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Archivio per maggio 2012

“Ultimi racconti” di Karen Blixen

Karen Blixen - Ultimi raccontiUltimi racconti
di Karen Blixen
– Adelphi -
(traduzione di Adriana Motti)
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Una certa notte di novembre del 1767, a Copenaghen pioveva. La luna era alta, e in una fase avanzata del suo secondo quarto; di tanto in tanto, quando la pioggia recava una breve pausa, come tra due strofe di un canto senza fine, essa appariva alta nel cielo, dietro gli strati di mutevoli nebbie color verderame, come una pallida maschera dolorosa gettata all’indietro. Poi la pioggia ricominciava a cantare, la maschera lunare si ritirava nel firmamento, e nell’oscuro dedalo sottostante spiccavano soltanto, come fosforiche meduse dal fondo del mare, i lampioni e una finestra qua e là.
*
- Con mia nonna – diceva – ho fatto una scuola dura. “Sii fedele alla tua storia” mi ripeteva la vecchia strega. “Sii eternamente, inflessibilmente fedele alla tua storia”. “Perché, nonna?” le domandavo. “E ti devo anche dire i motivi, sfrontata?” gridava lei. “E tu pretenderesti di fare la narratrice! Eppure devi diventarlo, e io ti dirò quei motivi! Ascolta, dunque: Dove il narratore è fedele, eternamente, inflessibilmente fedele alla sua storia, là, alla fine, parlerà il silenzio. Dove la storia è stata tradita, il silenzio non è che vuoto. Ma noi, i fedeli, subito dopo aver pronunciato l’ultima parola, udiremo la voce del silenzio. Che una ragazzina mocciosa lo capisca o no”.
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Noi diciamo che una cosa è simile a un’altra senza disprezzare l’integrità di nessuna delle due; anzi, così facendo riconosciamo la loro essenziale differenza, perché nessuno paragonerà mai due cose identiche.

The Walkmen – Heaven

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“La scomparsa di Lauren Armstrong” di Gaia Manzini

Gaia Manzini - La scomparsa di Lauren ArmstrongLa scomparsa di Lauren Armstrong
di Gaia Manzini
– Fandango -
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Siede maestoso sulla poltrona di pelle, vecchia e scura come un pachiderma scorticato. Indossa il solito cardigan blu a cui manca l’ultimo bottone e tiene la testa reclinata a mostrare la stempiatura centrale.
Sembra un re dimenticato. I padri hanno spesso quell’aspetto. Eva lo ama per quello, e lo detesta per lo stesso motivo.
*
… parleranno di Eva, come fanno tutti dei loro figli, con una rituale e finta preoccupazione, piena d’orgoglio e senso di superiorità.
*
Nel corridoio della casa di Günter ci sono delle maschere africane intagliate nel legno nero di teak. S’alternano a foto seppia,a cartine di città straniere, a immagini sacre, disposte secondo un’orografia domestica che fa di quel posto una specie di continua stratificazione del tempo, con stanze dove far vagare il passato e aggiungere un dettaglio al presente, senza che le cose entrino in collisione.
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Sa esattamente il tono che userà con Eva, dandole l’idea di essere sempre stata lì ad aspettare, sospendendo il pensiero e le emozioni, dal momento che una madre deve essere capace di contenere tutto – il passato, il presente e anche il futuro -, una terra ferma e sicura che si lascia salutare con la mano dai figli che ne vanno, che sta a braccia aperte quando tornano e tiene in caldo risposte giuste.
*
Suo padre ha spalle incurvate, come a reggere un peso, e appare un uomo sconfitto, inadatto a guardare avanti, ma specializzato solo nel mantenere in equilibrio tutto, come una missione, fino a dimenticare il motivo del suo essere lì, la ragione stessa del sostegno.
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Lei era dentro il senso delle cose, non perché le capisse, o avesse una visione dell’oggi e del domani, semplicemente perché ne conosceva il tono. Le orchestrava.
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Compatibili.
È più di una semplice parola. Inverte il tempo, tirandolo d’improvviso per il collo e in fondo dice una cosa sola: che da antagoniste sono diventate comprimarie.
Non potranno più fronteggiarsi.
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Non si è mai azzardato a cambiare posto, ad allungare le gambe sull’altra parte del divano. C’era ancora il tessuto clonato, che tratteneva la sagoma del di dietro di mia madre e io non capivo perché non lo facesse lavare o lo girasse dall’altra parte.
Aggrottavo la fronte. Tenevo stretti i pensieri, i sogni e il dolore dentro la testa, e forse se avessi disteso lo sguardo, appianato la fronte, invece di uscire di corsa per giocare a hopscotch, gli sarei arrivata da dietro piano, avrei allungato la mano come un remo che tasta la riva e gli avrei chiesto se potevo sedermi lì, a coprire la macchia scura che aveva lasciato mamma.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Tre donne alla ricerca di un equilibrio, tre donne che provano ad abbattere il muro che hanno davanti per trovare e ritrovarsi, sfuggendo così alla tentazione di scomparire, non essere.
Queste tre donne, legate da fili più o meno sottili, sono: Lauren Armstrong una star del cinema, Eva Loi la sua doppiatrice italiana e Ella Loi la madre di quest’ultima.
Gaia Manzini esordisce sulla lunga distanza con un romanzo che se nella scrittura mantiene le promesse contenute nel suo primo libro, l’ottima raccolta di racconti “Nudo di famiglia”, non altrettanto fa con la trama scelta e il suo svolgimento. L’andamento è parecchio discontinuo, dopo una buona partenza, qua e là l’autrice si perde un po’ per strada, ritrovandola solo a tratti, come nei capitoli più onirici dedicati a Lauren Armstrong. Ci sono scene e immagini molto forti, comunicative (lo spot di Eva ad esempio), alle quali si alternano momenti non propriamente a fuoco o sviscerati fino in fondo (molti dei quali riguardano la figura di Vittorio, il compagno di Eva).
Un intreccio quasi troppo ricco e pieno di sfumature per un romanzo dalla struttura invece molto agile che lascia intravedere delle ottime prospettive, intuizioni per ora parzialmente inespresse o comunque non andate completamente a segno.

Advance Base – Summer music

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Torkelsen – Torkelsen

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“Miracolo a colazione” di Elizabeth Bishop

Elizabeth Bishop - Miracolo a colazioneMiracolo a colazione
di Elizabeth Bishop
– Adelphi -
(traduzione di Damiano Abeni, Riccardo Duranti e Ottavia Fatica)
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PIÙ 
FREDDA L’ARIA

Dobbiamo ammirare la perfetta mira
di quest’aria d’inverno, cacciatrice provetta
la cui arma spianata non ha bisogno di mirino,
se non fosse che, lontano o vicino,
la sua preda è sicura, il colpo netto.
L’infimo tra noi è così che tira.

Per ridurre il margine d’errore
Sono ferme le barche e di gesso gli uccelli;
la galleria dell’aria coincide
con quella angusta che il suo sguardo incide.
Il centro del bersaglio, la pupilla,
collima con la mira e con l’ardore.

Ha il tempo in tasca, colò suo ticchettio
segna il passo su un attimo. Non cura
momento e circostanze, lei, ha invocato
l’atmosfera per questo risultato.
(E l’orologio chiude l’avventura
tra ruote e fogli e nubi a scampanio).

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L’ARTE È SEMPRE QUELLA

L’arte di perdere s’impara presto
tutte le cose col segreto intento
di andare perse, che non è un disastro.

Perdi una cosa al giorno. Con malestro
accetta chiavi perse, un’ora la vento.
L’arte di perdere s’impara presto.

Perdi di più, più in fretta; al peggio apprestati:
luoghi e nomi e dov’è che avevi in mente
di recarti. Non sarà mai un disastro.

L’orologio di mamma ho perso; e questa!
che è l’ultima di tre case nel niente.
L’arte di perdere s’impara presto.

Ho perso due città, belle. E, più vasti,
altri regni, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è poi un disastro.

Anche perdere te (la voce, il gesto
amato) non mi smentirà. È evidente:
l’arte di perdere fin troppo presto
s’impara, e sembra (scrivilo!) un disastro.

*

DISCUSSIONE

Giorni che non possono e non vogliono
portarti più vicina,
Distanza che si sforza d’apparire
a dir poco ostinata,
discutono discutono discutono
senza posa con me senza provare
che sei meno desiderata o meno cara.

Distanza: ricordi quelle regioni
sotto l’aereo?
Quella costa
di vaghe spiagge immerse nella sabbia
che si estendevano indistintamente
fino in fondo, fin
dove finiscono le mie ragioni?

Giorni: e pensa
a tutti gli strumenti ammonticchiati,
in pratica uno solo,
che si annullavano a vicenda l’esperienza
ed erano
come un orrendo calendario
“Omaggio di Mai Più & Per Sempre, S.p.A.”.

L’eco intimidatorio
delle voci
che dobbiamo rintracciare separate
può essere sconfitto e lo sarà:
Giorni e Distanza di nuovo gettati allo sbaraglio
e in fuga
sia una volta per tutte che dal soave campo di battaglia.

IN VISIONE: Sea wall, Toutes nos envies, God bless America, Les Lyonnais, Higher ground

22 maggio 2012 3 commenti

IN VISIONE
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Sea wallSea wall
(U.K. – 2012)

di Andrew Porter, Simon Stephens
con Andrew Scott

Postilla squisitamente PERSONALE
Trenta minuti di monologo scritti magistralmente e interpretati non da meno.
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Toutes nos enviesToutes nos envies
(Francia – 2011)

di Philippe Lioret
con Marie Gillain, Vincent Lindon, Pascale Arbillot, Isabelle Renauld, Yannick Renier, Amandine Dewasmes, Laure Duthilleul, Christophe Dimitri Réveille

Postilla squisitamente PERSONALE
Il precedente film di Lioret, Welcome, mi era piaciuto molto, questo invece non mi ha colpito poi tanto.
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God bless AmericaGod bless America
(U.S.A. – 2011)

di Bobcat Goldthwait
con Joel Murray, Tara Lynne Barr, Melinda Page Hamilton, Rich McDonald, Mackenzie Brooke Smith, Guerrin Gardner, Larry Miller, David Mendenhall, Tom Kenny, Geoff Pierson, Jamie Harris, Sandra Vergara, Kellie Ramdhanie, Andrea Harper

Postilla squisitamente PERSONALE
Niente per cui esaltarsi, però è un film piacevole da vedere e con alcuni dialoghi proprio ben scritti (come ad esempio questo su Alice Cooper e Diablo Cody).

Les LyonnaisLes Lyonnais
(Francia – 2011)

di Olivier Marchal
con Tchéky Karyo, Olivier Rabourdin, Gérard Lanvin, Estelle Skornik, Daniel Duval, Valeria Cavalli, Francis Renaud, François Levantal, Stéphane Caillard, Anne Canovas

Postilla squisitamente PERSONALE
Tra “Il profeta” e “Romanzo criminale”, ovviamente non raggiunge nessuno dei due, ma si fa guardare.
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Higher groundHigher ground
(U.S.A. – 2011)

di Vera Farmiga
con Vera Farmiga, Joshua Leonard, Donna Murphy, John Hawkes, Bill Irwin, Norbert Leo Butz, Dagmara Dominczyk, Ebon Moss-Bachrach

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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“Eravamo bambini abbastanza” di Carola Susani

Carola Susani - Eravamo bambini abbastanzaEravamo bambini abbastanza
di Carola Susani
– minimumfax -
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Era bello sentire i nostri passi sulla pietra come se sotto fosse vuoto e dentro i portici risuonava l’eco.
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Nell’inquadratura ora c’era mia madre, seduta con le mani sulle cosce, vestita di rosa, un vestito che le copriva le ginocchia. Mio padre le stava vicinissimo e le posava una mano sulla spalla. Mia madre ha sollevato la sua e gliel’ha presa. La prima cosa che mi è venuta in mente è che stavo sognando: la sognavo sempre più spesso, mia madre, anche a occhi aperti. Poi ho capito che doveva essere Chi l’ha visto? Mio padre e mia madre rispondevano a una giornalista, una che avevo visto altre volte. Si guardavano tra loro, avevano negli occhi qualcosa di molle e triste. La giornalista domandava, e loro prima di rispondere si stringevano le dita. Non li avevo mai visti così felici insieme
*
Aveva la faccia così pallida che sembrava un neon acceso coperto di borotalco.
*
“Lidi?”, fa Catardzina.
“Che lido?”
“Rovo”.
Lei con le dita della mano fa segno che siamo in sette.
“Tuoi figli?”, scherza l’autista. Sulle labbra di Catardzina spunta un sorriso.
“Miei fratellini”.
“Due grandi”, fa l’autista, “cinque ridotti”. Stende le dita di tutt’e due le mani per dire dieci euro, come se Catardzina non fosse capace di capire le parole ma solo i gesti. Catardzina tira fuori la mazzetta, la mostra bene all’autista, sfila una banconota e gliela dà. Scivoliamo lungo il corridoio. I pochi passeggeri si voltano per guardarci. Non fa freddo, ma noi siamo infreddoliti, mezzi bagnati, con i bagagli e le coperte addosso, profumiamo di terra. Non so perché non pensano che siamo superstiti di un’alluvione o ragazzi in gita sorpresi da una tragedia. Se lo pensassero ci aiuterebbero. Ci scambiano per zingari, è la nostra puzza che li rassicura e che ci protegge.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Sette bambini provenienti da altrettanti paesi e il Raptor, il loro accompagnatore/custode/rapitore.
Una carovana eterogenea formatasi lungo il percorso che dalla remota Europa dell’est ora li sta portando in Italia, verso Roma forse.
Sulla strada bisogna dormire, mangiare, rubare, ma soprattutto mantenere salde le gerarchie all’interno del gruppo per mantenerlo tale, per far sì che questo non perda il proprio sottile e instabile collante.
Sono bambini certo, ma non solo o forse non nel modo in cui li vogliamo immaginare noi, sbagliando, il titolo scelto d’altronde lo spiega efficacemente con quel “abbastanza” finale a chiudere la questione.
Un romanzo corale (ottime anche le singole caratterizzazioni), compatto e molto naturale nel suo scorrere con ritmo pressoché perfetto. Un libro nel quale la scrittura di Carola Susani la fa da padrone, con una precisione che permette di estromettere del facile sentimentalismo, preferendo invece andare al nocciolo della questione e rappresentare questa fiaba moderna (non ci è dato sapere il perché, ma risulta invece molto chiaro il come) con lucidità e occhio esperto.

N.B. Complimenti anche a Riccardo Falcinelli e Alessandro Gottardo per l’ottimo progetto grafico.

Feist – Cicadas and Gulls

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IN VISIONE: Le nevi del kilimangiaro, Our grand despair, In the land of blood and honey, Game change, The myth of the american sleepover, Bi, dung so!, Wake Wood

IN VISIONE
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Le nevi del kilimangiaroLe nevi del kilimangiaro
(Francia – 2011)

di Robert Guédiguian
con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Grégoire Leprince-Ringuet, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Adrien Jolivet, Karole Rocher, Jacques Boudet, Gérard Meylan

Postilla squisitamente PERSONALE
La trama non è male, il risultato così così.
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Our grand despairOur grand despair
(Turchia, Germania, Olanda – 2011)

di Seyfi Teoman
con Ilker Aksum, Fatih Al, Taner Birsel, Baki Davrak, Gunes Sayin, Mehmet Ali Nuroglu, Beril Boz, Durak Bulbuk, Tamer Yurtbasi, Meliha Corek, Ilker Burma

Postilla squisitamente PERSONALE
Niente di eclatante, ma una piccola storia raccontata bene.
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In the land of blood and honeyIn the land of blood and honey
(U.S.A. – 2011)

di Angelina Jolie
con Rade Serbedzija, Branko Djuric, Nikola Djuricko, Jasna Beri, Goran Kostic, Zana Marjanovic, Goran Jevtic, Dolya Gavanski

Postilla squisitamente PERSONALE
Mi sarei aspettato di peggio dall’esordio alla regia di Angelina Jolie.
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Game changeGame change
(U.S.A. – 2012)

di Jay Roach
con Ed Harris, Julianne Moore, Woody Harrelson, Peter MacNicol, Ron Livingston, Melissa Farman, Sarah Paulson, Jamey Sheridan, Larry Sullivan, Alex Hyde-White, Bruce Altman

Postilla squisitamente PERSONALE
Interessante.
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The myth of the american sleepoverThe myth of the american sleepover
(U.S.A. – 2010)

di David Robert Mitchell
con Werner Herzog, Charles Fathy, Dominique Baffier, Jean Clottes, Jean-Michel Geneste, Carole Fritz

Postilla squisitamente PERSONALE
Ottima spaccato di un’età e di tutto quello che si porta appresso.
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Bi, dung so!

Bi, dung so!
(Vietnam, Francia, Germania – 2010)

di Dang Di Phan
con Phan Thanh Minh, Nguyen Thi Kieu Trinh, Mai Chau, Nguyen Ha Phong, Hoa Thuy, Tran Tien

Postilla squisitamente PERSONALE
Qualche spunto buono, ma per il resto non mi è sembrato chiarissimo negli intenti (o forse io non l’ho capito).

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Wake Wood
Wake Wood
(Irlanda, U.K. – 2010)

di David Keating
con Eva Birthistle, Ella Connolly, Amelia Crowley, Aidan Gillen, Brian Gleeson, Dan Gordon, Ruth McCabe, Timothy Spall

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.


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“La confusione è precisa in amore” di Vittorio Lingiardi

16 maggio 2012 1 commento

Vittorio Lingiardi - La confusione è precisa in amoreLa confusione è precisa in amore
di Vittorio Lingiardi
– Nottetempo -
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Non temo il futuro
che da solo si spiana.
È il presente
reclamante la custodia
ammalato della pena del passato
ad invocare cieco il nutrimento.
Che la custodia sia
la sordità dell’angelo,
ala nerissima,
la piuma intinta nella notte
a conficcarsi nel triangolo
trasparente della scapola
come spina velenosa
nella carne.

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Ci cerchiamo nel sonno
a manate pesanti, il mattino –
con i piedi nel caos.
Poche cose da dire:
che siamo due ragazzi
due vecchi –
a turno, un ragazzo,
un vecchio.
Non siamo qui per caso.
La confusione è precisa
in amore.

“Di passaggio” di Jenny Erpenbeck

Jenny Erpenbeck - Di passaggioDi passaggio
di Jenny Erpenbeck
– Zandonai -
(traduzione di Ada Vigliani)
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Progettare edifici in cui sentirsi a casa, questa è la sua professione. Quattro muri intorno a un po’ d’aria, strappar via con artigli di pietra un po’ d’aria da tutto ciò che cresce e guizza, per renderlo solido e stabile. Sentirsi a casa. Una casa, la terza dopo la pelle e gli abiti. Una dimora. Una casa da costruire su misura secondo le esigenze del proprietario. Mangiare, cucinare, dormire, lavarsi, evacuare, bambini, ospiti, giardino. Tutto in blocco – oppure omettendo questo o quell’altro, operare la conversione in legname, pietra, vetro, paglia e ferro. Fornire direttive alla vita, terreno saldo sotto i piedi nelle zone di passaggio, una prospettiva allo sguardo, delle porte al silenzio. E quella era la sua casa.
*
In tempo di pace era la povertà, in tempo di guerra era il fronte che spingeva in avanti la gente come una lunga fila di tessere del domino, l’uno dormiva nel letto dell’altro, cucinava sul suo fornello, consumava le provviste che l’altro aveva dovuto lasciar lì. Soltanto lo spazio nella stanza andava facendosi sempre più angusto con l’infittirsi dei bombardamenti.
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Che una vergogna e una bramosia condivise potessero legare più intimamente a un luogo di una felicità condivisa, avrebbe preferito non doverlo scoprire mai.
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Il poeta, che li aveva tenuti nascosti allora, in una sua poesia aveva descritto il ritorno a casa come il passaggio sull’altra sponda, la sponda della morte. A quel tempo avevano imparato il silenzio, e quel silenzio, dopo tante rinunce, era il dono più grande che potessero fare al loro sogno; un sogno ancora così vasto, che ciascuno dei compagni era tutto solo quando vi si aggirava dentro.
*
Che nella sua bocca invecchiata sono forse invecchiate anche le parole, senza che lei se ne sia resa conto? Dopo cena le seggiole da giardino vengono sistemate nella sala grande, così da poter seguire tutti insieme il notiziario alla televisione. Lei e suo marito, il figlio, la nuora, la piccola, l’ospite, gli amici che sono alloggiati nel capanno al lago, talvolta anche la cuoca. Nel notiziario delle diciannove si parla del raccolto, i contadini sono ritti in mezzo alle stoppie e alla polvere e parlano di pianificazione, sul video scorrono trebbiatrici e silos. Sono parole inusuali, non certo farina del loro sacco, quelle che i contadini pronunciano lì nella polvere dei campi, al centro dei quali li obbligano a stare. Da quando è rientrata in Germania ha speso tutta se stessa nel tentativo di trasformare, attraverso i segni scritti, i suoi ricordi nei ricordi degli altri, di trasferire sulla carta, come su un traghetto, la sua vita nella vita degli altri. Con i segni scritti ha portato in superficie molte cose che le sembravano degne di essere conservate, e respinto nell’oblio certe altre che facevano male. Adesso di domanda se quella selezione non sia stata già di per sé l’errore, perché ciò che per tutta la vita aveva avuto davanti agli occhi della mente doveva pur essere un mondo intero, non un mondo a metà.
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Oggi può essere oggi, ma anche ieri o vent’anni fa, e la sua risata è la risata di oggi, di ieri ed esattamente la risata di vent’anni fa, le sembra che il tempo sia a sua disposizione come una casa, nella quale poter entrare ora nell’una, ora nell’altra stanza.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Un appezzamento di terra che si affaccia su un lago non molto distante da Berlino e le persone che lo abitano o lo hanno abitato, sono i protagonisti di questo romanzo che ripercorre quasi tutto il ‘900 tedesco (guerre, espropri, invasioni, caccia alle streghe, etc).
Si parte dalla suddivisione in lotti, la costruzione della casa principale e quelle dei vicini, il capanno in riva al lago, il pontile e una sola figura che ritroviamo sempre, il giardiniere del villaggio attiguo che durante tutti questi anni si prenderà cura del verde di quell’appezzamento.
Ad intervallare i brevi capitoli che riguardano quest’ultimo, tanti altri dedicati ognuno a una voce narrante e alla sua storia, dall’architetto che quella casa l’ha progettata e ha combattuto nella prima guerra fino alla nipote dell’ebreo che aveva comprato il pezzo di terra attiguo e che ora vive serenamente in Sudafrica (per me i migliori sono: “La moglie dell’architetto”, “Il soldato dell’Armata rossa” e “L’ospite”).
Il libro è molto bello e anche abbastanza particolare, sia per la struttura scelta (passato e presente che si rincorrono costantemente), ma soprattutto per il modo di narrare di Jenny Erpenbeck (in certi tratti mi ha ricordato qualcosa di Ágota Kristóf) che lascia ampio spazio all’immaginazione del lettore, lavorando per lento accumulo e chiedendo uno sforzo in più, ampiamente ripagato, nel riannodare tutti i fili temporali che percorrono queste pagine.

Cold Specks – I Predict A Graceful Expulsion

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“Bravura” di Emmanuel Carrère

Emmanuel Carrère - BravuraBravura
di Emmanuel Carrère
– Marcos y Marcos -
(traduzione di Ada Ceruti)
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Adattandosi al suo temperamento razionale, l’oppio inizialmente offriva alle sue frasi interiori una fluidità rigorosa: le parole scorrevano senza urti, il pensiero si abbandonava alla loro seduzione: niente ne restava, ma niente era omesso. Ora, al contrario, una frase iniziata con grazia continua con una smorfia. Non s’interrompe più per lasciare il posto a un’altra, ma si ostina, si dilata senza cogliere più niente, inciampa su parole improvvisamente private del loro senso, o passate al nemico che le spia imboscato come un cannibale nella giungla. Quando l’esploratore è sbarcato, il cannibale, prudente, non ha dato alcun segno di vita, per non spaventarlo. Ora, senza mostrarsi, lascia ovunque tracce della sua presenza, avanzi di pasti, un fuoco spento male, le tracce di un piede il cui numero di dita si diverte a cambiare da un giorno all’altro. Gioca con la sua preda, s’insinua nelle sue parole, usa contro di lui idiotismi del suo paese, del mondo della veglia con il quale deve comunicare attraverso qualche canale segreto, poiché ha arruolato al suo servizio figuri quali Byron e gli Shelley. L’esploratore non può più partire. Ogni giorno, un desiderio mostruoso, incomprensibile, lo spinge a ritornare al luogo del suo supplizio, il labirinto del suo cervello dove ormai non è più solo. Dopo averla fuggita per tanto tempo, Polidori è quasi giunto a considerare la lucidità normale come uno stato felice, desidera mantenervisi, non per un sussulto di volontà o di igiene, ma per sfuggire al teatro d’incubo in cui continuamente si ritrova immerso. Tra morire di sete e bere dell’acqua che si sa avvelenata non c’è scelta: si berrà sempre, perché l’estrema sofferenza costringe ad agire, non importa come: con le viscere divorate dal male, la sete aumenta e si beve ancora.
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I giusti, e lo sa da quel giorno, riescono a fare ancora più male dei cattivi. Percy, per esempio. O anche lei, l’innocente e dolce piccola Mary, a qualcuno come Polidori che riflette senza sosta, dissezionando tutto quel che vien detto intorno a lui per trovare la materia necessaria ad alimentare la sua sofferenza. Ad esercitare la sua intelligenza. Perché bisogna riconoscere (mai questo le è sembrato più evidente) che Polidori è intelligente, molto intelligente. All’improvviso, prova per lui curiosità, compassione e, ipocriticamente, se ne rallegra: la compassione crea una buona distanza.
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Scruta il viso di Percy che si sta posando un dito sulle labbra e sorride. Riconosce quel sorriso, che riunisce tutto quello che si aspetta da lui: amore, aiuto, un’intimità che le sembrava scomparsa e che ricompare all’improvviso, nella piega della sua bocca. È ancora lui, come prima, che viene a cercarla, a mettere fine alle sue paure.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Il romanzo ruota attorno a un soggiorno realmente accaduto che fecero a Villa Diodati, vicino a Ginevra, i coniugi Shelley, Lord Byron e il dottor Polidori (medico di quest’ultimo). Più in particolare sulle notti passate a raccontarsi storie dell’orrore e culminate con una sfida durante la quale, grazie ai suggerimenti di Polidori, nascerà il futuro Frankenstein di Mary Shelley. Ma anche sulle manie dandy di Byron e le maldestre invidie del dottor Polidori, scrittore anch’egli seppur mancato, verso il resto del gruppo o ancora del rapporto molto intimo, forte e dispendioso tra i coniugi Shelley.
“Bravura” è il secondo libro pubblicato da Carrère, molto differente ovviamente dai suoi ultimi (“La vita come un romanzo russo”, “Vite che non sono la mia”) che ho apprezzato in modo particolare.
La storia è coinvolgente, a tratti un po’ dispersiva, ma che grazie al gioco di specchi tra Polidori prima, Frankenstein nel mezzo e Mary Shelley poi, e pure a un inaspettato sviluppo al tempo presente di quelle vicende, mantiene alta la concentrazione del lettore e davvero interessante la lettura.

Bonnie ‘Prince’ Billy – I see a darkness

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“Proprietà privata” di Richard Yates

Richard Yates - Proprietà privataProprietà privata
di Richard Yates
– minimumfax -
(traduzione di Andreina Lombardi Bom)
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Così ebbe inizio la chiacchierata serale presso il letto di Blaine. C’era sempre un momento di pausa nel reparto tubercolosi dopo che erano stati portati via i carrelli con i vassoi della cena, quando il sole proiettava lunghe strisce gialle sul pavimento sotto le finestre che davano a occidente e faceva baluginare i raggi argentati delle sedie a rotelle che trovava sul suo percorso; era il momento nel quale la maggior parte dei trenta ospiti del reparto si riunivano in capannelli per parlare o giocare a carte.
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“Quanto t’invidio”, rispose piano Betty Miller, in un tono che il marito aveva studiato per un maggiore effetto drammatico; “Lev non parla mai della guerra”. E Miller si rese conto con un po’ di fastidio che per Betty c’era un particolare aspetto romantico, di un romanticismo da rivista femminile, nel fatto di avere un marito che non parlava mai della guerra – un marito vagamente tragico, sensibile, magari, o ad ogni modo un marito dalla modestia incantevole – cosicché in effetti non aveva importanza se il marito di Nancy Braces era davvero più attraente, più solido nel suo completo Brooks Brothers e, in passato, più affascinante nella sua linda uniforme da tenente.
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Andò avanti così per un pezzo, ma nella sua voce mancava quell’intonazione stridula e petulante che lui si era aspettato; sembrava ferita, invece, quasi sul punto di piangere, il che era peggio. In quella piccola porzione del suo cervello che ancora rimaneva lucida deciso cupo che con tutta probabilità quel litigo sarebbe stato lungo, di quelli che durano due o tre giorni. Le grida e le recriminazioni sarebbero terminate presto, ma ci sarebbe stato un lungo intervallo fatto di silenzi gelidi, di piccole domande e risposte scambiate educatamente a tavola, di sere in cui ci si coricava senza nemmeno dirsi buonanotte, prima che lui riuscisse ad andare da lei con un minimo di decoro per dirle quella frase enorme e semplice che avrebbe potuto scongiurare tutto questo fin dall’inizio: “Mi dispiace, tesoro”.
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E in un altro momento, quando lui le voltò le spalle dopo aver detto una lunga frase amara a proposito di Werner e si appoggiò ingobbito sullo schienale di una sedia in posa melodrammatica, lei gli si avvicinò alle spalle e disse, a voce bassissima: “Non ho mai avuto l’impressione di tradirti, Gorge, non capisci? Cosa c’era da tradire?”
Questo lo colse alla sprovvista, e per un attimo gli parve che la propria mente avesse la stessa limpidezza, la stessa cupa logica delle parole della moglie.
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Postilla squisitamente PERSONALE
Finalmente una raccolta di racconti di Richard Yates che convince fino in fondo, tanto quanto un suo romanzo. Questo non perché le precedenti siano brutte, tutt’altro, però rispetto alle sue prove lunghe, la forma breve ho sempre pensato fosse meno nelle corde narrative di Yates.
Il motivo immagino vada ricercato in una sostanziale differenza nei temi cardine trattati dall’autore per questa nuova raccolta, visto che nei racconti qui inclusi ci sono meno coppie e più singoli, meno tradimenti e veleni e più guerra e malattia, anche se l’umanità che sta alla base e viene descritta è sempre la stessa. Così come lo stile narrativo, che è quello ormai inconfondibile a chi ci ha abituati Yates, attento osservatore e abile scrittore nel restituirci, tramite le sue parole, la profondità di uno sguardo acuto e leggero allo stesso tempo.
I racconti sono tutti molto buoni, eccetto “Un’ultima scappata, per dire”, tra i quali spiccano in particolar modo: “Il canale”, “Sera in Costa Azzurra”, “Il revisore e la bufera” e “Un ego convalescente”.

IN VISIONE: Chronicle, L’apollonide, Babies, Diciotto anni dopo, Shotgun stories, Down in the valley

IN VISIONE
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ChronicleChronicle
(U.S.A., Regno Unito – 2012)

di Josh Trank
con Dane DeHaan, Alex Russell, Michael B. Jordan, Michael Kelly, Ashley Hinshaw, Bo Petersen, Anna Wood, Rudi Malcolm, Luke Tyler, Crystal-Donna Roberts

Postilla squisitamente PERSONALE
Non l’avrei mai detto, invece mi è piaciuto.
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L'apollonide (Souvenirs de la maison close)L’apollonide (Souvenirs de la maison close)
(Francia – 2011)

di Bertrand Bonello
con Hafsia Herzi, Adele Haenel, Jasmine Trinca, Noémie Lvovsky, Louis-Do de Lencquesaing, Céline Sallette

Postilla squisitamente PERSONALE
Peccato, la storia sarebbe potuta essere interessante, ma il film invece è alquanto noioso e poco a fuoco.
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BabiesBabies
(Francia – 2010)

di Thomas Balmes
con Mari, Bayar, Hattie, Ponijao

Postilla squisitamente PERSONALE
Buon documentario.
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Diciotto anni dopoDiciotto anni dopo
(Italia – 2009)

di Edoardo Leo
con Marco Bonini, Edoardo Leo, Sabrina Impacciatore, Gabriele Ferzetti, Eugenia Costantini

Postilla squisitamente PERSONALE
Il solito film italiano… e non è tanto un complimento.
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Shotgun storiesShotgun stories
(U.S.A. – 2007)

di Jeff Nichols
con Michael Shannon, Douglas Ligon, Lynnsee Provence, Natalie Canerday, Barlow Jacobs, Glenda Pannell

Postilla squisitamente PERSONALE
Non eccessivamente brillante, ma un buon film in fin dei conti, con una sua marcata atmosfera.
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Down in the valley

Down in the valley
(U.S.A. – 2005)

di David Jacobson
con Edward Norton, Evan Rachel Wood, David Morse, Rory Culkin, Bruce Dern, John Diehl

Postilla squisitamente PERSONALE
Lento e inconcludente.


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Santigold – Master Of My Make Believe

Tag:

“La donna che si baciava con i lupi” di Guido Catalano

Guido Catalano - La donna che baciava con i lupiLa donna che si baciava con i lupi
di Guido Catalano
– LeBolleBlu Edizioni -
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Bella ragazza

uno si gira
perchè uno si gira prima o poi
cioè o prima o poi si gira e
bella ragazza

uno apre la porta
perchè ha una porta davanti
e comunque uno prima o poi una porta l’apre e
bella ragazza

uno tipo
guarda dalla finestra
cioè se ci ha una finestra
gli vien naturale di dare almeno un’occhiata
dalla sua finestra e
bella ragazza

uno va al bar
perchè il bar è lì
il bar è una roba che uno ha voglia di andarci
entra nel bar che ha sete di birra e
bella ragazza

uno gli viene voglia di andare sugli autoscontri
perchè a uno se è normale
gli viene voglia di andare sugli autoscontri
va agli autoscontri
compra i gettoni
guarda le macchinine per scegliere la sua preferita e
bella ragazza

uno va nell’azienda
perchè lo hanno assunto nell’azienda
si siede al suo tavolo aziendale
tempera la matita e
bella ragazza

io non sono mai stato in un sommergibile
ma è mio sogno fin da bambino
sono certo che anche dentro il sommergibile
magari uno deve cercare un po’
ma la trova
la bella ragazza

sulla luna no
perchè sulla luna non c’è forme di vita
e la bella ragazza è forma di vita
è una di vita animale
che ha bisogno d’ossigeno e calore
e d’acqua e vino
e cibo saporito
e sulla luna questa roba è assente

raramente la bella ragazza è ignifuga
dunque inutile cercarla nel sole

alle volte la bella ragazza non sa di essere bella ragazza
allora bisogna dirglielo
lei sicuramente ti dirà, ma figurati non è vero stai mentendo!
sarà tua bravura convincerla che sei nel vero

e se sei sincero
sarai nel giusto e nel buono
diritto sarà il tuo
dunque
di da lei ricever baci
e fors’anche amor sessuale
potrete dirvi dei segreti
innamorarvi

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Una notte in via Milano

una notte in via milano
son caduto dalla bici
e mi son rotto la testa
siccome avevo bevuto molto liquore
non sentii il dolore
e non m’accorsi del flusso di sangue
che usciva dal mio cranio
poi mi rialzai
e vidi me stesso morto vicino alla bici scatazzata a terra
come nel mio film d’amore preferito che si chiama ghost-fantasma
dove uno muore ammazzato e poi
si rialza e vede il suo cadavere
ma lui non si rende conto subito
infatti si rialza
ma poi vede il suo cadavere
e dice “porcaputtana sono morto”
ed è una sfiga
che lui è il marito di demi moore
che in quel film è bellissima coi capelli corti
è veramente bellissima
più che bellissima è molto carina
ma di un carino che ti viene da innamorarti
infatti io me ne innamorai fin da subito coi capelli corti
e il tipo si era appena sposato
e faceva la ceramica nudo con demi moore
che se ci pensi è una bella sfiga morire ammazzato
quando hai una possibilità così pazzesca di fare
la ceramica nudo con demi moore
e io dunque poi ho iniziato a vedere se uscivano
i demonietti dall’angolo d’ombra
che mi portavano all’inferno
opuramente veniva la luce di dio
che mi invitava ad ascendere al cielo
che io speravo la seconda opzione
che quei demonietti nel film ghost-fantasma
fanno orrore
ma poi nessuna delle due
perchè non ero morto veramente
era che avevo molto liquore in corpo
e oltre a non sentire il dolore che meritavo
avevo un principio di allucinazione
infatti rimontai in bici
e di nuovo caddi
sbattendo l’osso sacro
poi raggiunsi la mia casa
e svenni nel letto
poi mi risvegliai
e trovai tutto il cuscino pregno di sangue di testa
ebbi molta paura
e sconforto
anche perchè ero solo in casa
e non c’era demi moore accanto a me
per dire, a baciarmi e a curare le mie ferite

oggi
ho un buco nella testa
se voglio posso infilarci il dito
e se mi prude
mi gratto il cervello

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Postilla squisitamente PERSONALE
Visionaria e scanzonata è la poesia di Guido Catalano raccolta in questo volume.
A tratti fa ridere, non poco, in altri le sensazioni provocate cambiano decisamente direzione.
A tratti mi è piaciuta, in altri meno.
Altre poesie particolarmente degne di nota: “Bum Bum Bum”, “L’uomo che aveva iniziato a morire”, “E insomma, lo sai”, “La terzultima cena”, “Dicembre nella pioggia”, “Domenica” e “Uno una volta a Milano mi ha chiamato zio”.

“Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere” di Marco Truzzi

Marco Truzzi - Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghereNon ci sono pesci rossi nelle pozzanghere
di Marco Truzzi
– Instar Libri -
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Essere come noi, fare parte di questa storia, è una cosa tutta particolare. Non abbiamo un colore della pelle differente, non professiamo religioni strane. La nostra diversità è sottopelle. Noi non siamo e non saremo mai come i gagi vorrebbero che fossimo per regalarci la loro compassione.
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E i nostri eroi? Non meritano forse anche loro una qualche forma di celebrazione? O, ancor meglio: abbiamo eroi da celebrare? Che interesse può avere per noi una celebrazione pubblica? Noi non siamo così. Fino a pochi anni fa, quando moriva una persona davamo alle fiamme tutte le sue cose, tutti i suoi averi. Non è una delle più radicali forme di distruzione della memoria, questo fatto di bruciare tutto? Non è la rimozione di qualsiasi legame? Eppure, proprio in quel gesto è contenuto il germe di una memoria più forte delle altre, persino più resistente del marmo delle lapidi dei gagi, una forma di memoria totalizzante, proprio perché, dopo aver bruciato tutto il resto, la persona sei costretto a portartela dentro con una determinazione che, in mancanza d’altro, deve per forza di cose essere feroce. Perché non ci saranno targhe a ricordare e non ci saranno libri e commemorazioni, ma solo la tua mente e il tuo cuore. E tutto ciò che è passato sarà costretto a vivere lì, e non altrove, e si potrà solo raccontare e le parole usciranno nel modo giusto solo se si sarà davvero in grado di ricordare, ricordare quanto più possibile.
È così che nascono i nostri racconti e i nostri eroi senza riconoscimento: non siamo gente senza memoria. Siamo gente senza terra, questo sì. Siamo zingari. Tutto quello che abbiamo ce lo dobbiamo portare addosso, come i vestiti, e il peso del baule della nostra storia, del nostro esserci stati, è affidato a noi, e a nessun altro.
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Postilla squisitamente PERSONALE
La storia, ambientata a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ma con alcune incursioni anche nel passato, di un campo di zingari stabilitosi nella bassa reggiana, più precisamente a Correggio, terra di Ligabue e Tondelli.
Le loro tradizioni, contraddizioni, ma soprattutto la convivenza con i gagi (ovvero tutti quelli che NON sono zingari) e gli stereotipi che negli anni questi gli hanno cucito addosso (alcuni a ragione, tantissimi altri no).
In particolare vengono narrate le vicende di Damian, primo bambino del campo ad andare a scuola dai gagi e che proprio tra loro passerà sempre più tempo, cercando di costruirsi non senza difficoltà lì la sua vita.
Marco Truzzi è all’esordio letterario, che tra l’altro gli è valso il Premio Bagutta Opera Prima 2012, con un romanzo agile, semplice e anche ingenuo a tratti (tutti aggettivi usati nella loro accezione più positiva). La storia regge, i flashback sono calibrati e inseriti alla perfezione, i personaggi spesso caratterizzati bene (nonno Roman su tutti), rendendo così la lettura di questo libro molto scorrevole e piacevole.