Intervista con William Burroughs
– Minimumfax -
Allo stesso tempo, non credo che qualcosa accada in questo universo se non per un qualche potere – o individuo – che lo fa accadere. Niente accade da solo. Credo che tutti gli eventi siano prodotti dalla volontà.
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“Pensa mai all’artista come a un uomo-contro?
In un certo senso. Vede, un vero uomo-contro è un creatore. Crea un set. No, è più un regista che uno scrittore. Yellow Kid* ha creato un intero set, un intero cast di personaggi, un intero ufficio di mediazione, un’intera banca. Era proprio come uno studio cinematografico.
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Il diavolo è alle calcagna dello scrittore o – trattandosi di Burroughs – viceversa.**
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Più che espandere i confini della coscienza, come voleva una certa ottimistica ambizione dei sixsties, per Burroughs le droghe vanno inglobate nella grande partita a scacchi della vita. Sembra casomai che l’anomalia fisiologica implicita nel prodigio Burroughs consista nel fatto che il suo corpo poteva secernere naturalmente un qualche alcaloide psicoattivo. E’ la normalità che in Burroughs è visionaria.**
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E l’oniricità estrema dei testi di Burroughs è fondamentale per poter scavare e scivolare sui suoi temi ricorrenti: incubi, ossessioni, verità che dalla sua penna sono sgorgati con inquietante precisione, delineando aspetti della nostra vita che combinati su una trama di fiction incontenibile segnano il dramma dell’era moderna: l’”età dei virus”.
Per esprimere tutto ciò, Bill Burroughs utilizzò tutti i generi letterari, il picaresco, il giallo, il fantascientifico, l’epico, l’horror, con la capacità di saper mescolare da vero alchimista del verso ogni forma d’espressione. L’eccesso, il paradosso, il ridicolo, il rivoltante sono tutte forme ricorrenti nella sua arte per esprimere la lotta verso l’omologazione della religione, del potere totalitario sulla mente umana.
Droga, sogno, controllo della psiche, divinità Maya ed egizie, guerre batteriologiche, copulazioni, si susseguono in pensieri che si sviluppano per associazioni, come se la mente priva di freni venisse lanciata nel tempo a raccogliere testimonianze ed essere essa stessa testimone di un’era.***
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Sa, mi chiedono se continuerei a scrivere se mi trovassi su un’isola deserta e sapessi che nessuno mai vedrà il mio lavoro. La mia risposta è, molto enfaticamente: sì. Continuerei a scrivere per avere compagnia. Perchè creerei un mondo immaginario – il mondo è sempre immaginario – in cui vorrei vivere.
** dalla prefazione di Gino Castaldo
*** dalla postfazione di Michele Corleone
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