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“Trilobiti” di Breece D’J Pancake

Trilobiti
di Breece D’J Pancake
– Isbn edizioni
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Il sole non stava ancora tramontando, ma ormai non si poteva più vedere. Si nascondeva dietro ai pendii a ovest in modo da lasciar trapelare soltanto una debole traccia; infuocava le cime in un fuoco verde e abbandonava tutto ciò che era nella valle a una fredda ombra pulita.
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La carcassa brillava come il guscio di una cozza nel sole della domenica.
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Mentre lui si toglieva le scarpe, lei fu colpita molto più del solito dal suo dorso arcuato; ma quando lui si girò verso di lei, il suo petto si gonfiò mentre si sbottonava la camicia. Da dove stava, la luce dell’ingresso si mischiava con quella della tv, colpendo i suoi occhi con lampi bianchi e rosa mentre lei si muoveva tra le onde delle coperte per fargli posto.
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“Non è solo che non sono capace” dico. “E’ che non voglio farmi il culo per qualcosa solo perchè non sono capace di farla.”
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“Puzzi così tanto che ti stanno seguendo i becchini.”
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Cammino, ma non ho paura. Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni.
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Mi guardo attorno. Tutte queste persone sono uscite dalle loro tane perchè per loro non ci sono feste a cui andare. Sono sconosciuti che giocano a biliardo o a flipper, mentre si fanno un goccetto. Tutto l’anno stringono i denti, pompano petrolio e servono ai tavoli e scopano puttane o provocano i gay, e non gli piace niente di tutto questo, ma sanno che la loro fortuna è averlo.
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Ma non è così semplice adesso come allora, non è facile essere una parte di Ellen senza conoscere o voler conoscere la trama che fanno i nostri baci.
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Il vecchio Gerlock esce, Shiela e il suo cane giallo dietro di lui; Ottie si alza in piedi per stringergli la mano e guarda ancora una volta il viso severo del vecchio. Vede occhi affaticati dagli anni duri e linee e rughe depositate dal tempo, dalle generazioni che hanno cercato di costruirsi un posto dove vivere.
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La luce del giorno incendia i verdi crinali, cambia i colori della nebbia, deposita un tono rossastro sui mattoni della strada di Rock Camp. Le luci dei lampioni si spengono tremando e i segnali del traffico all’altro capo del giogo di Front Street si accendono all’improvviso; senza fermare nulla, senza annunciare nulla, senza affrettare nulla.
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Sorrido mentre svuoto il sacco nel lavandino arrugginito, ma la puzza della stalla, il fieno, le bestie, la benzina, mi fa ricordare. Simo stati io e mio padre a costruire quella stalla. Guardo ogni chiodo con lo stesso dolore sordo.
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“Come ti va Bo?” Era sincera e la cosa gli piaceva.
“Non mi è chiaro, Lucy. Mi annoio, credo.”
“Prova con una canzone diversa, domani.”
“Domani è domenica. E poi, non è la mia canzone che mi annoia.”
“Quanti anni hai detto di avere?”
“Sedici, l’ultima volta che li ho contati.”
“Ci hai messo undici anni prima di annoiarti?”
“Ci è voluto tutto questo tempo perchè facesse effetto.”
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Il sole disegna una cicatrice d’avorio nel cielo dietro le colline.
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Usciamo e lei prende e mi aggrappa al braccio. Sento le sue dita come nastri sulle vene della mia mano.
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Voglio parlare, ma le immagini non diventano parole. Mi vedo disintegrato, ogni cellula a miglia di distanza dalle altre. Le rimetto tutte insieme e mi inginocchio sull’erba scura. Mi sdraio a faccia in su e guardo a lungo nel vuoto prima di chiudere gli occhi.
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Una notte d’autunno era passata senza lasciar traccia sulle pezze d’asfalto della stradina che conduceva a Parkins. Una grigia cascata di luce cominciò a spuntare dalle colline che dominavano la vallata a est, e infiltrò una foschia azzurra nel cuore del cupo intreccio dei rami di quercia. Soffiava un vento debole che faceva rabbrividire e le fogli di sicomoro frusciavano sul marciapiede, per essere bloccate sul ciglio della gramigna d’un verde violento.
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Nella finestra vedo i nostri fantasmi contro la luce scura del vetro.
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“Sì. Sono solo un po’ nervoso stasera. Faccio il secondo su un rimorchiatore. E’ pericoloso.”
“Che cosa fa il secondo?”
“Tutto quello che il capitano e il primo non fanno. Non è una gran vita.”
“E allora perché non molli?”
“C’è di peggio. Mollare non è la situazione.”
“Forse no.”
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Il buio è la cosa migliore. Non c’è viso, non ci sono parole, c’è solo la pelle calda, qualcosa di vicino e di dolce, qualcosa in cui perdersi.
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Bo li osservava in disparte. Si chiese perché non riusciva a identificarsi con gli uomini tollerando la loro musica, le loro partite a carte e la loro caccia alla volpe, ma sapeva che una leggera crosta di indifferenza limitava la sua socievolezza.
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Chester era più furbo di qualsiasi merdoso topo di fogna perché Chester se ne era andato prima che la merda cominciasse a cadere. Ma Chester aveva due problemi: numero uno, aveva avuto successo; e numero due, era tornato indietro.
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Là fuori le lampade a vapore guizzavano violacee, fanno rimbalzare la luce sul marciapiede, distorcono i colori di ogni cosa.
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Probabilmente avrei preso un treno perché quello era l’unico modo di andarsene dalle storie sulla depressione che mi raccontava mio padre e avrei potuto incontrare anche qualche Numero Uno su un misero vagone a pianale, l’avrei ascoltato tracciare vecchi sogni sul pavimento della carrozza con un mozzicone di sigaretta.
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Il cielo è blu scuro e la nebbia è un fumo freddo che rimane basso sul terreno. In questa prima traccia di buio le mie mani sembrano azzurre, ma non fredde; cose così diventano fredde prima o poi, ma per ora la mia mano è calda.
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La pioggia si gonfia e ulula, sferzando scrosci d’acqua lungo i marciapiedi.
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Papà, il tempo fa solo andare le cose ancora più dentro.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Grandi racconti (Trilobiti su tutti e a seguire Cacciatori di volpi – Che ne sarà del legno secco? – Il marchio – La cava – Onore ai morti …) di questo autore amato da molti (Joyce Carol Oates – Tom Waits – Kurt VonnegutJ.T. Leroy – Margaret Atwood …) e purtroppo morto suicida a soli 26 anni. Abilissimo nel dipingere la sfumatura di un America rurale e del suo vivere quotidiano, forse troppo. Insomma leggetelo, nonostante l’edizione strapiena di errori e una traduzione che più volte lascia perplessi (anche se non sono esperto di traduzioni, basta leggere quel “Mami” e “Papi” in Trilobiti per avere il dubbio che qualcosa non sia stato fatto ad arte).
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AGGIORNAMENTO DELLE 12.19: oggi ho mandato una mail a ISBN Edizioni, facendo i complimenti per aver portato Pancake in Italia, ma lamentandomi per gli innumerevoli refusi e aggiungendo le mie perplessità sulle traduzioni. Questa la loro risposta: “Caro lettore, purtroppo i refusi di Trilobiti sono davvero una vergogna. Nonostante siamo alle prime pubblicazioni è davvero imperdonabile questa caduta di stile.
Vogliamo farci perdonare. È in stampa una riedizione corretta e revisionata del libro (che proprio non si meritava questi errori), arriverà a giorni e ci farebbe piacere fartelo avere, se ci fai avere il tuo indirizzo… Ufficio Stampa ISBN Edizioni”


 
  1. 12 maggio 2005 a 18:56 | #1

    credo devotamente a una diversa e individualissima misura del tempo che diversifica i destini. manu

  2. 13 maggio 2005 a 16:06 | #2

    Ho visto il libro in libreria. Non saranno troppi 13 euro (o forse erano 16) per un’edizione del genere, cioé senza copertina rigida e senza immagine?

    R4

  3. 13 maggio 2005 a 16:11 | #3

    effettivamente “costicchia”, però ne vale la pena… se poi adesso (vedi prima parte poco più sotto) fanno la riedizione con tutti i refusi corretti…

  1. 24 novembre 2011 a 19:18 | #1