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Archivio per marzo 2012

Lost In The Trees – A Church That Fits Our Needs

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“L’imperatore dell’aria” di Ethan Canin

Ethan Canin - L'imperatore dell'ariaL’imperatore dell’aria
di Ethan Canin
– Ponte alle Grazie -
(traduzione di Annarosa Miele)
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Francine e io siamo sposati da quarantasei anni, e sarei un imbroglione se dicessi che l’ho amata per più della metà. Diciamo che in quest’ultimo anno non l’ho amata; diciamo pure che è stato così per gli ultimi dieci anni. Il tempo ha trasformato in tormento le nostre piccole differenze e ha mutato in tolleranza la passione. Le cose stanno così. Sono solo qui in cucina, nel cuore della notte; vivo una mia vita segreta. Ci svegliamo a orari diversi, dormiamo agli estremi opposti del letto. Ci piacciono cibi diversi, musiche diverse, teniamo i vestiti in cassetti diversi, e se ancora abbiamo aspirazioni, credo che siano rivolte a un appagamento diverso. Inoltre, lei è sana e io sono malato. Per quanto riguarda la conversazione – tripudio della ragione, fluire dell’animo – la nostra casa è silenziosa come un cimitero.
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Cominciò a rubare dopo la morte di mio padre, nonostante lui avesse sottoscritto numerose assicurazioni sulla vita e avesse già effettuato il pagamento dell’ultima rata del mutuo, quando un venerdì sera dopo il lavoro, le coronarie gli si occlusero. Quel giorno segnò una svolta nella vita di mia madre. Per un anno pianse a tutti i semafori rossi e davanti ai cassetti che non si chiudevano. Incominciò a istruire me e mia sorella sulla depravazione del mondo, e ci impose una dieta completamente nuova. Aveva riempito un barattolo da cucina di vitamine e ce le distribuiva ogni mattina, un rigoglio di colori, un’aureola di pillole che disponeva in cerchio vicino ai piatti della colazione. Era una nuova serie di associazioni. Imparammo che la C serviva per i raffreddori – o anche contro il cancro secondo alcuni scienziati a cui lei credeva; la E serviva per l’elasticità della pelle, e la D per rafforzare le ossa; sapevamo che la B influiva sull’umore – come se una pillola potesse avere un simile potere – e anche per dormire, così mia madre ne prendeva una dose doppia. Eppure continuava ad avere problemi di insonnia. Per anni l’ho sentita scendere di sotto, nel cuore della notte. Al mattino aveva la faccia gialla come un limone, con le dita tamburellava sul piano del tavolo. Si assopiva invece di pomeriggio, al cinema o sul divano in salotto, dove la luce del sole le faceva fare dei sogni orribili, e da allora cominciò a rubare.
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Ma non dico niente. Invece mi giro nel letto, la raggiungo e la tocco, e siccome è sorpresa si volta.
Quando la bacio le sue labbra sono asciutte, crepitano contro le mie, sconosciute come i fondali marini. Ma poi le labbra cedono. Si schiudono. Sono dentro la sua bocca, e lì, al riparo dal mondo, come se la rovina l’avesse risparmiata, è bagnato – Signore! Ho la sensazione che sia un miracolo. La sua lingua viene avanti. In questo momento non so più chi sono, chi sto abbracciando. Riesco soltanto a ricordare la sua bellezza. Mi tocca il petto e io le mordo delicatamente le labbra, le inumidisco una guancia e poi gliela bacio. Lei fa qualcosa di simile a un sospiro. “Frank” dice. “Frank”. Ci perdiamo ora in mari e deserti. Con la mano cerco le sue dita e gliele stringo: ossa e tendini, cose fragili.

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Postilla squisitamente PERSONALE
Era da molto tempo che non mi capitava di leggere una raccolta di racconti così valida, dal primo all’ultimo episodio, com’è questo libro di Ethan Canin.
Che sia la storia di una bambino che tutti i giorni osserva il cielo dal tetto dell’emporio dei suoi genitori cercando di trovarvi il suo futuro, un ex insegnante che decide di lottare per l’olmo secolare e malato del suo giardino contro il vicino che lo vuole abbattere o ancora una coppia che visita case in vendita nonostante sappia benissimo che non potranno comprarle… uno più bello dell’altro!
La cosa che stupisce maggiormente ne “L’imperatore dell’aria”, oltre questa compiutezza generale, è la tranquillità, quasi pacatezza, che caratterizza sia la scrittura di Canin, pressoché perfetta, sia in larga parte anche le sue trame, in grado comunque di fornire degli affreschi vividi e di colpire, andare a fondo con i suoi protagonisti, nei loro problemi, dubbi esistenziali, fino alle soluzioni più o meno lucide messe in campo per affrontarli.

 

 

Fairguson – Black Thursday


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The lark will sing again“, il disco di Fairguson, lo trovate in download qui con la formula name your price.
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“La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

27 marzo 2012 2 commenti

Jeffrey Eugenides - La trama del matrimonioLa trama del matrimonio
di Jeffrey Eugenides
– Mondadori -
(traduzione di Katia Bagnoli)
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Da piccola Madeleine era convinta che sua madre fosse una bella donna, ma da allora molto tempo era trascorso. Negli anni il viso di Phyllida si era appesantito e le guance cominciavano ad afflosciarsi come quelle di un cammello. Lo stile classico dei vestiti che portava – da filantropa o ambasciatrice – tendeva a nascondere la sua figura. Era nei capelli che risiedeva il suo potere. Il costoso coiffeur li aveva trasformati in una cupola liscia, una specie di tendone per lo spettacolo in cartellone da molto tempo che era la sua faccia. Madeleine non ricordava di aver mai visto Phyllida a corto di parole o incerta su una questione di etichetta. Con le sue amiche rideva dei modi formali della madre, però le accadeva spesso di pensare che gli altri, in confornto, non sapevano nemmeno cosa fossero le buone maniere.
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Zipperstein appariva di buonumore. Era appena tornato da una conferenza a New York, ed era vestito in modo diverso dal solito. Ascoltandolo parlare del testo che aveva letto alla New School University, all’improvviso Madeleine capì che per Zipperstein la semiotica era la forma assunta dalla crisi di mezza età. Fare il semiologo gli permetteva di portare una giacca di cuoio, andare a Vancouver per una retrospettiva di Douglas Sirk e di conquistare tutte le ragazze ingenue e sexy dei suoi corsi. Anziché lasciare la moglie Zipperstein aveva lasciato la facoltà di letteratura. Invece di comprarsi un’auto sportiva aveva comprato la decostruzione.
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Sveglio, al buio, rifletté. Senza dubbio la lettera di Madeleine era un documento sconvolgente, e infatti ne era doverosamente sconvolto. D’altra parte lei lo aveva scoraggiato per così tanto tempo che i suoi rifiuti erano come le formule di rito di un contratto a cui lui dava una rapida scorsa in cerca di possibili scappatoie o clausole vessatorie. E in questo documento riscontrava parecchi elementi di suo gradimento.
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Chiuse il libro e si lasciò cadere sul letto. Aveva l’impressione di essere svuotato con violenza, come se un’enorme calamita gli aspirasse il sangue e gli altri fluidi, che venivano bevuti dalla terra. Stava di nuovo piangendo e non riusciva a smettere; la sua testa era come il lampadario a casa dei nonni, a Buffalo, appeso troppo in alto perché potessero arrivarci con una scala, che ogni volta che li andava a trovare aveva una lampadina accesa in meno. La sua testa era un vecchio lampadario che si stava spegnendo.
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All’inizio esci con una ragazza perché ti basta vederla per sentire le ginocchia molli. Ti innamori e desideri disperatamente che non ti lasci. Eppure più pensi a lei, meno ti sembra di conoscerla. La speranza era che l’amore trascendesse le differenze. Era quella la speranza. Leonard non intendeva arrendersi. Non ancora.
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Un lungo momento di gelo. Per la prima volta Madeleine rimpianse di averlo incontrato. Leonard aveva problemi che lei non aveva, e non c’era niente che potesse fare al riguardo. La crudeltà di quel pensiero le sembrò dolce e intensa e per un intero minuto vi si abbandonò.
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Viene un momento, quando ti perdi nei boschi, in cui i boschi cominciano a sembrarti familiari.

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Postilla squisitamente PERSONALE
La trama, per non svelare troppo, la riassumo molto banalmente descrivendola come un classico triangolo amoroso tra due ragazzi e una ragazza nel corso degli anni ’80; tutti e tre molto colti, problematici e in cerca di stabilità e di prospettive concrete per il futuro, ma anche spirituali.
Premettendo di non avere il culto di Eugenides, infatti non ho letto né “Le vergini suicide”, né “Middlesex”, questo romanzo l’ho trovato così così. Se da una parte mi sono sembrati molto ben caratterizzati i personaggi di Leonard e Madeleine, dall’altra ho trovato che Mitchell, il terzo protagonista, e il suo viaggio, lascino un po’ a desiderare, soprattutto rispetto al valore intrinseco che poi entrambi assumono nelle vicende.
Inoltre l’andamento generale del libro è poco omogeneo: perfetto l’inizio, un calo centrale (sempre accentuato sul viaggio di Mitchell) e una leggera ripresa verso la fine, con una chiusa che è molto buona, anche se un po’ frettolosa all’apparenza.
Insomma, non malaccio, ma nemmeno niente di imperdibile (ammetto anche di essere amareggiato per la reiterata falsità di Eugenides che continua a non ammettere che il personaggio di Leonard è evidentemente ispirato a David Foster Wallace).

 

 

IN VISIONE: Coriolanus, Miracolo a Le Havre, The Hunter, Chico & Rita, Idiots and angels, Columbus Circle, The grey

IN VISIONE
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CoriolanusCoriolanus
(U.K. – 2011)

di Ralph Fiennes
con Gerard Butler, Ralph Fiennes, Vanessa Redgrave, Brian Cox, Jessica Chastain, James Nesbitt, Ashraf Barhom, Lubna Azabal, Dragan Micanovic, Slavko Stimac, Nikki Amuka-Bird, Kieron Jecchinis, John Kani

Postilla squisitamente PERSONALE
Ambizioso e, seppur con qualche calo, ben riuscito.
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Miracolo a Le HavreMiracolo a Le Havre
(Francia, Germania, Finlandia – 2011)

di Aki Kaurismäki
con Jean-Pierre Léaud, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, André Wilms, Elina Salo, Evelyne Didi, Blondin Miguel

Postilla squisitamente PERSONALE
Buon film, anche se non tra i migliori di Kaurismäki.
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The HunterThe Hunter
(Australia – 2011)

di Daniel Nettheim
con Willem Dafoe, Sam Neill, Frances O’Connor, Dan Wyllie, Callan Mulvey, Sullivan Stapleton, John Brumpton, Dan Spielman, Jacek Koman, Maia Thomas, Morgana Davies, Jamie Timony, Finn Woodlock

Postilla squisitamente PERSONALE
Senza infamia e senza lode.
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Chico & RitaChico & Rita
(Spagna, Regno Unito – 2010)

di Javier Mariscal, Fernando Trueba

Postilla squisitamente PERSONALE
Animazione e storia vecchio stile.
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Idiots and angelsIdiots and angels
(U.S.A. – 2008)

di Bill Plympton

Postilla squisitamente PERSONALE
Interessante e molto particolare.
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Columbus Circle

Columbus Circle
(U.S.A. – 2012)

di George Gallo
con Selma Blair, Amy Smart, Jason Lee, Giovanni Ribisi, Kevin Pollak, Beau Bridges, Jason Antoon, Jerry Penacoli, Robert Guillaume, Samm Levine

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana (1).


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.The grey

The grey
(U.S.A. – 2012)

di Joe Carnahan
con Liam Neeson, Dallas Roberts, Frank Grillo, Dermot Mulroney, Nonso Anozie, Joe Anderson, Ben Bray, James Badge Dale, Anne Openshaw, Peter Girges

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana (2).


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Yellow Ostrich – Strange Land

23 marzo 2012 2 commenti
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“Le lacrime di mio padre” di John Updike

John Updike - Le lacrime di mio padreLe lacrime di mio padre
di John Updike
– Ugo Guanda Editore -
(traduzione di Federica Oddera)
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È facile voler bene alle persone in retrospettiva; il difficile è amarle quando sono lì di fronte a noi.
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Nella devota Pennsylvania, si rese conto David, la gente elaborava teorie filosofiche. Dove abitava lui, un ateismo incontrastato lasciava le persone ad affrontare il dolore con lo stoicismo muto e chiuso in se stesso degli animali. Più erano intelligenti, meno avevano da dire in punto di morte.
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“Forse è questo il segreto dell’attrazione tra voi. Incarnati opposti.”
“Lei ignorò il suggerimento. “Ma c’era attrazione? O stavano solo cercando qualcuno capace di infliggerci le sofferenze che immaginavamo di meritare? Tutti e due ci sentivamo a disagio per il fatto di essere venuti al mondo. I miei genitori volevano un maschio, e tuo padre, il più giovane di quattro figli, sì è sempre considerato ‘una bocca di troppo da sfamare’. Né io né lui avevamo avuto un’infanzia infelice. Tu sì, invece. Constatarlo ci meravigliava entrambi. Non capivamo come facessi.”
“Ho avuto dei genitori affettuosi” suggerì lui per farle un complimento. Genitori, ma non lo disse, che non avevano nessun altro da amare.
“No” dissentì la madre con caparbietà “c’era qualcosa dentro dite, lo producevi da solo, nonostante l’infelicità della nostra famiglia. Ethel Spangler, dopo il matrimonio con Howard Mentzer, ma prima di avere un figlio, venne a trovarci un pomeriggio, e quando se ne andò mi disse: ‘Spero che questo bambino riceva un po’ d’amore, un giorno, nella sua vita’.”
Benjamin rise, incredulo e compiaciuto. “Che razza di commento! E malgrado ciò tu e papà avete continuato a essere suoi amici per tanti anni.”
“Allora si restava fedeli alle persone” osservò la madre “per paura che non ci fossero alternative. Adesso la gente si lascia e si lega come se fosse la prima volta.”
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Quando tornò accanto a noi era pallido. Non fece la sua buffa smorfia da scimmia. Gli domandammo cosa ci fosse da vedere. “Non un bello spettacolo” fu la sua risposta.
“Era una bambina” ci disse più tardi.
La madre, piccola di statura, con un vestito nero e senza il velo, si precipitava su e giù per i brulli pendii al di là della strada, squarciando il cielo con i suoi strani gemiti, i suoi ululati, mentre gli uomini la rincorrevano per cercare di immobilizzarla. Poiché non riuscivano a raggiungerla, gli inseguitori eccitati crebbero di numero, un codazzo ci corpi maldestri che il dolore della donna, nella sua forza sovrumana, le rimorchiava dietro. Nessun americano sarebbe stato capace di urlare come lei; tutto il fiato contenuto nei suoi polmoni veniva scagliato all’insù, verso il firmamento che le aveva appena sferrato un colpo così poderoso e improvviso. Le antiche tecniche della lamentazione la sorreggevano. Era un’esibizione talmente schietta e pura che distogliemmo lo sguardo. Non avremmo dovuto assistere a quella scena in Marocco. Quando alla fine due degli uomini afferrarono e bloccarono la poveretta prendendola per le braccia, lei crollò svenuta.
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Ti odio: Grace ogni tanto lo dichiarava, per poi rinnegarlo con il respiro successivo; ma Craig considerava sincera quell’affermazione, strappata a fatica dall’accumulo compatto delle finzioni e dei compromessi quotidiani. Oltre ad amarci, ci odiamo a vicenda, e odiamo persino noi stessi.

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Postilla squisitamente PERSONALE
Scrittura meccanicamente ineccepibile quella di Updike, anche se parecchio monotona in questo caso, per una raccolta di racconti che non mi è piaciuta per niente, dove non c’è un episodio che si possa definire ottimo o colpisca particolarmente, mentre se ne trovano parecchi noiosi e alcuni (Archeologia personale, Libero, La risata degli dei, L’espansione accelerata dell’universo) che quanto meno riescono a interessare giusto il tempo passato a leggerli.

 

 

“Fantasmagonia” di Michele Mari

Michele Mari - FantasmagoniaFantasmagonia
di Michele Mari
– Einaudi -
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E ne conoscevo un altro, di ragazzo, che invece si intristiva a vedere le facce della gente, qualsiasi faccia: questo assomiglia al nonno, pensava, ma non è il nonno; questa ha l’età di mia madre quando morì; questo non sa chi sono; questo mi fa pena di per sé; questo l’ho già visto in un’altra vita; questa avrei potuto amarla, dieci anni fa; questa…
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“Non trovate che sia una fatica inutile, cercare di nascondersi? Li conosco quelli come voi, si vergognano della commozione come se fosse qualcosa di sconveniente o di retorico. E non si accorgono che proprio con il loro pudore, anzi, con il loro culto del pudore, ne fabbricano una più falsa, di retorica, tutto un gioco di specchi ancora più esibito del pianto… La mistica della descrizione! L’ipocrisia del decoro! Giochetto allusivo, colpevolizzante… Vi conosco,m narcisismo obliquo, profilassi pelosa, vi conosco…”
“Vi conosco vi conosco! Non sapere dire altro? Vi brucia, eh? che ci sia qualcuno più rigoroso di voi… Siete tanto intransigente su un’infinità di piccolezze e sulle questioni importanti sbracate! Vi crogiolate nel piagnisteo, siete appiccicoso! Mi ricordate certe alghe nastriformi, sinuose, carezzevoli e viscide insieme, dolciastre…”
“Non ci sembra di aver chiesto niente a nessuno, noi. Mi parlate come se vi avessi mendicato un po’ di compassione, ma se c’è qualcosa che proprio non mi interessa e di essere compatito. Tantomeno compreso, Da nessuno. E se volete saperlo, quando sono solo sospiro uguale, io, non un sospiro di meno. E anche quando sono in mezzo agli altri, se sospiro, è come fossi solo. Fatti miei, capite? solo fatti miei”.
“Un po’ più di contegno, tuttavia, non guasterebbe. Meno sospirerete in pubblico, e meno la gente si farà i fatti vostri”.
“Sapete, io la vedo tutta al contrario. Perché se devo comprimermi per riguardo al mio prossimo, se devo ricacciare in gola anche un singolo sospiro, ecco, allora avrò perso la mia autonomia”.
“Eh già, per voi la sofferenza significa tutto… Ha fatto una strage, sì, ma ha avuto un’infanzia difficile, evidentemente siete di quelli che la pensano così”.
“Vi preoccupate un po’ troppo di come la penso: se mi lasciaste in pace?”
“Ammettetelo, che avete una concezione creditizia del dolore, più se ne è patito più si sono maturati i crediti, piangere, strillare, far versi, tutto concesso… Allora, a questa stregua, toh! in virtù di tutto il male sofferto io decido che ho acquisito di mangiare il pollo con le mani al pranzo di gala dell’ambasciatore, sgocciola l’unto sulla tovaglia di fiandra ma che volete? ho sofferto…”
“E infatti è proprio così che dovrebbe andare. Se uno ha perso un braccio in guerra mica ci può fare niente, no? O dovrà star chiuso in casa per non impressionar la marchesa? Se uno ha vissuto sempre chino sui libri sarà rachitico e gobbo, no? Se uno ha molte preoccupazioni, prima o poi gli verrà una ruga verticale fra le sopracciglia, no? Oh… allora non capisco perché uno che vive in maniera dolente non dovrebbe esprimerla a tutti i livelli, la propria sofferenza, dalla fisionomica all’andatura all’abbigliamento all’eloquio agli oggetti di cui si circonda, non capisco perché una tale corrispondenza non debba essere apprezzata come la cosa più naturale e più coerente, proprio non capisco…”
“Forse perché la coerenza non è sempre bella come ve la figurate”.
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… sarebbe stato come chiedere a un punto di intuire la superficie senza essere passato dalla linea…

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Postilla squisitamente PERSONALE
Andiamo subito al punto, a me questo tipo di letteratura, un po’ fine a se stessa, non fa impazzire e quindi il nuovo libro di Michele Mari non mi è piaciuto molto.
Certo, c’è tantissima inventiva, fantasia e superbe capacità linguistiche, innegabile e indiscutibile, ma anche un po’ troppo di tutto, passando da Macchiavelli a Salgari, da Josef K ai fratelli Grimm e ancora un incontro stralunato tra Omero e Borges, Shakespeare, etc.
L’impressione è quella che il trattamento sia venuto un po’ freddo, quasi vittima di tanta urgenza verbosa, e quindi non in grado di appassionare come dovrebbe succedere con una storia, un libro, una scrittura.
Andando nello specifico invece, tra i tantissimi racconti della raccolta molti scivolano via senza lasciare traccia, altri passano come divertissement estemporanei, alcuni invece sono decisamente migliori (“Annomachia”, “L’ultimo buscadero”, “Fantasmagoria”) e poi… poi un piccolo gioiello qual è “Ballata triste di una tromba”.

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IN VISIONE: Young adult, Kisses, Terri, I primi della lista, La kryptonite nella Borsa, The woman in black, Silent souls

IN VISIONE
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Young adultYoung adult
(U.S.A. – 2011)

di Jason Reitman
con Charlize Theron, Patton Oswalt, Patrick Wilson, Elizabeth Reaser, Collette Wolfe, Jill Eikenberry, Richard Bekins, Mary Beth Hurt, Kate Nowlin, Jenny Dare Paulin

Postilla squisitamente PERSONALE
Si lascia guardare, qualche volta si ride, in altre si storce il naso (o lo stomaco), ma non è certamente tra i migliori di Reitman, nonostante Charlize Theron bravissima come quasi sempre.
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KissesKisses
(Irlanda – 2008)

di Lance Daly
con Kelly O’Neill, Shane Curry, Paul Roe, David Bendito, Neilí Conroy, Cathy Malone, Stephanie Kelly

Postilla squisitamente PERSONALE
Basta poco a fare un bel film e questo ne è un esempio.
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TerriTerri
(U.S.A. – 2011)

di Azazel Jacobs
con Jacob Wysocki, John C. Reilly, Creed Bratton, Bridger Zadina, Olivia Crocicchia, Tim Heidecker, Justin Prentice, Mary Anne McGarry, Curtiss Frisle,Tara Karsian

Postilla squisitamente PERSONALE
Niente male e bravi tutti gli attori, ragazzi per primi. Belle anche le musiche.
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I primi della listaI primi della lista
(Italia – 2011)

di Roan Johnson
con Claudio Santamaria, Francesco Turbanti, Daniela Morozzi, Fabrizio Brandi, Sergio Pierattini

Postilla squisitamente PERSONALE
Anni ’70 in Italia (1), senza infamia e senza lode.
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La kryptonite nella BorsaLa kryptonite nella Borsa
(Italia – 2011)

di Ivan Cotroneo
con Valeria Golino, Luigi Catani, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Fabrizio Gifuni

Postilla squisitamente PERSONALE
Anni ’70 in Italia (2), commedia senza troppe pretese ma godibile.
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The woman in black

The woman in black
(Regno Unito, Canada, Svezia – 2012)

di James Watkins
con Daniel Radcliffe, Ciarán Hinds, Janet McTeer, Shaun Dooley, Roger Allam, Sophie Stuckey, Alisa Khazanova, Liz White, David Burke, Aoife Doherty

Postilla squisitamente PERSONALE
Se piace il genere… non mi è sembrato malaccio.


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.Silent souls

Silent souls
(Russia – 2010)

di Aleksei Fedorchenko
con Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo, Yuliya Aug, Victor Sukhorukov

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto particolare, bella fotografia, ma anche abbastanza noioso.


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“Il mondo come meditazione” di Wallace Stevens

15 marzo 2012 1 commento

Wallace Stevens - Il mondo come meditazioneIl mondo come meditazione
di Wallace Stevens
– Ugo Guanda Editore -
(traduzione di Massimo Bacigalupo)
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IL SENSO ORDINARIO DELLE COSE

Cadute le foglie, torniamo
Al senso ordinario delle cose. È come se
Avessimo esaurito l’immaginazione,
Inanimi in un sapere inerte.

È difficile persino scegliere l’aggettivo
Per questo freddo vacuo, questa tristezza senza causa.
La grande struttura è diventata una casa modesta.
Nessun turbante percorre i pavimenti immiseriti.

La serra ha più che mai bisogno di una riverniciatura.
Il comignolo a cinquant’anni e pende da una parte.
Una sforzo fantasioso è fallito, una ripetizione
Nella ripetitività di uomini e mosche.

Eppure l’assenza dell’immaginazione doveva
Essa stessa essere immaginata. La grande vasca,
Il suo senso ordinario, senza riflessi, foglie,
Fango, acqua come vetro sporco, espressione di un certo

Silenzio, il silenzio di un topo uscito a vedere.
La grande vasca e la rovina delle ninfee, tutto ciò
Doveva essere immaginato come una conoscenza
Inevitabile,
Imposta, come impone una necessità.

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IL CORSO DI UN PARTICOLARE

Oggi le foglie gridano, appese a rami che il vento scuote,
Eppure il nulla dell’inverno diviene un poco meno.
È ancora pieno di ombre gelide w nivee forme.

Le foglie gridano… Ci si discosta, si ascolta solo il grido.
È insinuante, riguarda qualcun altro.
E per quanto si dica che siamo parte di tutto,

La cosa implica un conflitto, una resistenza;
E l’essere parte è uno sforzo che diminuisce:
Si sente la vita che dà la vita così com’è.

Le foglie gridano. Non è un grido di attenzione divina,
Né il fumo di eroi sfiatati, né grido umano.
È il grido di foglie che non trascendono se stesse,

In assenza di ogni fantasia, senza significare più
Di quel che sono nella percezione ultima dell’udito, nella cosa
In sé, e infine il grido non riguarda più nessuno.

 

 

Said The Whale – Little Mountain

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“Per legge superiore” di Giorgio Fontana

Giorgio Fontana - Per legge superiorePer legge superiore
di Giorgio Fontana
– Sellerio Editore Palermo -
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E poi?
E poi quell’odore. Ecco il particolare che gli era sfuggito. Milano non era una città da attraversare con i sensi, lo scenario naturale di una passeggiata: gliel’aveva detto anche Salvatori. Milano era insapore, inodore – era un luogo fatto di negazioni. Per quello la amava, in fondo: perché era qualsiasi cosa e niente insieme.
Eppure via Pdova sfuggiva a quel teorema. Una volta era stato nel sud della Francia, con Claudia. Avevano viaggiato fra Marsiglia e Montepllier e Perpignan e Tolosa. Si erano ubriacati di profumi ancora prima che di immagini: era come se ogni soffio di vento recasse con sé una sfumatura precisa – come se in ogni molecola d’ossigeno fosse nascosto un seme. Non sembrava così diverso, ora.
*
Per tutta la vita era stato proprietario di un grosso calzaturificio poco fuori città, a Cesano Boscone. E ora imparava ogni termine del dizionario, studiando i dettagli con cura devota. Mandava a memoria intere frasi, intere definizioni, il linguaggio morto storpiato nella bocca di un morto che non voleva cedere: un’altra parola, e un’altra ancora, con il suo pacchetto di sigarette – fumava da trent’anni, prima Muratti e poi Marlboro Lights, per non esagerare – e qualche nuova etimologia. Per qualche ragione, contraria ad ogni buon senso biologico, il suo cervello resisteva: si attaccava ai nomi sperando che con essi sarebbero rimaste integra anche le cose, anche il suo corpo.
*
Il file che teneva aperto sullo schermo, a lavoro, era un documento Word chiamato Testamento. L’aveva creato un paio di anni prima e quando si sentiva triste lo aggiornava con dei piccoli ritocchi.
Con il tempo il documento era cresciuto, allargandosi e scavando nel passato come una radice, e ormai assomigliava a una piccola autobiografia morale, numerata in punti da uno a quindici. Più Doni si affezionava a quelle parole, e più le disposizioni scomparivano per fare posto a ricordi e pensieri generici sulla vita: il timore di non essere compreso aveva preso il posto della pratica.
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… uno di quei comuni a sud-est della città, aggrappati alla tangenziale come alla costa di un golfo.
*
Dalla cucina entrò la moglie. Doni l’aveva vista solo due volte. Era bellissima: una di quelle rare donne in cui l’età avanzata non distrugge i tratti e le forme di un tempo, ma dona loro una cifra di splendore autunnale. Era qualcosa di simile al processo che fa di un tempio una rovina: non c’era distruzione, in lei, ma solo consapevolezza di un’epoca smarrita – mentre quella di oggi si faceva ammirare per altri motivi, per altre ragioni.
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Arrivò un temporale imprevisto da chiunque. Il cuore di Milano si aprì come un frutto marcio.
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Doni guardò quell’uomo basso, grassoccio e calvo. Era un ottimo procuratore generale. Una persona di grande valore e intelligenza. Allora perché rendeva ridicolo suo nipote in quel modo, davanti ai colleghi? Non si rendeva conto di quanto fosse patetico?
Ma forse, rifletté Doni, era questo il prezzo del potere: tutti gli uomini con una responsabilità devono nascondere un punto debole – un angolo del loro cuore dove il mondo possa colpirli e renderli banali.
Qualunque forma d’amore, anche la più scontata. Qualunque forma di fragilità.
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… riteneva il denaro l’unico metro di giudizio valido in una controversia – “Perché si palpa”, diceva, sfregando la punta delle dita.
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Il male non era né banale né originale, aveva pensato una volta – era semplicemente la solita storia, persone che vogliono qualcosa che non possono avere.

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Postilla squisitamente PERSONALE
Un sostituto procuratore (idealmente schierato a destra), una giovane giornalista (ovviamente all’opposto) e la giustizia, sono principalmente i tre protagonisti di questa storia.
Un libro che, con stile asciutto e preciso, narra di vicende che riguardano conflitti e dubbi, interiori e non, piccoli o grandi che siano, e che inevitabilmente arriverà anche a mettere in campo le scelte fatte dai suoi personaggi.
Un romanzo onesto e sincero che, anche se a volte forse sembra mancare di un po’ di profonda cattiveria e di abisso emotivo, di “sporco” insomma, riesce nell’intento di mettere in scena quanto una posizione, per salda che possa essere, non può dirsi mai sicura fino alla fine.
C’è però una quarta protagonista, che è quella che mi ha maggiormente colpito, ed è Milano. Si sente che Fontana la conosce bene e, sia essa descritta nei ricordi e nelle passeggiate del sostituto procuratore, o ancora dipinta attraverso il sapore multietnico della zona a cavallo tra via Padova/viale Monza, colpisce per l’empatia che è in grado di creare con il lettore, per il suo rendersi reale anche sulla carta.

 

 

IN VISIONE: El gato desaparece, E ora dove andiamo?, Il sentiero, Knockout Resa dei conti, Texas killing fields

12 marzo 2012 3 commenti

IN VISIONE
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El gato desapareceEl gato desaparece
(Argentina – 2011)

di Carlos Sorin
con Beatriz Spelzini, Luis Luque, Norma Argentina, María Abadi

Postilla squisitamente PERSONALE
Il cinema argentino ultimamente mi sembra in ottima forma, senza niente di estremamente eclatante, questo film riesce benissimo nel soddisfare l’intento della trama.
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E ora dove andiamo?E ora dove andiamo?
(Francia, Libano – 2011)

di Nadine Labaki
con Nadine Labaki, Claude Msawbaa, Antoinette El-Noufaily, Leyla Fouad

Postilla squisitamente PERSONALE
Non male, a tratti divertente, in altri appassionato e appassionante.
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Il sentieroIl sentiero
(Bosnia-Herzegovina, Austria, Germania, Croazia – 2010)

di Jasmila Zbanic
con Zrinka Cvitesic, Leon Lucev, Ermin Bravo, Mirjana Karanovic, Marija Kohn, Nina Violic, Sebastian Cavazza, Jasna Beri, Izudin Bajrovic

Postilla squisitamente PERSONALE
Buon film, dove l’argomento viene sviscerato a fondo e con la sensibilità dovuta.
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Knockout Resa Dei ContiKnockout Resa dei conti
(U.S.A. – 2011)

di Steven Soderbergh
con Channing Tatum, Ewan McGregor, Gina Carano, Michael Fassbender, Michael Douglas, Antonio Banderas, Michael Angarano, Bill Paxton, Mathieu Kassovitz

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana (1).
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Texas killing fieldsTexas killing fields
(U.S.A. – 2011)

di Ami Canaan Mann
con Chloe Moretz, Sam Worthington, Jeffrey Dean Morgan,Jessica Chastain, Stephen Graham, Jason Clarke, Annabeth Gish, Sheryl Lee

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana (2).
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SoKo – I Thought I Was An Alien

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“Il re pallido” di David Foster Wallace

6 marzo 2012 3 commenti

David Foster Wallace - Il re pallidoIl re pallido
di David Foster Wallace
– Einaudi -
(traduzione di Giovanna Granato)

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La sera dal parcheggio della roulotte le colline prendevano un bagliore arancio sporco e i suoni degli alberi viventi che esplodevano al calore dei falò giungevano forti, e il rumore degli arerei che aravano l’aria ondulata riversando lingue di talco. Certe sere pioveva cenere sottile che al contatto diventava fuliggine e teneva tutte le anime al chiuso così che le finestre di ogni roulotte del parcheggio prendevano il bagliore subacqueo dei televisori e quando molti erano sintonizzati sullo stesso canale i suoni dei programmi giungevano nitidi alla ragazzina attraverso la cenere come se il loro televisore ci fosse ancora. Era sparito senza commenti prima dell’ultimo trasferimento. Questo il segno dell’ultima volta.
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Shinn se n’era stato sul marciapiede a bere la sua prima Coca del suo primo giorno in sede e i vestiti gli si erano spianati e afflosciati addosso per l’umidità mentre sentiva lo stesso odore di caprifoglio ed erba tagliata dei quartieri residenziali di Chicago, ascoltava i canti degli uccelli eccitati dall’alba sull’acacia lungo la Self-Storage e i suoi pensieri andavano in tutte le direzioni, e a un tratto gli venne in mente che in realtà gli uccelli, i cui cinguettii e canti ripetuti risultavano tanto graziosi nell’esaltare la natura e l’arrivo del giorno, forse dicevano, in un codice noto solo agli altri uccelli: “Vattene!” oppure: “Questo ramo è mio!” oppure: Questo albero è mio! Ti uccido! Uccido, uccido!” O cose cupe, brutali e autoprotettive d’ogni genere. Il pensiero sorse dal nulla e chissà perché lo mise di pessimo umore.
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L‘Agenzia delle Entrate è stata uno dei primissimi enti governativi a capire che certe caratteristiche contribuiscono a isolare dalla protesta pubblica e dall’opposizione politica. E che la monotonia astrusa in realtà è uno scudo molto più efficace della segretezza.
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Drinion la guarda, ma non come uno che non sa cosa dire in risposta. Una sua particolarità è che è identico a se stesso, per partecipazione e comportamento, sta sulle come quando è in gruppo numeroso. Se emettesse un suono sarebbe una singola nota lunga di diapason o la linea piatta di un elettrocardiogramma anziché una cosa che varia.
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Il venerdì lui era il liquidatore dell’unità con meno 20 di tutti. Nessuno aveva detto niente. Tutti i cestini traboccavano dei riccioli di carta staccati dalle calcolatrici. Ogni faccia aveva il colore del piombo bagnato con quella luce al neon. I divisori permettevano di ricavare un cubicolo semiprivato come quello del capoteam. Poi alzò lo sguardo nonostante tutti buoni propositi di prima. Quattro minuti e sarebbe passata un’altra ora, e mezz’ora dopo ci sarebbe stato il quarto d’ora di pausa. Lane Dean immaginò di correre durante la pausa agitando le braccia, urlando cose incomprensibili e tenendo in bocca dieci sigarette contemporaneamente come un flauto di Pan. Anno dopo anno, la faccia il colore della scrivania. Dio santo. Il caffè non era consentito perché poteva schizzare sulle pratiche, ma durante la pausa avrebbe tenuto un tazzone di caffè per mano mentre immaginava di correre all’esterno nel prato urlando. Sapeva che in realtà durante la pausa si sarebbe seduto davanti all’orologio a parete dell’atrio e malgrado le preghiere e gli sforzi sarebbe rimasto a contare lo scorrere dei secondi fino al momento di tornare a rifare quella roba.
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Perché le corporazioni sono entrate in gioco trasformando tutti i principi, le aspirazioni e le ideologie sincere in una serie di mode e di atteggiamenti: hanno reso la Ribellione una posa anziché uno slancio sociale.
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Per me, almeno a posteriori, la domanda veramente interessante è perché la noia si dimostri un impedimento così efficace all’attenzione. Perché ci sottraiamo alla noia. Forse perché la noia è intrinsecamente dolorosa; forse da qui traggono origine espressioni come “noia mortale” o “noia straziante”. Ma potrebbe non essere tutto. Forse la noia è associata la dolore psichico perché una cosa noiosa o nebulosa non fornisce abbastanza stimoli capaci di distrarre da un altro tipo di dolore più profondo che è sempre lì, sia pure in secondo piano, e la maggior parte di noi impiega quasi tutto il suo tempo e le sue energie per distrarsi e non sentirlo, o almeno non sentirlo direttamente o con la piena attenzione. Devo ammettere che il tutto è un po’ confusionario e che è difficile parlare in astratto… ma di sicuro dev’esserci qualcosa dietro non solo la musichetta nei posti noiosi e monotoni ma addirittura la Tv nelle sale d’attesa, alle casse dei supermercati, ai gate degli aeroporti, tra i sedili posteriori dei Suv. Walkmen, iPod, Blackberry, cellulari che si attaccano alla testa. Questo terrore del silenzio senza potere fare niente che distragga. Non riesco a pensare che esista qualcuno davvero convinto che dietro la cosiddetta “società dell’informazione” di oggi ci sia solo l’informazione. Tutti sanno che c’è sotto qualcos’altro.
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Mai sai com’è, una delle cose strane quando sei in un ospedale psichiatrico è che poco alla volta cominci a sentirti autorizzato a dire tutto quello che ti passa per la testa.
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Il deserto non possedeva eco e in questo era come il mare dal quale veniva.
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… li osservò interagire o meno, convinta come sempre quando entrava da qualche parte che tutti quegli estranei si conoscessero bene, e sentì il legame e l’affinità che li univa in virtù di ciò che avevano in comune: il fatto di non essere lei.

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Postilla squisitamente PERSONALE
IL LIBRO – probabilmente, almeno a leggerne questa ricostruzione, era ancora molto lontano dal trovare la sua forma definitiva, prima che David Foster Wallace decidesse di farla finita.
IL ROMANZO – letto in questa sua versione adulterata funge da ottimo campionario, ma di sicuro non da collante di altrettanta qualità.
IL PROGETTO – è ambizioso e succulento, pane per le dita e la mente frenetiche di David Foster Wallace, certamente sarebbe potuto diventare un altro capolavoro.
I CAPITOLI – su tutti tre: n. 8 liricità e sensibilità purissime, n. 22 David Foster Wallace che entra a piè pari senza sconti com’è da suo stile, n. 33 l’abilità di osservare, sentire, in una sorta di breviario di quella che sarebbe dovuta essere la spina dorsale del romanzo.
LA SCRITTURA – è la sua! Niente da dire come sempre.

In definitiva un libro che per un estimatore di David Foster Wallace (come il sottoscritto) è un’altra testimonianza della sua opera e del suo genio, anche se incompiuta e alla fine dei conti non totalmente sua in questo caso, mentre forse per un lettore neutrale potrebbe risultare un po’ troppo ostico, a tratti noioso e spesso discontinuo.

“Una volta, dietro mia insistenza, disse che lavorare al nuovo romanzo era come maneggiare fogli in legno di balsa con un vento impetuoso.” – dalla nota del curatore Michael Pietsch

Qui, un video con Rick Moody che legge le primissime pagine del libro.

Qui, alcune immagini del manoscritto originale, conservato presso l’Harry Ransom Center .
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IN VISIONE: The Rum Diary, Tyrannosaur, Quasi amici, L’amore che resta, The big year

IN VISIONE
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The Rum DiaryThe Rum Diary
(U.S.A. – 2011)

di Bruce Robinson
con Johnny Depp, Aaron Eckhart, Michael Rispoli, Amber Heard,Richard Jenkins, Giovanni Ribisi, Amaury Nolasco, Marshall Bell

Postilla squisitamente PERSONALE
Si lascia guardare, più o meno, ma non c’è né Terry Gilliam alla regia né Benicio Del Toro come co-protagonista.
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TyrannosaurTyrannosaur
(U.K. – 2011)

di Paddy Considine
con Peter Mullan, Olivia Colman, Paul Popplewell, Ned Dennehy, Sian Breckin

Postilla squisitamente PERSONALE
Un film che fa molto male, talmente è pregno di violenza, fisica e non, nel quale però si parla anche di redenzione o del tentativo di… Ottima fotografia e interpreti non da meno.
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Quasi AmiciQuasi amici
(Francia – 2011)

di Olivier Nakache, Éric Toledano
con François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Audrey Fleurot, Clotilde Mollet, Alba Gaïa Kraghede Bellugi, Cyril Mendy, Christian Ameri, Grégoire Oestermann

Postilla squisitamente PERSONALE
Pur con i suoi difetti, qualche stereotipo e un approfondimento in alcune parti lacunoso, mi è piaciuto. Devo ammettere che pure le musiche di Einaudi ci stanno bene.
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L’amore che restaL’amore che resta
(U.S.A. – 2011)

di Gus Van Sant
con Mia Wasikowska, Jane Adams, Schuyler Fisk, Lusia Strus, Henry Hopper, Chin Han, Ryo Kase, Kyle Leatherberry, Austin Miller, Jesse Henderson, Colton Lasater, Victor Morris

Postilla squisitamente PERSONALE
Qualche spunto, ambientazione non male, ma troppo algido e spesso improbabile.
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The big yearThe big year
(U.S.A. – 2011)

di David Frankel
con Owen Wilson, Jack Black, Steve Martin, Rashida Jones, Anjelica Huston. Jim Parsons, Kevin Pollak, Rosamund Pike, JoBeth Williams, Brian Dennehy, Dianne Wiest, Anthony Anderson, Tim Blake Nelson, Joel McHale, Barry Shabaka Henley

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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“Lunch poems” di Frank O’Hara

2 marzo 2012 4 commenti

Frank O'Hara - Lunch poemsLunch poems
di Frank O’Hara
– Mondadori -
(traduzione di Paolo Fabrizio Iacuzzi)
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COME CI SI ARRIVA

È bianca l’aria d’ottobre, niente neve, è facile respirare
questo cielo, bugie, bugie ovunque che in vortice si affannano
intricate si arrampicano, mica facile respirare
bugie che in oscure figure cacciano spire tentacolari
precipitando in corridoi d’appartamenti nel West Side
dentro la prova, d’infanzia, di essere voluti, non abbandonati, tenuti
inganno che spazza la solitudine, vedo la nebbia balzare dentro
e nasconderlo
dove sei?
son qui sul marciapiede
sotto un lampione lunare a pensare com’è prezioso il muschio
così speciale e facile da scalzare se lo trovi
sul tronco lato nord dove la nebbia ti tiene legato
e poi, lacerandosi in soffici e bianche bugie, sparge microbi per l’aria
per tutta la notte primordiale di un inverno incessante
che ciò nonostante nei tubi serba calore, nell’Est come nel West Side
e il personale intrico dei sentieri nel bianco accompagnato dal
suono dei campanelli di un telefono con che uno resta lì
in silenzio negando il numero, mia dato! anonimo
come il suono dei campanelli di una troika che gemendo
sfreccia nella prima bufera, sta nevicando ora, è già troppo tardi
la neve si squaglierà, ma non ci sarà più nessuno
cordoni di poliziotti per onorevoli tromboni anche loro
il mondo fa una stecca
dal dito indice
alle grandi case vuote e ora piene di gente, echeggiando
di bugie e viluppi di nebbia che si stringono alla gola
ora si può rispondere al telefono, nessuno chiama, un’eco soltanto
si può mostrare di essere a casa in attesa, niente è cambiato
e ci si abbandona a auin cielo chiaro sotto il giogo della delusione
mai più solo
mai più amato
viaggiando nello spazio: neanche una volta sei stato mio?
West Side?
solo un paio d’ore, ma non sono quel tipo io

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IERI GIU’ Al CANALE

Mi dici che tutto è molto semplice e interessante
ciò mi fa sentire molta malinconia, come leggere un bel romanzo russo
mi sono scocciato davvero
ci sono giorni che è come vedere un brutto film
altri, e sono i più, è come sentire una fitta continua ai reni
lo sa solo Dio che il cuore non c’entra niente
niente con quella gente più interessante di me
ha ha
questa è buffa davvero
come si fa ad essere più buffi di noi stessi
e come si fa a non esserlo
mi presti la tua quarantacinque magnum
mi serve solo un proiettile d’argento
se non sei interessante almeno puoi essere un mito
(ma queste son solo cazzate)

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Postilla squisitamente PERSONALE
‘Il suo andarsene “a zonzo” per New York, con questo cuore in tasca, è una prova, una sperimentazione dei nervi: “il ronzio” di una città brulicante di taxi gialli come vespe, attraverso i nervi, arriva al cuore del poeta e lo anima. Tutto è un grande organismo vivente, naturale e artificiale. È questo il “perdonismo” di O’Hara, una storia di “amore a tre”, perché sta “tra il poeta e la persona”: non è Dio ma è il Male, la “faccia rossa strana e arrabbiata” che spunta da dietro la città, e che spinge l’io a rifugiarsi nell’infanzia-adolescenza. New York appare sempre in un gioco di attrazione-repulsione, ma questo “mostro” si muove al ritmo dei suoi nervi, come se questi fossero collegati ai martelletti di un pianoforte. Non solo scatti di nervi ma lacrime isteriche, un frequente delirio come in Schreber. La poesia di O’Hara sfrutta i nervi come un grande deposito di energia emotiva, cercando di piegare l’emotività in una matematica musicale. Il poeta non corregge l’emozione con la regola, come in Braque, ma la regola con l’emozione. La poesia è l’unica possibilità per non essere divorato dal fascio di nervi del suo io, soggetto a depressioni ed esaurimenti.
[…]
Ferlinghetti dovette aspettare ben sette anni di rimuginazioni prima di poter pubblicare nella serie dei City Lights Pocket Poets questo libro. E se Lawrence, ogni tanto, chiedeva “How about lunch? I’m hungry”, Frank rispondeva: “Cooking”.’

– dalla postfazione di Paolo Fabrizio Iacuzzi

 

 

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