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“Tempesta di ghiaccio” di Rick Moody

moody4 “Tempesta di ghiaccio” di Rick MoodyTempesta di ghiaccio
di Rick Moody
- Bompiani -
 
La sua capacità di bere sorprendeva persino lui, ma era niente in confronto alla sua capacità di ingannare se stesso.
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Hood cominciò la spiegazione lentamente, ma man mano che procedeva nella ricostruzione dei dettagli, diventò una specie di ectoplasma erotico. Trangugiò il drink – il suo equilibro stava cominciando ad andare in pezzi, come il primo stadio di un razzo Apollo. Si compiaceva di particolari scottanti, della nefandezza della sua imbarazzante situazione.
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Mai fare paragoni tra la moglie e l’amante, vinceva sempre la moglie…
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Era così che andavano le cose con gli adulti: prima inseguivano l’estasi, e poi la negavano, la razionalizzavano, la rivestivano di parole.
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Mentre era seduto sul bordo del letto di Libbets, e la guardava fare un disegnino cubista di fronte alla Torcia Umana, Paul non era sicuro di non trovarsi in un sogno. Non era sicuro di non essere il protagonista di un sogno che apparteneva, per esempio, a Francis Chamberlain Devenport IV, beatamente addormentato sul divano in biblioteca. Un vero sogno in cui si realizzavano i desideri, un sogno mandala, o anche un brutto sogno che però aveva avuto un paio di momenti belli. Momenti che lo avrebbero sostenuto nella prossima lunga sequenza di tortura. Uno di quei lunghi e complicati racconti di aerei persi, di bocciature agli esami o di mostrarsi nudo in pubblico. Come in un sogno, quando Libbets gli disse con voce esitante che gli voleva bene come a un amico, la stanza era così immobile e silenziosa che Paul si stupì dell’assoluta bellezza della prevedibilità della sua solitudine.
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La rivelazione della morte era che Mike Williams sarebbe stato morto per tutto il tempo in cui Benjamin Hood fosse rimasto in ginocchio accanto a lui. Nessuno dei rimedi di Hood avrebbe funzionato, e nemmeno nessuno dei suoi deisideri, dei suoi ardenti desideri. Mike sarebbe stato morto quel pomeriggio e quello successivo. Era questo il miracolo. La morte era terribilmente duratura. Era l’idea più ostinata del mondo. Un corpo era morto, ed entro poco tempo non sarebbe stato più nemmeno un corpo, solo un mucchio di elementi. Un cumulo di sostanze, comunque morto.
 
Postilla squisitamente PERSONALE
All’inizio si fa un po’ fatica ed entrare nel ritmo del libro, soprattutto perché questo è un romanzo sì compatto e relativamente breve, ma anche molto scattante e dispersivo per le molteplici voci, direzioni e complicazioni che prende strada facendo. Caratteristica principale questa, che è allo stesso tempo la cosa migliore e a tratti peggiore del libro, ma una volta entrati, si arriva fino in fondo in un batter d’occhio, attraversando, grazie alla particolare visione e stile narrativo di Moody, la noia famigliare, gli anni 70, i fumetti, l’istintività adolescenziale, la provincia americana…
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