Non saremo confusi per sempre
di Marco Mancassola
- Einaudi -
Fuori era un febbraio senza più sole, sospeso, un cielo che assisteva con un colore impossibile, né grigio né azzurro, quasi sul punto di strapparsi.
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Tobias non rivelò molto della trama dello spettacolo, limitandosi a dire che era ispirata a un fatto del passato, un fatto vero e non molto allegro, uno di quei fatti tristi e in apparenza minori che finiscono spesso per graffiare, come un pennello troppo duro, la coscienza di una paese.
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Qualcuno disse che gli italiani, in fondo, avevano aspettato mille volte un nuovo re. Un re televisivo, un re politico, un re imprenditore… O magari tutte e tre le cose assieme.
[…]
Qualcun altro rise e disse che gli italiani, invece, non erano mai stati capaci di credere veramente in qualcuno. Neppure in Mussolini, neppure in alcun papa. Non avevano mai creduto fino in fondo in qualcuno, e questa era stata la loro fortuna, e insieme il loro dramma.
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Quel mattino, in milioni di case, la gente si scordò di spegnere i televisori e andò nelle stanze dei figli. Eravamo lì, dormivamo pacifici. Nessun buco sembrava averci inghiottiti. In tutto il paese genitori inquieti sospirarono, disorientati, un nodo alla gola.
Eravamo lì, i bambini di allora, gli adulti di adesso. Saremmo cresciuti ricordando la storia del bambino nel pozzo.
In seguito, qualcuno disse che quello era stato il primo caso di reality show italiano. Una perdita dell’innocenza in diretta televisiva. L’ingenua crudeltà di un circo. Un rito di lacrime e sospiri cui avevano partecipato, in totale, oltre venti milioni di spettatori.
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Stava calando la sera, una sera di un autunno afoso. Roma era una grande creatura accaldata e dalla finestra entrava il suo fiato.
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Passeranno i giorni. Passeranno i mesi. Il dolore che sembrava impossibile da superare non può essere, infatti, propriamente superato. Si impara forse a trarre una lezione amara. Si impara, se si è abbastanza lucidi, a trarne una nuova consapevolezza, si impara persino, se davvero si ha la forza, a combattere l’ingiustizia che lo ha generato.
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Perciò quel giorno, ad alcuni apparve chiaro che non ci fosse altra via d’uscita che questa, verso il dentro, verso il centro della propria difficile umanità, attraverso il pozzo che il dolore di ognuno scavava, silenzioso, fino a congiungersi con l’infinito.
Postilla squisitamente PERSONALE
In questo suo nuovo libro, Marco Mancassola si appropria di cinque storie, cinque fatti di cronaca, che volenti o no, in un modo o in un altro, sono entrati nelle coscienze italiane.
Da Alfredino dentro al pozzo, passando per un principe omicida impune, i corpi ormai privi di vita di Eluana Englaro e Federico Aldrovandi, fino alla prigionia e successiva uccisione nell’acido del figlio del pentito di mafia Santino Di Matteo.
Mancassola è bravo nel trattare queste storie con rispetto e delicatezza, in punta di piedi quasi, mettendoci ovviamente però i suoi occhi, la sua immaginazione, sensibilità e, in alcuni casi, anche il proprio corpo.
E’ bravo nell’essere rispettoso, ma anche a spingersi un poco più in là, cercando di donare ai protagonisti una fine diversa dal mero ultimo trafiletto di nera che hanno occupato.
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QUATTRO CHIACCHIERE con Marco Mancassola*
Perché un progetto simile?
La verità è che la cronaca è il tipo di fonte narrativa più disponibile oggi; mischiare questa cronaca alla mia immaginazione era una sfida e in qualche modo una necessità. Hai presente quando un bambino fa parlare i giocattoli e gli oggetti, attribuendo loro una voce? È un gioco che parla anche della solitudine di quel bambino. Bene: nella sua solitudine, lo scrittore prende ciò che ha intorno, ad esempio le storie di cronaca col loro dolore disturbante, e le fa parlare a modo suo.
Quando è nato? E come mai proprio queste cinque vicende e non altre della più o meno recente storia italiana?
Il progetto è nato all’incirca tre anni fa. Ho scritto la prima delle storie, “Un principe azzurro”, e l’ho letta in un auditorium. La gente sembrava colpita. Ho cominciato a chiedermi se lo schema che avevo usato poteva essere valido per narrare e rielaborare altre vicende.
Perché proprio queste cinque storie?
Perché sono famose, archetipiche, metaforiche, e schifosamente ingiuste. Perché hanno innescato qualcosa in me. Si sono prestate a fare da punto d’appoggio per una immaginazione ulteriore.
Oltre alla documentazione classica e ai ricordi in prima persona, sei anche entrato in contatto con parenti e amici che hanno vissuto realmente queste storie? Se sì, quali sono state le loro reazioni, prima e dopo la pubblicazione?
No, soltanto dopo la pubblicazione, e soltanto con uno di loro. Con una madre, per la precisione. Ha ascoltato il mio reading. Mi ha abbracciato.
Qual è il tuo concetto di morte e il rapporto con essa? Cosa pensi, o speri, avvenga dopo?
Chi ha avuto esperienze di pre-morte conosce la sensazione che si ha in quel momento: la sensazione di tornare a casa, di essere sul punto di ricordare infine qualcosa di antico e fondamentale. Non so se questa sia davvero la morte ma mi sembra una possibilità. La morte come rivelazione. Purtroppo per arrivarci spesso si soffre; qualcuno soffre orribilmente, ingiustamente. Direi dunque che non mi preoccupa davvero la morte, non mi sembra nulla di così tremendo: quando sarà, saprò. È il dolore su questa terra a restare un mistero, uno scandalo inaccettabile.
Una domanda che ho fatto anche a Paolo Sortino, visto che sotto alcuni aspetti i vostri libri possono avere qualche intento simile, una critica che ti saresti aspettato e nessuno ti ha ancora fatto?
Parli della critica ufficiale? La critica è un’ombra dell’ombra dell’ombra di se stessa, cosa vuoi che mi aspettassi?… Mi aspettavo forse che qualcuno chiedesse conto del modo in cui ho raccontato certi spezzoni di realtà, i Savoia, Hamer, i gerarchi mafiosi, i poliziotti coinvolti nella morte del diciottenne ferrarese. Ma prima della pubblicazione l’ufficio legale della casa editrice ha passato al setaccio il libro. E i fatti su cui si poggia la narrazione sono del tutto evidenti, parlano da soli. Piuttosto, posso dire una cosa che non mi aspettavo e mi ha sorpreso: in molti mi hanno chiesto notizie del romanzo a fumetti sul bambino sciolto nell’acido, quello scritto da una dei personaggi. Quel romanzo non esiste né esiste la sua giovane autrice. Eppure in molti l’hanno sentita plausibile.
Siccome so che sei sempre molto attento alle vicende del paese, pur essendo di natura girovaga, se ti ritrovassi improvvisamente a capo del governo italiano, quali sarebbero le prime tre proposte di legge che presenteresti?
Non ci sono più proposte possibili per questo paese. È un paese esaurito, troppo esausto. È come un corpo interamente contuso: ovunque ti toccano, gemi di dolore.
Da un appassionato di musica elettronica ad un altro, consiglia tre dischi che recentemente ti hanno colpito in modo particolare?
“Rising Doom” di Mondkopf, “North” di Darkstar. Più recente, la versione di James Blake di “There’s a limit to your Love”.
* Marco Mancassola nasce nel novembre 1973 nel nordest italiano. Dopo aver sperimentato vari e svariati lavori, nel 2001 pubblica il suo primo romanzo, ‘Il mondo senza di me’ (Pequod 2001 – Oscar Mondadori 2003). Nel frattempo vive a Padova, Roma, Londra, Milano, Berlino e pubblica altri libri: ‘Qualcuno ha mentito’ (Mondadori Strade Blu 2004), il saggio-memoriale ‘Last Love Parade: storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni’ (Mondadori Strade Blu 2005 – Oscar Mondadori 2006), il testo autobiografico ‘Il ventisettesimo anno: due racconti sul sopravvivere’ (Minimum Fax 2005), ‘La vita erotica dei superuomini’ (Rizzoli La Scala 2008 - ’La vie sexuelle des super-héros’, Gallimard 2011), in Francia, sempre per Gallimard, era uscito anche ‘Les Limbes’ (2010). L’ultimo suo libro è ‘Non saremo confusi per sempre‘ (2011).
