
Ti ascolto
di Federica De Paolis
- Bompiani -
Tutti hanno sempre pensato di me che ero un uomo libero perché così portato per i viaggi, confondendo la libertà con la fuga. La capacità di muoversi con l’impossibilità di fermarsi.
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Non c’è davvero nulla che mi aspetti in nessun luogo. E’ tutta la vita che mi muovo per spostarmi, come se ogni volta mi potessi allungare di un centimetro. Pensare di vivere nel mondo invece che in un paese o in una città o magari addirittura in provincia mi ha fatto sentire un ginnasta olimpico che con tre capriole può camminare sui continenti, con tre lingue in tasca, l’inglese, lo spagnolo e il tedesco, sono come un mazzo di chiavi dalle mille varianti.
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Poi dalla porta sono usciti Pietro e Agnese, si sono accesi una sigaretta stringendosi intorno alla fiammella, con gli occhi rivolti altrove, come se incrociarli significasse perdere una battaglia navale o qualcosa del genere. Si sono sciolti, allontanati di mezzo metro l’uno dall’altra, come se avessero perimetri, gesti e spazi prestabiliti. Sono sempre vestiti uguali. C’è una cortina di silenzio ottuso tra di loro che è visibile come la polvere nera di un colpo appena sparato. Ho capito cosa li fa somigliare tanto: l’andatura e la convinzione assoluta che ci siano solo loro sulla faccia della terra.
Al momento sono così identificati con il loro dramma che non contemplano neanche l’esistenza di Dio.
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“Succede che nessuno dice la verità, che nessuno ha il coraggio di essere quello che è, viviamo di bugie bianche, viviamo di bugie, siamo sistemati sulle bugie, siamo quello che vorrebbero gli altri, è l’unica preoccupazione, ci chiedono troppo, ci chiedono troppo, il modello è irraggiungibile, sai chi è se stesso?”
“Chi?” domanda interrogativa.
“Quelli che non ce la fanno, quelli che hanno rotto gli argini, quelli che hanno perso tutto, non hanno più nulla da perdere, quelli sono loro stessi…”
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La malattia qui in Occidente è un problema, è come avere dieci punti in meno sulla patente o la fedina penale sporca, o una gamba amputata, è un handicap, non fa parte del corso della vita, è un extra, in Occidente quando sei malato, sei bloccato, sei pericoloso, sei virale con i tuoi pensieri sui massimi sistemi e la confidenza acquisita in un attimo con la morte, quella che si scampa ogni giorno con il corpo, quella che non ci puoi pensare tutta la vita che vivi.
Chi sfiora la morte la contempla, gli altri la fuggono e basta, senza mezzi termini.
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Il sole è sbiadito e la luna ha già le sue fattezze trasparenti, è una moneta nel cielo: una vecchia cento lire.
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Mi sono perso nella sua pelle, convinto che la stavo toccando centimetro per centimetro e al tempo stesso deciso a starle dentro e basta, sentendo chiarissimo che non era cosa da poco, una volta finita non si sarebbe fermata lì. Ero già preoccupato di riaverla, di essere certo di poterla stringere ancora, ancora e ancora, tutte le volte che lo avrei desiderato. Sentivo un’urgenza di possesso, un bisogno indomito di appropriazione. Capivo che dipendevo da lei e mi stava bene, non ero più solo, c’era un altro essere umano a cui avrei dedicato ciò che dedicavo a me, sentivo che mi stavo sdoppiando e invece di aver paura che mi stavano segando o mi stavano dividendo, ho capito che mi stavo moltiplicando, espandendo.
Ho attraversato ogni gesto vedendolo da dentro e poi sollevandomi dal letto e curiosando da fuori, mi sono innamorato di noi, non di lei, mi sono perdutamente innamorato di un insieme di particelle che viaggiavano all’unisono scoprendosi desiderose, affamate, intatte.
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Mi lascia al centro di una grande strada a quattro corsie al confine con la città. Ancora un paio di chilometri e iniziano i campi, le montagne sporche di neve come pandori ammuffiti coperti di zucchero a velo.
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Questo pensare che l’amore sia un luogo magico, incontaminato, questo sentir dire che non sei tu che scegli, vieni scelto. Come se fosse una chiamata ultraterrena. Nell’idea comune dell’amore c’è qualcosa di cattolico, evangelico. L’amore è un’altra storia, si confina sui bisogni, sulle proiezioni, sulle ossessioni. Gli incontri rimettono in scena cose già avvenute, sono storie di fantasmi, sono la possibilità di limitare la propria parte oscura, gli amori che funzionano. Il resto sono gabbie.
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Ha chiuso la porta e io ho chiuso gli occhi, pensando che iniziavo a seppellirla.
Lasciare certe strade è difficile, insopportabile.
Significa uccidere qualcosa che esiste, sopprimerlo, soffocarsi con le proprie mani pregando poi di riuscire a respirare ancora, come una volta, come prima.
Postilla squisitamente PERSONALE
Diego Tribeca ha quarant’anni e scrive guide per la Lonely Planet. Diego Tribeca è costretto a interrompere il suo errare per tornare nella disabitata casa di famiglia perché deve operarsi a un occhio, causa distacco della retina. Diego Tribeca si ritroverà, mezzo cieco, a dover affrontare un passato dal quale forse stava scappando e verrà anche a scoprire che il telefono di quell’appartamento quando squilla, non lo fa perché sta ricevendo una chiamata, ma perché invece da lì passano tutte le conversazioni dei suoi vicini; persone fino ad allora sconosciute, ma che con lo scorrere delle pagine diventeranno sempre più parte integrante anche della sua di vita, fino ad entrarci proprio fisicamente (partendo da Agnese, che rompe il naso con una testa al suo fidanzato, e arrivando fino a Stefano, che una volta scoperta la sua parziale sterilità, finirà per tradire la compagna con donne conosciute on-line).
Federica De Paolis ha scritto proprio un bel libro: agile, grazie anche ai molti discorsi diretti presenti, e fisico, nonostante dopotutto all’inizio sia solo un filo telefonico ad unire tutti i protagonisti. Una storia fatta di molte storie che parlano di solitudini emotive e relazionali, di verità non dette e realtà non viste, di comunicazioni che non arrivano a destinazione. Un romanzo che vive grazie all’incertezza delle esistenze che vi sono racchiuse e che fino all’ultimo non sarà in grado di darvi dei punti fermi sui quali riposarvi; che non dà risposte, ma mette sotto una luce più forte e decisa le domande, dove sarà difficile continuare a ignorarle.
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QUATTRO CHIACCHIERE con Federica De Paolis*
Il tema principale del suo libro è la comunicazione, quella che troppo spesso si fonda sul dire, ma non altrettanto sull’ascoltare. Quali “accorgimenti” fanno di una persona un buon ascoltatore? Lei lo è?
Credo che ogni scrittore sia un buon ascoltatore e un buon osservatore. L’ascolto è un’azione attiva e non passiva: significa dare spazio all’altro, non intervenire parlando del proprio vissuto, domandare. Il terzo sinonimo della parola ascoltare è esaudire, mi sembra eloquente. Oggi siamo socialmente “addestrati” a raccontarci interpretando un ruolo che cerca di avvicinarsi a un modello di perfezione. La televisione, come il computer, la radio, ci bombardano di parole, di informazioni. Nei talk show televisivi, nessuno ascolta l’altro, sono arene dove si lotta per sostenere la propria tesi, si ringhia per affermare i propri assunti, non c’e tempo per l’ascolto, implicherebbe una potenziale oscillazione della propria tesi, del proprio io costruito tenacemente su un modello insindacabile. Si parla prevalentemente per promuoversi e nessuno ascolta, la comunicazione è totalmente bloccata.
Inoltre i protagonisti del suo romanzo non solo non sono in grado di ascoltare, ma nemmeno ascoltarsi, finendo per mentire e mentirsi costantemente fino a quando per forza di cose non andranno a sbattere contro la realtà. Nel suo libro poi questo accade anche in presenza di ben determinati problemi fisici collegati a quegli errori o ad essi in larga parte riconducibili. E’ proprio così difficile imparare dai propri passi falsi? Abbiamo la memoria tanto corta?
Nel libro vengono trattati temi come la sterilità, l’anoressia e il cancro, macroproblemi di oggi. In occidente essere malati è un handicap, in oriente al contrario fa parte del percorso umano di un individuo, nella vita è contemplata la malattia. Per noi essere malati significa essere fermi, “inutilizzabili” socialmente. E’ per questo che i miei personaggi mettono in scena il falso sé, per rimanere aderenti a questo modello di perfezione che ci viene richiesto. E’ questo il tema principe del libro che mi interessava affrontare, l’impossibilità di essere se stessi, di raccontarsi. La storia di queste persone nasconde sempre un segreto che è rimasto tale, per la paura di non essere accettati per quello che si è o si è fatto. E’ uno sforzo mastodontico a cui tutti i personaggi si assoggettano con naturalezza, senza interrogarsi, non hanno altra scelta.
Come mai ha scelto di non dare una maggiore specificità alla città dove si svolge gran parte della storia?
Il mio primo libro si ambientava a Roma e lo stesso vale per il secondo, sono racconti che titolano ognuno con una via della capitale, quindi volevo smarcarmi dalla romanità. Cercavo di capire dove avrebbe potuto ambientarsi questo romanzo, poi scrivendolo mi sono resa conto che il luogo non aveva nessuna importanza, è una storia che potrebbe svolgersi ovunque. Per ovunque ripeto in occidente, infatti nel primo paragrafo si sottolinea che il protagonista fugge da Shanghai.
Sentendo un’altra sua intervista ho scoperto che l’idea per questo romanzo nasce come ispirazione da un film di Francio Ford Coppola, La Conversazione. Quale regista vorrebbe dietro la macchina da presa per un’eventuale trasposizione cinematografica di “Ti ascolto” e chi nel ruolo di Agnese?
Penso che Ti ascolto potrebbe essere girato da Almodovar ma anche Juan Josè Campanella (Il segreto dei tuoi occhi) perché sono due registi molto “rigorosi” che non rinunciano a una sottile vena di surreale-impalpabile che credo che il libro abbia. Agnese non saprei, sono i registi che scelgono gli attori, gli scrittori devono limitarsi a dargli vita.
Ha pubblicato sia romanzi che racconti, quali sono le differenze maggiori secondo lei? Pensa ci sia una forma più difficile dell’altra da affrontare?
Il romanzo ti permette più libertà. Io tendo a non “divagare”, a rimanere aderentissima alla storia ma è qualcosa che nel romanzo è contemplato, lo spazio è più ampio. Il racconto dev’essere folgorante, precisissimo, catturare il lettore in quattro e quattr’otto, emozionarlo, spiazzarlo. In questo senso il racconto ha un architettura più “religiosa” ma è anche vero che se si decide di affrontarlo, si è ispirati. Io credo che la forma più ambiziosa sia l’autobiografismo.
Ha delle manie quando scrive o si accinge a scrivere?
Ho bisogno di silenzio, quando scrivo, quando leggo. E sono rigorosa, quando inizia un progetto devo scrivere tutti i giorni, possibilmente alla stessa ora, non importa dove sono, è importante che il flusso non s’interrompa. Prima che nascesse mia figlia, scrivevo dalle tre del pomeriggio alle nove di sera, verso le sei bevevo una birra. Riuscivo a scrivere quattro pagine sulle quali lavoravo tutto il giorno e sulle quali non tornavo mai più. Ho una scrittura verticale. Adesso da quando c’è Olivia, scrivo dalle due alle cinque, sei p.m. Riesco a produrre due tre pagine e non bevo la mia birra, che mi alleggeriva e rendeva la scrittura più fluida.
* Federica De Paolis, dopo aver scritto di cinema per riviste specializzate ed essersi occupata di dialoghi per i doppiaggi dei film, nel 2008 ha iniziato a insegnare sceneggiatura all’Istituto Europeo di Design. Collabora con l’inserto domenicale di “Liberazione” e ha pubblicato con Fazi, Lasciami andare (2006) e Via di qui (2008), Ti ascolto (2011) è il suo secondo romanzo.