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“Cattedrale” di Raymond Carver

24 settembre 2004 Nessun commento

Cattedrale
di Raymond Carver
- minimumfax - 

 

Lei si è avvicinata abbastanza perché potessi abbracciarla. Fran è come un bel sorso d’acqua fresca. E’ alta e ha questi lunghi capelli biondi che le coprono tutta la schiena. Le ho preso una manciata di capelli e li ho odorati. Me li sono arrotolati attorno alla mano. Lei si è lasciata abbracciare. Ho affondato la faccia nei suoi capelli e l’ho abbracciata ancora più stretta.

*

Poi ho detto qualcosa io. Ho detto: Immagina, immagina soltanto, che non fosse successo niente. Immagina che questa sia la prima volta. Immagina. Immaginare non costa niente. Metti che niente di tutto il resto fosse mai successo.  Capisci che voglio dire? Dove saremmo allora?, gli ho detto.

Wes ha puntato gli occhi su di me. Poi ha detto: Allora immagino che dovremmo essere altre persone. Persone che non siamo. Non ho più quel genere di immaginazione. Siamo nati per essere quello che siamo. Capisci cosa sto dicendo?

*

Non ne potevo più di quella notte. “Tornatene a letto, tesoro. Sto solo cercando una cosa”, le dissi. Feci cadere alcune cose dall’armadietto delle medicine. Cose che si misero a rotolare nel lavandino. “Che fine hanno fatto le aspirine?”, dissi. Feci cadere altre cose. Non me ne fregava niente. Le cose continuarono a cadere. 

“Niente trucchi da quattro soldi” di Raymond Carver

Niente trucchi da quattro soldi
di Raymond Carver
- minimumfax –  

 

Cosa scrivere? In un racconto, tutto è importante, ogni parola, ogni segno di punteggiatura.

Scelte. Conflitto. Dramma. Conseguenze. Narrativa.

*

Il talento, il genio, addirittura, è anche il dono di vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro, da ogni lato.

*

Io immagino, ricordo, combino… come fa ogni bravo scrittore.

*

Quando leggo le cose che ho scritto, le leggo con le orecchie oltre che con gli occhi.

*

I vostri muscoli si rafforzeranno, la vostra pelle s’indurirà e potrete cominciare a farvi crescere la folta pelliccia invernale che vi aiuterà a sostenervi nel freddo e difficile viaggio che vi aspetta. Con un po’ di fortuna, imparerete anche voi la rotta orientandovi con le stelle.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Insomma, quanto quello che è ovvio, proprio non sembra esserlo.

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“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver

22 giugno 2004 2 commenti

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore
di Raymond Carver
- minimumfax –  

 

Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno. Sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia.

* 

Avevamo la strana sensazione che ormai poteva succedere qualsiasi cosa, tanto ci eravamo resi conto che era già successo di tutto.

*

Una grande luna si era posata sulle montagne che circondavano la città. Era una luna bianca e coperta di cicatrici. Qualsiasi idiota poteva vederci una faccia.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Immaginate un distributore/tavola calda, subito dopo l’ennesima curva di una strada in mezzo a un bosco. Immaginatevi le porte a vetri, le tendine appese dentro il locale. Il campanello, un bancone lunghissimo e le cameriere ancora in divisa con il loro nome sulla targhetta. Immaginate la tabella con la specialità della casa. Quelle lettere, un po’ bianche e un po’ arancioni, attaccate sconnessamente. C’è scritto: “Carver, specialità della casa”.

“Voi non sapete che cos’è l’amore” di Raymond Carver

Voi non sapete che cos’è l’amore
di Raymond Carver
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Strada facendo ho però imparato alcune cose. Una delle cose che ho imparato è che dovevo piegarmi, altrimenti mi sarei spezzato. E ho anche imparato che è possibile piegarsi e allo stesso tempo spezzarsi.

*

INSONNIA INVERNALE

La mente non può dormire, può solo giacere sveglia,

ingolfata, ad ascoltare la neve che si aduna

come per l’assalto finale.

 

Vorrebbe che venisse Cechov a somministrarle

qualcosa – tre gocce di valeriana, un bicchiere d’acqua di rose – qualunque cosa, non importa.

 

La mente vorrebbe uscire di qui

fuori sulla neve. Vorrebbe correre

con un branco di bestie irsute, tutte denti,

 

sotto la luna, in mezzo alla neve, senza

lasciare traccia, neanche un’impronta, nulla.

E’ malata, stasera, la mente

*

Fuori la luce era grigia e incerta. Le nuvole riempivano le lunghe valli mentre qualche brandello rimaneva impigliato sulle cime degli alberi e dei monti. Il rifugio si stagliava scuro contro la neve.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Saggi, poesie, racconti… Carver non si discute!

“Blu oltremare” di Raymond Carver

Blu oltremare
di Raymond Carver
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Compagnia

 

Stamattina mi sono svegliato con la pioggia

che batteva sui vetri. E ho capito

che da molto tempo ormai,

posto davanti ad un bivio,

ho scelto la via peggiore. Oppure,

semplicemente, la più facile.

Rispetto a quella virtuosa. O alla più ardua.

Questi pensieri mi vengono

quando sono giorni che sto da solo.

Come adesso. Ore passate

in compagnia del fesso che non sono altro.

Ore e ore

che somigliano tanto a una stanza angusta.

Con appena una striscia di moquette su cui camminare

 

Dove avevano abitato

 

Dovunque andasse quel giorno ripercorreva

il suo passato. Attraversava mucchi

di ricordi. Guardava dentro finestre

che non gli appartenevano più.

Lavoro, miseria e soldi scarsi.

A quei tempi vivevano con la forza di volontà,

ben decisi ad essere invincibili.

Niente li avrebbe fermati. Almeno

per un bel pezzo.

 

                 Nella stanza del motel

quella notte, alle prima luci dell’alba,

scostò una tendina alla finestra. Vide nubi

ammucchiate contro la luna. S’appoggiò

al vetro. C’era uno spiffero freddo

che gli toccò il cuore.

Ti amavo, pensò.

Ti amavo tanto.

Prima di non amarti più.

“Cattedrale” di Raymond Carver

26 aprile 2004 2 commenti

Cattedrale
di Raymond Carver
- minimumfax –  

 

Lei si è avvicinata abbastanza perché potessi abbracciarla. Fran è come un bel sorso d’acqua fresca. E’ alta e ha questi lunghi capelli biondi che le coprono tutta la schiena. Le ho preso una manciata di capelli e li ho odorati. Me li sono arrotolati attorno alla mano. Lei si è lasciata abbracciare. Ho affondato la faccia nei suoi capelli e l’ho abbracciata ancora più stretta.

*

Poi ho detto qualcosa io. Ho detto: Immagina, immagina soltanto, che non fosse successo niente. Immagina che questa sia la prima volta. Immagina. Immaginare non costa niente. Metti che niente di tutto il resto fosse mai successo.  Capisci che voglio dire? Dove saremmo allora?, gli ho detto.

Wes ha puntato gli occhi su di me. Poi ha detto: Allora immagino che dovremmo essere altre persone. Persone che non siamo. Non ho più quel genere di immaginazione. Siamo nati per essere quello che siamo. Capisci cosa sto dicendo?

*

Non ne potevo più di quella notte. “Tornatene a letto, tesoro. Sto solo cercando una cosa”, le dissi. Feci cadere alcune cose dall’armadietto delle medicine. Cose che si misero a rotolare nel lavandino. “Che fine hanno fatto le aspirine?”, dissi. Feci cadere altre cose. Non me ne fregava niente. Le cose continuarono a cadere. 

“Il nuovo sentiero per la cascata” di Raymond Carver

11 febbraio 2004 1 commento

Il nuovo sentiero per la cascata
di Raymond Carver
- minimumfax –  

 

Questa parola amore

 

Non accorrerò quando chiamerà

anche se mi dirà ti amo,

specialmente se lo dirà,

anche se giura

e non promette altro

che amore amore.

 

La luce in questa stanza

copre ogni

cosa allo stesso modo;

neanche il mio braccio fa ombra,

anch’esso consumato dalla luce.

 

Ma questa parola amore

questa parola s’oscura,

s’appesantisce e si scuote, comincia

a farsi strada coi denti, con brividi e convulsioni

su questo foglio

finché anche noi scompariamo quasi

nella sua gola trasparente e siamo ancora

separati, lucidi, fianchi contro coscia, i tuoi

capelli sciolti che non conoscono

esitazioni.

 

Ultimo frammento

 

E hai ottenuto quello che

volevi da questa vita, nonostante tutto?

Sì.

E cos’è che volevi?

Potermi dire amato, sentirmi

amato sulla terra.

“Per favore, non facciamo gli eroi” di Raymond Carver

26 gennaio 2004 Nessun commento

Per favore, non facciamo gli eroi
di Raymond Carver
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Allungare le mani

Si rese conto di essere

nei guai quando,

nel bel mezzo

della poesia,

si sorprese

ad allungare le mani

per prendere

il dizionario dei sinonimi

e poi il Webster

uno dopo l’altro.

*

Sono parole secche, affrettate come foglie morte spazzate verso gli angoli bui della stanza e, nello stesso momento che gli escono di bocca, Farrell ha la sensazione che la domanda sia stata già fatta da qualcun altro, parecchio tempo prima.

*

… il cielo era un sudario grigio sempre più denso.

*

Può darsi che ricordi questo ultimo anno di matrimonio e forse ricorderà questo pomeriggio. Per un attimo lui lascia andare e pensa a questo pomeriggio.

*

Certe parole gli piacevano e se le arrotolava di continuo sulla lingua.

*

Fuori la notte era un enorme sogno estraneo. Il lampione, un obelisco emaciato e ferito, si ergeva nella pioggia con una fioca luce gialla attaccata alla punta. Alla sua base la strada era nera e lucida. L’oscuritàmulinava tirando i bordi della luce.

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Postilla squisitamente PERSONALE

Si legge nell’introduzione Tess Gallagher la sua ultima e, forse unica, compagna: le cose che contano: l’amore, la morte, i sogni, le ambizioni, crescere, fare i conti con i propri limiti e con quelli degli altri.

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“Vuoi star zitta, per favore?” di Raymond Carver

21 gennaio 2004 1 commento

Vuoi star zitta, per favore?
di Raymond Carver
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… poi andò in camera da letto. Tirò su le coperte, chiuse gli occhi e si lasciò ad andare a pensare. La sensazione gli si sparse prima sul viso e poi gli scese giù verso lo stomaco e le gambe.

*

Harry pensò che era piacevole avere la sensazione che qualcosa di permanente, veramente permanente, potesse appartenergli.

*

Earl sfoggiò il suo miglior sorriso. Continuò a sorridere finché non sentì che quel sorriso forzato gli stava deformando la faccia.

*

L’ultima volta che l’ho visto era in piedi dietro la finestra e aveva un’aria calma e riposta. Le tende erano tirate, ma le tapparelle erano alzate e ricordo di aver pensato che stava preparando le sue cose per andarsene. Però ricordo anche che dall’espressione della sua faccia ho capito che questa volta non mi stava aspettando. Guardava oltre me, sopra di me, si sarebbe detto, verso i tetti e le cime degli alberi, verso sud. Ha continuato a fissare così anche quando sono arrivato all’altezza della casa e poi ho proseguito sul marciapiedi. Mi sono voltato. Lo vedevo ancora lì alla finestra. La sensazione era così forte che anch’io mi sono dovuto girare a guardare nella stessa direzione in cui guardava lui. Ma, come potete immaginare, non ho visto nient’altro che i soliti boschi, le montagne e il cielo.

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