchè sono fieri di ciò che sono. E’ qui che sta la mia debolezza.
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Ogni forma di progresso è una deviazione, nel senso in cui l’essere è una deviazione dal nulla.
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Il mio sentimento della vita distrugge la mia vita.
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… diviso tra l’ossessione dello scheletro e quello della carne.

da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Il megalomane è uno che dice a voce alta ciò che ognuno pensa di sé nel suo intimo.
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La saggezza consiste nel lasciare le cose come stanno. Ogni volta che ho cercato di porvi rimedio, mi sono trovato peggio, a causa di complicazioni impreviste e per la verità imprevedibili, inerenti a ogni cambiamento, anche se in meglio.
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22 ottobre. Le due del mattino. Torno dalla mia solita passeggiata intorno al Luxembourg. Accesso di ??? Il Niente come base di tutto, la fondamentale non realtà del mondo, e persino degli affetti. Che cos’è un essere? Come si può chiamare un essere una figura inevitabilmente votata alla rovina, totalmente instabile e fragile? No, non c’è niente a cui aggrapparsi, da nessuna parte. E’ mai possibile che valiamo così poco? Sì, è possibile. Guardo al letto come all’unica via d’uscita. Dobbiamo ricadere nell’incoscienza, ritornare all’epoca in cui ancora non esistevano i quesiti, non esisteva l’uomo, il più grosso errore della natura.
*
Un falso problema, chiamiamo così un problema che ha smesso di interessarci.
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5 novembre. Tenere un diario significa prendere abitudini da portinaia, notare delle inezie, soffermarvisi, dare troppa importanza a quel che vi capita, trascurare l’essenziale, diventare uno scrittore nel senso peggiore della parola.
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Si desidera la morte soltanto quando si sta abbastanza bene; al minimo accenno di malattia la si teme.
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Essere “disonorati” - benissimo. Ma davanti a chi? Quando ci si sente soli di fronte a tutti, si può perdere l’onore solo davanti a se stessi, per se stessi; non si riconosce agli latri il ruolo di giudici.
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3 novembre. L’idea che esista un dio, e che risponda se gli si chiede aiuto, è talmente straordinaria che da sola può fare le veci di una religione.
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E’ impossibile avere una virtù senza il vizio che le corrisponde.
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Se un’amicizia che dura da anni finisce, si deve accettarlo senza amarezza; era destinata a finire un giorno o l’altro. Ricordiamoci soltanto di quello che è stata, non della fine che ha fatto!
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Mi sarebbe immensamente più facile vivere senza un’ombra di fede che senza un’ombra di dubbio. Il dubbio che distrugge, il dubbio che nutre…
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None esiste sensazione falsa.
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Alla gente interessa soltanto ciò che nascondiamo.
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Finché non farò qualcosa che mi riabiliti ai miei occhi, mi porterò addosso per giorni questi umori acidi, questi sarcasmi automatici, questa desolazione in cui campeggia la mia ispirazione vacante, e la perdita del mio orgoglio. C’è in me qualcuno che mi ha abbandonato.
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Il desiderio di gloria non è che una delle espressioni più sottili della sete di potere.
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Ogni essere emerge da non si sa dove, lancia il suo piccolo grido e scompare senza lasciare traccia.
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Le mie affinità con la mente ebraica. Gusto della derisione, una certa tendenza all’autodistruzione, ossessioni malsane; aggressività; malinconia temperata o aggravata dal sarcasmo, a seconda del momento; compiacimento nella profezia, sensazione di essere una vittima, sempre, anche negli attimi di felicità.
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Soltanto gli uomini posseduti da una grande ambizione fanno grandi cose, perchè concentrano tutta la loro energia su un solo punto. Sono degli ossessionati incapaci di dispersione, di negligenza, di disinvoltura.
… Io sono un ossessionato che appartiene alla categoria dei distratti. Questo il segreto della mia inefficenza.
*
Comprendere significa cogliere con l’immaginazione ciò che si nasconde dietro una frase, una poesia, una melodia, capire quanti sforzi ci sono voluti per concepirla.
*
In questi cinque giorni all’aria aperta, ho verificato ancora una volta che ero fatto per condurre una vita sana, in mezzo alla “natura”. L’ambizione mi sfibra, la competizione mi inasprisce. Il contatto con l’uomo risveglia i miei lati peggiori. C’è stato un tempo in cui credevo alla potenza. Ed è un vecchio sogno che non mi ha del tutto abbandonato. Inconsciamente continuo a desiderare di diventare qualcuno. Finché andrà avanti così, sarò sempre lacerato, roso, insoddisfatto. La pace presuppone la sconfitta dell’ambizione, l’aspirazione appassionata all’anonimato.
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Nella vita la cosa più terribile è non cercare più.

da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Più ci penso, più mi convinco che Atene doveva essere un inferno. In uno spazio così ristretto, riunire tanti ingegni opposti, costretti a conoscersi, a parlare, a litigare!
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Non conosco niente di più penoso degli attacchi di noia durante una conversazione, dei vuoti che vi creano e della paura di vederla cessare del tutto. Nessuno sa andarsene in tempo, prima che l’argomento in questione sia irrimediabilmente esaurito.
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Non c’è nessuna ingiustizia da me commessa deliberatamente o per uno sbalzo di umore che, a volte subito, a volte anni dopo, non mi abbia procurato un cocente rimorso. I miei torti non hanno mai mancato di fornire materia ai miei tormenti.
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Vi è una certa bassezza d’animo a pretendere che, quando siamo infelici, gli altri si interessino alle nostre disgrazie.
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“Un nemico è altrettanto utile di un Buddha”. – Come sono d’accordo! Lo devo ai miei nemici se ho commesso meno errori di quanti ne avrei fatti senza di loro. Essi hanno vegliato su di me, continuano a vegliare: la mia gratitudine verso di loro è infinita.
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Per me non c’è niente di più insopportabile dell’ironia continua, senza incrinature, senza tregua, che non vi lascia il tempo di respirare, e ancor meno di riflettere. L’ironia che dovrebbe essere delicata e occasionale – diventa grossolana, ossia automatica!
*
C’è da credere che io abbia un fondo di onestà, e comunque di ingenuità. Gli scrupoli di un cinico – più che un titolo di un libro, sarebbe l’insegna della mia carriera. Contrasti nell’equivoco.
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Gli altri non hanno la coscienza di essere degli impostori, e invece lo sono; io… – lo sono quanto loro, ma lo so e ne soffro.
(Cercando il vero, era inevitabile imbattersi nel falso e scoprirlo in tutti i gesti degli altri, così come nei propri).
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Il disagio che provo ogni volta che mi si chiede che cosa sto facendo. La gente non ha ancora capito che non sono idoneo al “fare”, che per me si tratta solo di lasciar passare il tempo, in realtà di passare insieme con lui…
*
Non so come accada, ma per me tutto è difficile; ogni atto, anche il più elementare, assume le proporzioni di un problema. Sono nato nell’impaccio, e in esso vivo e persevero: è la mia condizione naturale. Per me non c’è niente di più normale che sentirmi a disagio, essere fuori luogo, tagliato fuori da tutto.
*
Uno che perde l’autocontrollo è da compiangere: troppo spesso si espone al ridicolo. E il ridicolo è per l’appunto sofferenza.
*
Mi è assolutamente impossibile sapere se io mi prenda o no sul serio. Il dramma del distacco è che non se ne possono valutare i progressi. Si avanza in un deserto, e non si sa mai a che punto si è.
*
Si devono scrivere e soprattutto pubblicare solo cose che facciano male, e cioè di cui ci si ricordi. Un libro deve scavare nelle piaghe, addirittura provocarne altre. Deve essere all’origine di uno smarrimento fecondo; ma soprattutto un libro deve rappresentare un pericolo.
*
Addio alla rinuncia.
Il desiderio rinasce continuamente da se stesso. E’ una follia pensare di vincerlo. Ha la stessa natura delle malattie incurabili. Il desiderio è INCURABILE.
*
Amerei senza riserve l’ingenuità se fosse sempre possibile distinguerla dalla stupidità.
*
Ci si fa un’idea di sé; un’idea che è pura follia, poiché nessuno la approva e neanche la capisce o la immagina. Nondimeno si vive con lei, e neanche si sospetta che non abbia alcun senso, se non a tratti, in quelle sospensioni, in quegli intervalli che spezzano per un attimo la continuità della suddetta follia. Si tratta allora di lucidità? O di una follia ancora più grande?
*
Siano benedetti i miei fallimenti! Devo a loro tutto ciò che so.
*
Quanto futuro irrealizzato c’è nel mio passato!
*
Non appena mi spiego, liquido me stesso.

21 febbraio 2006 Nessun commento
DI TUTTO UN PO’P
 
* L’avevo aperto qualche mese fa, ma poi era andato alla deriva perché mi sembrava inutile. Adesso non è che abbia cambiato idea (continuo a credere che solo chi faccia musica, più o meno conosciuta, possa trarne vantaggio), ho solo aggiunto varie band che ascolto. Anyway… qui, c’è il mio MySpace.
 
* Aggiornamenti alla sezione Leggo…
 
* Questa frase mi sembra fotografare benissimo una parte del momento che si percepisce nel mondo.
 
* Nella colonna di sinistra c’è un traduttore del blog in inglese, non funziona granché e appena avrò un po’ di tempo cercherò di capire i motivi o trovare altri servizi più precisi.
Se nel frattempo qualcuno avesse dei suggerimenti, si faccia avanti.
 
* Ieri sera prima di crollare dal sonno, ho letto, come faccio ormai da quasi tre anni, qualche pagina dei quaderni di Cioran (sono a circa pag. 550 su 1104). Capita che passino settimane senza che io legga nemmeno una riga, come d’altronde ne legga anche cento di fila, cosa assai rara però, ogni periodo di questo libro porta a una deviazione, uno stop, una caduta libera, uno spunto, insomma una mirabolante evoluzione della mia povera cabeza già fritta di per sé… nell’ultimo periodo però, stranamente visto il tenore della lettura, traggo soprattutto consapevolezza, quasi consolazione, dalle sue e dalle altrui parole citate.
Ieri sera ho riletto decine di volte questa:
 
“Noi usiamo per le passioni la stoffa che ci è stata data per la felicità”
Joubert

… condivido e faccio mia.

  
* Stasera c’è il primo appuntamento del trittico settimanale.

29 novembre 2005 1 commento
da “Quaderni 1957-1972” di E.M. Cioran – Adelphi
 
Il mio pensiero è monocorde. E tuttavia i mali che lo hanno alimentato sono quanto mai vari. Esso li ha assimilati tutti, conservandone solo l’essenza che hanno in comune.
*
Se ho capito qualcosa nella vita lo devo alla mia condizione di vinto. Il fallimento, sul piano filosofico, è tanto di guadagnato.
*
L’uomo passerà.
*
La paura di soffrire è l’ostacolo principale al compimento di un essere umano, all’ambizione e al desiderio di avere un “destino”.
*
Quando si è tormentati da troppi impulsi contraddittori, non si sa più a quale cedere. E’ quel che si dice mancare di carattere.
*
Quando ci riportano un giudizio negativo o calunnioso nei nostri confronti, invece di arrabbiarci dovremmo pensare a tutto il male che abbiamo detto degli altri, e ammettere che è giusto se si fa altrettanto con noi. Ma questo non succede mai. E i maldicenti sono gli individui più vulnerabili, più suscettibili e inclini a pensare ai propri difetti. Basta riferire il minimo pettegolezzo su di loro perchè perdano la bussola e si scatenino.
*
La vera eleganza morale è l’arte di mascherare da sconfitte le proprie vittorie.
*
Mi interessa sempre di più la Mongolia, il cui corso storico è di quelli che mi attraggono. Difficilmente si troverà un altro esempio di gloria così grande seguita da una decandenza così penosa.
*
Il più delle volte il cafard è una fatica che ignora se stessa.
Il più delle volte il cafard è il bel nome di una fatica che ignora se stessa.
*
L’accumulo di trovate è un accumulo di debolezze.
*
Poter visitare la Terra dopo una guerra atomica in piena regola è un desiderio legittimo, però…
*
Il mio amico X – mi chiedono che ne è di lui. Amministra la sua gloria – è stata la mia risposta.
*
E’ ridicolo morire.
*
5 giugno. Ieri sera cena dai Bosquet, con Beckett che non ha quasi aperto bocca e se ne è andato precipitosamente dopo mangiato. Sarà stata la loquacità di Jaqueline Piatier a esasperarlo? Non so. Era ubriaco? E’ penoso vedere sotto un aspetto odioso uno che si rispetta. Per tutta la sera ha avuto gesti bruschi, come un nevropatico in preda a tic, che mi hanno fatto letteralmente star male. Angoscia o esasperazione che fosse, me l’ha trasmessa – e mi ha rovinato la serata.
*
Mi piace che uno stile abbia la chiarezza di certi veleni.
*
In me “l’orrore e l’estasi della vita” sono assolutamente simultanei, un’esperienza di ogni attimo.
*
Il segreto di Charles de Gaulle è di essere una mente al tempo stesso chimerica e cinica. Un sognatore senza scrupoli.
*
Per quanto mi ribelli alla passione, devo ammettere che senza di lei tutto è vacuo in questo mondo; essa è un soffio che attraversa il vuoto e ce lo maschera. Appena si placa, il vuoto è più terribile di prima. Come fare?
*
Ognuno di noi deve esaurire la dose di follia che gli è stata dispensata alla nascita, e poi sparire.
*
Alla vigilia della morte, Socrate stava imparando un’aria per flauto. “A cosa ti servirà?” gli chiedono. “A sapere quest’aria prima di morire”.
*
Mi ci vuole ogni giorno la mia razione di dubbio: Me ne nutro, letteralmente. Non c’è mai stato uno scetticismo più organico. Eppure tutte le mie reazioni sono tipiche di un isterico. Datemi dubbi e ancora dubbi. Più che il mio cibo, sono la mia droga. Non posso farne a meno. Ne sono intossicato a vita. Perciò, quando ne trovo uno, uno qualsiasi, mi ci avvento sopra, lo divoro, lo incorporo nella mia sostanza. Perchè la mia capacità di assimilare i dubbi è sconfinata; li digerisco tutti, sono ciò che mi tiene in vita e la mia ragione d’essere. Non riesco a  immaginarmi senza di loro. Datemi dubbi, ancora e sempre dubbi.

29 luglio 2004 1 commento

da “Sommario di decomposizione” di E.M. Cioran

 

In se stessa ogni idea è neutra, o dovrebbe esserlo; ma l’uomo la anima, vi proietta i propri ardori e le proprie follie.

*

In ogni uomo sonnecchia un profeta, e quando si sveglia c’è un po’ più di male nel mondo…

*

Senza i suoi artifici, come non vergognarsi di avere un’anima? le nostre solitudini a fior di pelle: quale inferno per gli altri! Ma è sempre per gli altri, e talvolta per noi stessi, che inventiamo le nostre apparenze…

*

La noia non è che l’inizio di questo itinerario… Essa ci fa sentire il tempo troppo lungo, inadatto a svelarci una fine.

[...]

La vita si crea nel delirio e si disfa nella noia.

*

Quando nulla può impedirti di sanguinare, le idee stesse si tingono di rosso e sconfinano come tumori le une sulle altre.

*

Ma la polvere e la cenere si leveranno a sbarrarvi gli sbocchi del tempo e le vie d’uscita del sogno.

*

Ognuno è per se stesso un dogma supremo; nessuna teologia protegge il proprio dio come noi proteggiamo il nostro io.

*

Il patto delle scimmie è siglato per sempre; e la storia va per la sua strada, orda affannata tra crimini e sogni.

*

Per l’animale, la vita è un assoluto; per l’uomo, è un assoluto e un pretesto.

*

Ed è così che va avanti l’umanità: con qualche ricco, qualche mendicante – e tutti i suoi poveri…

*

Come cera sotto l’azione del sole, di giorno fondo e di notte mi solidifico.

 

Postilla squisitamente PERSONALE:

a parte il titolo… a parte che avrei riempito post per un mese, mettendoci tutto quello che andava messo… a parte…