“L’agnello cattivo” di Katja Lange-Muller
Siamo sdraiati sui due materassi, non fianco a fianco, ma testa contro testa. L’arteria della tua tempia pulsa contro la mia guancia. I tuoi capelli mi sfiorano il naso, ma non fanno il solletico, sento solo il loro odore: sanno di shampoo e di te. Sono minuti o ore che quasi non ci muoviamo, non diciamo nulla, respiriamo piano. I tuoi occhi sono chiusi, i miei guardano in alto la finestra aperta da cui non si vede nient’altro che un pezzo di cielo senza nuvole, né chiaro né scuro. Se mai avessi qualcosa da chiedermi, sarebbe soltanto se è l’alba o il crepuscolo. Non mi sento assonnata né sveglia, né pesante né leggera, non devo fumare né mangiare, né bere o andare al bagno. Non ho bisogno di distanza, ma nemmeno ho voglia di abbracciarti. Sono libera; non libera di fare qualsiasi cosa ma libera da qualunque costrizione, e tuttavia non sono sola…
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Abbiamo l’un l’altra e abbiamo tempo, nient’altro. Ma di tempo ne abbiamo tantissimo, come se non esistesse neanche più.
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Solo che a te le parole scorrevano più facilmente attraverso gli occhi o attraverso le dita che dalla bocca; come me, avevi studiato anche tu da tipografo.
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C’era qualcosa in te che mi attraeva, ma allo stesso tempo qualcos’altro mi suggeriva di rimanere sul chi vive: una meschina riluttanza del cuore, che nasceva, peraltro, dall’esperienza. Non era forse vero che, come aveva detto una volta mia nonna, la maggior parte delle avventure si concludeva in una notte che si finisce per pagare cara?
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Tu segavi e avvitavi, ti costruivi la tua “nuova vita in libertà”, che ai miei occhi appariva come nient’altro che un libero morire – e io avevo paura, perché non sapevo quale fosse la meta di quel viaggio. Paura di perdere te e poi me stessa, paura di dover presto tornare a lavorare sul serio e anche che tu potessi non restituirmi i miei soldi… soprattutto paura di ciò che le persone come chiamavano futuro, mentre quelle come te non lo chiamavano affatto.
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Uno stormo di passeri si avvicinò a un biancospino fiorito frullando le ali; gli uccellini si posarono sui rami e cominciarono a rimproverarsi l’un l’altro, però piano, con stridori preoccupati, come pensassero di fare la cosa sbagliata ma non sapessero quale fosse quella giusta.
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Hai idea, Harry, quanto ho odiato e ammirato quel tuo sguardo dalle pupille così dilatate? Quel tuo sguardo che, senza volerlo, mi sopraffaceva, che con la sua impareggiabile calma e vacuità mi concedeva la più totale libertà di interpretazione, eppure, allo stesso tempo, faceva sì che ogni mio tentativo di proiezione ti rimbalzasse addosso, che mi ributtava su me stessa come un’onda nera… il che da un lato costava fatica, dall’altro mi rendeva forte.
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Il silenzio era una tortura; anche il tuo sguardo non riuscivo più a sostenerlo, ed era evidente che per i cinque minuti successivi, come minimo, nessuno di noi aveva un piano, o almeno una proposta.
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Dell’Harry che amavo e continuo ad amare, possedevo e possiedo tuttora un’immagine interiore ben definita, a cui nessuna immagine posteriore può sovrapporsi, e tantomeno scalzare. Soltanto su questa immagine misuravo ciò che vedevo. Mi sentivo come un doganiere che alza gli occhi dalla vecchia foto di un passaporto e osserva il volto della persona che gli sta di fronte, e che da tempo non somiglia più a quell’immagine – eppure riconosce (magari no) che il giovane ritratto nel documento e il cinquantenne appena sceso dall’aereo sono la stessa persona. La tua immagine era (ed è) ancora impressa a fuoco nella mia memoria. Vedevo che eri Harry ma, a differenza del doganiere, ogni volta mi spaventavo, e ogni volta un po’ di più, perché le tue fattezze reali somigliavano sempre più meno a quell’immagine.
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… un uomo triste ma orgoglioso poco prima della fine della notte.
Postilla squisitamente PERSONALE
Buon romanzo che descrive le difficoltà nel vivere una storia d’amore “malata”, nella continua indecisione tra l’abbandono dei sensi e l’egoismo naturalmente insito in ognuno di noi. Sullo sfondo una fredda Berlino vicina al crollo del muro e in primo piano il dolore di un riscatto a portata di mano, anche se negato costantemente dalla realtà di ogni giorno.
