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“La mia autobiografia” di Charles Chaplin

Charles Chaplin - La mia autobiografiaLa mia autobiografia
di Charles Chaplin
– Mattioli 1885 -
(traduzione di Vincenzo Mantovani)
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Misurare la moralità della nostra famiglia col metro consueto sarebbe come voler mettere un termometro nell’acqua bollente.
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Esiste la grande famiglia di coloro che vogliono appassionatamente apprendere. Io ero uno di loro. Ma i miei motivi non erano così disinteressati; volevo imparare non per amore della sapienza ma per difendermi dal disprezzo che il mondo riserva agli ignoranti.
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La solitudine è una cosa repellente. Ha un lievissimo alone di tristezza, non riesce ad attrarre o interessare; se ne prova un po’ di vergogna. Ma, in misura maggiore o minore, è la compagna di tutti. Però, la mia solitudine era deludente perché io avevo tutti i requisiti per farmi degli amici; ero giovane, ricco e famoso, eppure giravo per New York sempre solo e imbarazzato.
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Facevo quattrini a palate. I diecimila dollari che ricevevo ogni settimana si accumularono fino a diventare centomila, poi quattrocentomila, poi cinquecentomila. Ancora non riuscivo a farci l’abitudine.
Ricordo che Maxine Elliot, un’amica di J.P. Morgan, mi disse una volta: “Il danaro serve solo a far dimenticare”. “Ma è anche una cosa da ricordare” risposi.
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L’atteggiamento di Wells verso il cinema era di benevola tolleranza. “Non esiste un brutto film” diceva “è già abbastanza straordinario il fatto che si muovano!”
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Non tenterò di sondare gli abissi della psicoanalisi per spiegare il comportamento dell’uomo, che è inesplicabile come la stessa vita. Più che dal sesso o da aberrazioni infantili credo che la maggior parte delle nostre costrizioni ideazionali discenda da cause ataviche: però non devo leggere dei libri per sapere che il tema della vita è il conflitto e il dolore. Per istinto, tutta la mia comicità si basava su queste cose. Il mezzo al quale ricorrevo per creare l’intreccio comico era semplicissimo. Non si trattava che di mettere la gente nei guai per poi trarla d’impaccio.
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A Hollywood c’era anche Will Durant, autore e filosofo, che insegnava all’università di California. Era un vecchio amico e ogni tanto veniva a cena da noi. Will, un entusiasta, che per intossicarsi non aveva bisogno di stimolanti diversi dalla vita, una volta mi chiese: “Qual è il suo concetto di bellezza?”. Risposi che secondo me era un’onnipresenza di morte e leggiadria, una sorridente tristezza che discerniamo nella natura e in tutte le cose, la mistica comunione avvertita dal poeta: potrebbe esserne un’espressione una pattumiera colpita da un raggio di sole, o una rosa nel rigagnolo.

 
  1. 15 giugno 2012 a 8:02 | #1

    Ma in generale leggendo questa autobiografia che impressione ci si fa di Chaplin? Te lo chiedo anche se i film di Chaplin mi piacciono fino a un certo punto.

  2. 15 giugno 2012 a 20:32 | #2

    @andrea Io credo di non averne mai visto uno per intero… Uno che si è fatto proprio dal nulla e che pare l’abbia tenuto sempre in mente, più “mondano” di quanto credessi o di quanto dica lui in certe parti.

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