da “Tolbiac” di Beppe Sebaste – Baldini&Castoldi(prima parte)
Dai rami dei pini mi arriva un gustoso fracasso di passeri, e trilli di merli più melodiosi e isolati dalle altre piante. Aspetto che il sole raggiunga la finestra e il mio volto, che lascio lì appeso ad annusare l’aria e l’odore dell’erba tagliata di fresco. In un angolo del giardino vedo le rose, e gli oleandri ben aperti.
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L’altra cosa certa è che B., lo scrittore Bruno S., era sparito da oltre due anni la sciando la sua casa intatta e brulicante di vita – ammesso che fossero sinonimi di vita una stanza ingombra di libri e carte, una segreteria zeppa di messaggi fino all’esaurimento, la camera da letto in un bazar di camicie, giacche e calzini. La cucina no, era in ordine come un dopopranzo lindamente specchiato. Non sembrava la casa di chi se ne fosse andato per sempre, ma di chi continuava a stare lì, come una vita momentaneamente sospesa, o invisibile.
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… io guardavo il mare, e il mare guardava me, col suo abito blu e argento di prima del tramonto.
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E’ solo che quel poco di curiosità che hanno mostrato verso B. oscillava tra la volubilità oziosa degli ovali ghirigori di una mosca in una stanza, e quella sincopata, bavosa e ilare di una iena a colazione.
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Se la felicità è quello che ci manca, essa ci deve mancare. Siamo ciò che manca, ciò che manca deve mancare. Cause senza effetti, silenzio senza voce.
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Bruno invece era uno scrittore a colori, capace di far vedere il mondo là fuori con le parole. E io, che sapevo discernere il bianco dal nero, col tempo mi sono accorto di certe sfumature. Ho imparato che i colori non finiscono mai. E che questo è bello, ma anche stranamente doloroso.
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Come un folle guarito, avrebbe detto lui, folle perchè guarito.
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Non so perchè, ma quando si guarda qualcuno da vicino, sono le cose più insignificanti ad attirare l’attenzione, a restare nella memoria. ma come si può decidere che cosa è importante, e che cosa non lo è?
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… spesso ci si comporta come se ci fosse qualcosa da esprimere.
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La solitudine, aveva detto B. una volta, è non avere nessuna persona al corrente della tua solitudine. Nessuno a cui dirla, raccontarla.
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Se B. aveva voluto smettere di scrivere e di pubblicare, di imbalsamare e inscatolare frasi dentro libri come tombe, non c’era luogo migliore di quello per continuare a dare parole a chi non legge, a chi non sa di leggere. Scrittura e lettura senza scopo né merito, senza ricompensa, senza paternità né autore, la scrittura che scorreva su Internet era qualcosa di liquido ed ectoplasmico, che rubava e si faceva rubare, virtualmente di tutti, di chiunque avesse voglia di prenderla e possederla. Come un dono che non sai più di avere fatto, né di averlo ricevuto. Che non lascia traccia di debito e di credito, che puoi usare come e quando ti pare.
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Tutto è nella mente, e la mente non è in nessun luogo. Concentrati sullo spazio vuoto tra un pensiero e l’altro, e prova a restare in quell’intervallo.
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Era ancora per certi versi compresso e come imbozzolato, come se dovesse imparare a scaricare il corpo e la mente di un’energia che continuava ad accumulare.
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Ma è difficile dire se si è soli o se ci senta soli.
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L’amore, un’idea tutta liquida (liquida!), l’emozione di perdersi dentro di lei come in un lago, di vivere dentro il suo corpo, o di morirci (nascere dentro il suo corpo!). Lago, fulmine, torrente. Corrente.
Cuore. Parole. Niente di tutto questo. Nemmeno niente di simile.
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Il problema non era più diventare ciò che si è. Il problema è – lo diceva perfino B. – essere ciò che si è diventati.
Postilla squisitamente PERSONALE:
un bel libro, con una pecca che dopo cercherò di spiegare. Un libro dove le emozioni, le sensazioni vengono dipinte. Un libro di stati d’animo, a volte alteratamente confusi. Un libro che per un aspirante scribacchino sarà sicuramente interessante, ricco di spunti com’è. L’uso delle parole, frasi corte e precise come ferite sottopelle.
E adesso la pecca: il finale che sembra troppo sfocato, nonostante l’autore riesca a introdurre molto bene questa sorta di oblio, riconoscimento e sua negazione, si ha la sensazione di perdersi in una nebbia fitta (bene, giusto!), ma che, arrivati al di là del muro, la visione sia inferiore alle nostre aspettative.
E adesso la pecca: il finale che sembra troppo sfocato, nonostante l’autore riesca a introdurre molto bene questa sorta di oblio, riconoscimento e sua negazione, si ha la sensazione di perdersi in una nebbia fitta (bene, giusto!), ma che, arrivati al di là del muro, la visione sia inferiore alle nostre aspettative.