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“Il vento e la moto” di Grazia Livi

Il vento e la moto
di Grazia Livi
– Garzanti -
 
A quel tempo non eravamo assediati. La vita scorreva, non imperversava.
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Ora guardo le finestre tutte in fila. Conto le macchine parcheggiate. Con una serie di salti il tempo è passato, il flusso metropolitano ha sbriciolato i rapporti familiari e amicali. La globalità ha attenuato le emozioni, le persone guardano con stupore allo specchio la propria faccia scontenta. Sono diventata così?
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Così la novità mi è rimasta dentro tutto il giorno, nonostante trabocchi fuori dal corpo. Non so a chi dirla. Il pensiero vaga da una possibilità all’altra e le scarta tutte. Come mai? Benché abbia avuto sempre legami e affetti in varie gradazioni, non avverto più echi, risonanze. Ripenso al passato. Dapprima agli amici maschi, per abitudine, e per una vecchia speranza che non vuole cedere. Li ricordo giovani, quando per affrontare la vita con un energico salto in lungo avevano preso lo slancio, respirando a pieni polmoni. Credevano di poter toccare terra subito, di mettervi radici spontanee, di vedere fiorire rapidamente la propria peculiarità. Li tenevo d’occhio per imparare: credevo poco in me stessa e molto in loro. Ma lo slancio non restò aperto e duttile, cedette agli ostacoli, si irrigidì e a poco a poco si trasformò in “illusione giovanile”, fantasma evocato con sospetto e ironia, in modo vago. In realtà avevano cominciato a chiudersi, a doppia mandata, in una delle caselle che gli erano state offerte: l’ingegnere, il veterinario, l’avvocato, l’informatico, il perito chimico, il bancario, il giornalista, il ricercatore… Un casella per interpretare la società e l’ambiente di lavoro, lasciando fuori sé stessi. Io tentavo di capire, occupando un posticino libero fra eros e casualità, e nutrendo sogni sempre più deboli di poter condividere, di poter interpretare e di essere interpretata. Almeno fino a oggi, giorno della stupenda notizia. A chi dirla?
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… era molto più di un’amica, era il capolinea dei suoi pensieri.
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Ma lui le aveva lanciato un’occhiata profonda, scoccata da un luogo di verità sconosciute e rivolta a lei come a un complice.
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C’era un appartamentino di sessanta metri quadri da visitare. Doppia esposizione, quattro finestre. C’erano abitudini altalenanti che cercavano luoghi adatti per consistere meglio, evitando la dispersione.
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L’ora era di quelle mute che appartengono soltanto a chi le vive.
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La vita quotidiana di entrambi cambiò ritmo, andando verso un’accelerazione. I compiti si alleggerirono, le porte parvero aperte, le finestre spalancate, i corridoi cortissimi da percorrere in scarpe da ginnastica. Le scale veloci da scendere sotto il sobbalzante zainetto. Le occasioni di cambiamento si moltiplicarono. Non solo. Ovunque vi furono accessi impossibili: i mari del nord, le fiere dei prodotti lapponi, l’Australia, le banchine del porto di Marsiglia.
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Esigevi la sostanza: le sfumature, dove si gioca il senso della verità, erano per te morbosità e ozio.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
Non mi è piaciuta per niente questa raccolta di racconti (passabili: A chi dirlo, Il nascondiglio, La schiena che amo e La melagrana). Alcuni episodi li ho trovati ridondanti e tanti altri decisamente fuori fuoco, questo anche per merito di uno stile narrativo pesante, troppo attorcigliato su se stesso e spesso senza alcun ritmo.
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