Scogliera
di Olivier Adam
– minimumfax -
Sulla destra, a diversi metri dalle scogliere, il mare si è ritirato scoprendo una sabbia scura e ciottoli grigi, e palpita come un muscolo, riempie l’aria e sembra il mondo intero.
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Allora qualcosa di infinitamente triste riempiva lo spazio, inaridiva l’aria, modificava gli odori. A un tratto tutto sembrava sospeso, in balia di un’esitazione delle cose, come un’asma, un balbettio. Una tristezza brumosa, una specie di novembre infinito ci congelava dal di dentro e a me veniva un nodo in gola senza che sapessi perché.
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Antoine bevevo parecchio, e metteva le mani su tutto ciò che si poteva fumare o ingoiare. Era completamente fuori, era un corpo che balla, un corpo in estasi. Toccava il fuoco, il fiume, il cielo e la notte con un dito. La musica gli si insinuava in ogni arto, e l’amore gli scorreva nelle vene. Ci stringeva tra le braccia uno dopo l’altro, ci sussurrava di essere felici, e parlava come se stesse per morire. Come se per lui i giochi fossero fatti, tutto fosse compiuto. Come se avesse mancato il bersaglio una volta per tutte e ormai si affidasse soltanto all’ebbrezza, alla velocità e alle sensazioni.
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… era pieno giorno e un sole acido scartavetrava il cielo.
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Ora mi rendo conto che di Lorette non sapevo nulla. Chi era veramente? Chi ho baciato per tutti quegli anni? Di chi era quel corpo magro, con le vene livide sotto pelle, che ho accarezzato, coccolato, penetrato, scoperto, rivoltato? Ricordo una bambina silenziosa e selvatica, dalla voce rauca e velata, gli occhi sempre lucidi, come ricoperti di una pellicola d’acqua tremula. Una ragazzina che ballava mentre dalle sue mani salivano volute di fumo. Ricordo le sue braccia attorno a me, la mia testa nell’incavo della sua spalla, le sue labbra incollate al collo di una bottiglia qualsiasi, i suoi piedi che danzavano fra le tavole verdi della panchina e la sabbia sotto. Ricordo il suo sguardo perso oltre la finestra di camera sua, i suoi occhi in quell’orizzonte di cemento, di esseri umani agglomerati a migliaia, di nastri di asfalto, di rotaie, un orizzonte di edifici e boschi in lontananza, di finestre illuminate e dietro, per quanto sia possibile da immaginare, migliaia di vie monotone e senza logica.
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Questa vita mi ha guarito da niente, era semplicemente possibile, a differenza di qualsiasi altra, soprattutto di quella che avevo appena abbandonato. Era una vita di silenzio e di vuoto, di assenza e di acuta presenza rispetto alle cose, ai cambiamenti di luce, all’immobile movimento dei flutti, ai profumi, alla consistenza dell’aria. Era una vita in cui finalmente trovavo uno spazio, discosta da tutto ma tranquilla, un corpo che si riempie d’aria e di spruzzi, un cervello interamente occupato dal rumore del mare e del vento, dalla compagnia degli uccelli.
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… credo che in fondo, se non piangevo, è perché le lacrime m’inondavano dentro, affogavano i miei organi il cuore il sangue le viscere i polmoni, fino a rendermi liquido e piovoso.
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Non sappiamo nulla di ciò che lega le persone: spesso loro stesse lo ignorano, e lo scoprono perdendosi.
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O ancora sulla sabbia di una spiaggia in Bretagna, distesa a filo della marea crescente, di nuovo immobile e con un sorriso da santa in estasi, gli occhi rivolti al cielo tempestato di uccelli, mentre si lasciava sommergere dall’acqua salata che la ricopriva piano, affogandole gli occhi, i polmoni. Le sue mani frugavano la sabbia, i granelli le si insinuavano sottopelle, nelle pieghe, e le rigavano gli occhi come un diamante il vetro, corpo e volto levigati, corrosi dal sale, raschiati fino all’osso.
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Le nostre vite sono tutte uguali. Le nostre vite sono identiche e inquiete. I nostri ricordi sbiaditi, corrosi dall’acido, smagliati come cotone scadente. Il nostro futuro svanito, la nostra storia illeggibile, senza contorni né spina dorsale, a luci spente. Le nostre vite sono pezzi mal assemblati, frammenti sparpagliati che non si combineranno mai. Le nostre vite sono moderne e dimenticate, insignificanti e abbandonate. Milioni di finestre illuminate, fari nella notte, corpi nelle città.
Postilla squisitamente PERSONALE
La sua raccolta di racconti “Passare l’inverno” letta in precedenza non mi era piaciuta molto, nonostante nello stile narrativo qualcosa mi avesse colpito, e infatti… gran romanzo! Un po’ mi ha ricordato quello di Forest, fin troppo evidenti le possibili caratteristiche in comune, anche se in questo i rapporti sono letteralmente ribaltati.
Qui, potete leggere le prime pagine del libro che sarebbero state riportate integralmente, ma che per questioni di spazio… come le ultime del resto.