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“Dove eravate tutti” di Paolo Di Paolo

dipaolo11 Dove eravate tutti di Paolo Di PaoloDove eravate tutti
di Paolo Di Paolo
– Feltrinelli -
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La prima volta? l’esame di maturità? la visita di leva (un attimo prima che fosse abolita)? la laurea cosiddetta triennale?
Governi Beslusconi II, III, IV.
Mi sento costretto a concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte, Silvio Berlusconi. Questa non è una cosa bella, né brutta. È una cosa vera.
Potrà sembrare strano, ma l’Italia prima di lui, o senza di lui, per me non è mai esistita. La giovinezza di una generazione ha coinciso con lui. E non c’è più tempo.
Il primo bacio, ricordo di averlo dato alla fine degli anni novanta, sotto un governo Prodi. Ma per il resto, Berlusconi: quando ho compiuto diciott’anni, per esempio, e così i venti e i venticinque. Per una fittissima serie di micro-eventi, scoperte, cose che faceva molto bene o molto male imparare.
I governi di sinistra, durante la mia vita cosciente, cadevano così in fretta da non lasciare il tempo di fare esperienze significative. La vita privata restava la stessa all’inizio e alla fine delle legislature.
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Ma ciò da cui ero davvero impressionato era la quantità di persone che scrivevano. Che si trattasse di un’epidemia? Forse, a notte fonda, nel cuore delle città – bastava tendere le orecchie – si riusciva a sentire come un rumore di pioggia. Era la somma dei ticchettii sulle tastiere dei portatili: di chi – spogliandosi finalmente della vita diurna di assicuratore, dentista, avvocato, bidello, barista – indossava i panni di scrittore. Quasi che le parole dei giorni, le parole di sempre, quelle che bastava dire e nono scrivere, dire come si dice buongiorno, dove andiamo stasera, ti amo, devo dirti una cosa di me, si fossero – sotto la pelle di migliaia di persone – incitate. E cercassero a forza un’altra via, un’altra pronuncia: lo spazio bianco e professionale di un file di Word.
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Nel cuore del pomeriggio, nonno aveva avuto l’ictus.
In momenti simili, gli adulti cominciavano a muoversi attorno a noi in modo imprevedibile e un po’ illogico: con passi che sembravano di una danza veloce e scardinata, con mani che chiudevano in fretta i cappotti, a strattoni; con sguardi che riuscivano a concentrarsi su di noi solo per brevissimi istanti e orecchie sorde alle nostre domande. Ma nonno adesso dov’è?, se oggi a pranzo era lì con noi, e poi si era seduto nella sua poltrona (i nonni avevano poltrone personali). Se la mattina ci aveva accompagnato a scuola con il suo furgoncino azzurro. Eh, mamma, mi dici dov’è? Dove l’hanno portato? Niente.
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I frigoriferi non mentono mai. Dietro al loro intermittente ronzio si nascondono la fretta e il disordine, le manie, perfino qualche ossessione. La salute del corpo e quella finanziaria. Lo stato dei formaggi non li allarma: sono tolleranti, hanno un olfatto sbadato come quello degli uomini soli.
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I padri come questo non hanno appreso la lingua dei sentimenti. I padri baciano poco. Hanno, a volte, pance enormi e gambe sottili. Provano ad avvicinare i figli ma non sanno qual è il verso giusto. Insegnano come si va in bicicletta. Oppure non insegnano niente, perdono autorità e si arrendono davanti ai giochi elettronici. Chiedono di poter imparare dai figli come si manda una mail. Guardano la tv, ripetono le stesse frasi. Non sanno quasi niente delle figlie. Alcuni con gli occhi le indagano e le proteggono. Punivano, mandando i figli a letto senza cena. Sono puniti: a cena i figli non ci sono mai. Si lasciano chiamare per nome. Sanno di sembrare belli e lucenti come le loro macchine nuove, se restano giovani e ricchi. Ma non sanno parlare d’amore. Forse, non devono.
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Per tutto il tempo che due persone si vogliono bene, due persone hanno in ostaggio molte cose l’una dell’altra.
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È ricominciata con gocce piccole, quasi di brina, poi sempre più fitte, pronte a un acquazzone violento e compatto. La pioggia batte forte sull’asfalto, scroscia, fa una schiuma trasparente, che diventa blu e gialla per via di fari e lampioni. Il rumore non conosce soste, non cede, cola nella città insieme al buio. Si ha l’impressione che piogge come questa – tanto verticali e decise – possano durare giorni, settimane, non avere fine.
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Non esistiamo mai solo per qualcosa o per qualcuno, allentiamo la presa e non possiamo che distrarci – in modo continuo, involontario e spietato, anche dalle cose, dalle persone che amiamo.
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… tutte le altre notizie terribili che arrivano, continuano ad arrivare e però non ci frenano, ci lasciano correre. Finché non riguardano noi.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Lo scorrere parallelo della storia globale a quella più intima della propria famiglia.
Sullo sfondo di un Berlusconi praticamente onnipresente per il protagonista classe ‘83, per una volta tanto anche molto marginale però, in questo romanzo si seguono le vicende di Italo, dalla gioventù alla presunta maturità, e della sua famiglia: una padre fresco di pensione, una madre in crisi, una sorella adolescente innamorata di un ex alunno somaro del padre e un nonno morto tanti anni prima.
Trovare il proprio posto, o ritrovarlo, sembra essere questo il destino dei personaggi del libro di Paolo Di Paolo, imbarcandosi nell’impresa con gli strumenti che si hanno a disposizione, tra fughe, domande senza risposte o ancora convinzioni a testa bassa.
Uno stile leggero, salvo pochi casi in cui si arrocca un po’ su se stesso, ma per niente superficiale, anzi, spesso proprio tutto il contrario, per un libro che non centra in pieno, o tutto, quello che poteva e voleva, fermandosi più al livello famigliare e stentando ad arrivare a quello globale, ma che è un buon punto di partenza per spingersi oltre e migliorarsi ancora (cosa che già avevo notato nel suo precedente “Raccontami la notte in cui sono nato”).

P.S. interessante la “struttura” scelta per il romanzo.

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