wray10 Lowboy
di John Wray
– Feltrinelli – 
 
Il treno arrivò con veemenza come il fantasma che lo prevedeva, schiacciando il vento e ricoprendolo con un manto di rumore. Prima il sibilare della corrente, poi lo stridere delle ruote, poi il crepitare dei cuscinetti dei freni. Non si udiva nient’altro. La banchina tremava per la forza dell’arresto delle carrozze, non più per la falsità del mondo. Lowboy si piegò in avanti cercando la cabina del conducente, le dita ancora agganciate alla panchina. Lo vide in lontananza, un uomo robusto con un volto sofferto e occhiali protettivi che scintillavano come luci stroboscopiche man mano che si avvicinava. La cabina si fermò lentamente davanti alla panchina di Lowboy con precisione profetica. L’uomo lo guardò di sbieco, si premette gli occhiali sul volto, poi alzò gli occhi velati per controllare il tabellone. Quand’ebbe appurato che era tutto in regola, fece un piccolo movimento riluttante con il gomito e le porte si aprirono. Rimasero aperte dieci secondi, il minimo sindacale. Le labbra del conducente si congiunsero e riaprirono pigramente mentre contava. Lowboy guardò ogni suo movimento come ipnotizzato.
*
Rimase zitta finché non furono sulla West Side Highway. “Non è un padre di famiglia, mi sembra di capire.”
“Perché, signorina Heller?”
“La sua macchina. E’ pulitissima.”
*
“A quanti ragazzi l’hai fatto?”
Emily fece una smorfia. “Con quanti l’ho fatto, Heller. Non a. Non è mica come togliere le tonsille.”
Lui annuì lentamente e si passò un dito sul collo. Nessun intervento chirurgico, pensò. Non come negli ospedali. Ma la domanda gli era rimasta attaccata alle labbra come un pezzo di pelle morta. All’angolo, si fermò all’improvviso e piantò i piedi. Dietro di loro le macchine continuavano a correre verso downtown, scartando e scivolando come biglie lanciate a casaccio. Gli ci volle un po’ per riformulare la domanda, per scomporla e rimetterla insieme, ma sembrava che a Emily non importasse. Crede che sia come tutti gli altri, pensò. Magari un po’ più lento, ma non malato. Per qualche motivo la cosa lo infastidiva. Per un attimo ebbe nostalgia dei suoi dottori.
*
Pensò all’interno del proprio corpo, così freddo e inaccessibile, come una bambola dimenticata in una casa vuota.
*
Un giorno, un giorno in cui stava particolarmente bene, me lo ricordo, gli ho chiesto cosa dovevamo fare secondo lui. Mi ha sorriso in maniera quasi indulgente e mi ha preso la mano. “Dobbiamo aspettare la fine del mondo, Violet” mi ha detto. Si comportava come se fossi io la malata, come se fossi io quella bisognosa di cure, e forse in un certo senso aveva ragione. “In che senso, Will?” gli ho chiesto. “Quale fine del mondo?” Lui mi ha dato un colpetto sulla spalla. “Del mio mondo, ovviamente” ha detto. Poi mi ha dato un bacio sulla guancia ed è andato di sopra.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Poca roba, sia per quanto riguarda la storia, sfilacciata e non molto accattivante (ambientazione metropolitana, inteso come mezzo di locomozione, a parte), sia sotto il profilo tecnico, scrittura che non ha nessun difetto particolare, ma nemmeno nessun pregio.
  1. Nessun commento ancora...
  1. Nessun trackback ancora...