piazzavolta INTERESSE/INTERESSATO/INTERESSANTE
 
Un portico già deserto alle otto e mezza di sera, sotto il quale scorrono vetrine buie di negozi già chiusi e un paio di bar che stanno per fare altrettanto. Lo stesso sotto il quale sta per passare anche lui, come capita tutti i martedì, più o meno alla stessa ora. Orecchie insonorizzante da auricolari e passo insolitamente compassato, visto che ieri è tornato a casa alle quattro di mattina.
Alla fine delle piccole e ingrigite volte c’è il bar d’angolo, quello con i tavolini e le sedie verdi, che si affaccia su una piazza diventata anonima da quando è stata ristrutturata qualche anno fa, appositamente per turisti di mezza età scottati dal sole e in cerca dell’effetto cartolina da portare a casa dentro a macchine fotografiche digitali.
Oggi lì fuori non c’è il solito ragazzo cinese che mette in strada i sacchi della spazzatura chiacchierando con un gruppo di connazionali suoi amici, ma la ragazza dai capelli scuri e lo sguardo dolce, quella che da un po’ evidentemente non faceva il turno serale. Sta fumando una sigaretta e armeggia con il cellulare.
Lui non è che ci abbia mai fatto caso particolarmente, ne all’uno ne all’altra, nonostante la routine del suo passare da lì, però questa sera qualcosa immediatamente sembra diverso. Senza rendersene conto e forse incoraggiato dalla stanchezza che abbassa le barriere, più si avvicina e la distanza si riduce, più i suoi occhi non sembrano essere in grado di mettere a fuoco altro, quasi volesse sfidare quelli di lei ancora diretti verso un blu innaturale tra gli sbiaditi colori circostanti. 
Dieci passi ancora e anche lei alza lo sguardo, forse riportata alla realtà esterna dall’arrivo di lui, dal rumore della sua presenza sotto il portico. Si ritrovano a guardarsi, lui in movimento e lei ferma, lui che increspa le labbra in un mezzo sorriso e lei che, con sorpresa di lui, fa di più, rispondendogli con la stessa espressione, ma non abbozzata, pienamente fiera di sé invece.
Quando sono praticamente paralleli in lui qualcosa si rompe e quell’incurvatura nascente si contorce su sé stessa per diventarne il negativo, mentre lei invece non sembra cedere, anzi, quando lui ormai è quasi oltre, nell’immensità della piazza e senza la protezione del portico, ha la netta sensazione che lei abbia addirittura accennato a parlare.
Ora è già così lontana… ha aumentato l’andatura, cambiando direzione e infilandosi in una viuzza satura di odore di kebap, eppure crede ancora di rivedere le sue labbra formare un saluto.
Avrebbe potuto fermarsi, togliersi gli auricolari e dire qualcosa, qualsiasi cosa. Una frazione di secondo dopo avrebbe potuto fare lo stesso, girarsi e concedere la resa dei conti alla sua immaginazione.
E invece no.
Perché alla fine è così, occasioni magari inesistenti, ma pur sempre mancate senza un perché evidente, mentre in sottofondo sfilano tutta una serie di giustificazioni che non hanno un inizio, ma nemmeno una fine. 
 
Più tardi, quella stessa sera, lui ritornerà sui suoi passi e come un gambero allucinato si fermerà ad osservare quell’angolo, le sedie verdi accatastate, il portico, domandandosi se veramente tutto quello passato poco prima è realmente accaduto.
Che lo sia oppure no, non avrà importanza, non se nei giorni successivi, pur non passando da lì, lo rivivrà almeno in un singolo momento di immaginifica visione.
 
 
°°°
 
 
  1. utente anonimo
    15 aprile 2008 a 14:41 | #1

    magnifico! però toglitele ogni tanto ste cazzo di cuffie!!!
    delicious

  2. utente anonimo
    16 aprile 2008 a 9:51 | #2

    bravo Delicious, sgridalo un po’ sto ragazzotto! ;P

    nn

    ma poi era kebap o kebab? ehehehheh

  3. 16 aprile 2008 a 10:02 | #3

    @delicious & nn – non prendetevela con me, ma con lui !!! ieri, sempre lui, mi ha detto che lei non c’era…

    p.s. io mi fido del wikipediologo, ah ah

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