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Archivio per febbraio 2012

San Cisco – Awkward

29 febbraio 2012 Nessun commento
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“L’inconfondibile tristezza della torta al limone” di Aimee Bender

28 febbraio 2012 Nessun commento

Aimee Bender - L’inconfondibile tristezza della torta al limoneL’inconfondibile tristezza della torta al limone
di Aimee Bender
– minimumfax -
(traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)
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La sentivo, a volte, quando mi rigiravo nel letto in piena notte; alle due non era raro sentire scattare l’interruttore delle luce in cucina e il brusio del bollitore che si scaldava. Un accenno di luce in fondo al corridoio che gettava un flebile chiarore sulla parete di camera mia. Quei rumori davano conforto: rammentavano la presenza di mia madre, davano una sensazione di attività ed efficienza, anche se sapevo che una volta arrivato il mattino ciò si sarebbe tradotto in una madre dall’aspetto stanco, dagli occhi erranti, in cerca di riposo.
*
Ci sono anni che risaltano rispetto agli altri. Uno fu quando avevo nove anni. Un altro a dodici. Un terzo a diciassette. Mio fratello utilizzava la carta a quadretti per realizzare forme partendo da sequenze; io vedevo quegli anni come un trio, ma non qualcosa che avrei voluto delineare sui quadratini di quei fogli di carta. Non sapevo che nome avrei dato a un grafico di quel tipo, come avrei contrassegnato gli assi della x e della y. Invece si raggruppano insieme nella mia mente, come la combinazione di un lucchetto di quelli che pendono dagli armadietti a scuola. Si tratta di un meccanismo che ti sconcerta, ma con tutti e tre i numeri al loro posto, allineati esattamente sulla tacchetta, qualcosa nell’arco di ferro scatta e la morsa di apre.
*
La guardai che si asciugava le mani. Le dita flessuose, abili, di mia madre. Sentivo un tale conflitto dentro di me, già allora, quando elogiava Joseph. Gelose che a lui toccasse essere un geode – un geode! – ma anche sollevata che lui assorbisse la maggior parte della super attenzione di mia madre, che a volte mi faceva sentire come se stessi affogando nella luce. La stessa luce che lui riceveva e riponeva in pareti di roccia per nasconderci dentro gli angoli smussati dei cristalli di topazio e di tormalina nera.
Ha facce e prismi, lui, aggiunse lei. È un’intricata sorpresa geologica.
*
Il suo risentimento era talmente forte che portava con sé una sfumatura di teatralità, come quando una persona che si finge sorpresa arrivando a una festa a sorpresa di cui già sapeva prende un’espressione più accentuata di quella di una persona sinceramente sorpresa.
*
Mi sentivo le lacrime che si raccoglievano di nuovo in gola, ma le allontanai, lontane una dall’altra. Le lacrime costituiscono una minaccia solo quando si trovano in gruppo.
*
Cerco di farmi guidare dai tuoi occhi, risposi.
Lui li chiuse. Sfere oblunghe di palpebre pallide, orli neri di ciglia.
Le mie palpebre sono la mia caverna personale, mormorò. Un posto dove posso rifugiarmi quando voglio.

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Postilla squisitamente PERSONALE
Come nell’ultimo libro pubblicato in Italia della collega A.M. Homes, anche in questo secondo romanzo di Aimee Bender, dopo l’ottimo “Un segno invisibile e mio”, ritroviamo per protagonista una famiglia borghese americana che non ha propriamente tutto sotto controllo.
Se però per la prima l’affresco che ne trae l’autrice si basa su uno spietato occhio chirurgico, nel caso della Bender siamo più dalle parti della rassegnazione silenziosa, quasi pacata, senza rinunciare  comunque all’elemento fantastico (una sua caratteristica) che in questo caso si manifesta sotto forma di poteri speciali che alcuni personaggi possiedono.
È un buon libro, anche se non all’altezza del precedente, di sicuro meglio della raccolta di racconti “Creature ostinate”, che però non realizza appieno tutte le sue potenzialità, e ne avrebbe avute molte.
A fine lettura lascia l’amaro in bocca, un po’ per il finale a mio modo di vedere frettoloso e leggermente sciapo, un po’ perché in altre parti la Bender avrebbe potuto spingere un po’ di più il coltello nella piaga, senza per questo perdere in poeticità o sensibilità.

 

 

IN VISIONE: We need to talk about Kevin, Le avventure di Tin Tin Il segreto dell’unicorno, Medianeras, Hysteria, La cosa

27 febbraio 2012 Nessun commento

IN VISIONE
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We need to talk about KevinWe need to talk about Kevin
(U.K., U.S.A. – 2011)

di Lynne Ramsay
con John C. Reilly, Tilda Swinton, Ezra Miller, Siobhan Fallon, Joseph Melendez, Ashley Gerasimovich, Suzette Gunn

Postilla squisitamente PERSONALE
La prima mezz’ora è quasi perfetta, poi scende un po’, ma si mantiene su livelli più che buoni lo stesso.
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Le avventure di Tin Tin Il segreto dell’unicornoLe avventure di Tin Tin Il segreto dell’unicorno
(U.S.A., Nuova Zelanda, Belgio – 2011)

di Steven Spielberg
con Jamie Bell, Andy Serkis, Daniel Craig, Simon Pegg, Nick Frost, Gad Elmaleh, Toby Jones, Mackenzie Crook, Sebastian Roché, Daniel Mays, Tony Curran, Mark Ivanir, Phillip Rhys, Sonje Fortag, Joe Starr, Enn Reitel, Kim Stengel, Ian Bonar

Postilla squisitamente PERSONALE
Gustoso da vedere, molto ben fatto e divertente.
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MedianerasMedianeras
(Argentina – 2011)

di Gustavo Taretto
con Pilar López de Ayala, Inés Efron, Carla Peterson, Rafael Ferro, Adrián Navarro,Javier Drolas

Postilla squisitamente PERSONALE
Ottime intuizioni, qualche leggerezza, però è stata una piacevolissima scoperta.
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HysteriaHysteria
(U.K. – 2011)

di Tanya Wexler
con Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Rupert Everett, Jonathan Pryce, Felicity Jones, Ashley Jensen, Sheridan Smith

Postilla squisitamente PERSONALE
Commedia, a tratti romantica, che non dice niente di che.
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La cosaLa cosa
(U.S.A., Canada – 2011)

di Matthijs van Heijningen Jr.
con Mary Elizabeth Winstead, Eric Christian Olsen, Joel Edgerton, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Ulrich Thomsen, Jonathan Walker, Kim Bubbs, Stig Henrik Hoff, Carsten Bjørnlund

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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Lou Barlow – Too Much Freedom

24 febbraio 2012 Nessun commento

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Tag:

“Finestre alte” di Philip Larkin

23 febbraio 2012 1 commento

Philip Larkin - Finestre alteFinestre alte
di Philip Larkin
– Einaudi -
(traduzione di Enrico Testa)
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VECCHI SCEMI

Ma cosa pensano che sia successo, quei vecchi scemi,
per ridursi così? Credono forse che tenere spalancata
la bocca
e sbavare e pisciarsi addosso di continuo
e scordarsi di chi li ha visitati stamane
li renda più adulti? O che, a volerlo, si potrebbe far tornare
indietro le cose fino a quando ballavano per tutta la notte
o andavano a sposarsi o portavano il fucile in settembre?
O fa
ntasticano forse che in realtà niente è cambiato,
e che loro si sono sempre comportati da sciancati o
ubriachi,
seduti per giorni tra esili sogni incessanti
ad osservare la luce agitarsi? Se non lo fanno (e non
possono farlo), è strano:
perché non gridano?

Morendo, si va in frantumi: i pezzetti che erano te
incominciano, in gran fretta, a salutarsi l’un l’altro per
sempre,
inavvertiti da tutti. È solo oblio, certo:
ci capitava anche prima, ma allora finiva,
ed era continuamente assorbito in un unico sforzo
teso a far sbocciare il fiore dal milione di petali
dell’essere qua. La prossima volta non potrai fingere
che ci sia qualcos’altro. E questi sono i primi sintomi:
non sapere come, non sentire chi, il potere di scegliere
svanito. Il loro aspetto mostra che sono prossimi:
capelli di cenere, mani da rospo, volti rugosi come prugne
secche –
Come possono far finta di nulla?

Ma forse essere vecchi è avere stanze illuminate
dentro la testa, e in esse delle persone, che recitano.
Persone che conosci, ma di cui ti sfugge il nome;
ognuno appare in lontananza come un vuoto profondo
che si colma:
si volta sulla soglia di casa, sistema una lampada, sorride
da una scala,
prende un libro già letto dallo scaffale; oppure, qualche
volta,
soltanto quelle stanze, le sedie e un fuoco ardente
o, alla finestra, un cespuglio mosso dal vento o il sole,
timido e gentile, sul muro una serata solitaria
di mezza estate dopo l’acquazzone. È là che vivono:
non qui e adesso, ma là dove tutto è successo un tempo.
È per questo che suscitano

un’aria di sconcertata assenza: cercano di essere là
e sono ancora qui. In fatti le stanze svaniscono, lasciando
un freddo buono a niente, il continuo logorio
dell’affanno – e loro a ripiegarsi sotto
l’alpe dell’estinzione, vecchi scemi che non s’accorgono
mai
quanto è vicina. È per questo forse che se ne stanno calmi:
quel picco che noi, ovunque andiamo, ci troviamo di
fronte agli occhi
è per loro un’erta da salire. Potranno mai raccontare
cos’è che li trascina indietro, e come andrà a finire?
Non di sera? Non all’arrivo degli stranieri? E neppure
attraverso
tutta quell’orrenda infanzia alla rovescia? Be’,
lo scopriremo.

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Islands – A Sleep And A Forgetting

22 febbraio 2012 Nessun commento
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“Piccolo testamento” di Gabriele Dadati

21 febbraio 2012 Nessun commento

Gabriele Dadati - Piccolo testamentoPiccolo testamento
di Gabriele Dadati
– Laurana Editore -
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Quelli degli autori viventi li ho messi sugli scaffali dello studio perché possano urlarmi addosso con forza mentre lavoro. Ma in verità è dall’urlo dei morti che uno scrittore dovrebbe soprattutto guardarsi.
*
Così, anche se indistinguibile dagli altri, quel bicchiere è l’unico oggetto di questo appartamento che ricordo con certezza sia stato usato da lui. Il fatto che sia indistinguibile è per altro una fortuna, perché la sopravvivenza di cui gli oggetti godono dopo che le persone sono morte finisce per tormentarci ogni volta che ci tornano sotto gli occhi.
*
Avrei voluto affidarmi di più a lui, avrei voluto che quando gli lasciavo i fogli me li restituisse annotati con le sue osservazioni, perché questo avrebbe costituito una rete di sicurezza prima di andare in stampa. Se mi avesse dato consigli puntuali – taglia da qui a qui, al posto di questa parola metti quest’altra, qui inserisci una decina di righe in cui ricordi in estrema sintesi il passato di lei – li avrei accettati tutti senza discutere. Ma questa era invece la sua prima lezione: Si discute, ma poi si torna al lavoro da soli prendendosi le proprie responsabilità, accettando o rifiutando i consigli nella misura in cui si è capaci di accettarli o rifiutarli.
*
Perché a quel punto non sarebbe stato lui che veniva verso di me, ma sarei stato io a raggiungerlo, ad affiancare il mio nome al suo. Avrei così visto da vicino la religione del lavoro che ogni giorno l’accompagnava febbrilmente: era fatta di alta qualità intellettuale, certo, ma anche di un banale rispetto delle scadenze o di un altrettanto banale rispetto del ruolo degli altri. Questo dava, e questo pretendeva. Insieme alla precisione.
*
Vittorio non ha mai avuto scrupoli di sorta e s’è sempre sbarazzato dei libri che riteneva superflui buttandoli nella campana della carta, la domenica mattina presto, quando usciva a comprare i giornali sotto casa. Alla domanda se si fosse mai sbagliato e avesse mai gettato un libro di cui a distanza di tempo riconosceva il valore rispondeva recisamente di no. È così sicuro della validità dei suoi giudizi in merito alle opere letterarie?, gli veniva ancora chiesto. No, rispondeva lui, non sono affatto sicuro che i miei giudizi sui libri siano validi. Ma so per certo che sono coerenti e che, una volta espressi, tali giudizi non muteranno negli anni.
*
Vittorio, colui che mi ha dato la parola e l’autorevolezza per prendere parola, che mi ha accompagnato in questi ultimi anni di crescita intellettuale, è morto. Mi ripeto che Marta, vale a dire l’unica persona nella quale abbia riposto la mia fiducia di uomo, l’unica persona che negli anni del nostro rapporto abbia saputo sbarazzarsi delle mie sovrastrutture, è morta anche lei. Per mano mia. Sì, dovrei proprio concludere che sono a mia volta morto, mentre in realtà il mio destino è più misero e meno clamoroso: sono soltanto rimasto inconoscibile, e cioè non c’è più nessuno qua attorno che abbia condiviso con me questi ultimi anni che sono stati i più importanti della mia vita. Non credo che arriverò tanto preso a incontrare qualcun altro con cui condividere una lingua comune, qualcuno a cui raccontare che cosa sono stati per me questi anni. “Ognuno riconosce i suoi”, scrive Montale in una poesia de La bufera e altro, e ha ragione. Ma è difficile credere che ce ne possano essere più di un paio in tutta la vita, e i miei sono andati, per cui continuerò a rimanere solo. Anche se dovesse capitare (non capiterà) di incontrare qualcun altro che sia dei miei, qualcuno che sia mio, non avrò comunque la forza e la capacità di trasmettergli quello che è successo in questi anni. Non si riesce mai a raccontare niente, a dire niente, nessuna realtà è trasmissibile, si rimane soli senza via di scampo. E quindi a nessuno dirò cosa mi ha prostrato più di tutto nella morte di Vittorio, a nessuno potrò dire che mi sento privato del diritto che ogni allievo ha di uccidere il proprio maestro. Non doveva essere una malattia a togliermi il privilegio della sua morte, perché un uomo può essere ucciso solo da chi quest’uomo ha scelto per insegnargli quello che sa.

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Postilla squisitamente PERSONALE
Un giovane scrittore perde, in rapida successione, il suo amico/mentore e anche l’unica ragazza che forse ha mai amato veramente, il primo per una malattia e la seconda per propria manifesta incapacità.
In questo breve romanzo c’è la descrizione della calda notte in cui il protagonista sembra realizzare finalmente il lutto di queste due perdite (la prima è al centro del libro, la seconda molto più marginale) e descrive stati d’animo attuali intramezzandoli con la storia dell’amicizia con il suo mentore e la sua conseguente discesa nella malattia.
Gabriele Dadati l’avevo già apprezzato per il suo esordio con la raccolta di racconti “Sorvegliato dai fantasmi” e in questo libro rinnovo le mie impressioni sulla sue qualità narrative, il testo però è molto altalenante (troppo spazio a personaggi ed eventi di secondo piano, rubato al rapporto principale) e anche dispersivo a mio avviso, mancando qua e là in potenza evocativa, ingrediente base per una storia che dovrebbe trattare di perdite, morte e lutto. In più mi sembra ci sia qualcosa di fondo che stride a fine lettura: il protagonista parla dell’umiltà del suo mentore come uno dei tratti principali da apprezzare, umiltà che invece da queste pagine traspare poco proprio dal giovane scrittore (anche se forse, vista l’ampia differenza d’età, non si dovrebbe dare per certo che abbia già imparato tutto).

 

 

IN VISIONE: J. Edgar, 50/50, The Iron Lady, Sleeping beauty, Headhunters

20 febbraio 2012 Nessun commento

IN VISIONE
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J. EdgarJ. Edgar
(U.S.A. – 2012)

di Clint Eastwood
con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Damon Herriman

Postilla squisitamente PERSONALE
Didascalico e noioso.
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50/5050/50
(U.S.A. – 2011)

di Jonathan Levine
con Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston, Serge Houde, Andrew Airlie, Matt Frewer, Philip Baker Hall, Donna Yamamoto

Postilla squisitamente PERSONALE
Qualche spunto non male, ma anche tantissimi stereotipi.
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The Iron LadyThe Iron Lady
(U.K. – 2011)

di Phyllida Lloyd
con Meryl Streep, Jim Broadbent, Anthony Head, Richard E. Grant, Roger Allam, Olivia Colman, Nick Dunning, Julian Wadham

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto brava Meryl Streep, il film invece è abbastanza innocuo.
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Sleeping beautySleeping beauty
(U.S.A. – 2011)

di Julia Leigh
con Emily Browning, Michael Dorman, Mirrah Foulkes, Rachael Blake, Nathan Page, Hugh Keays-Byrne, Henry Nixon, Joel Tobeck, Tammy McIntosh, Chris Haywood, Les Chantery

Postilla squisitamente PERSONALE
Stilisticamente anche sì, Emily Browning compresa, ma tutto il resto no.
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HeadhuntersHeadhunters
(Germania, Danimarca, Norvegia – 2011)

di Morten Tyldum
con Nikolaj Coster-Waldau, Aksel Hennie, Julie R. Ølgaard, Synnøve Macody Lund, Eivind Sander, Daniel Bratterud

Postilla squisitamente PERSONALE
Senza infamia e senza lode, pensavo potesse essere la boiata della settimana, invece almeno da quello si salva.
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Soko – I’ve been alone too long

19 febbraio 2012 Nessun commento


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“L’angelo custode della piccola utopia” di Jorie Graham

17 febbraio 2012 Nessun commento

Jorie Graham - L’angelo custode della piccola utopiaL’angelo custode della piccola utopia
di Jorie Graham
– Luca Sossella Editore -
(traduzione di Antonella Francini)
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GLI ESTRANEI

La mano che ho posato su di te, e se
non esistesse, dove ha iniziato, tremante, il declivio della
tua camicia che s’apre, crepuscolo posticipato in ogni bottone algido
e vitreo, camicia rosso chiara – e se non
esistesse – queste dita che scorrono sulla superficie di cotone, nuotano nella ferma superficie –
e se non ci fosse un luogo che possa esistere
questo cercare un luogo dove stendersi,
per fare una minuscola civiltà –
qui fra il muschio e lunghi corridoi di luce pomeridiana –
fra le esagerazione dei tassi ornamentali
che s’adagiano nella lenta carenza del giorno oltre l’edificio
di mattoni,

nulla di vorace, nulla che frughi perché un disegno trovi un luogo,
uno di noi contro un albero ora, uno di noi come un’ombra
sull’acqua, uno di noi implora, uno di noi prende
le misure,
pensando, ripensando,
fra mercoledì e giovedì,
e se non esistesse, il luogo
dove questa mano era distesa per la prima volta
contro il tuo cuore, cotone denim e carne
in mezzo,
per prenderlo per sempre, primizia, dal suo ramo,
muti, sbattere di porta, auto bloccate al
semaforo –
è un luogo muscoloso?
È un ritmo che vuole questo palmo aperto?
Promesso sposo all’istante,
che giura fedeltà,
un breve dialogo fra noi come orme,
è lo stesso battito d’ali che attraversava
l’involucro di carne
per avere, questa mano aperta su di te ora, un segno, una radiografia,
facendo ritorno, un’ipotesi, monosillabica,
sull’agile, ciarliera, scatola di latta del cuore – implacabile –
per farti esistere –
I nomi di chi sfoglia il vento, cercando di scorgerci?
E dietro di noi: questi tulipani che spuntano dal nulla –
il suolo che toglie le migliaia di coperchi. Così facilmente.
Un pollice per volta. Le mani intere. Che s’afferrano ancora.
Sono fiori perché si fermano dove sono.

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Ben Kweller – Go Fly A Kite

16 febbraio 2012 Nessun commento
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“Musica per un incendio” di A.M. Homes

14 febbraio 2012 2 commenti

A.M. Homes - Musica per un incendioMusica per un incendio
di A.M. Homes
– Feltrinelli -
(traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini)
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È una perfetta giornata di giugno, il cielo è di un azzurro che rincuora, gli alberi di un verde tenero, l’aria frizzante sfiora la pelle di Elaine, la costringe a uscire da sé e calarsi nel giorno.
Il genere di pomeriggio a cui tutti fanno caso. Alzano gli occhi al cielo e dicono “Che azzurro” e “Dovresti uscire; è un vero peccato stare chiusi dentro,” “Goditela!” si esortano a vicenda. Il genere di giornata che scatena il buonumore; l’aria è gravida di promesse.
Lei è in turbine, un vortice che fa girare la testa.
È lei, è sempre lei. La tenebra, il marcio dentro, come un veleno che la consuma: la morte che divora la carne.
*
Pensa di correre via. Si sgancia la cintura. Sta per aprire la portiera quando vede Paul. Lo vede tornare e immagina se stessa che scende giù per la strada. I lampioni come riflettori che la stanano di continuo. Immagina Paul che la insegue, e lei non sa perché corre né perché lui la insegue, ma sa che l’istinto di lui è catturarla, trascinarla indietro.
*
Si avvia a piedi alla stazione. Il cielo è ancora chiaro, ha quella luce fredda e statica di un sole che non sorge né tramonta ma sembra svanire lentamente, ritraendosi dietro l’orizzonte. Cammina meravigliandosi del numero dei suoi pensieri e si chiede se qualcuno ne abbia mai studiato la velocità e come mai quelli preoccupati corrono ancora più veloci degli altri. Tira fuori di tasca una calcolatrice e cerca di contarli; ogni volta che formula un pensiero preme più uno, e se il pensiero si ripete lui ripete il gesto sempre più rapidamente.
*
“Regalare,” dice Elaine presa da improvviso entusiasmo. “Regalare tutto.” Comincia a tirar fuori la roba dall’armadio, la butta sul letto matrimoniale. Poi è subito in ginocchio a rovistare tra vecchie scarpe, che si lancia dietro le spalle, un paio dopo l’altro. “Se ti stanno comode, mettile,” dice. “Queste non sono mai state comode, neanche una, vaffanculo le scarpe, vaffanculo tutto.”
Pat Nielson, interdetta dall’entusiasmo di Elaine, dalla sua insolita frenesia, raccoglie dal mucchio un abito azzurro di Dior. “Questo quando te lo sei fatto?” chiede.
Elaine si alza, toglie di mano la gruccia a Pat e si posa addosso il vestito. “Subito dopo che siamo venuti qui, per il primo cocktail party. Non ho mai più speso così tanto per un vestito. Quindici anni,” aggiunge. “Una vita.” Si porta la mano alla gola come se, strozzandosi, potesse costringersi al silenzio. Lascia cadere il vestito sul letto e si volta, sopraffatta. “Non lo metterò mai più. È una quaranta, e io non sono più neanche una quarantadue. Vado verso la quarantaquattro.”
“Non si può collezionare tutto,” dice Pat buttando il vestito sul mucchio di regali. “La vita non è un hobby.”
*
Sono così felici di essere di nuovo tutti insieme. Sentono il tepore, il calore, il divampare delle fiamme. Nessuno è quello che sembra, nessuno è quello che tu pensi, nessuno è quello che tu vorresti. Sono tutti qualcosa di più e qualcosa di meno allo stesso tempo: profondamente umani.
*
Cos’è che vuole? Pensa a se stessa in terza persona, come se la distanza tra prima e terza le desse la giusta prospettiva.
*
Mettono allo scoperto tutti i loro sogni, e Gorge e Pat dicono sempre sì, e bello, e grande. Su, su, sempre di più. Non dicono, No, ma sei matto, o Che diamine ti viene in mente? Niente è fuori portata, tutto è possibile.
*
“Siamo dei mostri,” dice Elaine spostandosi a quattro zampe sul letto, più vicino a Paul. “Proprio pessimi.”
“Dobbiamo sforzarci un po’ di più,” dice Paul.
“Dobbiamo cercare di essere più buoni tra noi,” dice Elaine.
Paul gioca con le coperte tirandosele sopra la testa. “Dovremmo costruire una fortezza per proteggerci dal mondo,” dice.
“Per proteggerci uno dall’altro,” aggiunge Elaine.
“Da noi stessi,” dice Paul lasciando ricadere le coperte.
Tacciono. Paul si accoccola contro Elaine e la abbraccia. “Cos’hai addosso?” le sussurra all’orecchio.
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Ogni giorno Elaine pensa di sparire. Se ne andrà senza portare niente con sé. “Hai te stessa,” dicono, ed è questo che la blocca. Ha paura di non essere niente. Inesistente.

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Postilla squisitamente PERSONALE
Una famiglia che non riesce a sistemare la propria vita, ma nemmeno a decidere di darci un taglio, e allora cerca di dare fuoco deliberatamente alla propria casa, fallendo miseramente anche in quello e trovandosi così ad affrontare ancora più da vicino le ceneri dei propri inutili sforzi, finendo in una spirale di follia sempre più claustrofobica.
Un classica famiglia borghese americana e tante altre per vicini o amici, a distanza di giardino curato e barbecue rigorosamente di serie, tra le quali si intrecciano rapporti, invidie e tradimenti, perché come ci ricorda benissimo l’autrice, basta scavare poco per vedere che l’apparenza spesso inganna.
A.M. Homes è come al solito bravissima a dare gran ritmo alla sua prosa e alle sue storie, senza avere la paura di spingersi un po’ più in là e smascherare le paure più profonde e le debolezze più comuni, cogliendo gesti e sensazioni con una precisione quasi chirurgica. Sogni che si infrangono, forze che mancano, pulsioni indicibili che non si riescono a trattenere, tutto questo fa parte di quel gran carrozzone chiamato umanità e una grande scrittrice come la Homes l’ha capito alla perfezione.

 

 

IN VISIONE: The girl with the dragon tattoo, Terraferma, Polisse, Boy wonder, Puncture

13 febbraio 2012 3 commenti

IN VISIONE
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The girl with the dragon tattooThe girl with the dragon tattoo
(U.S.A. – 2011)

di David Fincher
con Daniel Craig, Rooney Mara, Robin Wright, Stellan Skarsgård, Joel Kinnaman, Embeth Davidtz, Christopher Plummer, Joely Richardson, Goran Visnjic, Julian Sands

Postilla squisitamente PERSONALE
Niente, nemmeno Fincher, dopo aver visto ai tempi anche il film svedese, riesce a farci granché (eccetto un paio di scene molto belle).
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TerrafermaTerraferma
(Italia, Francia – 2011)

di Emanuele Crialese
con Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Martina Codecasa,Claudio Santamaria, Filippo Pucillo, Mimmo Cuticchio, Tiziana Lodato, Titti, Robel Tsagay

Postilla squisitamente PERSONALE
Un film che mi è parso onesto e quindi mi è piaciuto, la Codecasa però ribadisco che nun se pò vedè ne sentì.
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PolissePolisse
(Francia – 2011)

di Maïwenn Le Besco
con Maïwenn Le Besco, Riccardo Scamarcio, Nicolas Duvauchelle, Karin Viard, Marina Foïs, Frédéric Pierrot, Emmanuelle Bercot, Joey Starr, Karole Rocher, Arnaud Henriet

Postilla squisitamente PERSONALE
Mah… all’inizio credevo fosse in presa diretta, non solo per i movimenti di camera, poi mi sono venuti in mente i vari “distretti di Polizia” e infine ho visto scene che stento a credere possibili nella realtà.

Boy WonderBoy Wonder
(U.S.A. – 2010)

di Michael Morrissey
con Caleb Steinmeyer, Zulay Henao, Bill Sage, Daniel Stewart Sherman, Tracy Middendorf, Chuck Cooper, James Russo

Postilla squisitamente PERSONALE
Bello il finale, ma il resto insomma, peccato.
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PunturePunture
(U.S.A. – 2011)

di Adam Kassen, Mark Kassen
con Chris Evans, Michael Biehn, Vinessa Shaw, Brett Cullen, Jennifer Blanc, Kate Burton, Jesse L. Martin, Marshall Bell, Tess Parker

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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Dr. Dog – Be The Void

9 febbraio 2012 3 commenti
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“Open” di Andre Agassi

8 febbraio 2012 Nessun commento

Andre Agassi - OpenOpen
di Andre Agassi
– Einaudi -
(traduzione di Giuliana Lupi)
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Penso che mi si staccherà il braccio. Vorrei chiedere: Quanto deve durare ancora, pa’? Ma non lo chiedo. Faccio come mi dice. Colpisco più forte che posso, e poi ancora un po’ di più. A un certo punto mi sorprendo di quanto tiro forte, e preciso. Sebbene odi il tennis, mi piace la sensazione che dà una palla colpita alla perfezione. È l’unico attimo di pace. Quando faccio qualcosa alla perfezione grido per un istante di un senso di equilibrio mentale e di calma.
Il drago, però, risponde alla mia perfezione sparando più forte la palla successiva.
*
È irremovibile, e disperato, perché il programma ero lo stesso anche per Rita, Philly, Tami, ma le cose non erano mai andate come previsto. Rita si era ribellata. Tami aveva smesso di fare progressi. Philly non aveva l’istinto assassino. Mio padre lo dice sempre, di Philly. Lo dice a me, alla mamma e perfino a Philly – glielo dice in faccia. Mio fratello fa spallucce, a dimostrazione che l’istinto assassino non ce l’ha proprio.
Ma nostro padre dice di lui cose anche peggiori.
Sei un perdente nato, gli dice.
Hai ragione, risponde Philly con un tono dolente. Sono un perdente nato. Sono nato per perdere.
Proprio così! Tu hai compassione dell’avversario! Non t’importa di essere il migliore!
Philly non si prende la briga di smentirlo. Gioca bene. Ha telato. Ma non tende alla perfezione, e a casa nostra la perfezione non è un obiettivo, è la legge. Se non sei perfetto sei un perdente. Un perdente nato.
*
Io non ho mai messo in dubbio l’amore di mio padre. Vorrei solo che fosse meno duro, meno rabbioso e più disposto ad ascoltarmi. In realtà a volte vorrei che papà mi amasse di meno.
*
Andre dice, certe persone sono termometri, altre termostati. Tu sei un termostato. Non registri la temperatura in una stanza, la cambi. Perciò sii fiducioso, sii te stesso, assumi il controllo. Mostrale chi sei veramente.
*
Cambiare.
È ora di cambiare, Andre. Non puoi andare avanti così. Cambiare, cambiare, cambiare – me lo ripeto diverse volte al giorno, ogni giorno, mentre imburro il mio toast mattutino, mentre mi lavo i denti; non è tanto un monito quanto una cantilena tranquillizzante. Lungi dal deprimermi o dal farmi provare vergogna, l’idea di dover cambiare radicalmente, da capo a piedi, mi ridà equilibrio. Una volta tanto non avverto quel dubbio assillante che segue ogni mia risoluzione. Questa volta non fallirò, non posso, perché o cambio adesso o mai più. L’idea di fossilizzarmi, di rimanere questo Andre per il resto della mia vita, ecco ciò che trovo davvero deprimente e che mi fa vergognare.
Eppure. Le nostre migliori intenzioni sono spesso frustrate da forze esterne – forze che noi stessi abbiamo messo in moto tanto tempo prima. Le decisioni, soprattutto quelle sbagliate, generano una loro inerzia e fermare l’inerzia può essere un bel casino, come ogni atleta sa bene. Anche se giuriamo di cambiare, anche se siamo dispiaciuti e facciamo ammenda dei nostri errori, l’inerzia del passato continua a trascinarci per la strada sbagliata. L’inerzia governa il mondo. L’inerzia dice: Calma, non così in fretta, sono ancora io che comando qui. Come ama dire un mio amico, citando un vecchio poema greco: La mete degli déi eterni non cambia all’improvviso.
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Adesso che ho vinto uno Slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quanto è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanta a lungo. Nemmeno lontanamente.
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Mi domanda: Che stai facendo? Che succede?
Che vuol dire? Me ne vado.
Piove. Aspetta fino a domani mattina.
Perché aspettare? Non c’è niente di meglio del presente.
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Qualunque cosa accada, tieni alta la testa. E, per l’amor di Dio, goditela, o almeno cerca di gustarne alcuni momenti, perfino il dolore, perfino la sconfitta, se è questo che ti attende.

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Postilla squisitamente PERSONALE
Non sono un amante delle autobiografie e ne ho lette veramente poche fino ad oggi, devo essere proprio invasato del personaggio o aver trovato critiche entusiaste per comprarne, però questa mi è piaciuta.
Scritta è scritta bene (il “prologo” su tutto il resto), e ci mancherebbe se alle spalle hai un premio Pulitzer come J.R. Moehringer, ma ha principalmente il pregio di essere molto agile, questo nonostante in alcune parti le vicende non vengano sviscerate poi così a fondo o in altre appaiano un po’ troppo ridondanti.
La vita di Agassi è percorsa in lungo e in largo, dagli esordi al ritiro, e ovviamente oltre a tanto tennis, vittorie e sconfitte, c’è anche la fragilità del personaggio (sinceramente non avrei creduto fosse così radicata) e il più classico dei rapporti odio/amore con il padre, colui che l’ha spinto verso la carriera tennistica.
Il resto lo dà facilmente la curiosità di trovarsi davanti a notizie e fatti mai trapelati prima.
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Aneddoto squisitamente PERSONALE
Nonostante un padre che l’ha sempre praticato riuscendovi molto bene, non ho mai giocato a tennis.
Qualche volta lui provò pure a insegnarmi, ma l’unica lezione che capimmo entrambi, tra il sottoscritto che non seguiva le sue indicazioni e lui che diventava allora ancora più ferreo su di esse, fu che i geni sportivi non erano tra quelli passati di generazione in generazione (ci saremmo già dovuti arrivare anni prima con il calcio, ma questa è un’altra storia…).
Per molte estati durante il periodo in cui Agassi sembrava una figura atipica e di rottura all’interno del circuito ATP, sicuramente molto attraente soprattutto per dei ragazzini, frequentai un circolo che oltre a una piscina, i prati curati e le sdraio, aveva anche un tavolo da ping pong sul tetto del piccolo ristorante interno.
Lì, io e i miei amici, ma anche altri ragazzi più o meno grandi, giocavamo ogni giorno dei veri e propri tornei con tanto di tabellone a pingpong-tennis, gli strumenti del primo e le regole del secondo.
Ognuno di noi fin da subito scelse un tennista da impersonificare, gli stessi che poi nel primo pomeriggio, quando faceva troppo caldo per respirare le esalazioni di catrame, avremmo guardato giocare alla televisione sopra al bancone del bar di sotto, sbeffeggiando le lamentele del gestore stagionale perché occupavamo posti, ma consumavamo poco.
Una volta risaliti trasferivamo l’importanza appena trasmessa dal tubo catodico a quel campo in miniatura rovinato dalle intemperie, sostituendo le voci di Rino Tommasi e Gianni Clerici con quella ben più istericamente mutevole di uno tra i più estroversi dei tanti ragazzini presenti.
Sfide epiche e scambi che alcune volte ruppero amicizie, mentre in altri casi, i più gravi, per una racchetta lanciata e finita di sotto, vicino al recinto con la sabbia dove giocavano le madri e i bambini piccoli, rischiarono addirittura di far espellere qualcuno dal circolo.
Tra le tante partite me ne ricordo una molto bene, una delle prime, quando mi trovai a fronteggiare un carissimo amico, forse il mio migliore all’epoca.
Entrambi ai piedi avevamo delle Nike Air Tech Challenge, entrambi avremmo voluto impersonificare Andre Agassi.

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IN VISIONE: The Descendants, A dangerous method, Martha Marcy May Marlene, Sin retorno, Mozzarella stories

7 febbraio 2012 6 commenti

IN VISIONE
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The DescendantsThe Descendants
(U.S.A. – 2011)

di Alexander Payne
con George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Krause, Patricia Hastie, Grace A. Cruz, Kim Gennaula, Karen Kuioka Hironaga, Carmen Kaichi, Kaui Hart Hemmings, Beau Bridges, Matt Corboy

Postilla squisitamente PERSONALE
Non malaccio, ma alla fine non è né carne né pesce, e di certo nulla a che vedere con candidature varie e lodi sperticate (forse anche un po’ troppo americano).
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A dangerous methodA dangerous method
(U.S.A. – 2011)

di David Cronenberg
con Keira Knightley, Viggo Mortensen, Michael Fassbender,Vincent Cassel, Sarah Gadon, André Hennicke, Arndt Schwering-Sohnrey, Mignon Remé, Mareike Carrière

Postilla squisitamente PERSONALE
Fatto è fatto bene, ma io Cronenberg lo preferisco molto più malato.
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Martha Marcy May MarleneMartha Marcy May Marlene
(U.S.A. – 2011)

di T. Sean Durkin
con Elizabeth Olsen, Sarah Paulson, John Hawkes, Hugh Dancy, Brady Corbet, Christopher Abbott, Michael Chmiel, Maria Dizzia, Julia Garner, Louisa Krause, Diana Masi

Postilla squisitamente PERSONALE
Noiosissimo, anche se non completamente da buttare.
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Sin retornoSin retorno
(Argentina – 2010)

di Miguel Cohan
con Leonardo Sbaraglia, Federico Luppi, Martín Slipak, Luis Machín, Bárbara Goenaga, Ana Celentano

Postilla squisitamente PERSONALE
Senza infamia e senza lode, ma evitabilissimo.
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Mozzarella storiesMozzarella stories
(Italia – 2011)

di Edoardo De Angelis
con Luisa Ranieri, Massimo Gallo, Andrea Renzi, Giampaolo Fabrizio, Tony Laudadio, Massimiliano Rossi, Giovanni Esposito

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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Bowerbirds – Northern Lights

5 febbraio 2012 Nessun commento


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“America America” di Elia Kazan

2 febbraio 2012 Nessun commento

Elia Kazan - America AmericaAmerica America
di Elia Kazan
– Mattioli 1885 -
(traduzione di Nicola Manuppelli)
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“Menti. Mio Dio, spero che tu non diventi come tuo padre. Hai già il suo sorriso. Beh, d’altronde non ci puoi fare niente. Tutti gli uomini della nostra famiglia mentono, ormai. I turchi gli sputano in faccia e dicono che sta piovendo.”
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C’è giusto un po’ di sarcasmo nel suo tono. Il gioco di Tartan consiste nel vedere quanto può avvicinarsi a dire ciò che pensa senza rischiare la vita. Non si spinge molto in là, ma questo gioco sottile gli permette di mantenere un po’ di dignità.
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“Vostro onore!”
Finalmente l’ufficiale lo guarda. Stavros si nasconde velocemente dietro un sorriso. Questo sorriso, il suo tratto più caratteristico, ha una forte componente d’ansia. È il marchio infelice che così spesso caratterizza le minoranze – neri, ebrei, orientali – la sola espressione che conosce per affrontare il suo oppressore, una maschera per nascondere l’ostilità che non osa mostrare, e al tempo stesso un modo per eludere la vergogna che prova mentre viola i propri sentimenti più veri.

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Postilla squisitamente PERSONALE
Storia di un giovane greco che parte dall’Anatolia, sulle spalle tutte le aspettative della famiglia e dei loro pochi averi, con il progetto comune e condiviso di recarsi a Costantinopoli per diventare socio in affari di un cugino, ma con l’intimo segreto invece di raggiungere il ben più lontano e agognato sogno dell’America.
Un romanzo breve pieno di imprevisti, raccontato in modo semplice, a tratti sembra quasi la sceneggiatura del suo omonimo film (1 Oscar e 3 nominations nel 1964), e che descrive, spesso sottolinea, le difficoltà del diventare uomini e rincorrere i propri sogni.

 

 

Wislava Szymborska (2 luglio 1923 – 1 febbraio 2012)

1 febbraio 2012 Nessun commento


Anch’io talvolta, di fronte a questa domanda, eludo la sostanza della cosa. Ma rispondo così: l’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so”.

-  Wislava Szymborska (2 luglio 1923 – 1 febbraio 2012), dal discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel (1966). Qui, il testo completo.
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Perfume Genius – Put Your Back N 2 It

1 febbraio 2012 Nessun commento
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