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Archivio per novembre 2011

IN VISIONE: Jane Eyre, Warrior, Peep World, Small Town Murder Songs, Last Ride

29 novembre 2011 Nessun commento

IN VISIONE
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Jane EyreJane Eyre
(U.S.A. – 2011)

di Cary Fukunaga
con Mia Wasikowska, Jamie Bell, Su Elliot, Holliday Grainger, Tamzin Merchant, Amelia Clarkson, Craig Roberts, Sally Hawkins, Lizzie Hopley, Jayne Wisener, Emily Haigh

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto ben fatto e molto brava Mia Wasikowska.
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WarriorWarrior
(U.S.A. – 2011

di Gavin O’Connor
con Tom Hardy, Joel Edgerton, Nick Nolte, Jennifer Morrison, Frank Grillo, Kevin Dunn, Maximiliano Hernández, Bryan Callen, Jake McLaughlin

Postilla squisitamente PERSONALE
Intrattiene quanto e come ci si potrebbe aspettare da un film del genere.
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Peep WorldPeep World
(U.S.A. – 2011)

di Barry W. Blaustein
con Michael C. Hall,Sarah Silverman, Rainn Wilson, Ben Schwartz, Judy Greer, Kate Mara, Taraji P. Henson, Ron Rifkin, Deborah Pratt, Raja Fenske

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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Small Town Murder SongsSmall Town Murder Songs
(Canada – 2010)

di Ed Gass-Donnelly
con Martha Plimpton, Peter Stormare, Jill Hennessy,Sebastian Pigott, Jackie Burroughs, Ari Cohen, Stephen Eric McIntyre, Trent McMullen, Stuart Hughes, Alexandria Benoit

Postilla squisitamente PERSONALE
Non è fatto male, ma un po’ troppo scontato.
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Last RideLast Ride
(Australia – 2009)

di Glendyn Ivin
con John Brumpton, Mick Coulthard, Rachel Francis, Anita Hegh, Adam Morgan, Levine Ngatokorua, Chrissie Page, Kelton Pell, Tom Russell, Sonya Suares

Postilla squisitamente PERSONALE
Senza infamia e senza lode, ma noiosetto.
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Dillon – This Silence Kills

28 novembre 2011 Nessun commento

Dillon - This Silence Kills


Dillon – This Silence Kills

(removed by label reuqest).
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“Il demone a Beslan” di Andrea Tarabbia

25 novembre 2011 Nessun commento

Il demone a Beslan
di Andrea Tarabbia
- Mondadori -


Ogni famiglia cecena è infelice, e lo è allo stesso modo.
Noi pensavamo di poter dare una voce e un kalašnikov alla furia delle madri.
*
Shamil si alza e fa quello che tutti noi facciamo ogni volta che ci spostiamo, usciamo di casa o semplicemente cambiamo posizione: si guarda attorno, infila lo sguardo nel vuoto dei campi fino alle prime montagne e controlla che non ci sia nessuno, che non ci siano movimenti nell’erba.
[…]
Lo sguardo che si allontana, le mani lungo il corpo: non le teniamo più nelle tasche, ormai. È la seconda guerra che ci ha abituato a comportarci come se dovessimo sempre reagire, scappare o difenderci. Tutto un popolo che gira per strada – quando crede di poterlo fare – con le mani lungo il corpo, i muscoli tesi e pronti a scattare. Siamo un popolo sull’attenti, anche se è perfettamente inutile.
*
Padre, lei non sembra un prete, anche se cammina come camminano i preti. È una cosa che non le ho detto. L’ho guardata bene mentre usciva dalla cella, ho ascoltato il suo passo. I preti hanno un modo tutto loro di camminare, tutto calmo, tutto pantofolaio anche quando portano le scarpe. Hanno il passo di chi vive in pace con il mondo, e io questo non l’ho mai sopportato. Camminate in modo conciliato, il vostro amore è finto e il vostro passo ne è la prova. Dal corridoio, se sono sveglio e in ascolto, riesco a capire quando a passare è un secondino, o il dottore, o lei: il passo dei secondini è volgare, sincopato e pesante; quello del dottore è veloce, breve: è il passo di un uomo piccolo al quale è stato affidato un compito gigantesco; il suo passo, il passo del prete, padre, è invece dolce, regolare e calmo: come le ho detto, è il passo di un uomo conciliato. Quello di noi detenuti, quando c’è, è un non-passo, è qualcosa di trascinato e pesante che assomiglia più a un lamento.
*
“Un ceceno che non sa sparare” ci diceva intanto Tamerlan “è un uomo morto; un ceceno che sa sparare è un uomo morto che prima di morire ha difeso la sua terra.”
*
C’è stato un momento, nel disordine di quella giornata, in cui tutto è sembrato essere al suo posto, e quel momento è stato proprio quando all’improvviso tutti hanno sentito che gli ostaggi stavano per uscire dalla porta della scuola, e allora tutti sono rimasti zitti, con i fiati tesi. Poi non si è sentito niente, niente per un minuto, dottor Bazarev, nemmeno gli uccelli cantavano più e le madri non piangevano e la signorina non parlava e le macchine erano spente. C’erano solo le luci delle ambulanze che giravano giravano ma lo facevano in silenzio ed era come se colorassero il niente. Io ho pensato che se quell’attesa di un minuto fosse durata soltanto ancora qualche secondo i cuori di molti sarebbero scoppiati come fanno i sacchetti quando li si gonfia con troppa aria.
*
Noi parliamo della morte senza filtri, in maniera diretta e a volte crudele: la vediamo così spesso che non ci permettiamo più di rispettarla con il silenzio e le allusioni.

Postilla squisitamente PERSONALE
Beslan, cittadina dell’Ossezia, la cui scuola viene assaltata durante il primo giorno d’apertura da un commando di terroristi ceceni, o guerriglieri a secondo di come la si voglia vedere, che chiedono l’indipendenza della loro terra, la loro nazione e pensano così anche di vendicare i tanti soprusi subiti dal loro popolo.
Dopo tre giorni le truppe speciali russe faranno irruzione e il bilancio sarà di tanti, troppi morti.
Tarabbia ha scritto proprio un bel libro partendo da questa storia che si concentra sì su un fatto di cronaca, ma prende in considerazione anche il prima e il dopo (saltando quasi a piè pari le fasi processuali e concentrandosi piuttosto sulla reclusione dell’unico terrorista rimasto vivo, nonché voce narrante principale).
Ritmo serrato e molto asciutto, buonissima decisione di aggiungere altre due voci narranti, oltre a quella del protagonista, per dare uno sguardo più ampio e un tentativo alla base, riuscito, di descrivere un male che non sia solo violenza epidermica, ma qualcosa di più umanamente profondo e contraddittorio, meno scontato.

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QUATTRO CHIACCHIERE con Andrea Tarabbia*    

Andrea Tarabbia- In un’intervista hai detto che volevi scrivere un libro che parlasse di male, innocenza e redenzione. A leggere la storia, uno si aspetterebbe un male molto diretto e violento fisicamente, invece la cosa molto bella secondo me è proprio che quel male risulta essere indissolubilmente legato all’innocenza e alla redenzione, rendendolo meno ovvio e immediato, ma più profondamente umano.

Grazie, hai centrato il punto. La violenza, naturalmente, c’è, anche se qualcuno mi ha detto, dopo aver letto il libro, che se ne aspettava di più, che l’ho più evocata che raccontata. A me sembra che il Demone sia comunque un romanzo violento, ma forse quello che si coglie e che arriva di più è l’aspetto per così dire trascendente della violenza e del male. Del resto, ho raccontato una storia che, bene o male, tutti conoscono: tutti sanno cosa è successo a Beslan in quei tre giorni, tutti hanno visto le immagini e letto i reportage; potevo permettermi, in un certo senso, di “usare” Beslan, i fatti di Beslan, per parlare d’altro. Perlomeno questa era l’intenzione. A me non parlano quei libri dove c’è una rappresentazione diretta della violenza e del male, dove si tenta di raccontare il mondo semplicemente mettendo in scena degli atti di violenza dell’uomo sull’uomo. Mi sembra una forma gratuita di pornografia. Secondo me, ha senso scrivere certe cose solo se sono il grimaldello attraverso cui si tenta di parlare d’altro: io avevo davanti uno scenario terribile al di là del numero di morti, c’erano bambini uccisi che, con ogni probabilità, non sapevano perché li stavano sequestrando e uccidendo – ossia il male era declinato come una violazione dell’innocenza e dell’inconsapevolezza. Ho voluto provare a misurarmi con questo.

- Parlando invece di due personaggi del libro, nonché voci narranti, Petja e Ivan, mi è quasi sembrato che in una sorta di scambio di ruoli, la fredda e cieca animosità di anni di guerra sia passata dal vecchio al giovane, lasciando al primo invece un sguardo tra l’incredulo e il quasi sognante.

Petja è, per me, la vittima che punta il dito, quella parte della coscienza di Marat che, nel processo che lo porta a rendersi umanamente conto di ciò che ha fatto, continua a ricordargli che, per quanto possa redimersi o pentirsi, lui è comunque un assassino e non può scappare davanti alla sua colpa. Se qualcuno, visto l’andamento del testo, sente il rischio di “parteggiare” per Marat, grazie alla voce e ai moniti di Petja impara che non lo può fare innocentemente.
Per quanto riguarda Ivan, invece, avevo bisogno, perché la storia fosse tridimensionale, di un punto di vista esterno: Ivan vede quello che abbiamo visto noi – la scuola da fuori, le tv ecc. – e inizialmente non capisce cosa sta succedendo, perché è qualcosa che va al di là dell’umana comprensione. Allo stesso tempo, con la sua deformità, rappresenta la malattia che indebolisce Marat: volevo che anche Marat, la cui vita è sempre stata al cospetto della morte degli altri, fosse messo davanti alla possibilità – anche visiva – della sua morte.

- Qual era la tua preoccupazione più grande prima di scrivere un libro che si fonda su una vicenda storica ben precisa e così recente? Si è avverata o meno?

All’inizio la mia preoccupazione era essere ben documentato, per non scrivere stupidaggini. Poi, a poco a poco, mentre si avvicinava il momento di iniziare a scrivere, ne è subentrata una più grande, ossia quella di avere o meno il diritto di “usare” questa vicenda e queste persone per scrivere un’opera di finzione. Da un certo punto di vista, è una preoccupazione assurda, nel senso che nessuno, allora, dovrebbe avere il diritto di parlare dell’11 settembre o di Auschwitz (è un vecchio discorso). In realtà, però, quando ti trovi davanti alla pagina bianca con tutto il materiale pronto e la storia che ti gira nella testa, questa cosa ti blocca: ti poni, appunto, il problema etico di parlare del dolore degli altri, un dolore che non hai vissuto ma che, invece, ha cambiato per sempre le loro vite. A lungo non mi sono sentito in diritto di farlo. Ho risolto l’impasse quando ho cominciato a capire che questo libro poteva essere un atto d’amore nei confronti di queste persone e, allo stesso tempo, un’opera che, parlando di loro, voleva parlare di qualcosa di più grande e che ci accomuna tutti.

- Quando e da dove nasce tutto questo amore e passione per la Russia?

Nasce dal fascino che su di me hanno sempre esercitato – prima di sapere cosa fossero realmente – la Russia e l’Unione Sovietica. A 17/18 anni, poi, ho letto per la prima volta le Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, e ho immediatamente deciso che avrei studiato russo all’università. Da lì è partito tutto: i viaggi frequenti a Mosca e Pietroburgo, la lettura di tutto quello che mi capitava a tiro e che in qualche modo c’entrava con la Russia, la sensazione di sentire “mio” ogni avvenimento che ha a che fare con quelle latitudini. Credo, poi, che la letteratura russa, da Dostoevskij a Bulgakov, da Gogol’ a Majakovskij, sia stata un fattore decisivo per la mia formazione, prima che di scrittore, di persona.

- Tre autori russi, almeno uno contemporaneo se c’è, che consiglieresti di leggere?

Tre sono pochissimi, perché considero imprescindibile tutto ciò che è stato prodotto in Russia dalla metà degli anni 30 dell’800 (per intenderci, gli Arabeschi di Gogol’) alla Seconda guerra mondiale (Il Maestro e Margherita). In mezzo, c’è tutto. Sui contemporanei sono più tiepido, anche se Sorokin ha scritto delle buone cose e così la Chizhova e Prilepin.
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* Andrea Tarabbia (Saronno, 1978), ha pubblicato i romanzi La calligrafia come arte della guerra(Transeuropa, 2010) e Marialuce (Zona, 2011) e il saggio Indagine sulle forme possibili. Le strutture della scienza in letteratura (Aracne, 2010). A settembre 2011 è uscito per Mondadori il suo terzo romanzo, Il demone a Beslan. Scrive sulla rivista “Il primo amore”.
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Quando è iniziato tutto? (articolo per No Borders Magazine)

23 novembre 2011 2 commenti

Arenal

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Da oggi trovate on-line un mio pezzo, dove si parla di viaggiare e di prime volte, su No Borders Magazine.
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Fragile N.4 – Dustin O’Halloran

22 novembre 2011 Nessun commento

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Bison – Quill

22 novembre 2011 Nessun commento
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IN VISIONE: Another Earth, Big Fan, Too Big Too Fail, Margin Call

21 novembre 2011 Nessun commento

IN VISIONE
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Another EarthAnother Earth
(U.S.A. – 2011)

di Mike Cahill
con William Mapother, Brit Marling, Matthew-Lee Erlbach, DJ Flava, Meggan Lennon, AJ Diana, Bruce Colbert, Ana Valle, Paul S. Mezey, Jeffrey Goldenberg

Postilla squisitamente PERSONALE
Gradita sorpresa questo film a basso costo. Belle atmosfera e uno sguardo non convenzionale che colpisce.
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Big FanBig Fan
(U.S.A. – 2009)

di Robert D. Siegel
con Patton Oswalt, Kevin Corrigan, Michael Rapaport, Marcia Jean Kurtz, Serafina Fiore, Gino Cafarelli, Jonathan Hamm, Matt Servitto, Joe Garden, Polly Humphreys

Postilla squisitamente PERSONALE
Buon film che si concentra su passioni e difficoltà socio-relazionali.
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Too Big Too FailToo Big Too Fail
(U.S.A. – 2011)

di Curtis Hanson
con William Hurt, James Woods, Paul Giamatti, John Heard, Erin Dilly, Amy Carlson, Kathy Baker, Cynthia Nixon, Topher Grace

Postilla squisitamente PERSONALE
Certamente interessante, ma anche parecchio noioso.
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Margin CallMargin Call
(U.S.A. – 2011)

di J.C. Chandor
con Zachary Quinto, Stanley Tucci, Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Penn Badgley, Simon Baker, Demi Moore, Aasif Mandvi

Postilla squisitamente PERSONALE
Idem come sopra, anche se un po’ meno noioso.
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“Come diventare se stessi” di David Lipsky & David Foster Wallace

17 novembre 2011 Nessun commento

David Lipsky & David Foster Fallace - Come diventare se stessiCome diventare se stessi
di David Lipsky & David Foster Wallace
– minimumfax -
(traduzione di Martina Testa)

Non credo che gli scrittori siano più intelligenti delle altre persone. Penso solo che possano essere più interessanti nella loro stupidità, o nella loro confusione.
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Sento che quella pagina, che quella pagina è una cosa viva. Con la quale ho un rapporto di cui devo prendermi cura.
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Be’, penso che essere timidi significhi sostanzialmente essere talmente concentrati su se stessi che diventa difficile stare in compagnia della gente. Per esempio, se passo del tempo con te, non riesco neanche a capire se mi stai simpatico o antipatico, perché sono troppo occupato a chiedermi se io sto simpatico a te.
[…]
… per chi scrive parte della motivazione sta nel fatto di imporre se stesso e la propria coscienza agli altri. C’è un’arroganza incredibile anche solo nel provare a scrivere qualcosa; figuriamoci nell’aspettarsi che qualcuno paghi dei soldi per leggere quello che hai scritto.
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Penso che uno dei motivi per cui mi sento vuoto dopo aver guardato un sacco di tv, e una delle cose che rende seducente la tv, è che ci da l’illusione di entrare in rapporto con la gente. E’ un modo per avere davanti qualcuno che parla e che mi intrattiene, ma che non mi richiede nulla.
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Gli scrittori hanno la licenza e anche la libertà di mettersi seduti da una parte… di mettersi seduti da una parte, stringere i pungi e rendersi mostruosamente consapevoli delle cose che in genere noi percepiamo solo fino a un certo punto. E se uno scrittore fa bene il suo lavoro, in pratica non fa altro che ricordare al lettore quanto è intelligente – il lettore, intendo. Cioè, gli apre gli occhi su qualcosa che il lettore già sapeva prima. E la questione non è che lo scrittore ha maggiori capacità rispetto a una persona qualunque. E’ che lo scrittore è pronto, secondo me, a tagliarsi fuori, a isolarsi da certe cose e sviluppare… e pensare, tutto qui, pensare molto intensamente. Cosa che non tutti possono permettersi il lusso di fare.
Ma ti dico la verità, guardarmi in giro per la stanza e dare automaticamente per scontato che tutto il resto dei presenti siano meno consapevoli di me, o che la loro vita interiore sia in qualche modo meno ricca, meno complicata, o percepita con meno intensità della mia, mi rende uno scrittore meno bravo. Perché significa che la mia sarà un’esibizione per un pubblico senza volto, invece che il tentativo di fare conversazione con una persona.
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… a me sembra che questa sia una generazione più triste, e più affamata. E la cosa che mi fa paura è che, quando arriveremo noi al potere, quando saremo noi quelli di quarantacinque, cinquantanni, non ci sarà nessuno… nessuno più anziano… non ci saranno persone più anziane di noi che si ricorderanno la Grande Depressione, o la guerra, persone che hanno alle spalle sacrifici considerevoli. E non ci sarà più nessun limite ai nostri, come dire, appetiti.
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I vecchi trucchetti sono stati esauriti, e secondo me la lingua deve trovare nuovi modi per attirare il lettore. Personalmente, sono convinto che molto dipenda dalla scelta della voce, dalla creazione di senso di intimità fra lo scrittore e il lettore. E, come dire, data l’atomizzazione e la solitudine della vita moderna, quella è la strada che ci si apre, e quello è il dono che possiamo offrire. Ma è una cosa molto personale, e ci saranno diciassette modi diversi per arrivarci.
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… ecco, adesso ti dico una cosa che ti sembrerà davvero melensa. Ho una fiducia incredibile, da bambino di cinque anni, nel fatto che l’arte sia qualcosa di assolutamente magico.
E che la vera arte possa fare cose che nient’altro in tutto il sistema solare è in grado di fare. E che la roba bella sopravvivrà e verrà letta, e che nell’immenso processo di separazione del grano dal loglio, la merda andrà a fondo e la roba bella resterà a galla.

Postilla squisitamente PERSONALE
Sul finire del tour promozionale per l’uscita di Infinite Jest, David Lipsky passa cinque giorni consecutivi, a strettissimo contatto, con David Foster Wallace per scrivere un pezzo commissionatogli da Rolling Stone.
Questo libro rappresenta la trascrizione fedele dell’intervista, di quei giorni. E ok, Lipsky forse non è questo gran intervistatore, o magari non era così facile trovarsi davanti a DFW in quel momento, almeno a giudicare da queste pagine, ma lasciandolo da parte, cosa non poi così difficile da fare, quello che conta è quello che abbiamo davanti, quasi una sorta di monologo wallaciano.
Si parla un po’ di tutto, dall’avere successo alla televisione, di cinema e musica, manie e solitudine, ma soprattutto di scrittura, scrittori e scrivere (e ancora una volta, poco importa la presenza di alcune ripetizioni).
Sul fatto che DFW fosse uno scrittore sublime, uno dei migliori della sua generazione, piaccia o non piaccia, non vi sono dubbi. La cosa più interessante però è sentire quanta umana debolezza e sensibilità ci fosse nell’uomo dietro e dentro lo scrittore, quanto quel giocare durante l’intervista con Lipsky o con il suo passato difficile, difficilissimo, ma anche con il suo presente, anch’esso poi non troppo semplice, sia parte non di una posa, ma di un non nascondersi nemmeno davanti ai propri lati più bestialmente umani.
David Foster Wallace dava tutto se stesso, non si risparmiava, nella vita come nella scrittura.

Scriveva con degli occhi e una voce che parevano una forma condensata della vita di chiunque: erano i pensieri che pensavi a metà, le scene di fondo che vedevi con la coda dell’occhio al supermercato e facendo avanti e indietro dal lavoro – e i lettori si accoccolavano negli anfratti e nelle radure del suo stile.David Lipsky

Quando l’ho intervistato aveva l’aria, tipica degli scrittori, di chi non stacca mai del tutto dal proprio lavoro: una parte di lui avrebbe voluto scansarmi e raccontare la storia da solo.Jonathan Franzen

Quando dei dati gli entravano in testa, sprizzavano immediatamente scintille. Un’elettricità incredibile, una comicità scatenata, un interesse e una curiosità enorme sul proprio posto nel mondo. Vedeva più fotogrammi per secondo di tutti noialtri, non si fermava mai. Divorava costantemente l’universo. – Mary Karr

Qui invece trovate alcune registrazioni originali di quella intervista (via R4).


Immanu El – In Passage

16 novembre 2011 Nessun commento
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IN VISIONE: Una separazione, The Change-Up, The Housemaid, Lola, Essential Killing

15 novembre 2011 Nessun commento

IN VISIONE
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Una Separazione
(Iran – 2011)

di Asghar Farhadi
con Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Leila Hatami, Kimia Hosseini, Shahab Hosseini, Ali-Asghar Shahbazi, Babak Karimi, Peyman Moadi

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto bello, uno spaccato che riguarda la vita sociale e i sentimenti, restringendo tutto questo all’Iran solo in parte.
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The Change-upThe Change-Up
(U.S.A. – 2011)

di David Dobkin
con Ryan Reynolds, Jason Bateman, Olivia Wilde, Leslie Mann, Alan Arkin, Mircea Monroe, Dax Griffin, TJ Hassan, Sydney Rouviere, Ed Ackerman

Postilla squisitamente PERSONALE
Per essere una commedia fa bene tutto quello che le si chiede.
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The HousemaidThe Housemaid
(Corea del Sud – 2010)

di Im Sang-soo
con Jeon Do-yeon, Jung-Jae Lee, Youn Yuh-jung, Seo Woo, Park Ji-young

Postilla squisitamente PERSONALE
Parte bene, prosegue un po’ stancamente e nel finale esagera.
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LolaLola – Grandmother
(Filippine – 2009)

di Brillante Mendoza
con Rustica Carpio, Ketchup Eusebio, Benjie Filomeno, Tanya Gomez, Jhong Hilario, Anita Linda

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto bello e poetico, anche se non propriamente scattante.
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Essential killingEssential Killing
(Polonia, Norvegia, Irlanda, Ungheria – 2010)

di Jerzy Skolimowski
con Vincent Gallo, Emmanuelle Seigner, Stig Frode Fenriksen, Nicolai Cleve Broch, David Price

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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“Tre amanti” di Morley Callaghan

14 novembre 2011 1 commento

Morley Callaghan - Tre amantiTre amanti
di Morley Callaghan
– BUR -
(traduzione di Paolo Falcone)

Alfred ebbe l’impressione di assistere a ciò che era sempre successo ogni volta che lui si era cacciato nei guai, che quel tremore fosse già in lei quando, semivestita, si era precipitata all’emporio. Capì per quale motivo era rimasta seduta da sola in cucina la cvolta in cui la sorella minore aveva ripetuto ostinatamente che si sarebbe sposata. Adesso sapeva cosa stava pensando mentre, poco prima, camminavano insieme in strada. Guardò sua madre, e non disse nulla, ma la sua adolescenza sembrò avere fine in quel momento. Dal modo in cui la mano le tremava mentre si portava la tazza alle labbra, lui riconobbe tutti gli anni di una vita.

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“Non mi è piaciuta” disse Mamie. “E’ una persona un po’ diffidente.”
“È stata gentile con te.”
“Solo perché incarnavo al sua idea di donna perduta”. Poi aggiunse con rabbia: “Le avrei tirato il collo”.
“Forse anche tu non le sei piaciuta” disse Karl irritato.
“Non era mia intenzione piacerle.”
“Difficilmente incontrerai una persona più gentile” replicò lui, brusco.
Questa aspra e improvvisa ostilità li spaventò, ma la accolsero con ardore. Volevano ferirsi, in modo da aggrapparsi a qualsiasi cosa li tenesse insieme.

Postilla squisitamente PERSONALE
Nonostante la postfazione di Antonio Pascale faccia comprendere ancora meglio quale sia la principale caratteristiche e abilità di Morley Callaghan (lo scrittore che stese Hemingway sul ring, durante un match di pugilato arbitrato da Fitzgerald), ovvero l’estrema semplicità in grado di descrivere e metter in primo piano un sentimento assoluto, a me questi racconti hanno detto poco. Sono scritti bene e scorrono, certamente, ma lo fanno troppo velocemente e senza lasciare un’impronta duratura nel lettore.
Tra i migliori episodi: Un vecchio litigio, Calze di seta, Snob, Respinta, Giorno dopo giorno e La sposa.

“Storia d’amore vera e supertriste” di Gary Shteyngart

10 novembre 2011 4 commenti

Storia d’amore vera e supertriste
di Gary Shteyngart
– Guanda -
(traduzione di Katia Bagnoli)


E quando la Terra scadrà, cosa che avverrò di sicuro, la lascerò per una Terra nuova, ancora più verde ma con meno allergeni; e nel pieno fiore della mia intelligenza, fra qualcosa come 10 alla trentaduesima anni, quando il nostro universo deciderà di ripiegarsi su se stesso, la mia personalità salterà dentro a un buco nero per scivolare in una dimensione di meraviglie impensabili, dove le cose che mi hanno sostenuto sulla Terra 1.0 – i tortelli alla lucchese, il gelato al pistacchio, i primi album dei Velvet Undeground, la pelle liscia e abbronzata che si tende sulla morbida architettura barocca di un paio di chiappe ventenni – mi sembreranno ridicole e puerili come i mattoncini delle costruzioni, la lozione per bambini, un giro a “un, due tre… stella!”
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A parte questo, il quartiere appariva intatto, con minimi segni di saccheggi. Il silenzio profondo del mattino che segue un fallito colpo di Stato nel terzo mondo colava lungo le strade e fasciava le torri mute. Ero fiero di New York, adesso più che mai, perché era sopravvissuta a qualcosa che nessun’altra città sarebbe stata in grado di affrontare: la propria rabbia.
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“Grazie, synoček [figliolo]” ha detto mio padre.
Zabotišsja ty o nas [Sei tu che ti prendi cura di noi]” ha detto mia madre con gli occhi umidi, scotendo la chioma dello spazzolone nuovo.
Sono arrossito e ho guardato altrove, desideroso del loro amore ma anche attento a non avvicinarmi troppo nel timore di essere ferito di nuovo. Perché nella terra da cui i miei genitori provengono apertura significa debolezza, ed è un invito a farsi attaccare. Ti lasci stringere nel loro abbraccio e poi magari rischi di non sapere più come liberartene.
*
Non date retta a chi vi dice che la vita è un viaggio. Un viaggio è quando alla fine arrivi da qualche parte. Quando prendo il numero 6 per andare dalla mia assistente sociale, quello è un viaggio.
*
Mi ha sorriso e ho notato che aveva quel genere di fossette che non si limitano a fare due buchi nelle guance, ma riempiono il viso di calore e personalità.
*
La mia ultima sera da Fabrizia si è presentato il solito gruppetto di quarantenni, ricchi figli di registi di Cinecittà che ora scrivono di tanto in tanto sceneggiature per la RAI, quando non sono impegnati a dissipare ciò che rimane delle fortune dei genitori. E’ questo che ammiro nella gioventù italiana, il lento scemare delle ambizioni, la consapevolezza che il meglio è di gran lunga alle loro spalle. Noi americani abbiamo molto da imparare dal loro declino pieno di grazia.
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Caro diario, odio il 4 luglio. L’inizio della mezza età dell’estate. Tutto sprizza vita ed energia, ma l’inevitabile declino verso l’autunno è già cominciato. Alcuni tipi di arbusti e di cespugli, i più piccoli, bruciati dal caldo, sembrano capelli ossigenati male. Anche se la temperatura raggiunge l’apice, in verità l’estate sta mentendo a se stessa, si consuma come un genio alcolizzato. E tu inizi a domandarti: che ne ho fatto del mio giugno?
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Eravamo tutti sulla soglia dei quaranta, un momento in cui la spavalderia della giovinezza e la promessa di grandi imprese che un tempo ci tenevano uniti iniziavano a scolorire, così come i nostri corpi iniziavano a disfarsi, afflosciarsi, rattrappirsi. Eravamo ancora amichevoli e premurosi come qualsiasi gruppo di uomini, ma sentivo che persino il nostro trascinarsi verso l’estinzione sarebbe risultato competitivo, e che qualcuno di noi forse si sarebbe trascinato più in fretta degli altri.
*
Sembrano ragazze rispettabili, effervescenti eppure insicure, di quelle che sbavano per le cose firmate e un’illusione di identità e scambiano le une per l’altra, e non hanno alcuna fretta di crescere.
[…]
Poi hanno cominciato a strafarsi di rosé sul nostro balcone, le facce carine, gonfie, ubriache; si raccontavano lunghe storie senza capo né coda che intendevano essere divertenti ma si sono presto rivelate inquietanti, racconti di un mondo effimero e banale in cui tutti si tradiscono come se fosse la cosa più naturale del mondo e certe donne si fanno pisciare addosso in pubblico. Ho provato invidia per la loro gioventù ma anche timore per il loro futuro. In breve, mi sono sentito paterno e arrapato, che non è per niente una bella combinazione.
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A volte mentre lui parlava io congetturavo che almeno nella sua mente doveva aver già cessato di esistere, che pensava a se stesso come a un punto vuoto attraverso un mondo ridicolo.

Postilla squisitamente PERSONALE
E’ una storia apocalittica, ma tremendamente attuale quella messa in scena da Gary Shteyngart nel suo terzo romanzo; un mondo futuro, ma nemmeno poi troppo a guardarsi in giro oggi, dove gli Stati Uniti sono in fallimento e la Cina, la Norvegia e l’Arabia Saudita sono diventate le tre super grandi potenze. Una società dove chi conta lavora nel “credito” e nei “media” se uomo o nel “retail” se donna, una società dove non c’è spazio per chi non può consumare, per gli individui a basso reddito.
All’interno di questa America, si muovono le vite di Lenny e Eunice (conosciutisi nel breve prologo romano che apre il libro), entrambi figli di immigrati (lui russi e lei coreani), con una differenza d’età di quasi vent’anni che li separa (lui sovrappeso e sudaticcio, lei giovane e alla moda) oltre al fatto di provenire da due generazioni totalmente all’opposto (lui amante dei cari, vecchi e quasi estinti libri, lei sempre attaccata al suo äppärät, una sorta di futuribile i-Phone).
Gary Shteyngart, come ormai ci ha abituato, ricorre ad abbondanti dosi di umorismo, intervallate qua e
là da un sentimentalismo che si divide la scena con una critica sociale mai troppo sopra le righe, bacchettona. L’autore è in grado con la sua prosa e la storia inventata, in partenza un po’ lenta, ma che cresce via via con lo scorrere delle pagine e con il declino sempre più imminente, di catturare il lettore, portarlo con sé a spasso per una ricognizione su tanti piccoli difetti e manie umane che in questo secolo si stanno esacerbando sempre di più.
In definitiva decisamente un buon libro, che si attesta a metà strada tra l’ottimo debuttoIl manuale del debuttante russo
e il non completamente riuscito secondo romanzoAbsurdistan”.

P.S. Il booktrailer americano

Youth Lagoon – The Year Of Hibernation

9 novembre 2011 1 commento
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IN VISIONE: Midnight in Paris, Beginners, Et in terra pax, London Boulevard, Rundskop, Appropriate adult, Block Party

8 novembre 2011 1 commento

IN VISIONE

   

Midnight In Paris

(U.S.A. – 2011)

di Woody Allen

con Owen Wilson, Marion Cotillard, Adrien Brody, Rachel McAdams, Kathy Bates, Michael Sheen, Carla Bruni, Alison Pill, Léa Seydoux, Tom Hiddleston

Postilla squisitamente PERSONALE

Mai stato un grande fan di Woody Allen e visti gli ultimi film ancora meno, questo invece segna una piacevole inversione di tendenza.

Beginners

(U.S.A. – 2010)

di Mike Mills

con Ewan McGregor,Christopher Plummer,Melanie Laurent, Goran Visjnic, Catherine McGoohan,Terry Walters, Keegan Boos

Postilla squisitamente PERSONALE

Non gli davo molto credito, invece mi ha piacevolmente sorpreso e molto rattristato, colonna sonora bellissima

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Et In Terra Pax

(Italia – 2011)

di Matteo Botrugno, Daniele Coluccini

con Maurizio Tesei, Germano Gentile, Fabio Gomiero, Michele Botrugno, Silvia Salvatori, Simone Crisari, Riccardo Flammini, Ughetta D’Onorascenzo, Paolo Perinelli, Aljosha Massine, Giorgio Biferali

Postilla squisitamente PERSONALE

Non che sia fatto male, però alla lunga è un po’ troppo noioso.

 

London Boulevard

(U.S.A., U.K. – 2010)

di William Monahan

con Keira Knightley, Colin Farrell, Stephen Graham, Jamie Campbell Bower, Anna Friel, David Thewlis, Ray Winstone, Eddie Marsan, Ben Chaplin

Postilla squisitamente PERSONALE

Niente di che, ma se non altro ha il pregio di avere un finale non scontatissimo.

 

Rundskop

(Belgio – 2011)

di Michael R. Roskam

con Matthias Schoenaerts, Jeroen Perceval, Jeanne Dandoy, Barbara Sarafian, Tibo Vandenborre, Frank Lammers, Sam Louwyck, Robin Valvekens, Baudouin Wolwertz,David Murgia

Postilla squisitamente PERSONALE

Un’altra piacevole sorpresa, un film insolito nella storia e cupo nei tratti.

 

Appropriate Adult

(U.K. – 2011)

di Julian Jarrold

con Dominic West, Emily Watson, Samuel Roukin, Sylvestra Le Touzel, Anthony Flanagan,Robert Whitelock, Paul J. Dove, Jasper Jacob, Philip Broadbent,James MacColl.

Postilla squisitamente PERSONALE

Tratto da una storia veria e scritto per la tv, ottime atmosfere e cast perfetto.

 

Block Party

(U.S.A. – 2005)

di Michel Gondry, Dave Chappelle

con Dave Chappelle, Michel Gondry, Mos Def, Erykah Badu, Jill Scott, Kanye West, Common, Ahmir ‘?uestlove’ Thompson, Lauryn Hill, Wyclef Jean, Pras, Keyshia Cole, Dead Prez, Isaac ben Ayala,Big Daddy Kane, Talib Kweli, John Legend, Cody ChesnuTT, The Roots

Postilla squisitamente PERSONALE

Non so perché non l’avessi mai guardato prima, comunque basta leggere i nomi dei protagonisti per capire se questo documentario fa al caso vostro, nel mio moltissimo.

“I cento fratelli” di Donald Antrim

7 novembre 2011 Nessun commento

I cento fratelli
di Donald Antrim
- minimumfax -
(traduzione di Matteo Colombo)


La polvere che ricopriva le copertine di pelle emanava un odore bizzarramente dolciastro, non dissimile da quello di una persona molto anziana, un dolciastro odore corporeo di colla e carta putrefatta e pigmenti sbiaditi.
*
… certi uomini e stati d’animo, in questa come in qualsiasi altra famiglia, appaiono dominanti e cronicizzati al punto da non essere più percepibili come tali, bensì come tratti consolidati dalle rispettiva personalità, attributi condivisi, aspetti aggiuntivi del carattere che, proprio perché aggiuntivi, finiscono per denotare l’appartenenza al clan familiare. La personalità collettiva di questa famiglia potrebbe legittimamente essere descritta come convulsa, romantica, letargica, sarcastica, spaventosa, frustrata, alticcia, combattiva, impudica, crudele, alla “cane mangia cane”, narcisistica ai limiti del borderline, di vedute nervosamente ristrette, nonché più o meno rassegnata alla disperazione, pur se occasionalmente festosa, qualora ebbra.
*
A questo punto sarebbe il caso di dire che io non sono, di regola, intendo regola generale – e in quel “generale” è sottointeso che il più delle volte la regola vale, anche se non è forse vero che le regole sono fatte, come si suol dire, per essere infrante? – che io non sono, di regola, un gran bevitore. E dunque rimango sempre sconcertato quando mi trovo a dover constatare che, perlomeno tra alcuni dei miei congiunti presenti in sala, ho questa fama. E perché mai, poi? Per qualche sedia spaccata e qualche caustica osservazione che mi è capitato di fare a tarda notte?
In questo senso tutti quanti siamo, nei nostri momenti più emotivi, più vulnerabili, di celebrazione e addirittura di passione, incompresi.
*
“I ricordi personali hanno un valore discutibile, Doug”.
Non mi era possibile concordare con una simile affermazione, e glielo dissi, aggiungendo: “I nostri ricordi forse non costituiscono una documentazione storica precisa e affidabile. Sono tuttavia, io ritengo, indicatori piuttosto accurati delle nostre percezioni ed emozioni. Sono i sentimenti e le sensazioni a dirci come vanno le cose! Non sei d’accordo? Ciascuno di noi accumula ricordi e opinioni e sensazioni, e sta a noi interpretare e comprendere tutto questo come meglio crediamo”.
“Come al solito hai ragione. Non posso controbattere”, disse Benedict.
“Ovviamente dopo un po’ tutto diventa un gran casino, specie nelle famiglie”.
“Vero”.
“Ciascuno ha il suo passato”.
“Mmm”.
“Centinaia di storie. Migliaia di cene diverse”.
“A pensarci in termini numerici è avvilente”.
*
Virgil si chinò in avanti tenendosi la testa fra le mani. Il suo corpo ebbe un tremito, e a sentirlo sembrava che stesse per mettersi a piangere. “Voglio morire”, disse.
“Moriremo tutti, Virgil, e fin troppo presto. Non c’è motivo di desiderare la morte”.

 

Postilla squisitamente PERSONALE
I cento fratelli si riuniscono nella vecchia casa di famiglia per una cena durante la quale dovranno organizzarsi nella ricerca delle ceneri, andate disperse, del loro amato padre. Con il passare delle ore, l’aumento del tasso alcolico e dei litigi tra i vari membri della numerosissima famiglia, la serata prenderà una piega quasi da incubo, fino al tragico epilogo in chiusura.
Secondo libro che leggo di Donald Antrim, dopo Votate Robinson per un mondo migliore”, ma nemmeno questo mi ha colpito più di tanto, anzi.
Il romanzo parte abbastanza lento e non propriamente ben disposto verso l’inserimento del lettore, a fatica si seguono tutti quei nomi che compaiono in rapida successione, prosegue un po’ stancamente e confusionario, almeno fino alla scena della cena, dove le sorti dei cento fratelli sembrano ridonare un po’ d’aria allo scorrere narrativo delle pagine, che si concluderanno invece molto bene, con un colpo di scena inaspettato e l’incupirsi dei toni verso un’atmosfera quasi macabra e disperata. 

Sarah Jaffe – The Way Sound Leaves A Room

4 novembre 2011 Nessun commento
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“Ti ascolto” di Federica De Paolis

2 novembre 2011 Nessun commento

Ti ascolto
di Federica De Paolis
- Bompiani -


Tutti hanno sempre pensato di me che ero un uomo libero perché così portato per i viaggi, confondendo la libertà con la fuga. La capacità di muoversi con l’impossibilità di fermarsi.
*
Non c’è davvero nulla che mi aspetti in nessun luogo. E’ tutta la vita che mi muovo per spostarmi, come se ogni volta mi potessi allungare di un centimetro. Pensare di vivere nel mondo invece che in un paese o in una città o magari addirittura in provincia mi ha fatto sentire un ginnasta olimpico che con tre capriole può camminare sui continenti, con tre lingue in tasca, l’inglese, lo spagnolo e il tedesco, sono come un mazzo di chiavi dalle mille varianti.
*
Poi dalla porta sono usciti Pietro e Agnese, si sono accesi una sigaretta stringendosi intorno alla fiammella, con gli occhi rivolti altrove, come se incrociarli significasse perdere una battaglia navale o qualcosa del genere. Si sono sciolti, allontanati di mezzo metro l’uno dall’altra, come se avessero perimetri, gesti e spazi prestabiliti. Sono sempre vestiti uguali. C’è una cortina di silenzio ottuso tra di loro che è visibile come la polvere nera di un colpo appena sparato. Ho capito cosa li fa somigliare tanto: l’andatura e la convinzione assoluta che ci siano solo loro sulla faccia della terra.
Al momento sono così identificati con il loro dramma che non contemplano neanche l’esistenza di Dio.
*
“Succede che nessuno dice la verità, che nessuno ha il coraggio di essere quello che è, viviamo di bugie bianche, viviamo di bugie, siamo sistemati sulle bugie, siamo quello che vorrebbero gli altri, è l’unica preoccupazione, ci chiedono troppo, ci chiedono troppo, il modello è irraggiungibile, sai chi è se stesso?”
“Chi?” domanda interrogativa.
“Quelli che non ce la fanno, quelli che hanno rotto gli argini, quelli che hanno perso tutto, non hanno più nulla da perdere, quelli sono loro stessi…”
*
La malattia qui in Occidente è un problema, è come avere dieci punti in meno sulla patente o la fedina penale sporca, o una gamba amputata, è un handicap, non fa parte del corso della vita, è un extra, in Occidente quando sei malato, sei bloccato, sei pericoloso, sei virale con i tuoi pensieri sui massimi sistemi e la confidenza acquisita in un attimo con la morte, quella che si scampa ogni giorno con il corpo, quella che non ci puoi pensare tutta la vita che vivi.
Chi sfiora la morte la contempla, gli altri la fuggono e basta, senza mezzi termini.
*
Il sole è sbiadito e la luna ha già le sue fattezze trasparenti, è una moneta nel cielo: una vecchia cento lire.
*
Mi sono perso nella sua pelle, convinto che la stavo toccando centimetro per centimetro e al tempo stesso deciso a starle dentro e basta, sentendo chiarissimo che non era cosa da poco, una volta finita non si sarebbe fermata lì. Ero già preoccupato di riaverla, di essere certo di poterla stringere ancora, ancora e ancora, tutte le volte che lo avrei desiderato. Sentivo un’urgenza di possesso, un bisogno indomito di appropriazione. Capivo che dipendevo da lei e mi stava bene, non ero più solo, c’era un altro essere umano a cui avrei dedicato ciò che dedicavo a me, sentivo che mi stavo sdoppiando e invece di aver paura che mi stavano segando o mi stavano dividendo, ho capito che mi stavo moltiplicando, espandendo.
Ho attraversato ogni gesto vedendolo da dentro e poi sollevandomi dal letto e curiosando da fuori, mi sono innamorato di noi, non di lei, mi sono perdutamente innamorato di un insieme di particelle che viaggiavano all’unisono scoprendosi desiderose, affamate, intatte.
*
Mi lascia al centro di una grande strada a quattro corsie al confine con la città. Ancora un paio di chilometri e iniziano i campi, le montagne sporche di neve come pandori ammuffiti coperti di zucchero a velo.
*
Questo pensare che l’amore sia un luogo magico, incontaminato, questo sentir dire che non sei tu che scegli, vieni scelto. Come se fosse una chiamata ultraterrena. Nell’idea comune dell’amore c’è qualcosa di cattolico, evangelico. L’amore è un’altra storia, si confina sui bisogni, sulle proiezioni, sulle ossessioni. Gli incontri rimettono in scena cose già avvenute, sono storie di fantasmi, sono la possibilità di limitare la propria parte oscura, gli amori che funzionano. Il resto sono gabbie.
*
Ha chiuso la porta e io ho chiuso gli occhi, pensando che iniziavo a seppellirla.
Lasciare certe strade è difficile, insopportabile.
Significa uccidere qualcosa che esiste, sopprimerlo, soffocarsi con le proprie mani pregando poi di riuscire a respirare ancora, come una volta, come prima.

Postilla squisitamente PERSONALE
Diego Tribeca ha quarant’anni e scrive guide per la Lonely Planet. Diego Tribeca è costretto a interrompere il suo errare per tornare nella disabitata casa di famiglia perché deve operarsi a un occhio, causa distacco della retina. Diego Tribeca si ritroverà, mezzo cieco, a dover affrontare un passato dal quale forse stava scappando e verrà anche a scoprire che il telefono di quell’appartamento quando squilla, non lo fa perché sta ricevendo una chiamata, ma perché invece da lì passano tutte le conversazioni dei suoi vicini; persone fino ad allora sconosciute, ma che con lo scorrere delle pagine diventeranno sempre più parte integrante anche della sua di vita, fino ad entrarci proprio fisicamente (partendo da Agnese, che rompe il naso con una testa al suo fidanzato, e arrivando fino a Stefano, che una volta scoperta la sua parziale sterilità, finirà per tradire la compagna con donne conosciute on-line).
Federica De Paolis ha scritto proprio un bel libro: agile, grazie anche ai molti discorsi diretti presenti, e fisico, nonostante dopotutto all’inizio sia solo un filo telefonico ad unire tutti i protagonisti. Una storia fatta di molte storie che parlano di solitudini emotive e relazionali, di verità non dette e realtà non viste, di comunicazioni che non arrivano a destinazione. Un romanzo che vive grazie all’incertezza delle esistenze che vi sono racchiuse e che fino all’ultimo non sarà in grado di darvi dei punti fermi sui quali riposarvi; che non dà risposte, ma mette sotto una luce più forte e decisa le domande, dove sarà difficile continuare a ignorarle.

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QUATTRO CHIACCHIERE con Federica De Paolis*    

Il tema principale del suo libro è la comunicazione, quella che troppo spesso si fonda sul dire, ma non altrettanto sull’ascoltare. Quali “accorgimenti” fanno di una persona un buon ascoltatore? Lei lo è?

Credo che ogni scrittore sia un buon ascoltatore e un buon osservatore. L’ascolto è un’azione attiva e non passiva: significa dare spazio all’altro, non intervenire parlando del proprio vissuto, domandare. Il terzo sinonimo della parola ascoltare è esaudire, mi sembra eloquente. Oggi siamo socialmente “addestrati” a raccontarci interpretando un ruolo che cerca di avvicinarsi a un modello di perfezione. La televisione, come il computer, la radio, ci bombardano di parole, di informazioni. Nei talk show televisivi, nessuno ascolta l’altro, sono arene dove si lotta per sostenere la propria tesi, si ringhia per affermare i propri assunti, non c’e tempo per l’ascolto, implicherebbe una potenziale oscillazione della propria tesi, del proprio io costruito tenacemente su un modello insindacabile. Si parla prevalentemente per promuoversi e nessuno ascolta, la comunicazione è totalmente bloccata.

Inoltre i protagonisti del suo romanzo non solo non sono in grado di ascoltare, ma nemmeno ascoltarsi, finendo per mentire e mentirsi costantemente fino a quando per forza di cose non andranno a sbattere contro la realtà. Nel suo libro poi questo accade anche in presenza di ben determinati problemi fisici collegati a quegli errori o ad essi in larga parte riconducibili. E’ proprio così difficile imparare dai propri passi falsi? Abbiamo la memoria tanto corta?

Nel libro vengono trattati temi come la sterilità, l’anoressia e il cancro, macroproblemi di oggi. In occidente essere malati è un handicap, in oriente al contrario fa parte del percorso umano di un individuo, nella vita è contemplata la malattia. Per noi essere malati significa essere fermi, “inutilizzabili” socialmente. E’ per questo che i miei personaggi mettono in scena il falso sé, per rimanere aderenti a questo modello di perfezione che ci viene richiesto. E’ questo il tema principe del libro che mi interessava affrontare, l’impossibilità di essere se stessi, di raccontarsi. La storia di queste persone nasconde sempre un segreto che è rimasto tale, per la paura di non essere accettati per quello che si è o si è fatto. E’ uno sforzo mastodontico a cui tutti i personaggi si assoggettano con naturalezza, senza interrogarsi, non hanno altra scelta.

Come mai ha scelto di non dare una maggiore specificità alla città dove si svolge gran parte della storia?

Il mio primo libro si ambientava a Roma e lo stesso vale per il secondo, sono racconti che titolano ognuno con una via della capitale, quindi volevo smarcarmi dalla romanità. Cercavo di capire dove avrebbe potuto ambientarsi questo romanzo, poi scrivendolo mi sono resa conto che il luogo non aveva nessuna importanza, è una storia che potrebbe svolgersi ovunque. Per ovunque ripeto in occidente, infatti nel primo paragrafo si sottolinea che il protagonista fugge da Shanghai.

Sentendo un’altra sua intervista ho scoperto che l’idea per questo romanzo nasce come ispirazione da un film di Francio Ford Coppola, La Conversazione. Quale regista vorrebbe dietro la macchina da presa per un’eventuale trasposizione cinematografica di “Ti ascolto” e chi nel ruolo di Agnese?

Penso che Ti ascolto potrebbe essere girato da Almodovar ma anche Juan Josè Campanella (Il segreto dei tuoi occhi) perché sono due registi molto “rigorosi” che non rinunciano a una sottile vena di surreale-impalpabile che credo che il libro abbia. Agnese non saprei, sono i registi che scelgono gli attori, gli scrittori devono limitarsi a dargli vita.

Ha pubblicato sia romanzi che racconti, quali sono le differenze maggiori secondo lei? Pensa ci sia una forma più difficile dell’altra da affrontare?

Il romanzo ti permette più libertà. Io tendo a non “divagare”, a rimanere aderentissima alla storia ma è qualcosa che nel romanzo è contemplato, lo spazio è più ampio. Il racconto dev’essere folgorante, precisissimo, catturare il lettore in quattro e quattr’otto, emozionarlo, spiazzarlo. In questo senso il racconto ha un architettura più “religiosa” ma è anche vero che se si decide di affrontarlo, si è ispirati. Io credo che la forma più ambiziosa sia l’autobiografismo.

Ha delle manie quando scrive o si accinge a scrivere?

Ho bisogno di silenzio, quando scrivo, quando leggo. E sono rigorosa, quando inizia un progetto devo scrivere tutti i giorni, possibilmente alla stessa ora, non importa dove sono, è importante che il flusso non s’interrompa. Prima che nascesse mia figlia, scrivevo dalle tre del pomeriggio alle nove di sera, verso le sei bevevo una birra. Riuscivo a scrivere quattro pagine sulle quali lavoravo tutto il giorno e sulle quali non tornavo mai più. Ho una scrittura verticale. Adesso da quando c’è Olivia, scrivo dalle due alle cinque, sei p.m. Riesco a produrre due tre pagine e non bevo la mia birra, che mi alleggeriva e rendeva la scrittura più fluida.

* Federica De Paolis, dopo aver scritto di cinema per riviste specializzate ed essersi occupata di dialoghi per i doppiaggi dei film, nel 2008 ha iniziato a insegnare sceneggiatura all’Istituto Europeo di Design. Collabora con l’inserto domenicale di “Liberazione” e ha pubblicato con Fazi, Lasciami andare (2006) e Via di qui (2008), Ti ascolto (2011) è il suo secondo romanzo.