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“Il primo dio” di Emanuel Carnevali

Il primo dio
di Emanuel Carnevali
– Adelphi - 
(quinta e ultima parte)
 
Io so che le cose attendono il terribile grido. Il mostro in agguato nelle notti, la caverna da cui la fredda oscurità veleggia verso le nostre finestre e le nostre bocche, la linea più pura dell’orizzonte serale sul lago – quante volte mi sono avvicinato ad esse, sapendo che stavano aspettando, mi sono accostato e fermato bruscamente, timoroso di gridare o per non saper gridare. Il diafano fiore rosa davanti a fantastici occhi al mattino. Il diafano fiore rosa è un occhio scintillante che guarda un orrore di sogni putrefatti, Il cielo, quando è lontanissimo dalla terra, il cielo è più puro, il cielo che è volato in alto in alto, perchè l’aria è così tersa, il cielo avverte la carezza del grido, che con tanta paura noi soffochiamo, come il bianchissimo seno di una donna sente la carezza di un amante disperato. Queste cose attendono il nostro orribile grido.
*
… godeva un mondo a guardare mille finestre incendiate dall’oro del tramonto.
*
Non riesco a dormire. Il buio che, al termine di ogni giornata, sbatte come un gran ventaglio nero non riesce a chiudermi le palpebre.
*
Così, mi rispondo da me. E il mio dolore è il mio odio che voi non sappiate rispondermi, perchè siete irrimediabilmente, tremendamente diversi da quel che sono io.
*
Io, io stesso, sono un dogma; e, se sono un poeta, la mia poesia è solo un grido – grido del mio primo giorno di conoscenza perduta in giorni e giorni di dissipazione, e che diventerà sempre più esigua a mano a mano che anch’io con gli anni diventerò più esiguo.
*
Ma preferisco, piuttosto, legare insieme le mie vergogne quotidiane e buttarle in un sacco e scaricare il sacco nella prima fogna che incontro quando esco di casa a semplificarmi. Le fogne portano via l’immondizia, e questo è semplice.
*
Sono alla ricerca di qualcosa, non voglio dimostrare nulla, dico che odio e che amo.
*
Spegni il fuoco che c’è in me o darò fuoco al mondo.
*
Immergimi nella visione della mia giovinezza, comunicamela per sempre.
Fa’ ch’io non torni con il resto alla fornicazione e all’oblio.
Fa’ ch’io accetti al visione fino in fondo – fino, anche, alla follia.
Non uccidermi ubriacandomi di te, non soffocarmi con le parole della bellezza tua, quando son solo.
Fa’ ch’io accetti “l’atroce morte dei fedeli e degli amanti”.
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“Il primo dio” di Emanuel Carnevali

Il primo dio
di Emanuel Carnevali
– Adelphi - 
(quarta parte)
 
NOTTE
 
Notte che sali
dalla terra stanca
al cielo che ti inghiotte
come un uccello enorme che trangugia il cibo.
 
Notte, io brucio
come un pezzo di carta
dentro il tuo cuore.
 
Oppressa sotto il peso del tuo manto
la città dorme.
 
Le tue ibride ombre
dove non si trova freschezza
tagliano la città a fette.
 
La semplice parola “stanotte”
è una dolce promessa,
un giuramento di fede,
un irrevocabile pegno.
 
Tu nascondi qualche cosa in seno,
il tuo corpo è avvolto
da ombra falsamente caste.
Io non ti desidero.
 
Più grande del mare,
più attraente del giorno,
più elevata di Dio,
più indomabile della spuma del mare,
tu, Santa Claus dei sogni,
sposa del vento nero,
non mi porti riposo,
né pace,
né sonno,
né rifugio.
 
Però voglio essere io il tuo enfant terrible,
svelare i tuoi segreti a un branco di imbecilli,
ingannarti, tradirti,
proclamare che la tua nerezza e la tua castità
sono entrambe ingenue storielle.
 
Proclamare che tu nascondi la faccia
perchè non è bella!
 
Proclamare che non sei affatto parente di Dio
e chi lo dice è solo un poetico bugiardo.
 
Proclamare che dai rifugio e sonno
soltanto a chi profana,
col suo modo di vivere,
il giorno.
 
Amante di mille poeti, tu
non mi avrai.
Se loro ti portano, come frutti, nuovi e freschi amori,
io ho con te una vecchia contesa.
 
*
 
SONNO
 
In fondo agli abissi del sonno
dondola una culla nera.
Il dolore, leggero, la spinge
con dita evanescenti.
Sotto la culla c’è la terra
a coprirti e soffocarti
 
*
 
ALBA
 
Il mattino ora
è un cadavere bianco –
gli incubi
l’hanno ucciso.
Invano la brezza
spira una terribile tristezza
sul suo corpo.
 
*
 
QUASI UN DIO
 
Sto morendo in questo caldo,
ma potrebbe essere peggio.
 
Amo mia moglie,
ma dovrei amarla di più.
 
Amo la mia ragazza, ma il suo amore
dovrebbe essere più universale.
Basta una parola per descriverla,
ma io non la conosco.
 
Tutto è più breve di qualcos’altro:
tutto è più simile a Dio di qualcos’altro.
 
C’è una gara nel caos,
e questo è molto stupido.
 
Io sono incerto come un ramo curvo di salice
che fa cenni all’acqua.
 
Ammiro il diavolo perchè lascia a metà le cose.
Ammiro Dio perchè finisce tutto.
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“Il primo dio” di Emanuel Carnevali

Il primo dio
di Emanuel Carnevali
– Adelphi - 
(seconda parte)
 
Questa era la New York a lungo sognata, questa terribile rete di scale di sicurezza. Questa non era la New York che avevamo tanto sognato, la città così cara alla fantasia, così accarezzata fra tutte le speranze che un uomo può concepire: questo sogno di chi non sogna, il rifugio di chi non ha casa, questa città impossibile. Il miserabile panorama che avevamo davanti agli occhi era quello di una delle più grandi città del mondo.
*
Era una vita balorda in questa terra di milionari, e continuano a dire che la ricchezza non è nulla di più che uno stato d’animo e il peggior vizio per un povero.
*
Ogni tanto mi dava molto denaro e io gli ero debitamente grato e molto riconoscente. (Tra l’altro, come ho forse già detto e certamente dirò in seguito, l’essere grati è la cosa più difficile di questo mondo. Si è quasi sempre costretti ad esagerare).
*
Conosco bene questo strano tipo di piccole donne, e quando si vuota il sacco delle proprie parole, bisogna sempre risparmiarne una per spiegare, quando muoiono, la realtà della loro vita.
*
Tendo ampie reti nel mare della memoria, ma pochi pesci vi rimangono impigliati, troppo pochi.
*
Il giorno che per lui non nacque mai
nessun dolore può dare al bevitore;
dal mondo egli vola lontano
e perdendo l’amore, perde anche
lo squallore del giorno che non nacque mai.
*
Ora sapevo d’essere padrone della morte: era lei la serva che avrebbe obbedito alla mia chiamata. La stuzzicavo, la provocavo di proposito, la sfidavo. La chiamavo con nomi volgari e strani, ma non una sola volta le diedi l’amore che essa chiedeva. Sapevo che era ancora lontana e sapevo che non sarebbe rimasta a lungo attorno al mio letto, a guardarmi giacere. Ma una volta, solo una volta, sentii con certezza le sue mani percorrermi il corpo e poi lasciarmi bagnato di un sudore gelido, con la rigidezza nei muscoli, la disperazione nel cuore, la paura in bocca, e una nuova pazzia negli occhi.
*
Ti ricordi quando dicevi che io ero il fratello minore di Dio, mentre mi credevo d’essere Dio stesso?
*
Credevo che per i poeti fosse venuto il tempo della peste, il tempo della fine: la fine dei canti, delle odi, dei poemi, di tutte le vecchie, ammuffite sciocchezze. Per i poeti che, come passeri disperati, lasciavano i loro escrementi dappertutto. Ero nauseato dai cuori delicati che i poeti ostentano sul palmo delle mani, insanguinati trofei della loro guerra con la vita, ch’essi si portano dietro lungo le autostrade e le scorciatoie dell’esistenza, gridando: “Aiuto, aiuto!” con la bocca sanguinante, benché sappiano che nessuno li ascolterà. (Perchè, chi diavolo ascolta i poeti se non altri poeti?). Da una parte giace il grande mondo e dall’altra il piccolo poeta, con le sue microscopiche parole; il re della forma, l’infaticabile ballerino. L’artista non vede che suo dominio è il vuoto, suo impero il silenzio, suo regime il disordine, sua danza la disarmonia.
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“Il primo dio” di Emanuel Carnevali

Il primo dio
di Emanuel Carnevali
– Adelphi - 
(prima parte)
 
La mia faccia rivela voglia di esplodere e che l’esplosione avverrà presto. Rivela anche torpore, e non ho alcuna fretta di cambiarla. Nella mia faccia c’è tutta intera la lotta di idee, impressioni, sensazioni vecchie e superate. Chi ha detto che il volto è lo specchio dell’anima? Che catastrofe se questa frase venisse ripetuta spesso!
*
Madre, madre dolorosa, pensando a te dovrei piangere, ma il mio cuore è freddo e come una pietra. Madre, vorrei darti ora tutto l’affetto che la tua miseria chiedeva, ma sono troppo ammalato e troppo preso dalla mia malattia. In qualche luogo so che stai ancora soffrendo. Tu pensi alla bella giovinezza che hai sprecato vivendo accanto a un bruto. Io penso alla tua bocca senza vita.
[...]
Madre, non contano adesso le preghiere, né conta l’amore; né conta la purezza del mio cuore contro il tuo cuore imbianchito, il tuo cuore distrutto, il tuo cuore che non esiste più. Dovrei fermarmi accanto alla tua tomba, fiero dell’antica pena e terribile per l’omaggio che ti reco. Il tuo capo, nel piccolo cimitero di quella piccola città, poggia contro il muro. Oltre il muro uno spazio incolto, alti fili d’erba percorsi dal gemito di insetti d’ogni genere, grandi e piccoli. Ti vidi morta: eri bella con la faccia colore della terra. Davi un senso di tranquillità.
*
Aveva un modo di ridere maligno: quando rideva mostrava i denti, il che gli dava l’aspetto di una bestia feroce. E’ la risata tipica dei romagnoli. Pareva che traesse quella risata da dentro di sé e la gettasse fuori. Era come un ghigno, ma un ghigno dura poco mentre la risata di mio padre continuava. E quando si abbatteva su uno dei suoi bambini era come una serpe strisciante su una lastra bianca. Oh, come lo disprezzavo per questo, come detestavo che egli contaminasse quegli esserini.
*
Tutto quello che imparavamo nelle aule l’avremmo fatalmente dimenticato, perchè la scuola è un luogo dove si dimentica tutto ciò che si dovrebbe ricordare e si ricorda tutto ciò che si dovrebbe dimenticare.
*
Facevamo l’amore o credevamo di farlo, poiché l’amore è una cosa così delicata, che far l’amore o pensare di farlo son quasi la stessa cosa.
*
Rovesciai la barca della tua purezza, entrando furtivo di notte nei tuoi sogni, entrando furtivo di giorno nella tua realtà.
*
La primavera era tutta un lievito, tutta un movimento, tutta una frenesia di danze e di ritmi, tutta nuova e pulita.
*
A volte erano le poesie che mi consumavano i pensieri, muovendosi come un esercito di formiche nel mio cervello oppure divorandomi come tanti vermi. Perchè questa preoccupazione per le parole, pensavo, se non c’è nessuno che le ascolti?
*
Non era capace di domandare perdono e questo vuol dire che c’era in lei una grande debolezza.
*
Urla in alto fino alla casa del tuo Dio, urla giù per le scale dietro ai camerieri che corrono, urla contro il cibo e il vino. Urla il tuo terrore, la tua ostinata malinconia. Sono tristi questi pazzi, e su due o tre facce questa tristezza affiora. Il piacere, una rosa avvizzita sul petto della vita. Piacere, sei una tazza di caffè freddo, una scodella di minestra cattiva, una fetta di roastbeef con il sugo che macchia i calzoni ai camerieri. Oh, poveri cavalieri erranti del piacere, i camerieri – lupi addomesticati che portano piatti di carne che non osano toccare.
*
Parole, parole, parole… parole che servono soltanto a inchiodarmi alla croce, parole che servono solo a strozzarmi, parole che si distruggono a vicenda e che mi lasciano più solo e infelice di prima. Da tanto tempo corteggio questa infame figura della morte, e perfino lei mi respinge. Con tale violenza mi rifiuta che sono ormai convinto che niente e nessuno mi può volere.
*
Oh, mare, tu ti stendi calmo e sereno, pagina aperta dove a immensi caratteri è scritta la parola Pace; oppure batti la spiaggia con i pugni chiusi delle tue onde. Sei eternamente bello, o mare; mare della mia cara Italia, quando sei calmo le tue piccole onde corrono lungo la riva, come un sorriso e un sospiro. Quando lanci i tuoi cavalloni contro la spiaggia, questa è la tua terribile risata; è la tua bellezza incomparabile che corrode le rocce, le spoglia, le dilava. Tutte le più vecchie canzoni sono tue; in te sarebbe facile morire, perchè basterebbe soltanto lasciarsi andare, senza combattere, e verrebbe la morte.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
A tratti mi ha ricordato Céline (Viaggio al termine della notte) e ancora più spesso mi ci sono ritrovato io.
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