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Archivio per ottobre 2011

28 ottobre 2011 Nessun commento


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IN VISIONE: La pelle che abito, Crazy stupid love, Neds, The music never stopped, I want to be a soldier

27 ottobre 2011 Nessun commento

IN VISIONE
   

La pelle che abito
(Spagna – 2011)

di Pedro Almodóvar
con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Bárbara Lennie, Blanca Suárez, F ernando Cayo, Jan Cornet, Eduard Fernández

Postilla squisitamente PERSONALE
Freddino come la sua trama, si lascia guardare, con alcuni momenti di stanca, ma non emoziona più di tanto.

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Crazy Stupid Love
(U.S.A. – 2011)

di John Requa, Glenn Ficarra
con Emma Stone, Kevin Bacon, Ryan Gosling, Crystal Reed,Steve Carell, Julianne Moore, Marisa Tomei, Joey King, Julianna Guill, John Carroll Lynch

Postilla squisitamente PERSONALE
Una commedia che fa onestamente e anche abbastanza bene il suo lavoro.

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Neds
(U.K. – 2010)

di Peter Mullan
con Steven Robertson, Douglas Russell, Marcus Nash, Linda Cuthbert, Martin Bell

Postilla squisitamente PERSONALE
Non male: tra valori famigliari, abbandono e violenza da sobborgo.

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The Music Never Stopped
(U.S.A. – 2001)

di Jim Kohlberg
con J.K. Simmons, Julia Ormond, Mía Maestro, Lou Taylor Pucci, Tammy Blanchard, Cara Seymour

Postilla squisitamente PERSONALE
Un po’ inutile e anche parecchio noioso.

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I Want To Be A Soldier
(Spagna, Italia – 2011)

di Christian Molina
con Danny Glover, Fergus Riordan, Jo Kelly, Valeria Marini, Robert Englund, Ben Temple, Andrew Tarbet, Cassandra Gava, Josephine Barnes

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana con tre momenti WTF: il maestro Miyagi che suona il piano, Valeria Marini che fa la professoressa dei film con Alvaro Vitali e Freddy Kruger nei panni dello psicologo della scuola.

“Bugiardi e innamorati” di Richard Yates

26 ottobre 2011 2 commenti

Bugiardi e innamorati
di Richard Yates
- minimumfax -
(traduzione di Andreina Lombardi Bom)


Sapeva che se avesse fatto quella dichiarazione in un momento di rabbia, o con le lacrime agli occhi, avrebbe potuto esserci un modo per ritrattarla, ma l’assenza di un’alternativa non le dispiaceva veramente. Era arrivata a capire il valore e il prezzo dell’onestà in ogni cosa: se si affrontava il mondo con chiarezza non c’era mai niente da ritrattare. Nondimeno, quella era la prima volta in vita sua che vedeva piangere suo padre, e lei stessa si sentiva in gola un groppo che sapeva di sangue.
*
Era quasi uscito dal cortile, si trovava quasi sulla strada, quando io e Edith lo raggiungemmo di corsa.
“Papà! Papà! Ti sei dimenticato i francobolli!”
Lui si fermò, si voltò, e a questo punto ci accorgemmo che stava piangendo. Cercò di non farsi vedere – quasi nascose la faccia nel cavo dell’ascella, come per frugare meglio nella tasca interna – ma non esiste un modo per dissimulare il gonfiore e l’agitazione di un volto in lacrime.
“Ecco qua”, disse. “Eccoveli”. E ci rivolse il sorriso meno convincente che avessi mai visto. Sarebbe bello raccontare che ci fermammo lì a parlare con lui – che l’abbracciammo di nuovo – ma eravamo troppo imbarazzati per farlo.
Prendemmo i francobolli e tornammo a casa senza voltarci.
*
E più si addentrava nel suo monologo più lasciava che le ginocchia si allargassero, con un gomito posato su ciascuna gamba, finché la sacca ombreggiata delle sue mutande non fu visibile a tutti gli ospiti seduti di fronte a lei. Era un suo vecchio difetto: pareva che non si rendesse mai conto che, se tutti potevano vederle le mutande, magari non badavano al tipo di cappello che si era messa.
*
Sai quello che si dice, che è meglio non sposare un avocato perché non si riuscirà mai ad avere la meglio in una discussione? C’è un sacco di verità in questo.
*
“Ti sei trovato una ragazza?”
“Be’, più o meno. Cioè sì, sì, l’ho trovata, ma è…”
“Porta anche lei!”
“Ecco, è molto carino da parte tua, Carl, e lo farò. Ti richiamo presto. E’ solo che in questo momento ci stiamo prendendo una specie di vacanza l’uno dall’altra. E’ molto… è piuttosto complicato”.
“Oddio, gli scrittori”, esclamò Oppenheimer con voce esasperata. “Non capisco cosa diavolo vi passa per la testa a voialtri. Perché non potete semplicemente andare a scopare come fanno tutti?”
*
“No, non te ne andare…” Era stata questa l’esclamazione, o la supplica, che era uscita, come sfuggendo a ogni controllo, dalla bocca di David con quasi tutte le donne che aveva conosciuto dopo il suo divorzio. Varie ragazze l’avevano trovata dolce, altre ne erano rimaste sconcertate, e una donna dalla lingua tagliente l’aveva definita “una frase poco virile”.
*
Adesso, delle cose da aspettarsi dalla vita, le rimaneva soltanto la storia d’amore con Eric Nicholson, e secondo me sapeva già allora che quella storia stava cominciando a venir meno; l’autunno dopo lui la lasciò definitivamente. Aveva quarantun anni, un’età in cui perfino i romantici devono ammettere che la giovinezza se n’è andata, e tutti quegli anni non le avevano fruttato altro che uno studio gremito di statue di gesso verde che nessuno comprava.
*
“Ehi, Susan”, le disse una volta. “La sai una cosa?”
“Cosa?”
“Tu mi fai sentire tranquillo. Magari detta così non sembra chissà che, ma è tutta la vita che vorrei essere tranquillo, e non mi sono mai sentito così con nessun’altra”.
“E’ proprio un bel complimento, David”, rispose lei, “ma credo di potertene fare uno migliore”.
“E come?”
“Quando sto con te ho l’impressione di sapere chi sono”.
*
Poi mi precipitai giù per quelle solide scalette riverniciate di fresco, per far scendere mia madre dalla nave – le sirene di avvertimento non avrebbero suonato per molto – e per farmi carico della mia vita.
*
“Non sto parlando dei rumori forti”, disse, “come la sirena che sta suonando adesso o gli sportelli delle macchine che sbattono, o le risate e le grida giù in strada; quelli sono solo i più vicini. Sto parlando di qualcos’altro. Perché, capisci, a New York ci sono milioni e milioni di persone – più di quante potresti immaginare – e quasi tutte stanno facendo qualcosa che fa rumore. Magari parlano, o hanno la radio accesa, o stanno chiudendo una porta, o magari stanno posando la forchetta sul piatto se sono a cena, o fanno cadere a terra le scarpe se stanno andando a letto… e dato che sono in tanti, tutti questi piccoli rumori si sommano l’uno all’altro e si riuniscono in una specie di mormorio. Però è talmente debole – proprio debolissimi – che non lo puoi sentire a meno di non restare in ascolto, attento, per parecchio tempo”.

Postilla squisitamente PERSONALE
Mi ritrovo ad avere la stessa impressione e dire le identiche cose di qualche anno fa, quando avevo letto un’altra raccolta di racconti di Richard Yates, “Undici solitudini”: secondo me il suo essere scrittore di razza si manifesta maggiormente e più compiutamente nella forma romanzo.
Nonostante gli episodi inclusi in “Bugiardi e innamorati” siano tutti scritti molto bene, con stile, ritmo, caratterizzazione dei personaggi e tutte le altre capacità che ormai sappiamo perfettamente essere nelle corde di Richard Yates, non tutti rimangono impressi o convincono fino in fondo come potrebbero. E’ come se alla sua prosa servissero tempi un po’ più lunghi e dilatati, come se avesse bisogno di far decantare le parole lungo la strada della storia che vuole raccontare, al pari di un buon vino. Certo rimane sempre una spanna sopra a tantissimi altri scrittori anche in questo libro e lo dimostrano, meglio degli altri, racconti come: “Oh, Giuseppe, sono tanto stanca”, “Bugiardi e innamorati” e “Saluti a casa”.

“E dunque i personaggi di Yates sono tutti straordinari fabbricatori di abbagli. Martiri senza carnefice – per quanto facciano di tutto per considerarsi vittime di qualcuno di qualcosa – hanno sviluppato l’impressionante capacità di schiacciarsi nell’angolo e così, da quella prospettiva, attraversare il mondo condannati all’impotenza (ma anche – e la perversione straordinaria che Yates racconta è proprio questa – attraverso l’impotenza assolti).” – dalla prefazione di Giorgio Vasta

Dan Mangan – Oh Fortune

25 ottobre 2011 Nessun commento
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IN VISIONE: This Must Be The Place, Rise Of The Planet Of The Apes, The World is Big and Salvation Lurks Around the Corner, The Entitled, Restrepo

21 ottobre 2011 1 commento

IN VISIONE
   

This Must Be The Place
(Italia – 2011)

di Paolo Sorrentino
con Sean Penn, Frances McDormand, Tom Archdeacon, Shea Whigham, Seth Adkins

Postilla squisitamente PERSONALE
Certo non è totalmente riuscito, a me però è piaciuto e ha un ottima colonna sonora, ma la voce di Sean Penn  è insopportabile.
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Rise Of The Planet Of The Apes
(U.S.A. – 2011)

di Rupert Wyatt
con James Franco, Tom Felton, Freida Pinto, Andy Serkis, Brian Cox, John Lithgow, Tyler Labine, David Hewlett, David Oyelowo

Postilla squisitamente PERSONALE
Decisamente meno peggio di quanto mi aspettassi.
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The World Is Big And Salvation Lurks Around The Corner
(Bulgaria, Germania, Ungheria, Slovenia – 2008)

di Stephan Komandarev
con Miki Manojlovic, Carlo Ljubek, Hristo Mutafchiev, Ana Papadopulu, Lyudmila Cheshmedzhieva, Nikolai Urumov, Blagovest Mutafchiev

Postilla squisitamente PERSONALE
Non male, ma veramente troppo lungo.
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The Entitled
(U.S.A. – 2011) 

di Aaron Woodley
con Kevin Zegers, Ray Liotta, Laura Vandervoort, Victor Garber, Devon Bostick, Dustin Milligan, Stephen McHattie, Tatiana Maslany, John Bregar, Anthony Ulc

Postilla squisitamente PERSONALE
Buono giusto per una giornata in hangover.
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Restrepo
(U.S.A. – 2010)

di Tim Hetherington, Sebastian Junger

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto bello e decisamente ben fatto.
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20 ottobre 2011 Nessun commento

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“La cospirazione delle colombe” di Vincenzo Latronico

18 ottobre 2011 Nessun commento

La cospirazione delle colombe
di Vincenzo Latronico
– Bompiani -


… proseguì a piedi oltre la Stazione Centrale sotto un cielo basso e cupo come solo a Milano, un cielo che sembrava un neon di colore opaco stancamente luminescente in una stanza vuota.
*
Kay era certa che il colloquio sarebbe andato malissimo. Si truccava, poi si struccava, e poi si truccava di nuovo, ma nessuno di quei volti andava bene, li cancellava. Li cancellava perché in essi leggeva il rimprovero che a trentanove anni era in ritardo: in ritardo per il primo colloquio di lavoro, diceva il primo volto, in ritardo per il primo lavoro dipendente, diceva il secondo, in anticipo solo sul divorzio, rispondeva struccandosi Kay, quello sì.
*
La vista delle medicina evoca la malattia, se non altro il suo pensiero, così come ogni precauzione e contromisura presa per salvarci da un male non fa che ricordarci quanto sia probabile il suo arrivo.
*
In circostanze normali – o meglio, in quelle che, dal loro ritorno da New York, sembravano essere diventate le circostanze normali – non avrebbe pensato di richiamarlo, o forse ci avrebbe pensato e si sarebbe forzata a non farlo, a smettere del tutto di pensare a farlo, come quando le tasche ansiosamente leggere ti ricordano, di colpo, che hai smesso di fumare.
*
Il quartiere, a quell’ora, si svuotava delle automobili dei pendolari, lasciava defluire sulla tangenziale il groppo di sangue che di giorno teneva eretta la metropoli e per un istante, prima che a sostituirlo prendesse corpo l’onda dei cercatori di alcol, restava così: vuoto.
*
Ogni tanto gli domandava qualcosa della sua giornata, ma nelle loro conversazioni si sentiva una misura di sforzo, e i loro bicchieri finivano sempre più in fretta.
*
“So che farai bene, qui,” aveva proseguito Maurizio, “Kay mi ha parlato molto di te. Mi ha detti che sei bravo. Lo vedremo. Mi ha anche parlato di quello che facevate prima. Una cazzata capita a tutti. Napoleone ha fatto una cazzata. Warren Buffett ha fatto una cazzata. Paul Allen ha fatto una cazzata. Sai chi non ne ha mai fatte? Quello che vende bagel al baracchino qui davanti. No, non ridere, sono serio. Lui non ha mai fatto cazzate. Sai come si chiama?”
“No.”
“Appunto.”
*
Quando riusciva a parlare con qualcuna – “Cosa fai?” “L’ufficio stampa in una beauty farm, tu?” “Il rivenditore di Lamborghini” -, iniziava a mentire raccontando in grande dettaglio una vita di successo inventata lì per lì. La cocaina gli faceva questo – la cocaina e le luci stroboscopiche e quella sensazione di onnipotenza che ti viene al buio quando hai il portafoglio pieno e qualcosa da festeggiare, e sei come sospeso in un posto in cui tutti, tutti, hanno quella medesima sensazione o la bramano, se la dipingono sul volto. Ogni volto era dipinto.
*
Donka aveva preso a passare con lui i pomeriggi di sole, quel sole di marzo che a Milano si presenta con l’incertezza di chi vuole comunque tenersi le porte aperte alle spalle.
*
In aereo Drina ripensò a questa, ennesima, mezza verità, chiedendosi cosa fosse di preciso l’altra metà, se menzogna, se speranza, se verità di un altro tipo, o di un’altra forma, o di diverso rapporto con la realtà: una verità, si disse, che non è tale perché descrive il mondo, ma perché lo cambia.
*
Viene per tutti, a un certo punto, un momento in cui la rappresentazione che abbiamo di noi stessi, in ritardò sulla realtà come l’immagine negli occhi di chi ancora vede il sole dopo aver distolto lo sguardo, si aggiorna e raggiunge il qui e ora.
*
E’ così che si scivola fuori dalla vita di una persona – prima lentamente, e poi di colpo: e sempre di colpo ci si torna, ogni tanto, sbucando per un attimo dalla nebbia in cui si ricompare alla fine del cameo, vecchie glorie, fidanzati, fantasmi, te lo ricordi lui.

Postilla squisitamente PERSONALE

Due amici che si ritrovano, dopo una laurea in Bocconi, a scegliere strade diverse. Uno è Alfredo Cannella, italiano nato benestante e per il quale parte del proprio cammino era già stato scritto fin dalla nascita, l’altro è Donka Berati, albanese orfano che invece ha faticato per cambiare quello che la sua natura gli avrebbe riservato. Condividono molte cose, a cominciare dall’appartamento con il quale si apre il romanzo, l’ambizione e la voglia di farcela, sfondare proprio, ma finiranno per condividere anche una donna e a scambiarsi i ruoli di falco e colomba che fin dall’inizio sembravano già palesemente assegnati.
Vincenzo Latronico scrive tecnicamente molto bene, il romanzo scorre liscio ed è godibile, ha una struttura narrativa ben studiata e riprodotta, però incide poco, quasi non riuscisse a superare la superficie delle cose, ad andare in profondità, lasciando che siano solo gli eventi a farla da padrone e non anche i protagonisti, per i quali a volte si ha la sensazione di una consistenza al limite del bidimensionale (l’esempio più eclatante mi sembra come venga trattato e descritto il rapporto tra i due protagonisti e Drina, la donna che si ritroveranno ad avere in comune

Nota a margine: non mi è piaciuta per niente la scelta di passare ogni tanto  dalla terza alla prima persona, quando si inserisce il narratore/scrittore.

Sóley – We sink

17 ottobre 2011 Nessun commento

 
Sóley – We sink

(removed by label reuqest).
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“I racconti di San Francisco – 1″ di Armistead Maupin

14 ottobre 2011 Nessun commento

I racconti di San Francisco – 1
di Armistead Maupin
- Rizzoli -
(traduzione di Guani V. Humouda E.)


La madre cominciò a piangere: “Non tornerai mai più! Lo so”.
“Mamma, ti prego… Certo che tornerò. Te lo prometto.”
“Ma non sarai più la stessa.”
“E’ quello che spero.”
*
Quando ero… piccola, mia madre una volta mi disse che se marito e moglie mettessero una monetina in un salvadanaio ogni volta che fanno l’amore durante il primo di anno di matrimonio, e ne levassero una ogni volta che lo fanno negli anni successivi, non arriverebbero mai a svuotare il salvadanaio.”
*
Mona è fuori ad aumentare la sua consapevolezza, o forse ad abbassare le sue aspettative…
*
“Cristo, Mary Ann! Lo credo che ti senti così giù. Te ne stai seduta lì dalla mattina alla sera ad aspettare che la vita diventi un idillio da cartolina natalizia. Be’, mia cara, ho una notizia da darti. Non c’è nessuno al mondo che abbia intenzione di scriverti gli auguri.”
*
Se non si poteva essere primi, c’era qualcosa di dolceamaro e nobile nell’essere ultimi. L’ultimo dei mohicani. L’ultima cena. L’ultimo hippie”
*
“E’ tanto che conosci i suoi?”
“Saranno cinque anni. Io e suo padre eravamo in Vietnam assieme.”
“Oh, mi dispiace.”
“Perché?”
“Be’, il Vietnam. Deve essere stato allucinante.”
Le sorrise, allargando le braccia. “Nessuna ferita, vedi? Ero ufficiale del servizio amministrativo a Saigon. Lavoro d’ufficio. Intelligence della Marina.”
“E com’è nato l’interesse per le vitamine?”
Lui alzò le spalle. “Insieme all’interesse per la sopravvivenza.”
*
Beauchamp insistette. “Sai quando mi mancavi di più?”
“Beauchamp, non c’è bisogno… Quando?”
“Al mattino. In quei terribili momenti tra il sonno e la veglia, quando non sei mai sicuro di dove sei e del perché sei lì. Mi sei mancata in quei momenti. Avevo bisogno di te, DeDe.”
*
“Scusami. E’ che sono così stufo di tutti quei ‘noi’!”
“Quali ‘noi’?”
“Di quelli che non dicono mai ‘io’. Dicono ‘Andiamo alle Hawaii dopo Natale’ oppure ‘Portiamo il cane dal veterinario per la vaccinazione’. Sguazzano nella prima persona plurale, perché si ricordano benissimo come si stava male in quella singolare.”

Postilla squisitamente PERSONALE
San Francisco, metà anni ’70 circa, sul finire di un periodo di liberazione sessuale e ideologica, che già in quegli anni dimostrava in larga parte di aver fallito nei propri intenti, l’attenzione di questo libro si concentra sullo stabile al numero 28 di Barbary Lane, sui suoi inquilini e su altri personaggi ad essi legati.
All’interno troviamo Anna Madrigal, la padrona di casa che lascia uno spinello sulla porta di ogni nuovo arrivato nello stabile, Mary Ann Singleton, una ragazza timida e vecchia maniera trasferitasi da poco da Cleveland, Michael Tolliver, omosessuale squattrinato alla ricerca dell’anima gemella, Mona Ramsey, hippie bisessuale e coinqulina di Michael, Brian Hawkins, un playboy sempre alla ricerca di una nuova conquista, e la figura ambigua e misteriosa di Norman Neal Williams.
All’esterno invece la famiglia, ricca e famosa nel jet set, degli Halcyon, le cui vicende andranno ad intrecciarsi con più d’uno degli inquilini di Barbary Lane.
Quello che sembra più accomunare tutti loro è la ricerca di godimento e felicità nella vita, ognuno secondo i propri modi e le proprie aspirazioni.
Armistead Maupin ha uno stile molto pulito, predilige i discorsi diretti, e confeziona un romanzo molto scorrevole, che si lascia leggere facilmente, anche se non impressiona poi tanto. Tutte le tematiche toccate, e ce ne sono tante, rimangono in superficie, senza essere approfondite molto, andando forse sì a rispecchiare quei tempi, dove una sorta di leggerezza d’animo rappresentava il massimo, ma che così narrati non possono colpire più di tanto il lettore.

IN VISIONE: Melancholia, Bloody Story, Red State, Mission London

13 ottobre 2011 Nessun commento

IN VISIONE

   

Melancholia
(Italia, Francia, Germania, Svezia, Danimarca – 2011)

di Lars von Trier
con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, John Hurt, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Brady Corbet, Udo Kier

Postilla squisitamente PERSONALE
All’inizio disorienta quasi, poi avvolge e non ti molla. Astenersi detrattori di Lars von Trier.

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Bloody Story
(U.S.A., U.K. – 2010)

di Matt Reeves
con Kodi Smit-McPhee, Chloe Moretz, Richard Jenkins, Cara Buono, Elias Koteas, Sasha Barrese, Dylan Kenin, Chris Browning, Jimmy “Jax” Pinchak, Dylan Minnette

Postilla squisitamente PERSONALE
Remake del bellissimo “Let the Right One In”, ben fatto, anche perché si mantiene molto, quasi troppo, sulla falsa riga del primo. 

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Red State
(U.S.A. – 2011)

di Kevin Smith
con Kyle Gallner, John Goodman, Kevin Alejandro, Michael Angarano, Anna Gunn, Melissa Leo, Stephen Root, Kevin Pollak, Haley Ramm, Kerry Bishe, Michael Parks, Nicholas Braun, Ralph Garman, Betty Aberlin

Postilla squisitamente PERSONALE
Senza infamia e senza lode, ma scorre piacevolmente e interessa.

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Mission London
(Bulgaria, Ungheria, Gran Bretagna, Macedonia, Svezia – 2010)

di Dimitar Mitovski
con Ralph Brown, Tomas Arana, Alan Ford, Julian Vergov, Georgi Staykov, Lee Nicholas Harris, Velizar Binev, Rosemary Leach, Jonathan Ryland, Johnny Lynch, Gino Picciano, Ana Papadopulu, James Helder, Nick Nevern, Meto Jovanovski

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana (anche il libro d’altronde non è questo granché).

11 ottobre 2011 Nessun commento
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“Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout

10 ottobre 2011 Nessun commento

Olive Kitteridge
di Elizabeth Strout
- Fazi Editore -
(traduzione di Silvia Castoldi)


Entrò nel vialetto di casa sua, che non era tanto un vialetto quanto un appezzamento di prato in cima alla collina, e vide Olive in giardino. “Ciao, Olive”, le disse, avvicinandosi. Voleva abbracciarla, ma c’era in lei una cupezza che sembrava stazionarle accanto come un conoscente che non voleva andarsene.
*
Davanti a loro, tra gli alberi, la luna brillava come una minuscola briciola ricurva e scintillante nel cielo nero della notte…
*
“Com’è divertente”, disse in quel momento sua moglie, scrutando nella notte le case che scorrevano accanto a loro, tutte illuminate da innumerevoli decorazioni natalizie; e quelle parole spinsero Bob Houlton a sorridere mentre guidava. Sua moglie era soddisfatta e teneva le mani ripiegate in grembo. “Tutte quelle vite”, disse. “Tutte quelle storie che non sapremo mai”. Anche Bob sorrise e allungò un braccio per toccarle la mano guantata, perché sapeva già che quello sarebbe stato il pensiero di lei.
*
Betty aveva cinque figli che brulicavano per tutta la casa e le strisciavano addosso, attaccati a lei come lumache.
*
Andò al telefono e compose il numero di Malcolm. Mai una volta, in ventidue anni, gli aveva telefonato a casa, anche se aveva imparato a memoria il numero molto tempo prima. Ventidue anni, pensò, mentre ascoltava lo squillo del telefono; molti lo avrebbero considerato un tempo molto lungo, ma per Angie il tempo era grande e rotondo come il cielo, e cercare di attribuirgli un senso era come tentare di dare senso alla musica o a Dio, o chiedersi perché l’oceano fosse tanto profondo. Molto tempo prima Angie aveva imparato a non sforzarsi di dare un senso a cose del genere, come facevano gli altri.
*
Bessie Davis, la zitella della città, si fermò a lungo per chiacchierare mentre acquistava una paletta nuova per la spazzatura. Gli parlò dei problemi all’anca, della borsite. Gli raccontò della malattia alla tiroide della sorella. “Odio questo periodo dell’anno”, disse, scuotendo la testa. Quando se ne andò Harmon avvertì un’ondata di ansietà. Una pellicola che si era frapposta tra lui e il mondo sembrava essersi lacerata e tutto era molto vicino, e spaventoso. Bessie Davis era sempre stata una chiacchierona, ma in quel momento Harmon vide la sua solitudine come una ferita sul volto di lei. Le parole non a me, non a me gli attraversarono la mente.
*
Dopo tutti gli anni di clavicole rotte, morbillo, bastoni da hockey e guanti da baseball, pattini da ghiaccio perduti, battibecchi, libri di scuola dappertutto, il timore di sentirgli l’alito di birra, le ore ad aspettare il rumore dell’auto che si fermava davanti a casa in piena notte, le ragazze, i due che la ragazza non l’avevano… tutto questo aveva mantenuto lui e Bonnie in uno stato di confusione continua, come se ci fosse sempre, sempre qualche crepa in casa che aveva bisogno di una riparazione, e innumerevoli volte Harmon aveva pensato: mio Dio, fa’ che crescano in fretta.
*
Se non riesci a capire qualcosa, le aveva detto una volta Jace, non guardare a quel che pensi, guarda quel che fai.
*
C’era della bellezza in quell’aria autunnale, nei giovani corpi sudati con le gambe infangate, giovanotti forti che si lanciavano in avanti per colpire la palla con la fronte; le urla quando qualcuno segnava un gol, eil giocatore cadeva in ginocchio. C’erano giorni, se lo ricordava, in cui Henry le teneva la mano mentre tornavano a casa, due persone di mezza età, nella pienezza degli anni. Si erano resi conto della gioia tranquilla di quei momenti? Molto probabilmente no. La maggior parte della gente non era abbastanza consapevole della propria vita mentre la viveva. Ma ora lei aveva quel ricordo, un ricordo sano e puro. Forse erano il suo ricordo più puro, quei momenti sul campo da calcio, perché ce n’erano altri in lei che non lo erano.
*
Durante il viaggio continuava a pensare: questa non può essere la mia vita. E in quel momento si rese conto che per la maggior parte della sua esistenza aveva continuato a ripetere tra sé: questa non può essere la mia vita.
*
Le sembrava di essere presa nelle tenaglie di un rimorso incurabile. Un imbarazzo personale e profondo fluiva dentro di lei, come se l’avessero sorpresa nell’atto di rubare in un negozio, cosa che non aveva mai fatto. Le vergogna le vibrava dentro come i tergicristalli davanti a lei: due dita lunghe, grandi e nere, implacabili al ritmo della loro punizione.
*
“E’ solo”, continuò, “che io sono il tipo di persona convinta che se prendessi un atlante del mondo e ci mettessi uno spillo per ogni abitante, non ne resterebbe uno per me”.
*
“Dio mio”, aveva aggiunto Bunny, soffiandosi il naso. “A volte mi sembra di non poter mai vincere”.
“Non puoi vincere”, aveva risposto Henry. “Puoi solo fare del tuo meglio”.

Postilla squisitamente PERSONALE
Crosby è una piccola cittadina del Maine che si affaccia sull’Oceano Atlantico, un posto microscopico in grado di diventare, nel romanzo, cartina tornasole del ben più vasto mondo. Crosby è il luogo dove vive Olive Kitteridge.
Nel corso di questo libro seguiremo varie storie, con diversi protagonisti e tempi narrativi, ma che avranno sempre lei come filo conduttore, Olive, nei vari ruoli di figlia, moglie, madre, amica, vedova. Lei e quel suo modo cieco di essere sempre se stessa, senza mai porsi troppe domande su ipotetiche reazioni altrui dovute alla sua durezza, a volte vera e propria rudezza e maleducazione, nelle relazioni (basti ad esempio la sua sorpresa nello scoprire un figlio non più taciturno, bensì tutto il contrario, quando questi si sposa e si trasferisce a NY).
Olive Kitteridge è un carro armato che avanza inesorabile nella vita anche in tempo di pace. Non è quella che si definirebbe una bella persona insomma, ma è reale, e sotto sotto non si riesce nemmeno a volerle male veramente, anzi.
Elizabeth Strout ha scritto un bellissimo libro, malinconico e poliedrico, nonostante questa figura onnipresente e grazie soprattutto alla struttura data al libro di “romanzo a racconti” (ognuno in grado di reggere benissimo anche da solo). La scrittrice americana ha la capacità di riuscire a comunicare una sensazione o dipingere una scena, grazie all’uso sapiente di poche parole, con stile preciso e fluido, rendendo così la lettura molto snella e convincente.
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IN VISIONE
 

Drive
(U.S.A. – 2011)

di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Christina Hendricks, Ron Perlman, Bryan Cranston, Albert Brooks, Oscar Isaac, Tina Huang, Joe Pingue, Cesar Garcia, James Biberi, Tiara Parker

Postilla squisitamente PERSONALE
Bellissimo, a partire da una colonna sonora che mai avresti detto e che invece…
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Hesher
(U.S.A. – 2010)

di Spencer Susser
con Natalie Portman, Joseph Gordon-Levitt, Rainn Wilson, John C. Reilly, Piper Laurie

Postilla squisitamente PERSONALE
Suburbia altamente disadattata per un film che forse pecca un po’ di qualche calo di troppo.
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Venere nera
(Francia, Italia, Belgio – 2010)

di Abdel Kechiche
con Yahima Torrès, Andre Jacobs, Olivier Gourmet, Jonathan Pienaar, Jean-Christophe Bouvet, Olivier Loustau, Diana Stewart, Gilles Matheron, Philip Schurer, Violaine Gillibert, Jeanne Corporon, Christian Prat

Postilla squisitamente PERSONALE
Una storia vera ben rappresentata.
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7 Days
(Canada – 2010)

di Daniel Grou
con Claude Legault, Rémy Girard, Martin Dubreuil, Fanny Mallette, Rose-Marie Coallier, Alexandre Goyette, Dominique Quesnel, Pascale Delhaes, Maxime Bessette

Postilla squisitamente PERSONALE
Solo per cultori del genere vendetta, tortura, odio e  remissione.
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A seguire un tris di film senza infamia e senza lode, che a seconda dei gusti personali tenderanno più da una parte rispetto all’altra.    

 

Le donne
di T.C. Boyle
- Feltrinelli -
(traduzione di Andrea Buzzi )


Veramente. Dico sul serio. E’ difficile spiegare, ma sta di fatto che in tutte le epoche, di prosperità o di ristrettezze, la gente (soprattutto i giovani, e allora io ero giovane, giovane e inesperto) vuole disperatamente trovare una propria nicchia, credere in una visione, far parte di qualcosa di più grande di loro. E io non ero diverso. Vivevo e respiravo Taliesin.
*
Le settimane cominciarono a ruzzolare una dietro l’altra, una fila di colonne prive di ancoraggio che piombavano a terra in successione.
*
“Non mi importa,” disse, il flusso delle parole così veloce che quasi non riusciva a farle uscire…
*
Era lì alla stazione di Chicago ad aspettarla quando lei scese dal treno in mezzo alla baraonda di facchini, bagagli e allo scalpiccio di piedi, la macchina che vomitava lapilli e cenere, il vapore che si levava e i piccioni che si posavano come una neve aviaria, gente che piangeva, famiglie nuovamente unite, abbracci di fidanzati, persino un paio di pastori tedeschi che scodinzolavano e saltellavano dalla gioia, ma lei sembrò non riconoscerlo, non subito. Scese sulla banchina con incedere maestoso a un tempo imperioso e irresistibilmente sensuale, i facchini negri che le si affannavano attorno e tutta una serie di uomini che alzavano lo sguardo dal giornale e sigari che cadevano uno dopo l’altro come tessere del domino fino in fondo alla fila. Sentì che il sangue gli defluiva dalle estremità per convergere in quel punto essenziale – conosceva quegli occhi, quei fianchi, quei seni – ma come, non lo vedeva? Non lo riconosceva? Si fece avanti, svuotato nelle sue sicurezze, chiedendosi se ce l’avesse ancora con lui… o si trattava forse di un problema di vista? Aveva una certa età, e quell’occhialino era qualcosa di più che un aiuto… “Miriam!” gridò, la voce rotta per la tensione sbirciando da dietro un muro di uomini anonimi curvi sulle loro valigie da quattro soldi e mettendosi in piena vista, il bastone levato in alto e il mantello che sventolava liquido gonfiato dal vento. Lei si fermò. Si girò verso di lui. Lui si strappò il berretto dal capo e lo agitò energicamente. E poi? Poi se la ritrovò fra le braccia.
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Era un dipendente e i dipendenti li si nota (anzi, li si guarda) solo quando sono in ritardo, o sono sbronzi o si addormentano sul lavoro. Quando rubano. Quando ammazzano qualcuno.
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Lloyd partì a metà gennaio, in una giornata così tetra e grigia che il cielo sembrava un coperchio di una bara, tanto poca era la luce che emanava.
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… le spalle che gli ballavano nella giacca come se stesse mutando pelle…
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“Frank” gli disse, e anche lui pronunciò il nome di lei, ma vi fu un attimo di esitazione prima che lui la prendesse tra le braccia, un senso di imbarazzo che provarono entrambi, la sensazione di essere all’aperto, come se l’edificio non avesse pareti e il vento lo attraversasse mentre in alto il cielo mutava continuamente; lei gli sembrava diversa, molto diversa, i colori più accesi, i capelli più chiari di come se li ricordava… Aveva sognato quel momento per tutto il viaggio sull’Atlantico, il suo profumo e la sua pelle sotto le sue dita, l’espressione del volto e quel suo modo di rovesciare la testa indietro quando rideva, e di come lui l’avrebbe portata a letto, subito a letto, e invece le cose non andarono così. Si sentiva disorientato, insicuro. Il sospetto lo percorse come un brivido, doveva aver visto qualcun altro, sicuramente, una bella donna, una donna sensuale, tutta sola in una capitale europea che sventolava la bandiera del libero amore…
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La mano scivolò in alto verso il braccio, su quel morbido sentiero di velluto, senza incontrare la minima resistenza, poi le circondò la gola e lei si trovò a fronteggiare i suoi occhi irresistibili. Le mormorò qualcosa, forse a proposito di Cleopatra e dei suoi amanti o dell’altezza del soffitto o del colore dei suoi occhi, non avrebbe saputo dirlo, ma ora sentì la propria voce addentrarsi su quell’argomento, ansimante e bassa, ormai si erano spinti troppo in là: “Guardarsi,” sussurrò, “dagli amanti infedeli, ma tu, tu non sei… infedele… vero?”
La sua mano adesso era scesa al seno, si insinuava sotto la stoffa in cerca della pelle nuda, verso l’areola e il capezzolo che si inturgidì al suo tocco. E poi le labbra. Le labbra sulle sue. Sentiva il fuoco scoppiettare. Sentiva la puntina frusciare contro l’etichetta del disco. Il vento dietro le finestre. Il ticchettio di un orologio. Si lasciò andare contro lo schienale per accogliere il peso di lui e il lento delirio dolce delle sue mani e della sua lingua.
“Vero?” bisbigliò.
E lui, ormai eccitatissimo, il viso rubizzo e le orecchie accese come decorazioni natalizie nella luce tremula, le alitò la risposta contro il soffice calore delle labbra. “Io?” ansimò, sempre trafficando, strofinandosi contro di lei e armeggiando con i bottoni dei pantaloni come se stessero andando a fuoco uno dopo l’altro. “Mai,” disse entrando in lei, “mai.”
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… la pioggia batteva sul tetto con le sue mille dita.

Postilla squisitamente PERSONALE
Frank Lloyd Wright è, a detta di molti, se non IL, uno tra i più importanti architetti del ‘900, nonché figura umana molto interessante: controversa e ostinata.
In questa sorta di biografia sentimentale, la voce narrante è Sato Tadashi, suo ex tirocinante giapponese, le capacità visionarie in campo progettuale vengono però toccate solo in parte (escluso quel monumento in continuo cambiamento che è stato Taliesin e che nella vita di Lloyd Wright rappresenta un filo conduttore), soffermandosi invece sulle tre donne più importanti della sua vita: Mamah, Miriam e Olga; sui suoi rapporti con loro e con il mondo dell’epoca, dove lasciare una moglie voleva dire scatenare la furia dei giornali moralisti e la caccia continua da parte dei suoi cronisti.
Quello che ne esce è un uomo che sì, metteva il lavoro prima di ogni altra cosa, ma che era anche capace di amare con un trasporto e una volontà pronti ad andare contro tutto e tutti, un uomo che di certo non si risparmiava se ci credeva.
Ma non c’è solo questo, ci sono anche tre ritratti di altrettante donne, molto differenti tra di loro, ma con una passione in comune per quel genio maniacale che è stato Frank Lloyd Wright e per l’amore che hanno saputo provare.
T. Coraghessan Boyle mi è sembrato molto astuto nel scegliere una voce narrante abbastanza “fuori dal coro”, ma anche nella cronologia a ritroso con la quale viene presentata la storia. Se gli si può fare un appunto, forse la lettura stenta un po’ all’inizio e non colpisce così a fondo come dovrebbe nel finale, ma di certo rimane un ottimo romanzo, ricco di passione e sentimenti, caratteri forti e genialità, egoismo e amore.

Ben presto nella vita mi trovai a scegliere fra una schietta arroganza e un’ipocrita umiltà; scelsi l’arroganza. – Frank Lloyd Wright

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