Archivio

Posts Tagged ‘auster’

“L’uomo nel buio” di Paul Auster

9 dicembre 2008 Nessun commento

L’uomo nel buio
di Paul Auster
– Einaudi - 
 
La notte è ancora giovane, e mentre sto supino con gli occhi che guardano nel buio, un buio così nero che non si vede il soffitto, comincio a ricordarmi il racconto che ho iniziato la notte scorsa. Quando il sonno non vuole venire faccio così. Rimango steso a letto e mi racconto storie. Forse vorranno dire poco, ma fino a quando sono al loro interno mi impediscono di pensare alle cose che preferirei scordare. Restare concentrato, però, può essere dura, e il più delle volte la mia mente finisce per scivolare dalla storia che cerco di raccontare alle cose cui non vorrei pensare. Non posso farci nulla. Fallisco a ripetizione, sono più i fallimenti dei successi, ma questo non significa che non faccia il possibile.
*
Mani delicate, è vero. Ma anche forti. Mani sapienti. E’ questo che pensavo. Mani che sapevano parlare.
*
… ma per quanto mia figlia sia intelligente, in lei c’è ancora qualcosa di ingenuo e fragile, e vorrei tanto che imparasse che le azioni che gli esseri umani perpetrano gli uni contro gli altri non sono solo aberrazioni, ma una parte essenziale di quello che noi siamo. In questo modo soffrirebbe meno. Il mondo non le crollerebbe addosso ogni volta che le succede qualcosa di negativo, e non si addormenterebbe ogni notte in lacrime.
*
Per tutta la vita ho voluto fare lo scrittore. Tu lo sai, August. Ti ho mostrato per anni i miei squallidi raccontini, e tu sei stato così buono da leggerli e darmi il tuo parere. Mi hai incoraggiato, e te ne sono davvero grato, ma tutti e due sappiamo che non valgono niente. La mia roba è arida, pesante e monocorde. Ogni parola che ho scritto fin qui è merda. Ho finito l’università da più di un anno e passo i giorni seduto in ufficio a rispondere al telefono per un agente letterario. Che vita è? Così tranquilla, cazzo, così monotona. Non la sopporto più. Io non so niente, August. Io non ho fatto niente. Per questo vado via. Per sperimentare qualcosa che non riguarda me stesso. Per ritrovarmi fuori, nel grande e marcio mondo, e scoprire cosa si sente a essere parte della storia.
*
Fuggire in un film non è come fuggire in un libro. I libri ti costringono a contraccambiarli con qualcosa, a esercitare l’intelligenza e la fantasia, mentre un film si può vedere – e anche godere – in uno stato di passività inerte.
*
E così Brick e Flora continuano a nuotare nel loro nulla coniugale, nella piccola vita alla quale l’ha convinto a tornare con il buonsenso di una donna che non crede in altri mondi, che sa che esiste solo questo e il trantran narcotizzante e i brevi battibecchi e le ansie finanziarie ne sono una parte essenziale, che malgrado le pene e le noie e le delusioni vivere in questo mondo è la cosa più vicina a vedere il paradiso a cui mai arriveremo.
*
… andavo in giro con la sensazione che la mia vita non mi fosse mai appartenuta davvero, di non avere mai davvero abitato me stesso, di non essere mai stato reale. E non essendo reale non capivo l’effetto che avevo sugli altri, il male che potevo far loro, le ferite che potevo infliggere a quelli che mi volevano bene.
*
Se dovessi morire prima di svegliarmi. Tutto procede così in fretta. Ieri un bambino, oggi un vecchio, e quanti battiti del cuore da allora a oggi, quanti respiri, quante parole dette e sentite… Che mi tocchi, qualcuno. Che mi metta la mano sulla faccia e mi parli…
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Che Auster scriva bene non è in discussione, ma qui è la storia che non mi ha convinto, perché l’idea di principio era molto buona, ma com’è stata sviluppata mi ha lasciato la sensazione di un abbozzo, niente di compiuto e con un senso finale troppo evanescente.

da “L’invenzione della solitudine” di Paul Auster – Einaudi
(seconda e ultima parte)
 
Dato il curioso rapporto che aveva con il denaro (desiderio di arricchirsi, incapacità di spendere) non sorprende più di tanto che abbia trascorso la vita fra i poveri. Paragonato a loro era un uomo di immensa ricchezza; inoltre, passando le giornate fra gente che non possedeva quasi nulla, poteva tenere d’occhio la cosa che più temeva al mondo: essere al verde. Ciò conferiva la quadro la giusta prospettiva. Non si considerava spilorcio, ma assennato. Un uomo che conosce il valore di un dollaro. Doveva essere vigile: solo questo l’avrebbe tenuto lontano dall’incubo della povertà.
*
Una sera, senza motivo, uscì a fare un giro per le strade senza vita intorno alla Cinquantesima Ovest e approdò in un topless bar. Mentre era seduto a bere una birra, a un tratto si trovò di fianco una ragazza voluttuosamente nuda, che gli si accostò furtiva e cominciò a descrivergli tutte le porcate che gli avrebbe fatto se lui l’avesse pagata per andare “nella stanza sul retro”. In quell’approccio c’era un qualcosa di così scopertamente comico e terra-terra che alla fine accettò la proposta. Concordarono che lei gli succhiasse il pene, dato che vantava uno straordinario talento per la specialità: e in effetti vi si gettò con un entusiasmo tale da lasciarlo basito. Le venne quasi subito nella bocca, con un lungo e palpitante zampillo di seme, e proprio in quell’istante ebbe la seguente illuminazione, che poi ha continuato a irraggiarsi in lui: ogni eiaculazione contiene vari miliardi si spermatozoi – più o meno lo stesso numero della popolazione mondiale -, il che significa che ogni uomo ha in sé la potenzialità di tutto un mondo. E che in linea teorica saprebbe riprodurre tutta la gamma delle possibilità: una covata di idioti e di geni, belli e deformi, santi, catatonici, ladri, agenti di borsa e funamboli. Di conseguenza ogni uomo è il mondo intero, e reca nei suoi geni la memoria di tutta la specie.
*
Il suo modo di parlare era particolarmente ricercato. Un asciugamano non era mai un semplice asciugamano, ma una serviette. Un drogato, era un “tossicomane”. Non diceva mai “Ho visto…”, ma “Ho avuto l’opportunità di osservare…” Così facendo, riusciva a dilatare la parola tramutandola in un luogo più fascinoso ed esotico, riservato a lui stesso.

da “L’invenzione della solitudine” di Paul Auster – Einaudi
(prima parte)
 
Il mondo lo colpiva di rimbalzo, gli sbatteva contro, a volte aderiva a lui, ma non lo attraversava mai.
*
Quella vita gli si confaceva, e capivo perché a matrimonio fallito la riprese. E’ naturale che un uomo che sopporta la vita solo a patto di restarle in superficie si accontenti di non offrire agli altri più che la superficie stessa. Ci sono poche esigenze da soddisfare, non ci si pone in gioco. Al contrario, il matrimonio sbarra le uscite: l’esistenza rimane confinata in uno spazio ristretto, dove si è costretti a rivelarsi in continuazione e, di conseguenza, continuamente forzati a guardarsi dentro, esplorando i propri anditi. Finché l’uscita resta aperta non ci sono problemi: si può sempre scappare. Possiamo evitare confronti spiacevoli, sia con noi stessi sia con gli altri, soltanto allontanandoci.
*
Quando riuscivi finalmente a trovare un terreno comune, lui tirava fuori il badile e cominciava a spalartelo via da sotto i piedi.
*
Vigilia di Natale 1979. La sua vita non sembrava più svolgersi nel presente. Ogni volta che accendeva la radio e ascoltava le notizie del mondo, si trovava a immaginare che le parole descrivessero fatti accaduti tanto tempo fa. Pur vivendo nel presente, era come se lo guardasse dal futuro, e quel presente-passato era così remoto che anche gli orrori del momento, che normalmente lo avrebbero colmato di indignazione, gli sembravano sorpassati, come se la voce alla radio leggesse la cronache di una civiltà sepolta. Successivamente, in un momento di maggior lucidità, avrebbe definito quella sensazione “nostalgia del presente”.
*
La forza della contraddizione, sfrenata, totalmente mistificatoria. Ora capisco che ogni evento è azzerato dall’evento successivo, che ogni pensiero ne genere un altro uguale e contrario. Impossibile affermare qualcosa senza riserve: era buono, era cattivo; era questo, era quello. Tutte le affermazioni sono vere. A volte ho l’impressione di descrivere tre o quattro individui differenti, ciascuno distinto e in contraddizione con gli altri. Frammenti. O l’aneddoto come forma conoscitiva.
*
Per lui il mondo si è ridotto a quella stanza, e fino a quando non sarà riuscito a comprenderla deve restare dov’è. Solo una cosa è certa: finché è lì non può essere altrove. E se non gli riesce di trovare quel luogo, per lui è assurdo pensare di cercarne altri.
*
Come trova straordinario che certe mattine, appena alzato, mentre si china ad allacciarsi le scarpe lo pervada una felicità così intensa, così naturalmente e armoniosamente in sintonia con il mondo, da farlo sentire vivo nel presente, un presente che lo circonda e lo intride, e dilaga in lui con la repentina, straripante consapevolezza di essere vivo. E la felicità che allora scopre in sé è straordinaria, lui trova quelle felicità straordinaria.
*
Ha passato gran parte della vita da adulto camminando per le città, per lo più straniere. Ha passato gran parte della vita da adulto chino su un breve rettangolo di legno, concentrato su un rettangolo di carta bianca ancor più piccolo. Ha passato gran parte della vita da adulto a sedersi, ad alzarsi, a risedersi e a camminare avanti e indietro. Sono questi i limiti del mondo conosciuto. Ascolta. Quando sente qualcosa, si rimette in ascolto. Poi aspetta. Guarda e aspetta. E quando inizia a vedere qualcosa, torna a guardare e aspettare. E i limiti del mondo conosciuto sono questi.
*
Poiché nessuna parola può venire scritta senza prima essere stata vista, e prima di trovare la strada fino alla pagina dev’essere stata parte del corpo, una presenza fisica con cui si è vissuti proprio come viviamo con il nostro cuore, lo stomaco, il cervello.
*
Non un rigo per giorni e giorni.
Nonostante le scuse che mi sono inventato, ho capito che sta succedendo. Più mi avvicino alla conclusione di quello che posso dire, più divento restio a dire qualsiasi cosa. Voglio rimandare il momento di concludere per illudermi di aver appena iniziato, che la parte migliore della storia debba ancora arrivare. Per inutili che possano apparire, queste parole si sono frapposte tra me e un silenzio che continua a sbigottirmi. Quando mi ritroverò addosso quel silenzio, vorrà dire che mio padre è scomparso per sempre.
*
E’ stato. Non sarà mai più. Ricorda.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Un libro che è il ricordo di una persona, di un padre. Un ricordo che seppur minato dalla lontananza in vita, non sbiadisce nella morte, anzi.
Buona la prima parte (Ritratto di un uomo invisibile), molto meno la seconda (Il libro della memoria), troppo spezzettata e a volte quasi distaccata.

“Trilogia di New York” di Paul Auster

Trilogia di New York
di Paul Auster
- Einaudi -

Sono nuovo ogni giorno. Nasco quando mi alzo la mattina, durante il giorno invecchio e muoio alla notte quando vado a dormire.
*
Per conoscere, si deve comprendere.
*
Perché l’utopia non si trova in nessun luogo… nemmeno, spiegava Dark, nella sua stessa “verbalità”.
*
Il vecchio vagava per le vie della zona avanzando lentamente, talvolta a tappe infinitesimali, interrompendosi, riprendendo il cammino, fermandosi di nuovo come se ogni passo andasse soppesato o misurato prima di prendere il suo posto nella somma totale dei passi compiuti.
*
La gente per lo più non si sofferma su queste cose. Pensano che le parole siano macigni, grandi oggetti inanimati e inerti, come monadi immutabili.
*
Una bugia non si cancella. Nemmeno con la verità.
*
Non puoi odiare così violentemente qualcosa se una parte di te non la ama.

Postilla squisitamente PERSONALE
Ho scelto pezzi solo dal primo racconto lungo (Città di vetro), ma anche gli altri due (Fantasmi & La stanza chiusa) meritano. Molto cinematografico questo libro e potrebbe sembrare ovvio visto che le sceneggiature di Smoke & Blue in the face sono sue.