Con le peggiori intenzioni
di Alessandro Piperno
- Mondadori -
Come se la paura avesse smesso di celebrare segretamente il suo oscuro officio, scaturendo dalle tenebre della sua oscurità, per diventare sostanza organica e luminosa, lava rovente che si scioglie nell’atmosfera confondendosi con gli odori di zagara. Paura che tutto scompaia. Che d’un tratto una grassoccia teenager, in giro per qualche compera, venga travolta da una deflagrazione: i pezzi di lei sparpagliati nel calore meridiano. Paura che quell’autobus impazzisca. Che un’ombra vile faccia scattare una terribile detonazione. Che il cielo diventi piombo. Che i marciapiedi si torcano. Che qualcuno spezzi l’equilibrio del giorno di questo strano Paese strappato faticosamente al deserto, popolato da fitta popolazione eterodossa di biondi che si difendono dal sole con una sovrapproduzione di melanina e di Sabra corvini abituati a sfidarlo: questo Paese sporco e disadorno, che tenta solo di essere inessenziale, in cui i giovani sono drogati di Coca-Cola e i cui vecchi stentano a disintossicarsi di tutta la rabbia accumulata fin dai tempi delle persecuzioni faraoniche: sì, questa strana lingua desertica, veemente inverdita, che gli ebrei di tutto il mondo chiamano “nazione”: questo Paese che sembra composto di atomi di terrore. Tutto qui è ammutolente. Anche i tramonti incredibili hanno il colore del sangue. A chi cercasse un macabro diversivo, basterebbe far esplodere un palloncino in una pubblica piazza per seminare il panico, per vedere giovani manager imbellettati che tornano dal loro aperitivo nel grazioso quartiere di Jaffa gettarsi a terra nella polvere pur di scampare alla disintegrazione. Sotto quegli abiti civili, sotto le ostentate eleganze, sotto l’aspirazione alla normalità, sotto il vitalismo edonista, si nascondono mimetiche e cinturoni, e più sotto ancora, nella cassa toracica, cuori rabbiosi che stentano a demilitarizzarsi.
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Esiste privilegio più maschio che suscitare l’invidia del mondo?
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Perché la cosa più seria è ritenere che nulla lo sia abbastanza da meritare la nostra emotiva partecipazione o incrinare il nostro benessere materiale. *
Ma non si può dire che quel cinismo sia una scorciatoia con cui Bepy si monda la coscienza. Tutt’altro. E’ un’operazione costosa per un animo così naturalmente incline a un’indulgente fluidità. E’ semplicemente una scelta di campo: viva la semplificazione, viva l’aridità sentimentale. (Trovatemi qualcuno che resista all’incanto dei propri slogan, che non s’innamori furiosamente della propria idea del mondo.) Bepy è nato per semplificare. Né comprende – non ci riuscirà neppure alla fine – che talvolta la levità può essere l’anticamera dell’indifferenza. E l’indifferenza, a sua volta, il viatico per il disastro.
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C’è chi dice che la prima vera grande storia d’amore d’un essere umano non sia il turbamento adolescenziale per una compagna di classe, tanto meno quell’elettiva corrispondenza fra ventenni che di solito nel momento più drammatico sfocia nel matrimonio borghese, ma semmai la prima indimenticabile avventura extraconiugale. E’ lì, nel tradimento di giovane sposo o di giovane sposa, che uno sente correre l’adrenalina e il cuore esplodere. E’ lì che come il dottor Živago ti senti talmente perso, così dolorosamente esaltato, così invischiato in qualcosa di soprannaturale e di tragicamente ingiusto, da volerlo confessare al tuo consorte, non per urtarlo, ma per condividere la tua felicità illecita e la tua inevitabile colpa con la persona che più consideri amica.
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Bisognava stare lontani da quella ragazza: ma solo Iddio poteva sapere quanto fosse difficile. Il problema era che la lontananza da lei non mi aiutava quando le ero lontano, così come la vicinanza non mi aiutava quando le ero vicino. Ero atterrito dal pensiero che lei non mi pensasse ma lo ero ancora di più all’idea che lei potesse prenderti in considerazione.
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Immediatamente capisci che in quella camera c’è tutto quello che hai sempre cercato, mescolato con tutto quello che hai sempre voluto dimenticare. Come un album di ricordi e una palestra di ossessioni.
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Il grande errore di quegli anni. L’aver voluto competere con persone con cui non potevo competere. L’aver creduto ingenuamente che gli uomini fossero uguali. Il non avere dato retta a quel moralista classico di nonno Alfio quando mi diceva che gli uomini sono tutti diversi. E che la loro diversità è il frutto amaro di ogni sofferenza e d’ogni gioia strabocchevole. Che la gioia è diretta emanazione dell’altrui sofferenza. Che lo squilibrio di condizioni è la nostra voluttà. Che arrivare primi implica che qualcuno sia arrivato secondo e terzo e quarto o non sia neppure arrivato. Che la nostra felicità non può esistere se non a scapito di tutta quella degli altri.
Postilla squisitamente PERSONALE
Letto a debita distanza dal clamore che suscitò all’uscita, mi è sembrato effettivamente un bel libro.
Una scrittura raffinata e colta, che nei momenti migliori spicca, mentre in altri (molti meno per fortuna) da un po’ troppo la sensazione del “guarda mamma come sono bravo, senza mani!”.
Una storia che nella prima parte, quando il romanzo è quasi corale, non risente troppo di alcuni grandi accostamenti fatti (v. Roth, Bellow), ma che sul finale invece, concentrandosi su un solo personaggio e su una vicenda in particolare, perde un po’ di smalto.
