Home > Senza categoria > “Di passaggio” di Jenny Erpenbeck

“Di passaggio” di Jenny Erpenbeck

Jenny Erpenbeck - Di passaggioDi passaggio
di Jenny Erpenbeck
– Zandonai -
(traduzione di Ada Vigliani)
.
Progettare edifici in cui sentirsi a casa, questa è la sua professione. Quattro muri intorno a un po’ d’aria, strappar via con artigli di pietra un po’ d’aria da tutto ciò che cresce e guizza, per renderlo solido e stabile. Sentirsi a casa. Una casa, la terza dopo la pelle e gli abiti. Una dimora. Una casa da costruire su misura secondo le esigenze del proprietario. Mangiare, cucinare, dormire, lavarsi, evacuare, bambini, ospiti, giardino. Tutto in blocco – oppure omettendo questo o quell’altro, operare la conversione in legname, pietra, vetro, paglia e ferro. Fornire direttive alla vita, terreno saldo sotto i piedi nelle zone di passaggio, una prospettiva allo sguardo, delle porte al silenzio. E quella era la sua casa.
*
In tempo di pace era la povertà, in tempo di guerra era il fronte che spingeva in avanti la gente come una lunga fila di tessere del domino, l’uno dormiva nel letto dell’altro, cucinava sul suo fornello, consumava le provviste che l’altro aveva dovuto lasciar lì. Soltanto lo spazio nella stanza andava facendosi sempre più angusto con l’infittirsi dei bombardamenti.
*
Che una vergogna e una bramosia condivise potessero legare più intimamente a un luogo di una felicità condivisa, avrebbe preferito non doverlo scoprire mai.
*
Il poeta, che li aveva tenuti nascosti allora, in una sua poesia aveva descritto il ritorno a casa come il passaggio sull’altra sponda, la sponda della morte. A quel tempo avevano imparato il silenzio, e quel silenzio, dopo tante rinunce, era il dono più grande che potessero fare al loro sogno; un sogno ancora così vasto, che ciascuno dei compagni era tutto solo quando vi si aggirava dentro.
*
Che nella sua bocca invecchiata sono forse invecchiate anche le parole, senza che lei se ne sia resa conto? Dopo cena le seggiole da giardino vengono sistemate nella sala grande, così da poter seguire tutti insieme il notiziario alla televisione. Lei e suo marito, il figlio, la nuora, la piccola, l’ospite, gli amici che sono alloggiati nel capanno al lago, talvolta anche la cuoca. Nel notiziario delle diciannove si parla del raccolto, i contadini sono ritti in mezzo alle stoppie e alla polvere e parlano di pianificazione, sul video scorrono trebbiatrici e silos. Sono parole inusuali, non certo farina del loro sacco, quelle che i contadini pronunciano lì nella polvere dei campi, al centro dei quali li obbligano a stare. Da quando è rientrata in Germania ha speso tutta se stessa nel tentativo di trasformare, attraverso i segni scritti, i suoi ricordi nei ricordi degli altri, di trasferire sulla carta, come su un traghetto, la sua vita nella vita degli altri. Con i segni scritti ha portato in superficie molte cose che le sembravano degne di essere conservate, e respinto nell’oblio certe altre che facevano male. Adesso di domanda se quella selezione non sia stata già di per sé l’errore, perché ciò che per tutta la vita aveva avuto davanti agli occhi della mente doveva pur essere un mondo intero, non un mondo a metà.
*
Oggi può essere oggi, ma anche ieri o vent’anni fa, e la sua risata è la risata di oggi, di ieri ed esattamente la risata di vent’anni fa, le sembra che il tempo sia a sua disposizione come una casa, nella quale poter entrare ora nell’una, ora nell’altra stanza.
.

Postilla squisitamente PERSONALE
Un appezzamento di terra che si affaccia su un lago non molto distante da Berlino e le persone che lo abitano o lo hanno abitato, sono i protagonisti di questo romanzo che ripercorre quasi tutto il ‘900 tedesco (guerre, espropri, invasioni, caccia alle streghe, etc).
Si parte dalla suddivisione in lotti, la costruzione della casa principale e quelle dei vicini, il capanno in riva al lago, il pontile e una sola figura che ritroviamo sempre, il giardiniere del villaggio attiguo che durante tutti questi anni si prenderà cura del verde di quell’appezzamento.
Ad intervallare i brevi capitoli che riguardano quest’ultimo, tanti altri dedicati ognuno a una voce narrante e alla sua storia, dall’architetto che quella casa l’ha progettata e ha combattuto nella prima guerra fino alla nipote dell’ebreo che aveva comprato il pezzo di terra attiguo e che ora vive serenamente in Sudafrica (per me i migliori sono: “La moglie dell’architetto”, “Il soldato dell’Armata rossa” e “L’ospite”).
Il libro è molto bello e anche abbastanza particolare, sia per la struttura scelta (passato e presente che si rincorrono costantemente), ma soprattutto per il modo di narrare di Jenny Erpenbeck (in certi tratti mi ha ricordato qualcosa di Ágota Kristóf) che lascia ampio spazio all’immaginazione del lettore, lavorando per lento accumulo e chiedendo uno sforzo in più, ampiamente ripagato, nel riannodare tutti i fili temporali che percorrono queste pagine.

 
  1. Nessun commento ancora...
  1. Nessun trackback ancora...