bajani da “Cordiali saluti” di Andrea Bajani – Einaudi

Il direttore vendite si sarà tirato in piedi con la faccia tesa, e infilando le mani nelle tasche avrà estratto le chiavi della macchina, e le avrà posate sul tavolo di fronte ai due signori. Poi avrà rimesso le mani in tasca e avrà tirato fuori il telefono cellulare, posandolo sul tavolo insieme alla carta di credito, al tesserino magnetico per entrare in azienda e al computer portatile. Quindi con la faccia tesa si sarà seduto di fronte a quel cumulo di protesi aziendali diventate inutili per decorrenza dei termini.
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Comunque quella sedia non è di nessuno, dice, ma non la può usare. Ma perchè, perchè ha i braccioli. Dico Ah. Dice i braccioli sono dei dirigenti, l’ha comunicato il direttore del personale. Chiedo di nuovo perchè, mi dice che il direttore del personale ha comunicato che solo i dirigenti devono incrociare la mani per riflettere. Per incrociare la mani per riflettere, ha aggiunto, servono i braccioli per poterci appoggiare i gomiti sopra, il corpo più rilassato. Dico Ah. Mi chiede Tu incroci spesso le mani per riflettere? Dico No. Dice Appunto.
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Se bussavi, mentre digitava i propri addii, non ti rispondeva. Diceva che si chiamava Door Policy, quella che quando una porta è chiusa è perchè non si deve disturbare, se è aperta invece si può. Bussare non serviva a niente. La Door Policy eliminava in un colpo solo la timorata educazione precauzionale delle nocche.
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… quasi le cinque e il buio tirato via dal cielo come una coperta.
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Guidare un taxi dev’essere questa imprevedibilità dell’ascolto portata a spasso col tassametro, mozziconi di cose che sbarcano all’improvviso nelle orecchie, che aggiungono o sottraggono silenzio alla strada.
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Qui in ospedale non ci sono più corpi, ma spoglie di pelle aggrappata alle ossa come camici all’attaccapanni.
[...]
Nei corridoio c’è solo gente che non dice e non fa. Che arranca nel sudiciume delle deriva fisica, con i capelli come erba marcita e la curvatura in avanti di chi vada verso il basso, di chi si lasci smottare verso i piedi a chiudere il cerchio con il corpo.
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Hanno voluto stare dietro vicini, senza le scarpe e con i piedi sui sedili. Da lì fanno la conta dei negozi di ferramenta che ci sono lungo la strada, a me chiedono soltanto di tenere il conto e guidare. Il primo che raggiunge i dieci ferramenta vince un cacciavite, hanno questa ossessione. Lui seduto, lei in ginocchio, ognuno guarda fuori dal finestrino come quando si arriva in villeggiatura, che tutto va registrato, finisce sull’estratto conto della felicità.
 
Postilla squisitamente PERSONALE:
il romanzo (racconto lungo?) all’inizio è divertente, seppur amaro, ma dopo un’ora e mezza (tempo di lettura) non rimane poi molto.
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  1. utente anonimo
    27 luglio 2005 a 11:07 | #1

    gatto ma ero io, smartolin…
    mi sono pure firmata.
    sigh

  2. 27 luglio 2005 a 11:17 | #2

    nein, ma immaginavo… ho pure letto la tua recensione su ibs… come fa a rimanerti qualcosa da un libro così ?? proprio non lo capisco, spiegami… a me sembra un libretto molto furbetto, piacevole a tratti, ma niente di più

  3. utente anonimo
    28 luglio 2005 a 17:09 | #3

    era più un elogio alla simpatia dell’autore e al suo girino che ha decantatato in un pomeriggio “dilagante” dove qualcuno non c’era…comunque mi è piaciuto sinceramente, sulla furbizia…peut etre…

  4. 28 luglio 2005 a 17:17 | #4

    1° staccare l’autore dal libro

    2° che ti possa piacere è un conto, ma definirlo un bel libro è un altro? no?

    o come al solito sto a vede’ er capello ?

  5. utente anonimo
    8 agosto 2005 a 10:52 | #5

    Ha ragione Subliminalpop:” un libretto molto furbetto”.
    Un compitino scritto SENZA UNA VERA URGENZA. Per fortuna si legge in mezzo pomeriggio.

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