di Richard Yates
– minimumfax -
“La sai una cosa?”, gli disse lei una volta. “Non sono molte le persone con cui è divertente passare una domenica”.
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Andare in paese voleva dire mettersi le calze pesanti e gli stivali, avvolgersi uno scarpone fin sul mento e tremare finché il riscaldamento della macchina non cominciava a soffiargli in faccia aria calda puzzolente di benzina, poi guidare per quei sei chilometri su una strada infida coperta di neve e ghiaccio, sotto un cielo vicino e bianco come la neve stessa.
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La scuola era il centro della sua vita. Prima di andare al Barnard non aveva mai sentito adoperare il vocabolo intellettuale come sostantivo, e ne rimase molto colpita. Era un sostantivo coraggioso, un sostantivo orgoglioso, un sostantivo che evocava una consacrazione perpetua ad argomenti elevati e un freddo disprezzo per la banalità. Un’intellettuale poteva anche perdere la verginità con un soldato nel parco, ma poteva imparare a ricordarlo con un distacco ironico e divertito. Un’intellettuale poteva avere anche una madre che lasciava vedere le mutande quando si ubriacava, ma non permetteva che la cosa le desse fastidio.
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Dopo essersi voltata a guardarlo mentre faceva dietro-front sul marciapiede, ingobbito nel suo impermeabile, si chiese perché l’avesse mandato via. La vita, a volte, confondeva le idee.
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… al college le era stato insegnato che lo scopo di un’istruzione umanistica non era educare la mente ma liberarla. Quello che si faceva per vivere non aveva importanza; ciò che contava era il tipo di persona che si era.
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Per un attimo provò una sofferenza squisita – vicinissima al piacere – nell’affrontare il mondo come se non le importasse nulla. Guardatemi, si diceva nel pieno di una faticosa giornata. Guardatemi: io sopravvivo, ce la faccio, riesco a tenere tutto sotto controllo.
Postilla squisitamente PERSONALE
“In questo senso Yeats era antiamericano: le sue storie, comico-realistiche nel tono, sono sempre tragedie nello spirito. I personaggi yeatesiani non riescono mai, per dirla con Philip Larkin, ad affrancarsi da inizi sbagliati. S’intrappolano da soli. Non parlano fra loro, ma cercano di darsi reciprocamente sulla voce. Voglio e non ottengono, oppure ottengono e non vogliono. Vivono infelici sul margine tra l’attesa e la realtà, conducendo, come ha detto Thoreau, esistenze di tranquilla disperazione.
[…]
Potremmo aggiungere che c’è anche un posto per la narrativa che guarda agli orrori del mondo, affronta la realtà e alla fine tira fuori una brutale condanna della vita, ed è proprio questo che Yates ha fatto tanto bene. Con il racconto sconsolato dell’incomunicabilità e dell’avvilimento, ha messo su carta una perfetta rappresentazione della sconfitta.”
- dalla prefazione di Nick Liard
Il “solito” Yates. Grande pulizia stilistica ed estrema efficacia nel dipingere ritratti famigliari sull’orlo di una crisi, uomini e donne che non sanno cosa fare e quando finalmente decidono, spesso lo fanno male.

davvero molto bello, mi ha stupito, anche perchè ne parlavano un po’ con sufficienza.
A me questo romanzo quando l’ho letto mi ha messo un’angoscia…Molto, molto bello.
R4
Appena trovato in un mercatino a 3 euro. Di Yates ho letto Revolutionary Road e mi ha colpito davvero tanto. Ogni personaggio è incredibilmente descritto, ho provato una gran pena per tutti. Proprio dove vuole arrivare.
Anche il film mi è piaciuto molto, tra l'altro ha una colonna sonora da brivido.
Pat
@Pat – uno dei rari casi in cui un libro bellissimo riesce bene anche sul grande schermo.