“Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore” di Charles Bukowski
qui.
qui.
è capire che è scomparsa.
come lo è il martellare giallo del sole e lo splendore del mondo.

Sotto un sole di sigarette e cetrioli
di Charles Bukowski
– minimumfax -
(quarta e ultima parte)
certe volte scendi al mattino dal letto e pensi:
non ce la posso fare, ma dentro di te ridi
ricordandoti tutte le volte che ti sei sentito così, e
vai in bagno, ti lavi, vedi quella faccia
allo specchio, oddio oddio oddio, ma ti pettini lo stesso,
ti vesti per uscire, dai da mangiare ai gatti, raccogli il
giornale dell’orrore, lo metti sul tavolino del soggiorno, saluti con
n bacio la moglie, e ti trovi a uscire in retromarcia entrando nella vita stessa.
come milioni di altri scendi nell’arena ancora una volta.
adesso sei in autostrada e ti fai largo nel traffico,
e vai verso qualcosa e insieme verso il nulla totale mentre premi
il pulsante della radio e trovi Mozart, mica male, e in qualche modo
riuscirai a superare i giorni vuoti e i giorni pieni e i giorni
noiosi e i giorni detestabili e i giorni straordinari, tutti così piacevoli
e così deludenti perchè
noi siamo tutti così simili e così diversi.
trovi lo svincolo, attraversi la parte più pericolosa
della città, ti senti per qualche momento al settimo cielo quando Mozart si fa
strada nel tuo cervello e ti scivola lungo le ossa e
ti esce dalle scarpe.
è stata una lotta dura che valeva la pena di lottare
mentre tutti insieme continuiamo a guidare
scommettendo su un altro giorno.
Quando eravamo giovani
di Charles Bukowski
[…]
ma scendevo le scale
di quelle stanze in affitto
a ogni nuovo
inizio,
le rigide scarpe che
mi assassinavano i piedi,
fuori nella luce
del primo
mattino,
lì
il marciapiede,
lì
la città,
e io ero solo un altro
lavoratore qualunque,
un altro
uomo qualunque,
l’universo
che mi scivolava
attraverso
la testa
e fuori dalle
orecchie,
il cartellino che aspettava
di farmi entrare
ed uscire,
e in seguito
qualcosa da bere e
donne infernali.
[…]
alle 6 di sera ci streghiamo il sangue
alla nostra maniera
mentre scortiamo i nostri volti attraverso
la tela del ragno.
l’abbiamo fatta giusta
l’abbiamo fatta giusta –
corvi e onde
stanchi tramonti e gente stanca –
a morire ci vuole una vita
e neanche un
attimo.
Birra, fagioli, crackers e sigarette – Lettere(1970-1979)
di Charles Bukowski
Qui è tempo di depressione, anche se il gov. preferisce parlare di “recessione”. Il che mi fa tornare in mente il vecchio detto: la recessione è quando i tuoi amici perdono il posto, la depressione è quando lo perdi tu.
*
Scrivo di sesso come scrivo di qualunque altra cosa – fondamentalmente, perché credo sia un atto tragico e comico al tempo stesso.
*
Non mi aspetto che ti piaccia tutto quello che scrivo – prosa o poesia. Qualunque cosa uno faccia, a certa gente piacerà, a certa gente non piacerà, e alla stragrande maggioranza non fregherà un cazzo comunque…
*
… ho la radio accesa. sono solo. sono riuscito a rimanere un po’ da solo, finalmente. le pareti bastano a riempirmi. le persone mi spaventano, le folle di persone. sono tutti così sani di mente. sanno tutti cosa fare. cosa dire. quei coglioni mi terrorizzano. però, sono capace di scrivere di loro, di tutto questo. è una fortuna, altrimenti dovrei andarmi a nascondere in un manicomio. e di fatto, è più o meno quello che sto facendo. sono al tempo stesso più forte e più debole della gente comune. vedo quello che vedono loro, ma non so che farmene; quello che per loro è miele per me è segatura. be’, porca puttana! senti come piagnucolo!
Postilla squisitamente PERSONALE
Dall’introduzione “… Bukowski incarna la figura, per dirla con Camus, dell’”uomo in rivolta”, un uomo che dice costantemente di no, che non trasforma la sua ribellione in processo rivoluzionario, ma mantiene solo costantemente acceso questo suo spirito di radicale opposizione.”
Post office
di Charles Bukowski
Finii di vestirmi. Andai in bagno e mi buttai un po’ d’acqua sulla faccia, mi pettinai. se solo potessi pettinarmi anche la faccia, pensai, ma è impossibile.
*
Le coperte erano scivolate via e io guardai quella schiena bianca, le scapole appuntite che sembravano lì lì per trasformarsi in ali, per forarle la pelle. Come lame.
*
Bevemmo ancora un po’ e poi andammo a letto, ma non era come prima, non è mai come prima… c’era una specie di vuoto tra di noi, le cose che erano successe. La guardai andare in bagno, vidi le rughe e le pieghe sotto le chiappe. Poveraccia. Povera, povera Betty. Joyce era piena, soda… la afferravi per le chiappe ed era bello. Con Betty non era così bello. Era triste, era triste, era triste. Quando Betty tornò indietro non ci mettemmo a cantare o a ridere, e nemmeno a litigare. Restammo seduti al buio a bere, a fumare sigarette, e quando andammo a dormire non le appoggiai i piedi addosso, né lei li appoggiò a me, come facevamo sempre prima. Dormimmo senza toccarci.
Eravamo stati derubati, tutt’e due.
*
E non è vero che ci si abitua, si è sempre più stanchi, semplicemente.
Postilla squisitamente PERSONALE
Sinceramente trovo Bukowski nettamente migliore in poesia rispetto alla prosa. Anche se devo dire che certi racconti, soprattutto dove c’è un discorso diretto, sono una bomba. Un pugno allo stomaco che senti arrivare e, nonostante questo, non li eviti.
Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande
di Charles Bukowski
3 PAIA DI MUTANDINE
la Svezia è un posto di merda
Parigi è un posto di merda
il boia ha fatto cadere le
zucche sbagliate
quando mi hai lasciato
hai lasciato qui
3 paia di mutandine
e io ho troppa trippa
per mettermele
Londra è un posto di merda
Los Angeles è un posto di merda
adesso:
umidiccia bestia ticchettante
memoria pesce morto che mi
perseguita,
ambulanze mascherate da petali:
quel che era sbagliato non è stato
capito
e quel che era giusto non è
durato.
SU, GIU’ E TUTT’INTORNO
a volte divento irritabile
mi chiedo come sono messo,
sbaglio un passo o due, mi sento
perso.
tutti quelli che conosco sembrano
più alti
più intelligenti
più buoni
di me
e
ovviamente
non altrettanto brutti.
ma quell’umore non dura
mai
a lungo.
lancio uno sguardo
attento intorno,
uno sguardo diretto
e intenso tutt’intorno
e allora
ci
ripenso
ma solo
per un
po’.
Urla dal balcone – Lettere(1959-1969)
di Charles Bukowski
… ogni cosa che la folla impara cambia e un attimo dopo non è più vera…
*
Questo è il genere di libro che ti cresce addosso con i giorni non con i minuti; questo è il genere di libro che ti rimane in testa come ti rimangono in testa la guerra o la nascita o l’amore o il fuoco, questo canto del mio buio più buio.
*
Siamo realistici: ogni volta che diciamo “buongiorno” a qualcuno senza intendere davvero di augurargli una buona giornata, siamo un po’ meno vivi.
*
La gente continua a buttarsi merda addosso e a richiedere teorie a gran voce, quando dovunque in qualunque momento di qualsiasi giorno il più piccolo gesto di gentilezza che cade come una goccia di pioggia basta a mettere in moto tutto quanto.
*
… qualcosa che ti offra l’incisività di una lama di coltello ma anche una trama un po’ larga da cui possa entrare la tenerezza.
Postilla squisitamente PERSONALE
Dall’introduzione: “infatti, non si scrive per salvarsi, ha dichiarato in un’intervista, e soprattutto non si scrive sapendo che questo ci salverà. Deve capitare e basta, non ci sono altre regole. Non c’è stile che tenga.
Santo cielo, perché porti la cravatta?
di Charles Bukowski
UN SORRISO MEMORABILE
avevamo i pesci rossi che giravano in tondo in tondo
nella boccia sul tavolo vicino alle tende spesse
della vetrata e la
mamma, sempre sorridente, perché ci voleva tutti
contenti, mi diceva: “sii contento, Henry!”
e aveva ragione: è meglio essere contenti se si
può
ma papà continuava a pestare lei e me diverse volte a settimana
furibondo nel suo metro e novanta da armadio perché
non capiva cosa lo assaliva da dentro.
la mamma, povera bestia,
che voleva esser contenta, pestata due o tre volte
a settimana, mi diceva di essere contento: “Henry, sorridi! perché non sorridi mai?”
e poi sorrideva, per farmi vedere come si fa, ed era il
sorriso più triste che abbia mai visto.
un giorno i pesci rossi sono morti, tutti e cinque,
galleggiavano su un fianco, gli occhi
ancora aperti,
e quando papà è tornato a casa li ha dati al gatto
lì sul pavimento in cucina – noi guardavamo e la mamma sorrideva.
Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio
di Charles Bukowski
…
pensavano che la scrittura avesse
a che fare con
la politica delle
cose.
semplicemente non erano
abbastanza fuori
di testa
da sedersi a una
macchina da scrivere
e lasciare che le parole battano
i tasti.
non volevano
scrivere
volevano
diventare famosi
scrivendo.
*
…
seguo la strada
sentendomi da dio perché a quanto pare mi sono perso.
abbiamo bisogno dei nostri punti di riferimento (tipo i cimiteri), abbiamo bisogno del nostro
liquore e delle nostre responsabilità.
abbiamo bisogno di così tante cose di cui pensiamo di non avere bisogno.
*
…
e gli anni passano lenti e gli anni
passano veloci e gli anni
passano.
Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catene
di Charles Bukowski
UNA SOTTOSPECIE DI BOCCIOLI NUDI
l’inutilità della parola è
evidente.
vorrei far
urlare e ballare e
ridere
questo
pezzo di carta
ma
i tasti lo scolpiscono
senza fargli male
e
noi ci accontentiamo
solo di una piccolissima parte del
tutto.
questa incompiutezza è tutto ciò
che abbiamo:
scriviamo e riscriviamo
sempre
le stesse cose.
siamo pazzi,
ossessionati.
l’inutilità della parola è
evidente.
gli scrittori possono soltanto fingere di
riuscire
alcuni fingono bene, altri
non così bene
eppure
nessuno di noi ci si
avvicina
nessuno di noi ci riesce veramente
seduti a queste
macchine
costretti a
vivere a tempo pieno
la
nostra indecente
professione.
Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere
di Charles Bukowski
E’ NOSTRO
c’è sempre quello spazio, eccolo lì,
appena prima che ci prendano
quello spazio
che ti rilassa così bene
ti fa tirare il fiato
intanto che
tipo buttarsi sul letto
a pensare a niente
oppure tipo
riempirsi un bicchiere d’acqua dal
rubinetto
posseduti dal
nulla
quello
spazio
delicato puro
vale
secoli di
esistenza
tipo
mica chissà cosa, grattarsi il collo
guardando fuori dalla finestra un
ramo spoglio
quello spazio
eccolo lì
prima che ci prendano
è la garanzia
che
quando lo faranno
non si prenderanno
mai
tutto.
La canzone dei folli
di Charles Bukowski
INDECENTE
ritmo, ritmo, ritmo.
vite e pallottole.
uno sparo.
mentre il merlo
siede
sul filo.
mentre cravatte
aspettano d’essere vendute
ai grandi magazzini.
mentre tu pensi
a qualcosa
mentre niente
pensa a te.
l’aquilone vola
nel vento
e la ragione
è del
pazzo.
ANDAR VIA
via oltre l’ultima porta,
passata la musica
passate le ballerine,
via oltre l’ultima balera,
passato l’ultimo Capodanno
e l’ultimo urrà!
passato il colo del
colibrì,
passato l’ultimo bacio,
l’ultimo liscio e busso,
l’ultimo nuovo giorno,
l’ultimo sonno della notte,
l’ultima arancia dolce,
l’ultima guerra,
passata l’ultima
ultima
parola.
Postilla squisitamente PERSONALE
Corre il decennale dalla scomparsa di un grande artista…
Nell’immaginario comune Bukoswki è stato un ubriacone e un uomo che trattava le donne come lattine vuote. Io come prima cosa vedo un grande, grandissimo, poeta.
Spegni la luce e aspetta
di Charles Bukowski
ALL’OMBRA DELLA ROSA
stendere le braccia come rami, affondarle nella terra
prendere le scale che portano all’inferno,
ristabilire il punto
di fuga, provare una mazza
diversa, una diversa posizione, cambiare
dieta e maniera di
camminare, rimettere in sesto il
sistema, fotografare il tuo
sogno di dinosauro,
guidare la macchina con
più attenzione ed eleganza,
accorgersi che i fiori ti
parlano,
rendersi conto della gigantesca agonia
della testuggine,
tu che preghi per la pioggia come un
indiano,
infili un caricatore nuovo
nell’automatica,
spegni al luce e
aspetti.