Sabato sera, domenica mattina
di Alan Sillitoe
– minimumfax -
(traduzione di Floriana Bossi)
Una volta fuori sentirono più forte il rombo della fabbrica, un centinaio di metri al di là del muro: i generatori ronzavano tutta la notte e durante il giorno le manovelle e i pedali delle gigantesche fresatrici che lavoravano ininterrottamente nel reparto tornitura davano alla gente che abitava da quelle parti la sensazione di vivere accanto a un essere mostruoso che soffriva di stomaco. Disinfettanti, grasso e pulviscolo d’acciaio impregnavano l’aria del sobborgo di case a quattro stanze costruite intorno alla fabbrica e attaccate al suo ventri e ai suoi fianchi come vitelli alle mammelle di una madre imponente.
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Perché era sabato sera, il momento più felice e festoso della settimana, uno dei cinquantadue giorni di vacanza sulla lenta ruota panoramica dell’anno, un violento preambolo a una domenica di prostrazione. Il sabato sera esplodevano le passioni accumulate, e uno scoppi di vitalità ripuliva l’organismo dagli effetti di una settimana passata a sgobbare in fabbrica. La parola d’ordine era: “Sbronzati e sii felice”, allungavi con scaltrezza le braccia intorno alla vita delle donne, e sentivi la birra scendere benefica nelle tue budella ampie ed elastiche.
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Luglio, agosto e il cielo dell’estate si posarono sulla città, sopra le file di case dei sobborghi occidentali, sui cortili bruciati dal sole con le loro piaghe purulente di catrame, il cui odore antisettico si mescolava a quello dei bidoni pieni stracolmi; con la vernice secca, screpolata, dei loro ingressi; con i loro battenti e cassette per le lettere arrugginite e i fiori appassiti sui davanzali: un azzurro cielo estivo in cui si alzavano volute di fumo nero dalle ciminiere.
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Lei non era sull’autobus. Il motore andò su di giri facendo un tale baccano che i fragili ramoscelli degli alberi parvero spaventati dal silenzio che seguì…
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Aveva un piccolo spazio sbarazzino tra i due denti davanti, che accentuava ogni espressione del suo volto, facendola apparire più annoiata di quello che era, o più triste, o più felice: un particolare che aggiungeva qualcosa alla sua personalità e lo affascinava.
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Quando il sergente maggiore li passò in rivista per la prima volta, gli gridò che non riusciva a vedere la forma della sua testa perché aveva troppi capelli, e Arthur gli disse allegramente che se li sarebbe fatti tagliare, con l’intenzione di dimenticarsene finché i quindici giorni non fossero passati, come infatti accadde. “Adesso sei un soldato, non un teddy boy”, disse il sergente maggiore, ma Arthur sapeva che si sbagliava in entrambi i casi. Sentiva di non essere mai nulla di quello che dicevano gli altri. Il suo nome non bastava a dire chi era, sebbene fosse sulla busta paga. Che cosa sono io? Si chiedeva. Uno spilungone che ha bisogno di birra. Ecco che cosa sono. Ma se me lo viene a dire qualche intelligentone, allora sono un dinamitardo, un venditore di mitragliatrici, un commerciante di carri armati, un operaio tornitore che aspetta solo il momento di far saltare in aria tutto l’esercito. Io sono io e nessun altro; e qualsiasi cosa la gente creda o dica che io sia, è proprio quello che non sono perché nessuno capisce un cavolo di me.
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Se nasci ribelle, resti ribelle. Non puoi farci nulla. Ed essere un ribelle è la cosa migliore se vuoi far capire a tutti quanti che non gli conviene metterti i piedi in testa. Le fabbriche e i sindacati e le assicurazioni ci tengono vivi e vegeti – dicono loro – ma sono delle maledette trappole, e se non stai attento ti risucchiano come sabbie mobili. Le fabbriche ti fanno morire di lavoro, i sindacati ti fanno morire a forza di chiacchiere, la previdenza sociale e l’ufficio della tasse ti fanno morire di rabbia per tutti i soldi che mungono dalla tua busta paga. E poi, se dopo tutto questo ti rimane ancora un soffio di vita, ti richiamano nell’esercito e ti fanno morire ammazzato. E se sei abbastanza intelligente da farti esonerare o da restare fuori in qualche modo, ci rimetti lo stesso la pelle sotto i bombardamenti. Per Dio, la vita è proprio dura se non ti dai una svegliata e non impedisci a questo governo bastardo di sbatterti a faccia in giù nel letame, ma non c’è molto che tu possa fare, a meno che non ti metti a fabbricare dinamite per far saltare in aria quei loro capoccioni occhialuti.
Durante i comizi urlano sempre: “Vota per me, e questo e quest’altro”, ma alla fine se voti per questo o quello è la stessa cosa, perché vuol dire comunque un governo che ti appiccica francobolli sul muso finché non ci vedi più a un metro di distanza, e in più te li fa anche comprare perché possano continuare a fabbricarli. Ti tengono per le budella, per la spina dorsale e per il cranio, e pensano che tu sia pronto a obbedire appena fanno un fischio.
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Be’, tutto sommato la vita è bella, se non ti butti giù, e se sai che questo immenso mondo non ha ancora sentito parlare di te, no, neanche lontanamente, ma ormai ci manca pochissimo.
Postilla squisitamente PERSONALE
Il protagonista di questo romanzo è un ragazzo poco più che ventenne, appartenente alla working class, che non nasconde il suo essere semplicemente così com’è. Lavora sodo, ma allo stesso tempo gli piace anche bere e farsela con donne sposate. Prende la vita con fare spavaldo e spesso saputello, senza però aver paura di affrontare le conseguenze delle proprie decisioni, anche se scellerate. Fino a quando qualcosa, o meglio sarebbe dire qualcuno, forse gli cambierà l’esistenza.
Sillitoe è molto bravo, odora di classico fin dalle prime battute, e mi è piaciuto seppur con qualche riserva.
Ad esempio: se da un certo punto di vista è riuscito a descrivere benissimo la “vita di fabbrica”, dall’altro mi sembra che nello sguardo “panoramico” sull’epoca manchi qualcosa. O ancora, il passaggio da “Sabato sera” a “Domenica mattina” è una vera è propria “impennata”, si rimane quasi a bocca a aperta per lo stupore, ma forse è fin troppo brusca.
