“Il fallimento riuscito” di Zadie Smith - Internazionale di dicembre 2007
 
Uno scrittore non dice “non ho svolto ricerche abbastanza accurate”, o “credevo che Casablanca fosse in Tunisia”, o “tendo a reificare l’idea del femminile”. O almeno non considera centrale questo genere di problemi. Allo scrittore interessa vedere se e come ciò che ha scritto rivela oppure tradisce il meglio o il peggio di sé. Gli scrittori, per esempio, pensano che spesso quelle che agli altri sembrano scelte estetiche sbagliate contengono una dimensione etica. Gli scrittori sanno che tra l’idea platonica di romanzo e il romanzo vero e proprio c’è sempre di mezzo quel rompiscatole dell’io; vanitoso, illuso, miope, vigliacco, compromesso. Eco perché scrivere è l’arte che mette in discussione l’artista: perché l’arte da sola non basta a rendere grande un romanzo.
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Lo stile non è una glassa che ricopre un insipido pandispagna letterario, né il prodotto incontrollabile di qualche misterioso meccanismo linguistico. E’ invece una necessità personale, l’unica espressione possibile di una particolare coscienza. Lo stile è il modo in cui ogni scrittore dice la verità. Con questo metro, il successo o il fallimento letterario dipendono non soltanto dalla raffinatezza delle parole scritte su una pagina, ma dalla raffinatezza di una coscienza: quello che Aristotele chiamava l’educazione dei sentimenti.
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Quando scrivo cerco di esprimere il mio modo di essere nel mondo. Si tratta principalmente di un processo di eliminazione. Una volta eliminate tutte le parole morte, i dogmi di seconda mano, le verità che non tue ma di altri, i motti, gli slogan, le sfacciate bugie del tuo paese, i miti della tua epoca storica; un volta tolto di mezzo tutto ciò che deforma l’esperienza e le fa assumere un aspetto che non riconosci e in cui non credi, quello che ti resta è qualcosa che si avvicina alla verità della tua concezione. E’ questo che cerco quando leggo un romanzo: la verità di una persona, nella misura in cui il linguaggio può restituirla.
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Il motivo per cui i grandi romanzi si contano sulle dita di una mano è che adempiere al dovere di cui ho parlato – il dovere di trasmettere con esattezza la verità della propria concezione – è un’impresa difficilissima. Se ogni trent’anni la gente si lamenta perché sono stati pubblicati pochi buoni romanzi, è perché in realtà ne sono stati scritti pochi. In narrativa il genio è sempre stato, e sempre sarò, estremamente raro. E il motivo è che dire la verità della propria concezione – considerata la natura del nostro mondo mediato, considerata la natura condivisa e ambivalente della lingua, considerata la natura sfuggente, ingannevole illusa dell’io – richiede davvero un genio, esige davvero dal suo artefice un’integrità estetica ed etica che solo a pensarci ti vengono le lacrime agli occhi.
 
 
Il primo nemico dell’eccellenza nella moralità (e anche nell’arte) è la fantasia personale, il tessuto di desiderio e sogni megalomani e consolatori che ci impedisce di vedere cosa c’è al di fuori di noi […]. Questo non è facile e richiede, nell’arte o nella morale, una disciplina. Si potrebbe dire che l’arte è un’ottima analogia della morale, o meglio che è, da questo punto di vista, un caso di morale.
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E’ incredibilmente difficile convincersi che gli altri esistano come esistiamo noi. Accettare questa fondamentale verità è la grande sfida della nostra arte, ma è anche la sfida della nostra vita.
  1. 23 aprile 2008 a 11:32 | #1

    Zadie Smith é una grande!

    Eazye

  2. 23 aprile 2008 a 13:40 | #2

    @Eazye – è pure molto carina (IMHO).

  3. 24 aprile 2008 a 14:17 | #3

    ciao, ho letto l’articolo citato e mi ha colpito parecchio, sopratutto perchè tocca da vicino la crisi della scrittura contemporanea, crisi che riguarda più il significato e le esigenze del lettore che quelle dell’autore.

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