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27 gennaio 2010 Nessun commento
SENZA PAROLE
 


@ Espinal, Guararé, Playas de Panama

pohots by Asociación Gaia para la conservación y gestión de la Biodiversidad

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12 gennaio 2010 1 commento
Un Take-away Cinese in Mozambico
di Bradpizza
 
Il Mozambico sta diventando una meta sempre più gettonata dai turisti italiani attratti dalle spiagge, dai fondali marini e dai paesaggi naturali. Mi sembra tuttavia opportuno portare alla luce uno dei tanti problemi di un paese che per molti “turisti per caso” può apparire come il più classico dei paradisi tropicali.
Con una superficie di quasi 800.000 km quadrati e con una popolazione di circa 21 milioni di abitanti concentrati per lo più nella fascia costiera, il Mozambico dopo gli anni di guerra civile (1980-1994), grazie alla situazione politica stabile,  sta diventando un paese di forti investimenti da parte dei paesi occidentali, sopratutto attratti dall’enorme disponibilità di risorse naturali.
Nell’ultimo decennio, come in tutto il resto del continente africano si sono imposte sul mercato le imprese cinesi attirate dal business del legno. Grazie all’atteggiamento politico dei funzionari locali, agli scarsi controlli e all’appoggio del governo cinese che ha stanziato fondi a pedere per la cooperazione con il paese lusofono, le imprese private stanno provocando danni ambientali enormi al patrimonio forestale, sopratutto nelle regioni del nord. Inoltre la popolazione locale che vive per lo più di pesca e di un agricoltura di sussistenza, non viene tutelata dal governo nazionale, per questo non riesce ad opporsi alle pressioni delle compagnie forestali.
Al di la delle statistiche numeriche, è importante sottolineare la mancanza di dati con cui le autorità preposte, operano nel rilascio delle licenze di taglio alle compagnie locali ed estere e la totale mancanza di controllo sulle quantità di legname effettivamente estratte. Come altri paesi africani con alcune leggi anche il Mozambico sta cercando di trattenere in loco la lavorazione delle materie prime, per creare sia indotto che sviluppo umano e tecnologico. Le frequenti notizie di sequestri di legname nei porti del Nord del paese e nei porti cinesi, rivelano che la maggior parte del legno viene tagliato ed esportato illegalmente (take-away Chinese).
L’intervista che potete leggere scaricandola QUI, è stata rilasciata al giornalista Estacios Valoy da Carlos Serra Jr. attivista rappresentante dell’associazione Amici della Foresta, una coalizione di dodici organizzazioni che operano su scala nazionale in materia di ambiente e sviluppo rurale, dislocate in diverse province del paese.
 
 
 
  
°°°
Estacios Valoy è un giornalista indipendente che si occupa di attualità e tematiche ambientali, vive a Maputo e collabora spesso con la testata Canal de Mocambique.

Carlos Serra Júnior esperto di foreste e rappresentante di Amici della foresta, è figlio del sociologo Carlos Serra.

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23 aprile 2009 5 commenti
Quantificare la deforestazione di Bradpizza
(le immagini spesso valgono più delle parole)



 
A titolo di confronto una ripresa della foresta che non ha subito deforestazione

 
 
E questa è la dimensione della faccenda:
 

 

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16 aprile 2009 4 commenti
1982
di Bradpizza 
 
Nel 1982 ho capito che non potevo più vivere senza la raccolta differenziata. In un vortice di chiarezza e di ordine naturale gli elementi sarebbero dovuti tornare da dove erano venuti, estratti, mischiati, sconvolti… una specie di atomismo conservativo in cui la legge dell’entropia viene annullata dalla volontà di ripristinare la legge ordinata della gravità, nel quale le cose trovano un senso con la loro tempistica prestabilita.
Tanto tempo, nessuna fretta.
I sintomi della vita a comparti stagni erano evidenti: già a quattro anni avevo recuperato una valigia dall’immondizia e passavo le giornate a riempirla di oggetti inutili, li ordinavo in modo che si riempisse al massimo, che nessun buco rimanesse vuoto, poi la mettevo sotto il letto in attesa del mio rapimento. Era il periodo di Ludwig e dei sequestri, Telefono Giallo terrorizzava le mie notti, Augias mi deve l’infanzia, mi angosciava ogni mercoledì sera dal millenovecentottantasette, e io tenevo ordinata la valigia, così sarei stato pronto, nell’eventualità, a scomparire e a tramutarmi in una foto segnaletica con la voce della Raffai che sventola al pubblico una mia falange, prova inconfutabile del rapimento.
Le scatolette di tonno si accumulano sotto la finestra della stanza dove mi hanno rinchiuso, minuto dopo minuto comincio a pensare che tutto questo sarà sommerso dalla vegetazione, ogni costruzione e ogni pensiero, ogni frammento di questa civiltà che si è scagliata contro tutti. Tutti nemici. Le piante aiutate dal tempo si sostituiranno alle case, le radici alle fondamenta dei palazzi rubati al piano regolatore con giri di compravendita speculativa, circuizione istituzionalizzata di leggi per la difesa del territorio per sempre frantumate e spazzate dall’inondazione.
Abbiamo tagliato il mondo con strade. Inutili strisce d’asfalto senza sosta che basta una stagione e tutto ritorna alla vita, tutto viene coperto e inghiottito dal muschio sulla carreggiata, le intemperie sgretolano il manto liscio e la pioggia lo trasporta in rivoli d’inchiostro. Anche il mercurio cola arrugginito s’infiltra, la marea adagia sulla riva dune di plastica secca elettrodomestici bombole del gas, insabbia sgretola riduce a granelli di finta sabbia. Una patina di olio solido si aggrappa agli scogli morti. Non lontano stanno lavando la stiva della petroliera con gli idranti solventi sputano schiuma bitume rappreso galleggia sul pelo dell’acqua sotto i piedi, viene via con l’olio sul cotone la nafta e grattare, grattare bene, o con la benzina diluente, brucia il gas in eccesso sputa fuoco la cima della raffineria, sullo sfondo di una baia azzurra e rosa la fiamma di sera si materializza fantasma circondato di edera che muore bruciata dall’aria acida, dal caldo asfissiata e la pioggia nitrata-clorata dalla centrale termica a gasolio, lo zolfo nell’atmosfera segue la brezza di terra e la brezza di mare e tutto muore, le alghe in superficie, i bambini di notte con le finestre aperte a respirare SO2 SO3 e coccole ninna nanna. Preoccupati per la tosse, l’asma e l’allergia vanno dal dermatologo con le braccia piene di macchie rosse ma è normale. Vanno dal dietologo per l’intolleranza alimentare, il profumo di pomodoro gli fa gonfiare la pancia poverino – stai alla larga dalla campagna. Tutti al mare ma sotto l’ombrellone, stare all’ombra imperativo con la crema protezione 20 (minimo) perché viene l’eritema, le bolle dietro le gambe, ci sono le meduse e le zanzare. Meglio tornare a Milano anche se le polveri sottili uccidono e l’ozono che cade dal cielo brucia gli occhi ma all’Idroscalo ce n’é di meno. Ad agosto le strade sono libere perché si intasano quelle dei litorali e passiamo le ore in aria condizionata col motore acceso, con la testa in un sacchetto che poi usciamo per andare in sala giochi e lo sbalzo termico ci prende la gola e le tonsille allora è meglio che stasera stiamo a casa e non andiamo a quella festa vips anche se la babysitter era libera, la chiamo gli dico di non venire e ci guardiamo la tele in aria pinguino mentre lavi i piatti con i guanti rinforzati perché il detersivo agli agrumi ti secca le mani e ti leva l’abbronzatura e senti le radici dei pini marittimi scampati all’incendio del mondo che prendono energia mentre noi diventiamo deboli, mentre ci cadono i capelli e le cellule morte, le creme, i prodotti e Cesare Ragazzi morto non cela fanno più a tenerci dritti, ritti nemmeno l’enervit il gatorade e la redbull, per il guaranà indigeno hanno setacciato le foreste, un caterpiller si fa largo nella terra rossa è stato chiamato l’elicottero di ricognizione, ha avvistato un albero di tek a dieci km dalla base e allora dobbiamo sfondare tutto, sradicare, arpionare e riportare alla falegnameria centrale Brico per fare la cuccia del cane, la bara di cartone. Ogni giorno cento volte l’uomo sudato distrugge la Terra è la mano denutrita che serve per compiere il Delitto Perfetto in nome del progresso, del sonno pacifico del bassotto e di un salario dignitoso. L’impresa italiana (dopo facciamo anche i nomi) depreda per fare parquet di legno esotico ma la gente in città non chiude il rubinetto quando si lava i denti e al paese salato ci sarà l’acqua quest’estate? Boh che ne so?
Vorrei solo lasciar perdere una serie di concetti sfusi, di clausole senza firme. Abbiamo perso l’abitudine a nuotare nel nulla dell’assenza, per questo ci sembra di scomparire nel muro di "niente".
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1 aprile 2009 4 commenti

NEGAZIONISMO MADE IN ITALY 
di Bradpizza

 
Il 18 marzo era il mio compleanno, il 18 marzo in senato hanno discusso una mozione (n°174), votata da 34 senatori del PDL, che possiamo riassumere così: visto che sempre più scienziati non sono concordi sulla causa del riscaldamento globale, che quindi questo non è imputabile alle attività umane, e se anche fosse, tale riscaldamento non è una cosa grave nè per l’uomo nè per l’economia, allora le leggi europee (applicate dopo il famoso protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di gas serra) che impongono ai paesi della comunità un taglio del 20% delle emisisoni di CO2 ecc, a noi non piacciono perché sono troppo onerose, allora proponiamo che vengano sospese tali leggi, e che si ricominci a studiare se il riscaldamento atmosferico è veramente causato dall’uomo o no.

Io non so più cosa dire. Due settimane fà mi sono arrovellato sulle cubature del “Piano Casa”, settimana scorsa mi sono letto la proposta di modifica della legge sulla caccia (On. Orsi) che praticamente annulla ogni concetto di tutela della fauna, oggi leggo questa mozione che si muove prendendo spunto da teorie negazioniste che fanno solo rumore su una stampa da gossip.
 
La domanda è: questi amministratori per chi stanno facendo queste leggi?
Per smuovere l’economia stagnante?
Per difendere i guadagni di una classe?
Per interessi personali?

Bisognerebbe chiedersi perché…le risposte ci sono già.
Se domandate ai diretti interessati, amministratori regionali, provinciali, comunali, vi risponderanno (davvero vi risponderanno via mail, oppure vi telefonano a casa!!) tutti lo stesso – i piani di intersse nazionale già approvati in passato prevedono queste leggi, i testi sono stati interpretati malamente dai giornalisti e quindi vi forniranno una versione soft dello stesso pensiero.

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27 novembre 2008 2 commenti
BIOCARBURANTI
di Bradpizza
 
Una sera me ne stavo sul divano a vedermi Pimp My Car, noto programma di tamarri yankee che mettono la loro carretta arrugginita nelle mani di una equipe di esperti meccanici e designer, per ritrovarsi con un bolide truccato a costo zero: la fiera della deficienza applicata al mercato dell’ozio irrazionale.
Sta il fatto che i supermeccanici decidono di montare sulla berlina sgangherata un motore a biodiesel. Alla fine il ciccione dice “adesso basterà passare da MacDonalds e farsi dare l’olio della frittura e avrai il tuo combustibile ecologico. Senti che aria pulita! Senti che buon odore di patatine fritte!”. I gangster salgono in macchina vanno al fast-food chiedono l’olio marcio e lo mettono nel serbatoio e se ne vanno rombando.
Mi chiedo se dubitare dello spirito ecologico del meccanico obeso.
 
Una sera di marzo 2008 mi capita fra le mani una copia del Wall Street Journal di Rupert Murdoch (quotidiano internazionale pubblicato a New York con una media a livello mondiale di più di 2,6 milioni di copie stampate giornalmente - dato 2005) una pubblicità dalle dimensioni notevoli cattura la mia attenzione. La pubblicità in questione diceva più o meno così: BRASILE – prossimamente milioni di ettari potranno  essere coltivati a canna da zucchero – affari assicurati (sopra una foto di un campo di canna da zucchero a perdita d’occhio, con il cielo assolutamente azzurro sullo sfondo).
Al momento non ho fatto due più due, ma poi c’è stato l’incontro fra Lula e Bush trasmesso dai Tg, con la stretta di mano e occhiolino per l’accordo sull’aumento della produzione di biocarburanti in Brasile pubblicizzato come l’apertura alle energie rinnovabili di colui che ha sempre ostacolato qualsiasi protocollo su di esse e sul contenimento delle emissioni di CO2.
 
L’accodo che puzzava già all’epoca adesso è marcio totalmente.
 
Riassumendo lo scenario IMPOSTO è il seguente: le lobbies dei petrolieri hanno spinto il prodotto al massimo. Sfruttando la collusione con il mercato dei trasporti, hanno reso il petrolio necessario e hanno imposto al mercato una modello economico di progresso teso al benessere “globale/parziale” basato sullo sfruttamento dei combustibili fossili (si pensi alla sostituzione del sacco di fibre vegetali con il sacchetto di plastica derivato dal petrolio). Un modello usa e getta tipico della società occidentale alla quale ormai tende la stragrande maggioranza della popolazione del pianeta; un modello in cui il riutilizzo è antieconomico, perché frena la velocità del mercato e la produzione stessa.
In previsione di un collasso della risorsa, le compagnie si stanno premurando di mantenere un roseo futuro per i loro incassi proponendo la soluzione a loro avviso più efficace: diluire il petrolio con delle frazioni di biocombustibile, in modo da variare il meno possibile la catena produttiva e quindi gli ingranaggi che portano all’incasso $$$. La macchina ti servirà comunque, il pieno dovrai comunque farlo, la casa la dovrai comunque riscaldare e la bolletta dell’energia elettrica ti dovrà comunque arrivare, cambierà solo la sostanza bruciata non più petr-olio ma olio. L’impostazione mentale è la stessa. Poca fatica, abbasso la fantasia.
 
Il principale problema della produzione di biocombustibile, è che richiede la messa a coltura di migliaia di ettari di terreno con piante di palma (da cui deriverà olio di palma), soia, canna da zucchero, mais. Queste monocolture richiedono un dispendio enorme in termini sia di suolo che di concimi, lavoro, macchine e trasporto per produrre vegetali, raffinarli e trasportarli.
Si capisce che BIO è solo un modo di dire per camuffare l’ennesimo business dei soliti noti, un business che ancora una volta ha superato ogni decenza.
Non è un caso che vi sia stato un aumento dei prezzi del pane (“caro pasta”) da noi, come in qualunque altro luogo del pianeta, utilizzare il terreno per produrre “biocombustibili” significa sottrarlo alle coltivazioni alimentari, meno grano significa meno pane, meno pane significa che la domanda è maggiore dell’offerta e che il prezzo lievita, non il pane…
 
Le soluzioni veramente bio sono altre: solare, eolico per prime, queste però hanno un difetto, non sono economicamente vantaggiose; una volta acquistato un pannello solare, la spesa è finita e nessuno ci guadagna, nessuno può essere cliente significativo, tutti possono essere produttori. L’impostazione mentale del mercato energetico (e del mercato in generale) ripudia una fonte non vendibile anche se a portata di mano.
 
IL VERO BIO ?
 
Problema di efficenza
Per produrre biocombustibili si usa più energia (combustibile stesso, concimi, trasporti) di quanta se ne produce, unica eccezione il bioetanolo prodotto dalla canna da zucchero che ha un saldo positivo in termini di efficienza.
Non si elimina la dipendenza dal combustibile fossile.
 
Problema ecologico
Viene messo a coltura del suolo che prima era forestato e che quindi aveva un impatto positivo a livello ecologico (assorbimento di CO2 e conservazione della biodiversità); le ultime foreste della Malesia, dell’Indonesia Thailandia hanno subito negli ultimi anni un danno irreparabile a causa del disboscamento per coltivare palme da olio (fateci caso a quanti prodotti contengono olio di palma e chiedetevi come mai?)
Vengono impiantate delle monocolture che impoveriscono in poco tempo il terreno favorendo fenomeni di erosione e desertificazione.
In Europa, data la scarsezza di suolo agricolo verranno messi a coltura i campi destinati al riposo rigenerativo.
 
Problema alimentare
Viene sottratto suolo all’agricoltura. Queste colture richiedono acqua, che verrà sottratta alle popolazioni e all’agricoltura. Le monocolture, richiedono molto spazio e condizioni climatiche che permettano tempi veloci di crescita, quindi vengono impiantate nei paesi in via di sviluppo, che hanno primari problemi di carenze alimentari (il mais prodotto in Burkina Faso ad esempio verrà utilizzato per produrre bioetanolo invece che pane). Inoltre spostare la coltivazione permette agli stati occidentali di sgravare dal proprio territorio anche le emissioni di gas serra e l’utilizzo di pesticidi da noi oramai banditi. Si alimenterà ulteriormente il flusso di prodotti chimici dal nord al sud e il flusso di carburante dal sud al nord, moltiplicando dipendenza e sottosviluppo.
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30 gennaio 2007 5 commenti
SOLO FOGLIE
 
È interessante ricominciare a camminare, ricominciare ad uscire dal buco in cui mi sono cacciato, poter annusare l’aria e sapere che un passo dopo l’altro i minuti passano e che, comunque sia, puoi dimenticare tutti i tramonti che vuoi, gli specchi e i deliri vicini. La periferia della mente è contagiata. È ancora possibile scappare per trovare un equilibrio alternativo?
Volevo capire – IO SONO ANCORA IO? – Poi mi sono messo a quattro zampe. Mi sono attaccato alla bottiglia e ho guardato nei loro occhi. In mezzo tutto il resto è passato, un rumore di fondo che rimbalza senza sosta, che si percepisce a stento.
L’atmosfera è diversa, ovvio. Le domande sono le stesse, il circolo si chiude, il bicchiere si riempie – rosso, si svuota – trasparente. In comune c’erano i sogni, adesso solo la loro ombra e l’aria è ancora piena di fumo e di quella incertezza che ti lascia a bocca aperta. Le frasi si accumulano come le risate, sempre più lontane, ingessate, conservate in formalina, hanno perso colore attaccate dalle sostanze chimiche del tempo.
L’atmosfera in bilico… stiamo aspettando sospesi, impagliati… forse domani, forse invece ci stiamo solo caricando altri giorni sulle spalle, esperienze diverse sovrapposte senza alcuna coscienza o risentimento – ne sappiamo sempre meno sperando di essere arrivati. Proviamo a crederci.
I ricordi ci stanno imbrigliando ancora una volta o questa è l’illusione di chi rimane a guardare i desideri a braccia conserte?
Alla fine siamo sempre singole entità in attesa di stare di nuovo insieme per qualche ora a sentire i racconti di chi ha fatto finta di partire.
Poi volo fuori dalla stanza a piedi nudi.
Fa freddo qui, l’estate è già finita e non me ne sono nemmeno accorto.
 
Il pensiero è viziato dalla certezza di non sapere cosa vuoi, se tu potessi plasmare la tua vita sarebbe diversa, saremmo lontani.
Io vorrei vederti…adesso…sono qua…qua sotto…ti basterebbe scendere…è facile, è solo volerci credere per un attimo.
È solo questione di convincermi o fregarmi.
 
Il pensiero ti cade dentro inavvicinabile, il desiderio rimbalza sul tuo cammino. I giorni attraversati da nuovi volti si mischiano e non vorresti finissero con un ritorno innaturale, ti muovi con questo ritmo di continua novità e apparenza, cambio panorama, volto pagina e quello che è successo ieri appartiene ad un’altra persona, grattacieli e campagna, la metropoli viene risucchiata dalle fondamenta, aspirata dalla pista d’atterraggio insieme alle orde di personaggi inquieti nei loro loculi bui, nei loro quartieri di metallo.
 
Per alcuni minuti la terra torna sotto i piedi e i particolari riprendono i loro contorni opachi di abitudine, sono mesi esagerati in cui conoscersi vuol dire scontrarsi e riviversi le vicende passate con vesti sempre nuove e le curve della discesa diventano tornanti pericolosi, senza nessuno che ti aspetta all’arrivo. Dovrei fermarmi, affacciarmi dal parapetto per capire che è tutto qua, che tutto sta per finire e le luci rimangono anonime, rimangono quello che sono in tutto questo panorama.
Un’altalena di sopportazione reciproca fra interessi differenti.
Perché non ci decidiamo? Mi fissi e accendi l’ennesima sigaretta.
     
Non preoccuparti, l’amore finisce – qualche volta è normale – la gente si vuole bene, poi trova dell’altro, si stanca, o semplicemente il Caso.
E l’amore evapora dal cervello e puf, una bolla di nulla inodore. Per scelta, per dovere o solo per comodità.
 
E’ per questo che odio le coppiette. Io spargerei benzina sulle coppiette.
Far fuori innamorati di ogni età potrebbe essere un dopo-lavoro gratificante. Accoltellare il loro senso di colpa intrecciato in fili perplessi di protezione-raccomandazione. AIUTOOO!!! 
È impossibile vederci tenerezza, rimane solo Obbligo&Abitudine, è una firma notturna post-ufficio, uno sfogo epidermico, una malattia uro-genitale, quelle che si insinuano dal cavo orale e per mesi si manifestano con un puntino fastidioso. Poi, quando cominci a grattare, si espandono. Chiazze rosse, rosa scuro…liquidi gialli.
 
Entro in un negozio, credo di essere il primo cliente e il commesso attacca a parlare come fossi suo fratello. Veramente volevo solo vedere un paio di pantaloni per la cresima di mio nipote. Quel grande sfigato di mio nipote!
Una mattina, ti ripeto, avevamo comperato i mobili e tutto il resto.
Una mattina dicevo, mi sono svegliato colpito da un raggio di Sole che entrava dalla finestra stranamente dimenticata aperta. Ho preso, ho fatto le valigie e sono andato. Sei mesi dopo sono tornato a prendere il resto – cazzo quasi seicento cd mi ha inculato. Beh la capisco… che botta, vedermi scomparire così da un giorno all’altro. Vuoi comperare il mio nuovo libro? Sai mi ha pubblicizzato Fabio Volo, l’ho conosciuto, gli sono piaciuto e sai… una cosa tira l’altra, e adesso sono a cavallo! MTV ecc. sai no? Devo solo riuscire a lasciare al più presto sto cazzo di lavoro.
     
Poi a un certo punto è arrivato il temporale e ha spazzato via tutto. Tutte le mie convinzioni. A guardare sempre lo stesso paesaggio senza orizzonte tutta la tristezza è colata ai lati della strada impregnata di olio e foglie di plastica.
Una pagina di giornale intitolata “C’è una terra di cui ho sentito parlare, così lontana, oltre il mare”.
 
Stasera sono libero
 
Uno accarezza dei cani appoggiato ad un muro a caso. La città è grande, quello è un muro come tanti.
 
E uno aspetta parcheggiato in macchina, sul sedile una ragazza dorme sdraiata su un fianco.
Lui sta diventando vecchio.
 
E sono ancora solo gocce di pioggia lucide appoggiate sulle stesse foglie.
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17 gennaio 2007 3 commenti
Non siamo mica gli americani (e nemmeno i cinesi) - 2° parte
 
La notizia rimbalza nella mia testa vuota, vuole uscire dalle orecchie ma ormai è incastrata.
 
27 Novembre 2006 Daniel Ortega esce vincitore dalle elezioni nicaraguensi, grazie al supporto del Venezuela che ha sostenuto apertamente la coalizione Nicaragua Trionfa, guidata dal Fronte Sandinista e ha saputo fronteggiare l’incoraggiamento dell’Amministrazione americana nei confronti del candidato sconfitto Eduardo Montealegre. Fin qui tutto OK.
Uno dei punti cruciali della campagna elettorale di Ortega è stato l’aumento del PIL del paese, attestato sui 4.911 miliardi di $ nel 2006 (per comparazione, quello dell’Italia è stato di 1.723.044 miliardi di $) in poco tempo attraverso una serie di riforme bla bla bla, un milione di posti di lavoro e le grandi infrastrutture: il canale del Nicaragua. Mi sembra di averlo già sentito da qualche parte questo programma elettorale soltanto che invece del Canale c’era il ponte sullo stretto di Messina.
 
Mi sono avventato sul programma politico di un paese fra i più poveri al mondo che non riesce a decollare economicamente e che ha tutti i problemi possibili ed immaginabili (chiedete al proprietario del BLOG che c’è stato!!), perché chi governa o vorrebbe governare non può cadere così in basso da pensare di vendere il proprio paese… infatti dietro al Venezuela e al Canale ci sono delle imprese e delle finanziarie con gli occhi a mandorla (cinesi e giapponesi) che hanno pensato bene di promuovere questo progetto.
Il canale, infatti, sfruttando il fiume San Juan e il lago Cocibolca permetterà il passaggio alle enormi petroliere e alle navi mercantili oltre le 250 mila tonnellate che, a causa delle dimensioni, oggi non possono passare attraverso il Canale di Panama e sono costrette ad aggirare a sud il continente Americano; le altre imbarcazioni invece potrebbero circumnavigare il globo con un risparmio di tempo di circa 11 ore ed evitando la lunghissima attesa in rada per il passaggio da Panama ormai sovraffollato.
Tutte queste note “economicamente positive” hanno però dei buchi enormi e inquietanti che non sono difficili da vedere, buchi che non potranno essere riempiti con l’aumento del PIL della nazione. Infatti i finanziatori effettivi e le compagnie che gestiranno il commercio (inevitabilmente straniere) preleveranno, come è successo a Panama, tutto o quasi il guadagno del Canale, le briciole invece verranno spartite dalla classe dirigente e dai pochi ricchi che potranno permettersi un posto in prima fila – questa è la legge. La popolazione vedrà solamente scomparire un fiume, un lago, una foresta e la barriera corallina. Queste ricchezze se venissero sfruttate in modo consapevole e adeguato, potrebbero con il tempo, garantire lo sviluppo umano della maggior parte dei 6 milioni persone che abitano questo paese.
Basterebbe prendere ad esempio un paese confinante, il Costa Rica, che non è un’oasi, sia chiaro, anche qui ci sono delle enormi contraddizioni, ma è un modello di crescita al quale anche il Nicaragua potrebbe tendere.
Il Costa Rica è un paese da sempre filoamericano che, tuttavia, ha scelto la conservazione delle risorse naturali come strada per lo sviluppo, la salvaguardia del territorio come priorità, l’antimilitarismo come bandiera (infatti non possiede un esercito). Negli ultimi vent’anni ha investito molto sulla alfabetizzazione e sulla scolarizzazione cercando, a volte con successo, di non essere solo il giardino tropicale dello zio Sam, manifestando apertamente contro la volontà degli USA di avviare attività di estrazione petrolifera che avrebbe portato a squilibri sociali. Forse è solo un’ipotesi rimandata, per ora il progetto delle trivellazioni è fermo e i risultati di sviluppo umano si vedono. Le statistiche non sono tutto, ma danno un’idea: il Prodotto interno Lordo del Costa Rica è di 45.137 miliardi di $, prodotti su un territorio di 51.113 Kmq popolato da quattro milioni di abitanti (il Nicaragua ha un territorio di 129.494 kmq con cinque milioni e mezzo di abitanti).
Le cifre annoiano ma le comparazioni affascinano e rimane la consapevolezza che una scelta differente potrebbe portare ad un futuro differente. 
  
[qui, la prima parte]

24 novembre 2006 1 commento
TRE ANNI ANCORA PER IL PARCO NATURALE DI CABO DE GATA
di Bradpizza
 
Se volete visitare il parco fatelo alla svelta! Questo è il consiglio…
La visione tragica di quello che succederà nei prossimi anni è reale in un paese come la Spagna in mano alle lobby dei costruttori e dei produttori di materiali per l’edilizia. La dittatura franchista è finita nel 1975 ma le decisioni a livello politico vengono condizionate irrimediabilmente dalle stesse mani, quelle che considerano il territorio diviso sommariamente in due zone, l’interno povero, agricolo, arido dedicato all’agricoltura e all’estrazione di materiali per l’edilizia, e la costa che deve essere sfruttata al massimo a livello turistico. La differenza con gli altri paesi europei è evidente…né in Italia né in Francia né in Grecia si vedono esempi recenti di devastazione del territorio come in Spagna: intere baie ridotte ad un accumulo di grattacieli in continua espansione (vedi Benidorm), intere colline ricoperte da una distesa infinita di villette bianche clonate dal medesimo architetto, intere vallate ricoperte dalla plastica degli “invernaderos”, le serre da cui proviene tutta, o quasi, la verdura che noi consumiamo in inverno, per non parlare degli incendi che ogni estate vengono appiccati volontariamente e spenti solo settimane dopo, senza vergogna, come in Galizia quest’anno.
Non c’è soluzione, c’è solo un piano che prevede l’utilizzo globale della risorsa suolo per la locazione di immobili destinati al turismo di massa che dall’Inghilterra, Germania, e dalle regioni interne della stessa Spagna, per tutto l’anno alimenta e foraggia la catena sociale. Tutto questo è successo e continua a succedere senza prendere minimamente in considerazione la particolare struttura idrogeologica e climatica della costa mediterranea, nel quale le precipitazioni sono talmente scarse da non permettere l’approvvigionamento idrico per la popolazione durante i mesi estivi.
Ogni tratto di costa è l’oggetto del desiderio delle lobby dei costruttori che non vedono l’ora di mettere le loro mani e portare le gru per cominciare i lavori – senza sosta.
Anche il Parco di Cabo de Gata non è immune da questo fenomeno, dichiarato Riserva della Biosfera dall’UNESCO nel 1997, subisce costantemente l’attacco delle imprese di costruzioni della zona di Nìjar e Almeria, che, con il tacito consenso delle amministrazioni, continuano a costruire ville e “chalet” nei pressi dei paesi maggiori, si notano infatti alcune gru sulla strada che porta a San Josè e Las Negras e altre sparse in altri centri abitati. I proprietari dei terreni guadagnano vendendo i loro terreni alle ditte di costruzioni e la ditta ricava soldi dalla vendita o dall’affitto dell’immobile in modo da poter pagare le sanzioni amministrative che la Comunità Europea impone a costruzione finita per aver edificato in area protetta.
Da parte delle amministrazioni c’è la volontà di rimanere in bilico mantenendo una facciata di impegno per la difesa dell’ambiente e l’utilizzo al massimo della risorsa ambientale venendo incontro alle volontà delle imprese. Mediando gli scandali che puntualmente arrivano sulle pagine dei giornali con la scusa che il progresso della comunità deriverà dall’aumento delle infrastrutture a disposizione dei cittadini e non dallo sviluppo di un turismo alternativo alle grandi masse. Si nota addirittura una velata polemica nei confronti dell’incremento di popolazione estiva – che, insieme al denaro, porta i più classici problemi di viabilità, rifiuti, infrastrutture.
Leggendo le interviste al sindaco di Nìjar si nota che il titolo di “Parco” invece di essere un valore aggiunto per il territorio, risulta un freno allo sviluppo, confermando le voci dei cittadini preoccupati dall’aumento dei permessi edilizi, che porteranno alla revoca del titolo di “Riserva della Biosfera”, eliminando in questo modo tutti i freni burocratici alle imprese. È solo una questione di tempo.
Dall’altra parte numerosi gruppi di attivisti e associazioni cercano di sostenere un Parco che, soprattutto se visitato ad agosto, nel periodo di massima affluenza di turisti, non ha i mezzi economici e materiali per R-esistere: l’Ente Parco ha 4 guardie che dovrebbero controllarne tutta la superficie, ad agosto 2 guardie sono in ferie. Ha poi un nucleo per la comunicazione ambientale che si occupa di organizzare attività ed escursioni tematiche indirizzate alla sensibilizzazione e alla protezione della natura.
È impossibile pensare di preservare una riserva naturale in questo modo, senza mezzi e senza uomini, soprattutto in un territorio vasto e spesso irraggiungibile con i mezzi motorizzati; capita perciò di vedere persone accampate in spiaggia, attività vietata ma spesso praticata, questo non sarebbe grave se le persone in questione avessero il minimo concetto di rispetto ambientale e non lasciassero qualsiasi rifiuto in spiaggia, o se ci fosse un sistema giornaliero di raccolta dei rifiuti. Capita poi di vedere natanti scaricare immondizia in mare danneggiando il turismo subacqueo, la conferma si ha parlando con un’istruttrice di sub del centro di buceo (Los Escullos) – i paesaggi marini sono invidiabili ma purtroppo sono rovinati dall’ignoranza della gente che butta l’immondizia in mare – oppure passeggiando lungo gli innumerevoli sentieri capita di arrivare in calette deserte, completamente sommerse da qualsiasi tipo di rifiuti.
Una riflessione di tipo economico, alla luce dei progressi e degli errori che altri paesi europei e la stessa Spagna hanno fatto in passato: la gestione amministrativa del Parco vorrebbe che l’area assumesse le caratteristiche di una località turistica “di massa”, senza tener conto delle difficoltà e delle possibilità reali del territorio (infrastrutture, viabilità…ecc). Crede di poter risolvere il problema con il compenso immediato dato dallo sviluppo dell’impiego derivante dall’avvio di costruzioni massicce e dalla vendita immobiliare.
Il resto del mondo preferirebbe che le attività del Parco restassero di tipo naturalistico, e che i posti di lavoro venissero creati all’interno dell’Ente Parco o di strutture affini ad esso, in modo da mantenere una diversità, non solo biologica ma anche sociale.

23 febbraio 2006 Nessun commento

DORMIAMO
di Bradpizza

Non so mai niente…mi arrampico sui vetri.

E adesso che sto scomparendo vorrei lasciare queste due righe, più per compiacermi di quanto sono stato capace di soffrire stanotte, di quanto tempo ho passato a credere nell’amore eterno e nel bene incondizionato, per quante notti ho passato a girare topo impazzito nelle tue vie per trovarti, per sentire il tuo respiro nel tuo ascensore freddo, accucciato fuori dalla tua porta con il cuore in gola…a fare cazzate, a parlare e parlare e parlare, e ancora parlare…sempre pronto a incazzarmi e a sbraitare per quello che mi serviva il mondo sul piatto freddo della vita. Ogni giorno… sempre pronto a sputare sui piedi del prossimo per inseguire i tuoi, a scavare l’asfalto e la terra, a inseguire le lancette per essere il Perfetto Orario Spaccato dietro il vetro di quell’orologio che non hai mai guardato e mi hai sempre guardato bene dall’osservare perché tanto i minuti e i quarto d’ora volano via dalle mani impegnate a truccarti a sistemare fogli e allacciare reggiseni e provare e scegliere e scartare.
Vorrei che almeno stanotte nessuno pensasse più a niente a quello che sta per accadere domani solo sui quotidiani, a convincersi e a convincere chi gli sta vicino della sua fedeltà, della sua integrità, mostrando la faccia più sincera, quella adatta a rifilare l’enciclopedia di turno o la batteria di pentole in omaggio.
Stanotte i legami sono scomparsi, non c’è alcuna possibilità di comunicare, completamente isolato dalla realtà, mi sono ricordato di quel pomeriggio passato ad osservare un ragazzo di cent’anni che palleggiava nel piazzale, incurante della luce drammatica del sole e dell’aria appena tiepida che entrava ovunque, nelle orecchie fra i denti, come se fosse normale uscire di nuovo il pomeriggio, come se fosse normale ricominciare a fiorire dal nulla di questo ghiaccio, di questo universo grigio scuro che ci divide da mesi di incomprensioni in cui l’unico scopo è stato lasciare perdere che tanto la fine sta arrivando, degna conseguenza dell’inseguimento serrato dei sogni di caldo diffuso che si susseguono, di magliette e giornate passate al Sole, come un biglietto lasciato sul parabrezza che su tutti e due i lati dovrebbe aver stampata la stessa solita pubblicità di supermercato pensato per voi, per voi che siete stanchi dei prezzi gonfiati e delle code dal salumiere. Siamo tutti stanchi di viverci addosso, licheni, parassiti con un retrogusto di sigaretta acida abbandonata da giorni nel posacenere della vita dove hai raccolto e accumulato tutto lo schifo del mondo convinto che fosse finito lì o che fosse così grande da fagocitarlo. Invece il fardello è ingombrante e non vedi la fine… Raschia!! Raschia con insistenza tutti i fondali ma la fogna è sempre pronta a spurgare, a far morire i pesci che hai cresciuto con gioia…ti dava fastidio che boccheggiassero di notte ma era il loro modo di divertirsi, adesso non preoccuparti e dormi. Abbracciami e dormi che ho acceso il gas, quello che non riscalda opssss…che trapassa. Sarai immune da questa pazzia notturna…come quando volevo che ci annegassimo nelle acque della baia, travolti dalle correnti notturne. Dopo aver abbandonato la macchina al chiaro di Luna scendiamo per la scogliera e intanto ci leviamo i vestiti convinti che non ci sarà mai più niente di così pazzo e di così unico come la notte che ci siamo incontrati e ci battevano i denti. Nel locale faceva caldo e si sudava alcol, ma noi due ci siamo guardati e ci è venuta la febbre, la smania di trovarci da soli…per toccarci e baciarci per sdraiarci per terra e senza rumore continuare a tremare sotto il lenzuolo che ci rubiamo ogni notte …la trapunta che cade e le tue braccia si stringono e cadono e poi nulla.
Respiro contro respiro. Respiro in un mondo a parte, contro ogni aspettativa dormiamo.

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