Piccoli eroi
di Allan Gurganus
- Playground -
(traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini)


I miei giri erano stati di certo più facili quando la gente mi usava la cortesia di rimanere indistinta. Adesso cominciavo a preoccuparmi dei paganti e anche dei non paganti. Lo sapete come vanno le cose quando una folla comincia a precisarsi come un certo numero di facce, niente riesce a riportarli di nuovo a quella poltiglia tranquilla della precedente forma indistinta.
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Ero preoccupato: accettare il tè poteva essere il primo errore nel rapporto esattore-cliente. Del resto non ero stato io a chiedere una mano con la gomma. Sam mi aveva messo in guardia: “Non accettare niente da nessuno.” Ma non si può considerare ogni gentilezza come una forma di corruzione. Anche se studiavo Economia e Commercio alle scuole serali non stavo sempre lì a fare calcoli. “Un tè! Che buona idea! Grazie, signora.” La osservai, così vecchia e lenta, mentre celebrava quel rito. Le sue mani conoscevano perfettamente il posto di ogni cosa. Questa signora, mi dissi cercando di ragionare, è andata troppo avanti per rinunciare alla sua Assicurazione proprio adesso. E poi non vivrà a lungo, o no? Vesta Lotte Battle era entrata in quella vecchiezza che supera la normale longevità. Era giunta a quel traguardo in cui cominci a disseccarti, diventi una sorta di mummia ambulante, la parodia di quello che eri. Hanno ormai smesso di controllare il tuo contachilometri. Sei tornato a “Razzo” da “Roma”. Tutto quello che potevi perdere lo hai perso.
Solo le abitudini più ostinate ti spingono a muoverti. Come la preparazione del tè. Seguivo il movimento delle sue mani che andavano dritte verso le caraffe, senza indugi, senza sprechi. Aveva cominciato a pagare per il suo funerale decenni prima che nascessi io. Tutti quegli anni, così lenti a scorrere, pieni di sabati che arrivavano troppo in fretta.
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Dovrei aggiungere che l’ultimo ingrediente dei miei sabati, oltre alle vecchie (come la signora Battle) e alle tante nipotine con i vestiti passati da generazioni e le treccine a campo di mais (come quelle del clan della signora Battle), era Gesù in un milione di esemplari.
Ogni portacenere, ogni souvenir o piatto per i dolci, tutti i carillon, tutti i ventagli (omaggio delle tre maggiori agenzie di pompe funebri per neri), i poggiamestoli, le fodere dei cuscini, e una volta anche l’intera tappezzeria di un divano esibivano le immagini color pastello di un mite pastore dall’aria melliflua. Le vesti stirate e immacolate sembravano di cotone cento per cento. Aveva quello sguardo acquoso e zuccherino di una cattiva attrice tutta agghindata per interpretare il ruolo della fatina madrina. Nelle cornici dei magazzini Kress, aveva tante pecore e un bastone. Immaginai che ai miei clienti desse speranza; qualsiasi cosa li aiutasse, mi stava bene. Ma io ero preoccupato: bianco come una candela, era ritratto mentre stringeva bambini di tutti i colori. Dalle litografie e dalle oleografie bussava alla porta dei castelli, sollevava lanterne, conduceva bimbi biondi su ponticelli traballanti. Promesse, promesse. Saltava sempre fuori, centrale, in tutte le baracche in affitto. Qualche volta, vicino alla sua immagine, trovavo quella del presidente Roosvelt, un gentiluomo più rasato e più rotondo, comunque con l’aria di un cugino di secondo grado di Gesù, uno importante.
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Mi fermai ad ascoltare, anche se questo significava solo andare a cercare guai. Allora mi sembrò che rimanere in vita significasse imparare a trarre il meglio dalle battute d’arresto. Divorarle, digerirle.
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Avevo sentito altri vecchi neri dire: “Dopo che quello si arrese.”
Sembrava che parlassero di un polpo, di un qualcosa di tentacolare che un tempo li irretiva. Non dicevano mai “dopo che Lee si arrese” – solo “quello”. Avrei voluto spiegare alla mia amata cliente che il generale Lee si era piegato nel ’65, ma “quello” non si era ancora arreso. Anzi ancora irretiva lei. E tutti noi.
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Nella nostra educatissima Falls non si dice mai quel che non è già stato detto prima. Se qualcosa non è ancora stato detto, probabilmente non c’era bisogno di dirlo.
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In quella specie di bara raffazzonata, la testa di Pearl si era spostata da un lato: era rivolta verso le tavole di pino come a dichiarare che era stata maltrattata, che rifiutava anche l’ultima occasione formale.

Postilla squisitamente PERSONALE
Tre sono i racconti lunghi inseriti in questa raccolta di Gurganus, come altrettanti sono i relativi protagonisti (il migliore è quello in apertura: Beata Rassicurazione). Un ragazzo poco più che maggiorenne e povero, ma non così tanto come quei neri ai quali vende polizze assicurative per il loro futuro funerale, un bambino che diventando adolescente e successivamente adulto scopre quanto sia difficile far uscire allo scoperto una sessualità non troppo ben accetta per i tempi, e il padre dell’autore stesso, in un ritratto finale che lo vede passare da osannato aviatore della seconda guerra mondiale ad assicuratore benestante del North Carolina.
Gurganus, una scoperta, è molto bravo, sa dove mettere l’accento delle sue frasi e delle immagini che crea. Parte con tono quasi colloquiale, senza mettere veli di distanza tra scrittore e lettore, ma lo abbandona quasi subito o spesso, lasciando che sia la storia che vuole raccontare a parlare per lui. Ironico, dolce e contraddittorio nello stesso episodio, senza lasciare però traccia di discontinuità.
Piacerà, quasi certamente, a chi ha amato Yates, Fante, Cheever (che l’ha scoperto) o Brodkey.

 
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