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“Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore” di Charles Bukowski

5 giugno 2006 2 commenti
Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore
di Charles Bukowski
– minimumfax - 
(terza e ultima parte)
 
L’ALTRA STANZA
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza
che ascolta da dietro la parete.
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza
che si chiede cosa stai facendo
lì per conto tuo.
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza
che ha paura che tu stai meglio da solo.
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza
che pensa che tu stai pensando a qualcun’altro
o che pensa che a te non ti importa di nessuno
tranne che di te stesso in quell’altra stanza.
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza
che non gliene importa più di te come una
volta.
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza
che si arrabbia quando fai cadere qualcosa
o che si secca quando tossisci.
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza che fa finta
di leggere un libro.
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza
che parla per ore la telefono.
 
c’è sempre qualcuno nell’altra stanza
che non ti ricordi mai bene chi è
e ti sorprendi quando fa rumore
o cammina lungo il corridoio per andare in bagno.
 
ma non sempre c’è qualcuno nell’altra
stanza perchè
a volte non c’è un’altra stanza.
e se non c’è
a volte non c’è proprio nessuno neanche

qui.

“Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore” di Charles Bukowski

26 maggio 2006 3 commenti
Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore
di Charles Bukowski
– minimumfax - 
(seconda parte)
 
CENA, DOLORE & TRASPORTO
 
percorro adagio
le strade delle streghe,
banale e bruciante
mangio
in tavole calde
dove i filobus passano
sopra il tetto,e
ricevo letterine del sindaco
che mi chiedono di uccidere pallidi
ragazzi
in bicicletta:
è un’epoca indecente
quando i mitragliatori stanno zitti
e le nuvole non nascondono niente
in guance di bignè;
posso profetizzare il male
con la forza di un martello pneumatico
che spacca una stupida strada;
mi pulisco la bocca e conto le
sbarre della balaustra, contemplo lo
spazio bianco
tra le gambe delle cameriere
mentre corre a portarmi
il conto; fuori,
è lo stesso:
i diavoli bevono dalle mammelle
di vergini stupefatte;
sta cominciando a piovere:
macchia, macchia, macchia,
le gocce sporche di vino tulipano…
compro un giornale all’angolo,
lo piego come un cobra addormentato
e me ne sto lì
me ne sto lì
a disegnare figure per aria,
figure zozze e cattedrali,
lucertole scotennate, miracoli sbronzi;
poi prendo il bus delle sei e un quarto
e torno alla mia stanza; è una stanza
che cattura mosche e carte e
bicchieri polverosi, cattura me,
e io ci dormirò
per risvegliarmi sotto la mano dello specializzando
dentro una luce malata, o sarà
il sapore rosso del fuoco, il fumo che canta
come questi uccelli nelle mie pareti.
 
*
 
BELLEZZA SCOMPARSA
 
tu sei stata, nei tempi migliori
il pensiero delicato di una mano delicata
e quando
sotto l’amore dei fiori io sarò immobile e scomparso –
quando il ragno beve l’ora che inverdisce –
fai rintoccare campane grigie,
lascia che una rana dica
che è morta una voce;
lascia che gli animali della foresta,
i giorni che hanno detestato tutto questo,
le mogli caparbie del dolore irremovibile
panifichino una piccola contemplazione in un posto
tra Mexicali e Tampa;
tu scomparsa, le sigarette fumate, le pagnotte affettate,
e che ciò non sia preso per sarcastico dispiacere:
metti il ragno nel vino,
spacca il cranio sottile che conteneva un ben misero fulmine,
rendi tutto meno di un bacio traditore,
e mettimi giù per l’ultimo ballo
tu molto più morta di me:
io sono un bacile per le tue ceneri,
io sono un pugno per la tua aria.
 
la cosa più immensa della bellezza

è capire che è scomparsa.

“Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore” di Charles Bukowski

Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore
di Charles Bukowski
– minimumfax -
(prima parte)
 
INNO DALL’URAGANO
 
ho pagato i miei debiti a Macon, sono impazzito in Tennessee,
ho trovato l’amore di Dio a St.Louis,
e ho levato le chiappe da .
ho trovato la puttana dal cuore d’oro a Glendale,
e sono scappato anche da quella.
mi sono sbattuto un po’ lungo la Linea Mason-Dixon,
sono tornato in me a New Orleans.
ho spedito una lettera a casa, e mi sono trovato con il culo per terra a Houston.
ho cominciato a sedermi al centro del bancone invece che già in fondo.
mi sono fatto pizzicare 3 volte di fila dalle parti degli Appalachi.
ho sposato una donna con il collo paralizzato che è morta in India senza che nessuno la reclamasse.
il nome del primo cavallo su cui ho scommesso era Royal Serenade ed è morto un bel po’ di
tempo fa.
il luccichio che mi piace di più è quello del primo bicchiere della sera.
sentirò per sempre le ruote della corriera Greyhound che mi portava in nessun posto.
Jhonny Cash cantava “ho ammazzato uno a Reno solo per guardarlo morire” mentre i
carcerati esultavano.
in cella con il nemico pubblico n. uno nella prigione di Moyamensing (di
notte russava).
le mie donne mi dicono che sono matto a causa dei miei genitori.
a volte mi sento come un bambino senza madre.
il mio colore preferito è il giallo e la mia colonna vertebrale pure.
i nove decimi dell’umanità si cullano nell’autocommiserazione e l’altro decimo
fa in modo che sembrino commiserevoli.
il ratto e lo scarafaggio sono i più potenti memento della tenacia della vita.
la cosa più bella per me è sempre stata vedere la paura negli occhi di un bullo.
la cosa più triste erano le donne anziane che annaffiavano i gerani alle 2 del pomeriggio
e quel che ho imparato è stato farlo adesso nonostante le conseguenze
e un’altra cosa che ho imparato è che una cosa detta una volta poteva
diventare falsa in fretta.
 
ho pagato i miei debiti a Macon, sono impazzito in Tennessee,
mi sono ritrovato al secondo piano di un hotel ad Albuquerque (le cimici
hanno mangiato bene).
mi sono ritrovato in una squadra di operai delle ferrovie che andava a ovest e non mi sono dannato per
un seggio in Parlamento.
ricordo la ragazzina che mi ha fatto vedere le mutande quando avevo otto anni.
ricordo i tram rossi, e i terreni vuoti tra
le case di Los Angeles.
ricordo che la ragazzina che ha fatto vedere le mutande a mezza città le aveva
fatte vedere a me per primo.
sono sempre stato un codardo a cui non fregava niente di niente.
sono sempre stato un coraggioso che non ha cercato di vincere.
ho compreso che scopare le femmine era un dovere sociale come fare soldi.
 
ho pagato i miei debiti in Tennessee, sono impazzito a Macon.
 
non avevo idea della questione bianchi-neri e
mi sono seduto in fondo a un tram a New Orleans.
detesto la politica e detesto le risposte ovvie.
ho pagato i miei debiti a Kansas City Est.
ho spaccato il muso a un tipo di 120 chili alto 1 e 90 a Philadelphia.
però a Miami sono rimasto a terra quando uno di 75 chili mi ha steso
con il primo pugno.
lo stato d’animo e lo Stato dell’Unione.
quello che vuoi fare e quello che devi fare sono la stessa cosa.
una volta ho visto un marinaio che lottava con un alligatore e l’alligatore ha mollato.
 
solo la gente noiosa è annoiata.
solo le bandiere sbagliate restano alte.
la persona che ti dice di non essere Dio in realtà la pensa diversamente.
Dio è un’invenzione dei falliti.
l’unico inferno è il posto dove sei.
 
sono passato per Dallas e ho attraversato a tutta birra Pasadena.
non ho mai pagato miei debiti perchè non c’era nessuno a incassare.
ho frantumato due specchi a figura intera e mi stanno ancora cercando.
sono entrato in posto dove nessun uomo dovrebbe andare mai.
sono stato picchiato senza pietà e lasciato lì per morto.
ho bernoccoli su tutto il cranio per via di manganelli ecc.
gli angeli si pisciavano addosso per la paura.
sono una persona stupenda.
 
anche tu lo sei.
e lei.

come lo è il martellare giallo del sole e lo splendore del mondo.

“Sotto un sole di sigarette e cetrioli” di Charles Bukowski

Sotto un sole di sigarette e cetrioli
di Charles Bukowski
– minimumfax  -
(quarta e ultima parte)

certe volte scendi al mattino dal letto e pensi:
non ce la posso fare, ma dentro di te ridi
ricordandoti tutte le volte che ti sei sentito così, e
vai in bagno, ti lavi, vedi quella faccia
allo specchio, oddio oddio oddio, ma ti pettini lo stesso,
ti vesti per uscire, dai da mangiare ai gatti, raccogli il
giornale dell’orrore, lo metti sul tavolino del soggiorno, saluti con
n bacio la moglie, e ti trovi a uscire in retromarcia entrando nella vita stessa.
come milioni di altri scendi nell’arena ancora una volta.

adesso sei in autostrada e ti fai largo nel traffico,
e vai verso qualcosa e insieme verso il nulla totale mentre premi
il pulsante della radio e trovi Mozart, mica male, e in qualche modo
riuscirai a superare i giorni vuoti e i giorni pieni e i giorni
noiosi e i giorni detestabili e i giorni straordinari, tutti così piacevoli
e così deludenti perchè
noi siamo tutti così simili e così diversi.

trovi lo svincolo, attraversi la parte più pericolosa
della città, ti senti per qualche momento al settimo cielo quando Mozart si fa
strada nel tuo cervello e ti scivola lungo le ossa e
ti esce dalle scarpe.

è stata una lotta dura che valeva la pena di lottare
mentre tutti insieme continuiamo a guidare
scommettendo su un altro giorno.

“Quando eravamo giovani” di Charles Bukowski

12 settembre 2004 Nessun commento

Quando eravamo giovani
di Charles Bukowski

 

[…]

 

ma scendevo le scale

di quelle stanze in affitto

a ogni nuovo

inizio,

le rigide scarpe che

mi assassinavano i piedi,

fuori nella luce

del primo

mattino,

il marciapiede,

la città,

e io ero solo un altro

lavoratore qualunque,

un altro

uomo qualunque,

l’universo

che mi scivolava

attraverso

la testa

e fuori dalle

orecchie,

il cartellino che aspettava

di farmi entrare

ed uscire,

e in seguito

qualcosa da bere e

donne infernali.

 

[…]

 

alle 6 di sera ci streghiamo il sangue

alla nostra maniera

mentre scortiamo i nostri volti attraverso

la tela del ragno.

 

l’abbiamo fatta giusta

l’abbiamo fatta giusta –

corvi e onde

stanchi tramonti e gente stanca –

a morire ci vuole una vita

e neanche un

attimo.

“Birra, fagioli, crackers e sigarette – Lettere(1970-1979) ” di Charles Bukowski

Birra, fagioli, crackers e sigarette – Lettere(1970-1979)
di Charles Bukowski

 

Qui è tempo di depressione, anche se il gov. preferisce parlare di “recessione”. Il che mi fa tornare in mente il vecchio detto: la recessione è quando i tuoi amici perdono il posto, la depressione è quando lo perdi tu.

*

Scrivo di sesso come scrivo di qualunque altra cosa – fondamentalmente, perché credo sia un atto tragico e comico al tempo stesso.

*

Non mi aspetto che ti piaccia tutto quello che scrivo – prosa o poesia. Qualunque cosa uno faccia, a certa gente piacerà, a certa gente non piacerà, e alla stragrande maggioranza non fregherà un cazzo comunque…

*

… ho la radio accesa. sono solo. sono riuscito a rimanere un po’ da solo, finalmente. le pareti bastano a riempirmi. le persone mi spaventano, le folle di persone. sono tutti così sani di mente. sanno tutti cosa fare. cosa dire. quei coglioni mi terrorizzano. però, sono capace di scrivere di loro, di tutto questo. è una fortuna, altrimenti dovrei andarmi a nascondere in un manicomio. e di fatto, è più o meno quello che sto facendo. sono al tempo stesso più forte e più debole della gente comune. vedo quello che vedono loro, ma non so che farmene; quello che per loro è miele per me è segatura. be’, porca puttana! senti come piagnucolo!

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Dall’introduzione “… Bukowski incarna la figura, per dirla con Camus, dell’”uomo in rivolta”, un uomo che dice costantemente di no, che non trasforma la sua ribellione in processo rivoluzionario, ma mantiene solo costantemente acceso questo suo spirito di radicale opposizione.”

“Post office” di Charles Bukowski

16 luglio 2004 5 commenti

Post office
di Charles Bukowski

 

Finii di vestirmi. Andai in bagno e mi buttai un po’ d’acqua sulla faccia, mi pettinai. se solo potessi pettinarmi anche la faccia, pensai, ma è impossibile.

*

Le coperte erano scivolate via e io guardai quella schiena bianca, le scapole appuntite che sembravano lì lì per trasformarsi in ali, per forarle la pelle. Come lame.

*

Bevemmo ancora un po’ e poi andammo a letto, ma non era come prima, non è mai come prima… c’era una specie di vuoto tra di noi, le cose che erano successe. La guardai andare in bagno, vidi le rughe e le pieghe sotto le chiappe. Poveraccia. Povera, povera Betty. Joyce era piena, soda… la afferravi per le chiappe ed era bello. Con Betty non era così bello. Era triste, era triste, era triste. Quando Betty tornò indietro non ci mettemmo a cantare o a ridere, e nemmeno a litigare. Restammo seduti al buio a bere, a fumare sigarette, e quando andammo a dormire non le appoggiai i piedi addosso, né lei li appoggiò a me, come facevamo sempre prima. Dormimmo senza toccarci.

Eravamo stati derubati, tutt’e due.

*

E non è vero che ci si abitua, si è sempre più stanchi, semplicemente.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Sinceramente trovo Bukowski nettamente migliore in poesia rispetto alla prosa. Anche se devo dire che certi racconti, soprattutto dove c’è un discorso diretto, sono una bomba. Un pugno allo stomaco che senti arrivare e, nonostante questo, non li eviti.

“Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande” di Charles Bukowski

Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande
di Charles Bukowski

 

3 PAIA DI MUTANDINE

 

la Svezia è un posto di merda

Parigi è un posto di merda

 

il boia ha fatto cadere le

zucche sbagliate

 

quando mi hai lasciato

hai lasciato qui

3 paia di mutandine

e io ho troppa trippa

per mettermele

 

Londra è un posto di merda

 

Los Angeles è un posto di merda

adesso:

umidiccia bestia ticchettante

memoria pesce morto che mi

perseguita,

ambulanze mascherate da petali:

 

quel che era sbagliato non è stato

capito

e quel che era giusto non è

durato.

 

SU, GIU’ E TUTT’INTORNO

 

a volte divento irritabile

mi chiedo come sono messo,

sbaglio un passo o due, mi sento

perso.

 

tutti quelli che conosco sembrano

più alti

più intelligenti

più buoni

di me

e

ovviamente

non altrettanto brutti.

 

ma quell’umore non dura

mai

a lungo.

 

lancio uno sguardo

attento intorno,

uno sguardo diretto

e intenso tutt’intorno

e allora

ci

ripenso

 

ma solo

per un

po’.

“Urla dal balcone – Lettere(1959-1969) ” di Charles Bukowski

Urla dal balcone – Lettere(1959-1969)
di Charles Bukowski

 

… ogni cosa che la folla impara cambia e un attimo dopo non è più vera…

*

Questo è il genere di libro che ti cresce addosso con i giorni non con i minuti; questo è il genere di libro che ti rimane in testa come ti rimangono in testa la guerra o la nascita o l’amore o il fuoco, questo canto del mio buio più buio.

*

Siamo realistici: ogni volta che diciamo “buongiorno” a qualcuno senza intendere davvero di augurargli una buona giornata, siamo un po’ meno vivi.

*

La gente continua a buttarsi merda addosso e a richiedere teorie a gran voce, quando dovunque in qualunque momento di qualsiasi giorno il più piccolo gesto di gentilezza che cade come una goccia di pioggia basta a mettere in moto tutto quanto.

*

… qualcosa che ti offra l’incisività di una lama di coltello ma anche una trama un po’ larga da cui possa entrare la tenerezza.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Dall’introduzione: “infatti, non si scrive per salvarsi, ha dichiarato in un’intervista, e soprattutto non si scrive sapendo che questo ci salverà. Deve capitare e basta, non ci sono altre regole. Non c’è stile che tenga.

“Santo cielo, perché porti la cravatta?” di Charles Bukowski

Santo cielo, perché porti la cravatta?
di Charles Bukowski

 

UN SORRISO MEMORABILE

 

avevamo i pesci rossi che giravano in tondo in tondo

nella boccia sul tavolo vicino alle tende spesse

della vetrata e la

mamma, sempre sorridente, perché ci voleva tutti

contenti, mi diceva: “sii contento, Henry!”

e aveva ragione: è meglio essere contenti se si

può

ma papà continuava a pestare lei e me diverse volte a settimana

furibondo nel suo metro e novanta da armadio perché

non capiva cosa lo assaliva da dentro.

 

la mamma, povera bestia,

che voleva esser contenta, pestata due o tre volte

a settimana, mi diceva di essere contento: “Henry, sorridi! perché non sorridi mai?”

 

e poi sorrideva, per farmi vedere come si fa, ed era il

sorriso più triste che abbia mai visto.

 

un giorno i pesci rossi sono morti, tutti e cinque,

galleggiavano su un fianco, gli occhi

ancora aperti,

e quando papà è tornato a casa li ha dati al gatto

lì sul pavimento in cucina – noi guardavamo e la mamma sorrideva.

“Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio” di Charles Bukowski

20 aprile 2004 2 commenti

Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio
di Charles Bukowski

 

pensavano che la scrittura avesse

a che fare con

la politica delle

cose.

 

semplicemente non erano

abbastanza fuori

di testa

da sedersi a una

macchina da scrivere

e lasciare che le parole battano

i tasti.

 

non volevano

scrivere

 

volevano

diventare famosi

scrivendo.

 

*

seguo la strada

sentendomi da dio perché a quanto pare mi sono perso.

abbiamo bisogno dei nostri punti di riferimento (tipo i cimiteri), abbiamo bisogno del nostro

liquore e delle nostre responsabilità.

abbiamo bisogno di così tante cose di cui pensiamo di non avere bisogno.

 

*

e gli anni passano lenti e gli anni

passano veloci e gli anni

passano.

“Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catene” di Charles Bukowski

19 marzo 2004 1 commento

Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catene
di Charles Bukowski

 

UNA SOTTOSPECIE DI BOCCIOLI NUDI

 

l’inutilità della parola è

evidente.

vorrei far

urlare e ballare e

ridere

questo

pezzo di carta

ma

i tasti lo scolpiscono

senza fargli male

e

noi ci accontentiamo

solo di una piccolissima parte del

tutto.

 

questa incompiutezza è tutto ciò

che abbiamo:

scriviamo e riscriviamo

sempre

le stesse cose.

siamo pazzi,

ossessionati.

 

l’inutilità della parola è

evidente.

 

gli scrittori possono soltanto fingere di

riuscire

alcuni fingono bene, altri

non così bene

eppure

nessuno di noi ci si

avvicina

nessuno di noi ci riesce veramente

 

seduti a queste

macchine

 

costretti a

vivere a tempo pieno

la

nostra indecente

professione.

“Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere” di Charles Bukowski

16 marzo 2004 2 commenti

Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere
di Charles Bukowski

 

E’ NOSTRO

 

c’è sempre quello spazio, eccolo lì,

appena prima che ci prendano

quello spazio

che ti rilassa così bene

ti fa tirare il fiato

intanto che

tipo buttarsi sul letto

a pensare a niente

oppure tipo

riempirsi un bicchiere d’acqua dal

rubinetto

posseduti dal

nulla

 

quello

spazio

delicato puro

 

vale

 

secoli di

esistenza

 

tipo

 

mica chissà cosa, grattarsi il collo

guardando fuori dalla finestra un

ramo spoglio

 

quello spazio

eccolo lì

prima che ci prendano

è la garanzia

che

quando lo faranno

non si prenderanno

mai

 

tutto.

“La canzone dei folli” di Charles Bukowski

La canzone dei folli
di Charles Bukowski

 

INDECENTE

 

ritmo, ritmo, ritmo.

vite e pallottole.

uno sparo.

 

mentre il merlo

siede

sul filo.

 

mentre cravatte

aspettano d’essere vendute

ai grandi magazzini.

 

mentre tu pensi

a qualcosa

mentre niente

pensa a te.

 

l’aquilone vola

nel vento

e la ragione

è del

pazzo.

 

ANDAR VIA

 

via oltre l’ultima porta,

passata la musica

passate le ballerine,

via oltre l’ultima balera,

passato l’ultimo Capodanno

e l’ultimo urrà!

passato il colo del

colibrì,

passato l’ultimo bacio,

l’ultimo liscio e busso,

l’ultimo nuovo giorno,

l’ultimo sonno della notte,

l’ultima arancia dolce,

l’ultima guerra,

passata l’ultima

ultima

parola.

 

Postilla squisitamente PERSONALE

Corre il decennale dalla scomparsa di un grande artista…

Nell’immaginario comune Bukoswki è stato un ubriacone e un uomo che trattava le donne come lattine vuote. Io come prima cosa vedo un grande, grandissimo, poeta.

“Spegni la luce e aspetta ” di Charles Bukowski

3 marzo 2004 1 commento

Spegni la luce e aspetta
di Charles Bukowski

 

ALL’OMBRA DELLA ROSA

 

stendere le braccia come rami, affondarle nella terra

prendere le scale che portano all’inferno,

ristabilire il punto

di fuga, provare una mazza

diversa, una diversa posizione, cambiare

dieta e maniera di

camminare, rimettere in sesto il

sistema, fotografare il tuo

sogno di dinosauro,

guidare la macchina con

più attenzione ed eleganza,

accorgersi che i fiori ti

parlano,

rendersi conto della gigantesca agonia

della testuggine,

tu che preghi per la pioggia come un

indiano,

infili un caricatore nuovo

nell’automatica,

spegni al luce e

aspetti.