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“Olga a Belgrado” di Irene Brin

Irene Brin - Olga a BelgradoOlga a Belgrado
di Irene Brin
– Elliot Edizioni -
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Tornai nel mio scompartimento, mi affacciai alla finestra, il cielo era vasto e tutto acceso di quel rosa denso, cremoso e quasi lilla, che nelle grandi città si accompagna, non senza tristezza, allo stridio delle rondini, ai giochi dei bambini sperduti per le sere troppo lunghe. Qui davanti a me non c’erano bimbi, né uccelli, ma solo ferro sconvolto, aspra terra, contorti cementi, da voler scoprire leggi nel destino, o di indifferenza, o di giustizia…
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… ma non c’era logica a Belgrado, troppo pane accanto a troppa polvere, la distruzione che, lasciando in piedi il grattacielo, aveva polverizzato le casette di un piano o due, lì intorno, o il negozio del fotografo, ben custodito e chiuso sotto le dilaganti macerie di un casamento di dodici piani.
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Aveva la febbre ogni sera, i piccoli gradini rossi del termometro le erano familiari come una scala da salire in silenzio, l’argentea corsa del mercurio l’accompagnava sempre verso il sonno.
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C’erano molte spazzole, molte tendine, molti stoini, e brillantine, e pinze, lime, lustraunghie, nei diversi cassetti; eppure l’odore non era di sapone, né di dentifricio o di unguento, ma diverso, e non avrei saputo apparentarlo a quello, di polvere e salciccia, che saliva dalla strada, o altro, duro, del cortile. Pure, nel sonno, fui certa di averlo riconosciuto, quest’odore, e mi svegliai tremando mentre il gallo cantava: sveglia, non lo ricordavo più, e solo ci ripensai durante il giorno; davanti agli usci chiusi mi sorpresi a spiare se dalle fessure, dalla serratura, ancora dolciastro ed infido, l’odore alitasse.
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Ricominciai a camminare, a salire e scendere dai tram, entrando poi nei negozi, nei giardini, nelle chiese, ansiosa di stabilire un bilancio con modestia descrittivo, tale da poter comporre le sei cartelline; ma me ne dimenticai presto – anzi con straordinaria leggerezza mi avvidi di aver perduto ogni desiderio e ogni possibilità di immagini, e nemmeno un aggettivo mi restava fedele, nemmeno un avverbio.
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… tutti avevano fame, a Skry, i vecchi con rancore, i bambini con paura, i gatti con ferocia, ed io, che sulle prime dividevo i miei pasti con un cane nero e una gattina bianca e gialla, mi ero ritrovata presto circondata da branchi aspramente miagolanti, e da trepidi, terribili occhi infantili.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Sotto il profilo divulgativo questo libro è molto importante, io ad esempio non conoscevo la figura di Irene Brin, uno degli pseudonimi della poliedrica Maria Vittoria Rossi, e quello che ha rappresentato nella storia del giornalismo, ma non solo, italiano.
Dal punto di vista strettamente letterario invece il parere rimane a metà strada. Indubbiamente lo sguardo di Irene Brin c’è e si sente, ma se da un lato la sua prosa molto ricca, quasi barocca mi verrebbe da dire, rappresenta un tratto stilistico molto originale e interessante, dall’altro, trattandosi pur sempre di racconti di viaggio (ex Jugoslavia primi anni ’40), questa sua peculiarità rende in alcune parti la lettura un po’ troppo ermetica e difficoltosa, lasciando il lettore spaesato, se non addirittura perplesso (forse inserire qualche nota sarebbe stato d’aiuto).
Tra gli episodi migliori: “Il paese dei sassi”, “Il padrone di casa” e “La pattuglia”.

Paese strano, strani uomini, e una guerra che si rivela in un modo tutto particolare; e su questo sfondo, figure e tipi che si isolano e prendono risalto a assumono tutti i gesti caratteristici di una vita diversa: dai pastorelli che guidano le greggi leggendo libri di Marx alla ragazza attempata che cuce invariabilmente le sue giubbe rosse, all’enigmatico Kurt e alla sua barca e al suo complicatissimo risotto, ai propagandisti girovaghi che recano i loro messaggi avvolti nei fazzoletti. Immagini di donne lungamente vissute – Olga – figure di donne dolorosamente drammatiche: Flora. – dalla postfazione di Franco Contorbia