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Archivio per settembre 2011

30 settembre 2011 Nessun commento
Io non so che fare di uomini. Ho bisogno di eroi.
 

Scipio Slataper
 
 
 

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29 settembre 2011 3 commenti
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28 settembre 2011 Nessun commento

Piccoli eroi
di Allan Gurganus
- Playground -
(traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini)


I miei giri erano stati di certo più facili quando la gente mi usava la cortesia di rimanere indistinta. Adesso cominciavo a preoccuparmi dei paganti e anche dei non paganti. Lo sapete come vanno le cose quando una folla comincia a precisarsi come un certo numero di facce, niente riesce a riportarli di nuovo a quella poltiglia tranquilla della precedente forma indistinta.
*
Ero preoccupato: accettare il tè poteva essere il primo errore nel rapporto esattore-cliente. Del resto non ero stato io a chiedere una mano con la gomma. Sam mi aveva messo in guardia: “Non accettare niente da nessuno.” Ma non si può considerare ogni gentilezza come una forma di corruzione. Anche se studiavo Economia e Commercio alle scuole serali non stavo sempre lì a fare calcoli. “Un tè! Che buona idea! Grazie, signora.” La osservai, così vecchia e lenta, mentre celebrava quel rito. Le sue mani conoscevano perfettamente il posto di ogni cosa. Questa signora, mi dissi cercando di ragionare, è andata troppo avanti per rinunciare alla sua Assicurazione proprio adesso. E poi non vivrà a lungo, o no? Vesta Lotte Battle era entrata in quella vecchiezza che supera la normale longevità. Era giunta a quel traguardo in cui cominci a disseccarti, diventi una sorta di mummia ambulante, la parodia di quello che eri. Hanno ormai smesso di controllare il tuo contachilometri. Sei tornato a “Razzo” da “Roma”. Tutto quello che potevi perdere lo hai perso.
Solo le abitudini più ostinate ti spingono a muoverti. Come la preparazione del tè. Seguivo il movimento delle sue mani che andavano dritte verso le caraffe, senza indugi, senza sprechi. Aveva cominciato a pagare per il suo funerale decenni prima che nascessi io. Tutti quegli anni, così lenti a scorrere, pieni di sabati che arrivavano troppo in fretta.
*
Dovrei aggiungere che l’ultimo ingrediente dei miei sabati, oltre alle vecchie (come la signora Battle) e alle tante nipotine con i vestiti passati da generazioni e le treccine a campo di mais (come quelle del clan della signora Battle), era Gesù in un milione di esemplari.
Ogni portacenere, ogni souvenir o piatto per i dolci, tutti i carillon, tutti i ventagli (omaggio delle tre maggiori agenzie di pompe funebri per neri), i poggiamestoli, le fodere dei cuscini, e una volta anche l’intera tappezzeria di un divano esibivano le immagini color pastello di un mite pastore dall’aria melliflua. Le vesti stirate e immacolate sembravano di cotone cento per cento. Aveva quello sguardo acquoso e zuccherino di una cattiva attrice tutta agghindata per interpretare il ruolo della fatina madrina. Nelle cornici dei magazzini Kress, aveva tante pecore e un bastone. Immaginai che ai miei clienti desse speranza; qualsiasi cosa li aiutasse, mi stava bene. Ma io ero preoccupato: bianco come una candela, era ritratto mentre stringeva bambini di tutti i colori. Dalle litografie e dalle oleografie bussava alla porta dei castelli, sollevava lanterne, conduceva bimbi biondi su ponticelli traballanti. Promesse, promesse. Saltava sempre fuori, centrale, in tutte le baracche in affitto. Qualche volta, vicino alla sua immagine, trovavo quella del presidente Roosvelt, un gentiluomo più rasato e più rotondo, comunque con l’aria di un cugino di secondo grado di Gesù, uno importante.
*
Mi fermai ad ascoltare, anche se questo significava solo andare a cercare guai. Allora mi sembrò che rimanere in vita significasse imparare a trarre il meglio dalle battute d’arresto. Divorarle, digerirle.
*
Avevo sentito altri vecchi neri dire: “Dopo che quello si arrese.”
Sembrava che parlassero di un polpo, di un qualcosa di tentacolare che un tempo li irretiva. Non dicevano mai “dopo che Lee si arrese” – solo “quello”. Avrei voluto spiegare alla mia amata cliente che il generale Lee si era piegato nel ’65, ma “quello” non si era ancora arreso. Anzi ancora irretiva lei. E tutti noi.
*
Nella nostra educatissima Falls non si dice mai quel che non è già stato detto prima. Se qualcosa non è ancora stato detto, probabilmente non c’era bisogno di dirlo.
*
In quella specie di bara raffazzonata, la testa di Pearl si era spostata da un lato: era rivolta verso le tavole di pino come a dichiarare che era stata maltrattata, che rifiutava anche l’ultima occasione formale.

Postilla squisitamente PERSONALE
Tre sono i racconti lunghi inseriti in questa raccolta di Gurganus, come altrettanti sono i relativi protagonisti (il migliore è quello in apertura: Beata Rassicurazione). Un ragazzo poco più che maggiorenne e povero, ma non così tanto come quei neri ai quali vende polizze assicurative per il loro futuro funerale, un bambino che diventando adolescente e successivamente adulto scopre quanto sia difficile far uscire allo scoperto una sessualità non troppo ben accetta per i tempi, e il padre dell’autore stesso, in un ritratto finale che lo vede passare da osannato aviatore della seconda guerra mondiale ad assicuratore benestante del North Carolina.
Gurganus, una scoperta, è molto bravo, sa dove mettere l’accento delle sue frasi e delle immagini che crea. Parte con tono quasi colloquiale, senza mettere veli di distanza tra scrittore e lettore, ma lo abbandona quasi subito o spesso, lasciando che sia la storia che vuole raccontare a parlare per lui. Ironico, dolce e contraddittorio nello stesso episodio, senza lasciare però traccia di discontinuità.
Piacerà, quasi certamente, a chi ha amato Yates, Fante, Cheever (che l’ha scoperto) o Brodkey.

27 settembre 2011 1 commento

IN VISIONE
 

Il gioiellino
(Italia, Francia – 2011)

di Andrea Molaioli
con Toni Servillo, Sarah Felberbaum, Remo Girone, Walter DeForest, Brett McClelland, Renato Carpentieri, Fausto Maria Sciarappa, Lino Guanciale, Gianna Paola Scaffidi, Lisa Galantini, Vanessa Compagnucci

Postilla squisitamente PERSONALE
Mi è sembrato ben fatto, anche se non sono così ferrato sulla vicenda Parmalat da dire se è anche rispettoso della storia.

Beyond
(Svezia – 2010)

di Pernilla August
con Noomi Rapace, Ola Rapace, Outi Mäenpää, Ville Virtanen, Tehilla Blad

Postilla squisitamente PERSONALE
Se cercate azione e ritmo non è il film per voi, ma se volete invece capire come il passato della propria vita, a volte, possa influenzare il presente, allora ci siamo.
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Everything Must Go
(U.S.A. – 2010)

di Dan Rush
con Will Ferrell, Rebecca Hall, Christopher C.J. Wallace, Michael Peña, Laura Dern

Postilla squisitamente PERSONALE
Parte anche bene, però poi stanca un po’ troppo facilmente.
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I Segreti Della Mente
(U.K. – 2010)

di Hideo Nakata
con Aaron Johnson, Imogen Poots, Matthew Beard, Hannah Murray, Daniel Kaluuya, Megan Dodds, Michelle Fairley, Nicholas Gleaves, Jacob Anderson, Tuppence Middleton, Ophelia Lovibond, Richard Madden

Postilla squisitamente PERSONALE
Boiata della settimana.
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A seguire un tris di film senza infamia e senza lode, che forse tendono più alla prima rispetto alla seconda.   

 

23 settembre 2011 Nessun commento

Le correzioni
di Jonathan Franzen
- Einaudi -
(traduzione di Silvia Pareschi)


A St. Jude era la stagione dei tuoni. L’aria odorava di violenza messicana, di uragani o colpi di stato. C’erano tuoni mattutini provenienti da cieli burrascosi e indecifrabili, messaggi cupi e sinistri da cittadine del sud della contea dove nessuno era mai stato. E tuoni di mezzogiorno da cumuli solitari a zonzo per cieli altrimenti quasi sereni. E ‘cerano i tuoni più seri di metà pomeriggio, con onde compatte di nuvole verde mare ammassate a sud-ovest, con il sole che si faceva più vivido e il caldo più pesante come se sapessero di avere poco tempo. E il grande spettacolo di una bella esplosione serale, con temporali ammassati in tutti gli ottanta chilometri del raggio d’azione del radar come grossi ragni in un barattolo, nubi che si rimandavano boati dai quattro angoli del cielo, e ondate di gocce grosse come monete che arrivavano simili a pestilenze, mentre il passaggio alla finestra diventava bianco-e-nero e sfocato, alberi e case vacillavano fra i lampi, bambini con costumi da bagno e asciugamani fradici che si precipitavano in casa come profughi. E poi i rulli di tamburo nel cuore della notte, il fracasso dell’artiglieria dell’estate in marcia.
*
Ora dormiva, in silenzio, come se stesse fingendo. Il sonno di Alfred era una sinfonia di singulti, fischi e suoni strozzati, un’epopea della ronfata. Enid era un haiku. Restava immobile per ore e poi spalancava gli occhi come se avesse premuto un interruttore.
*
- Mamma dev’essere felice che Jonah sia qui, – disse Denise.
- A dire il vero, Jonah non c’è.
Denise girò bruscamente la testa. – Non l’hai portato?
- Non stava bene.
- Non ci posso credere. Non l’hai portato! Sembrò non considerare, neppure per un istante, l’eventualità che Gary dicesse il vero.
- Nella mia casa ci sono cinque persone, – disse Gary. – Per quanto ne so, nella tua ce n’è una sola. Le cose diventano più complicate quando le responsabilità si moltiplicano.
- Mi dispiace soltanto che tu abbia illuso la mamma.
- Non è colpa mia se ha scelto di vivere nel futuro.
*
Il mercoledì mattina Gary le aveva fatto un complimento, la semplice constatazione di un fatto (“Sei bella”) che, sebbene non fosse una vera dichiarazione d’amore, serviva a ricordarle l’esistenza di una base oggettiva (l’attrazione fisica) su cui l’amore avrebbe potuto essere ricostruito se solo lei avesse ammesso che, sulla questione principale, aveva ragione lui.
*
Sull’ascensore rimasero in silenzio. L’intimità troppo precipitosa aveva lasciato una scia di sordido imbarazzo.
*
Quando Sylvia insistette che non era orribile, niente affatto, Enid intravide la possibilità di confessare una o due cose ancora più vergognose, e capì che questa pubblica rivelazione, anche se dolorosa, le avrebbe dato conforto. Ma come tanti fenomeni che apparivano belli da lontano – nubi temporalesche, eruzioni vulcaniche, stelle e pianeti – quel dolore seducente si rivelò, a distanza ravvicinata, di proporzioni disumane.
*
In soggiorno, Alfred stava raccogliendo il coraggio per sedersi sulla chaise longue di Chip. Meno di dieci minuti prima c’era riuscito senza incidenti. Ma ora, invece di rifarlo e basta, si era fermato a pensare. Solo di recente si era reso conto che alla base dell’atto di sedersi c’era una perdita di controllo, una cieca caduta all’indietro. La sua eccellente poltrona blu era come un guantone da baseball che accoglieva con delicatezza qualunque corpo gli piombasse addosso, a qualsiasi angolazione e velocità; le sue grandi e bili braccia da orso lo sorreggevano mentre eseguiva la cruciale manovra cieca. Ma la poltrona di Chip era un pezzo d’antiquariato, troppo bassa e scomoda. Alfred le volgeva le spalle, esitante, con le ginocchia piegate quel tanto che glielo consentivano i polpacci neuropatici e con le mano che scavavano e brancolavano nell’aria dietro di lui. Non riusciva a decidersi. E tuttavia c’era qualcosa di osceno in quello stare semiaccovacciato e vacillante, qualcosa che gli ricordava il gabinetto, un fondo di vulnerabilità che gli parve così intensa e allo stesso tempo così spregevole che, unicamente per farla finita, chiuse gli occhi e si lasciò andare. Atterrò di peso sul fondoschiena e proseguì all’indietro, fermandosi solo quando arrivò con le ginocchia a mezz’aria.
- Al, va tutto bene? – gridò Enid.
- Non capisco questo mobile, – rispose lui, sforzandosi di raddrizzarsi e di assumere un tono energico. – Dovrebbe essere un divano?
*
- Che c’è?
- Niente, – disse lui. – Cerco solo di immaginare come sia essere te.
- Che vuoi dire?
- Voglio dire bella. Intelligente. Disciplinata. Ricca. Futura studentessa universitaria. Com’è?
Denise provò il ridicolo impulso di rispondergli toccandolo, facendogli sentire com’era. Era l’unico modo, davvero, per rispondere.

Postilla squisitamente PERSONALE
Quasi dieci anni che riposava nella mia libreria, d’altronde ho sempre avuto una sorta di fobia per i libri che superano le 500 pagine, ma per fortuna nei mesi scorsi mi sono deciso e finalmente ho affrontato questo che, a detti di tanti, tantissimi, è un mezzo capolavoro.
Sono abbastanza d’accordo e anche se forse non sarà scorrevolissimo in certe parti, non si può di certo fargliene una colpa a Franzen, se poi ci si ritrova davanti a una visione e a una scrittura così ricca.
I Lambert sono una famiglia come tante, con i loro problemi e le loro idiosincrasie, intenti ad affrontare quello che potrebbe essere il loro ultimo natale tutti insieme. Nell’attesa che ciò avvenga, Franzen salta indietro nella linea temporale della loro storia, ripercorrendo alcune vicende che li riguardano e lo fa benissimo, sia dal punto di vista caratterizzazione dei personaggi, sia per il suo sguardo mutevole: a volte cinico, altre ironico o ancora disilluso, commovente e via così (senza tralasciare la critica sociale spesso presente).
Un caleidoscopio di sensazioni, situazioni, relazioni… di correzioni appunto.

21 settembre 2011 Nessun commento
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20 settembre 2011 1 commento

IN VISIONE
 

Habemus Papam
(Italia – 2011)

di Nanni Moretti
con Margherita Buy, Roberto Nobile, Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Massimo Dobrovic, Leonardo Della Bianca

Postilla squisitamente PERSONALE
Moretti mi è sempre stato un po’  qui, però questo è un bel film, eccezion fatta per l’inquadratura finale.

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The Tree Of Life
(U.S.A. – 2011)

di Terrence Malick
con Brad Pitt, Sean Penn, Fiona Shaw, Jessica Chastain, Kari Matchett, Dalip Singh, Joanna Going, Jackson Hurst, Lisa Marie Newmyer, Crystal Mantecon, Jennifer Sipes

Postilla squisitamente PERSONALE
Di non semplice di-gestione, ma altrettanto geniale e poetico.

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Castaway On The Moon
(Corea Del Sud – 2009)

di Lee Hae-jun
con Min-hee Hong, So-yeon Jang, Jae-yeong Jeong, Ryeo-won Jeong, Gyo-hwan Koo

Postilla squisitamente PERSONALE
Abbastanza divertente e abbastanza inusuale.

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Thor
(U.S.A. – 2011)

di Kenneth Branagh
con Chris Hemsworth, Natalie Portman, Kat Dennings, Anthony Hopkins, Idris Elba, Stellan Skarsgård, Tom Hiddleston, Ray Stevenson, Rene Russo, Clark Gregg, Jaimie Alexander, Colm Feore, Stan Lee

Postilla squisitamente PERSONALE
La boiata della settimana.
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A seguire un tris di film senza infamia e senza lode, ma che se incontrano anche solo un po’ i vostri gusti, potrebbero piacere.   

 

19 settembre 2011 Nessun commento

La luce perfetta del giorno
di Elena Varvello
- Fandango libri -


Prima di prendere sonno le ha chiesto di cantarle qualcosa – “Canta, mamma, canta, ti prego”, le mani giunte e il piccolo mento proteso in avanti. Matilde ha cantato, la voce ammorbidita dal calore dell’abitacolo, e lei ha battuto le mani. Ora, mentre la guarda dormire, il pollice in bocca e i capelli sul viso, si accorge che qualcosa della canzone – una canzone triste che le cantava spesso sua madre e che la bambina trova adorabile – le è rimasto impigliato fra i denti.
*
“Era ora”, disse lui, battendo una mano aperta sopra lo sportello del frigorifero, “sto morendo di fame”, e Matilde lo guardò, guardò la sua schiena chinata, la sua nuca pallida, quasi che il suo sguardo potesse trafiggerlo. Capitava sempre più di frequente; a volte bastava che lui entrasse in una stanza dove lui stava facendo qualcosa e le chiedesse se aveva visto un paio di scarpe, un pullover o una camicia che non riusciva a trovare. “Arrangiati”, diceva lei, puntandogli gli occhi addosso, e poi cercava le scarpe, il pullover o la camicia e glieli portava. Spesso pensava che la sua vita si fosse ridotta a questo: consolare e soffiare nasi colanti e cercare cose che gli altri avevano perso. Un errore.
Suo marito chiuse il frigorifero e si voltò appena, storcendo le labbra. “Che c’è? Perché mi guardi così?”
*
Sorrideva e accarezzava l’aria come se stesse accarezzando la schiena di un gatto.
*
La voce degli uomini giungono attutite attraverso la finestra aperta della cucina, parole che non la riguardano e a cui non prestano alcuna attenzione. Il caldo le rende pigre, indifferenti. Potrebbero essere usciti, potrebbero essere passati lì accanto senza che loro se ne accorgessero. E invece gli uomini sono in cucina a fumare e a bere caffè.
*
“Come ti senti, oggi?”, le chiese, e con una mano le strinse il polso, una stretta leggera intorno al polso incredibilmente esile di Anita, quasi che temesse che lei non si fosse neppure accorta della sua presenza, come se ci fosse bisogno, nel caso di una donna alla quale era capitata una cosa del genere, di toccare e di stringere per riuscire a raggiungere il luogo in cui si era nascosta, un posto buio, intricato e misterioso.
*
Matilde era convinta – lo era fin dal principio – che Aurora esercitasse su sua madre una passione misteriosa e continua, molto simile a quella di una massa d’acqua che prema contro un argine debole. Da un certo punto di vista si assomigliavano, entrambe minute, essenziali e composte, ma in Aurora c’era qualcosa di oscuro e ostinato, annidato dietro quegli occhi azzurro pallido, qualcosa che sua madre non avrebbe mai potuto capire o correggere, soltanto arginare, finché ne avesse avute le forze.
*
Matilde aveva la sensazione che qualcosa d’insostituibile le fosse sfuggito di mano, anche se, a dire il vero, per anni aveva pensato, speriamo che crescano in fretta, come se ci fosse bisogno di augurarsi una cosa del genere, una cosa che sarebbe accaduta comunque. E c’erano stati momenti in cui aveva creduto che la loro presenza, il loro inesauribile bisogno d’amore,la loro invocazione continua – mamma,mamma – l’avrebbero fatta impazzire. Non si torna mai indietro, si disse – che banalità – ed era questa la cosa peggiore, il fatto che fino a un certo punto, invece, non facevi che sperare che il tempo passasse il più in fretta possibile.
*
Si siedono sul divano, all’inizio di quest’ultima parte della loro vita in comune, e Matilde legge ad alta voce il referto. Quel magma di parole dure, uno stormo di uccelli pietrificati in volo, neri e stilizzati contro il cielo bianco latte del foglio.
*
Presto sarebbe finita, presto ma non ancora, non ora, e Matilde tornò a guardare la strada, davanti a sé, gli alberi neri e i campi di granturco che svanivano dietro di loro, nell’oscurità. Croci: un tempo, aveva detestato quel posto, aveva perfino detestato quel nome – lapidi battute dal vento – ma adesso non c’era nient’altro che le importasse davvero, perché tutto quello che le era accaduto, era accaduto fra quei campi, quei boschi. Era quello il suo posto. Tutti hanno bisogno di un posto in cui stare.
[…]
… Matilde pensò al silenzio, ciò che ci precede e ci segue, e pensò che finché avessero continuato ostinatamente a parlare, finché avessero continuato a chiamarsi e a tenersi stretto l’un l’altro come potevano – era questo ciò che ciascuno di loro aveva tentato di fare per tutta la vita, ascoltami, ti devo dire una cosa, mi senti?, era questa la loro preghiera – finché avessero continuato a guardare la strada che li avrebbe riportati a casa, tagliando i boschi notturni e i campi piatti e deserti, avrebbero potuto aiutarsi a dimenticarlo.

Postilla squisitamente PERSONALE
Elena Varvello, dopo due libri di poesie e un’ottima raccolta di racconti (L’economia delle cose), arriva all’esordio sulla lunga distanza.
In questo suo primo romanzo sceglie di narrare le vicende che ruotano attorno alla famiglia Nisi, a partire dal loro trasferimento nel paesino di Croci; spunto che servirà nel dipanarsi della storia per trattare temi quali la felicità, il tradimento, il dolore, la forza del dubbio e la sua resistenza, ma anche per descrivere cosa e quanto comportino i rapporti umani, siano essi tra moglie e marito, genitori e figli, d’amicizia, ecc.
L’incipit è scritto alla perfezione, però poi il resto del romanzo alterna fasi un po’ troppo sottotono (prevalentemente nella prima parte: i figli della famiglia Nisi piccoli) ad altre scritte con quella bravura che sappiamo essere nelle corde dell’autrice (prevalentemente nella seconda: i figli della famiglia Nisi già grandi).
In definitiva è un buon libro, che di certo però non ha tutta quell’intensità che avevano i racconti della sua prima raccolta. Probabilmente si tratta di un assestamento alla novità della lunga distanza e per tanto rimango molto fiducioso verso un eventuale secondo romanzo dell’autrice.

15 settembre 2011 Nessun commento
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“Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère

13 settembre 2011 Nessun commento

Vite che non sono la mia
di Emmanuel Carrère
- Einaudi -
(traduzione di Maurizia Balmelli)


Davvero, quella vita era una bella vita. Philippe aveva saputo assumersi dei rischi quando occorreva – trasferirsi a Saint-Émilion, cambiare lavoro, divorziare – ma senza mai inseguire chimere, senza causare troppa sofferenza attorno a sé; non cercava più di fare nuove conquiste, solo di godersi quello che aveva conquistato: la felicità.
*
Non cercare qualcosa di intelligente da dire, lascia che le parole affiorino spontanee: non è detto che saranno quelle giuste, ma solo così quelle giuste hanno una possibilità di affiorare.
*
Prode e tontolone, questo sono. Ho guardato le tavole a una a una. Era un fumetto per bambini, un po’ datato ma dal tratto sicuro e delicato, e di un’incredibile modestia. Dico incredibile ma dovrei dire incomprensibile: è qualcosa che io non posso capire. Io sono ambizioso, inquieto, ho bisogno di credere che quello che scrivo sia straordinario, che sarà ammirato, finché ci credo mi esalto e quando smetto di crederci crollo. Patrice invece no. Lui si diverte a disegnare quel che disegna ma non crede che sia straordinario, e non ha bisogno di crederlo per vivere in pace. Né cerca di cambiare stile. Per lui sarebbe impossibile quanto cambiare i propri sogni: non può farci nulla. Ho pensato che in questo è un’artista.
*
Niente mi pareva più prezioso di questa sicurezza, la certezza di potersi abbandonare fino all’ultimo istante tra le braccia di qualcuno che ci ama senza riserve.
*
Poi era tornato a Sceaux, ha trovato i suoi ancora svegli, ha parlato con loro, con quel tono neutro che adottiamo quando è in atto una catastrofe e in realtà non c’è niente da dire.
*
Questo Baudot, uno degli ispiratori del Sindacato della Magistratura begli anni Settanta, era stato sanzionato dal guardasigilli, al tempo Jean Lecanuet, per aver tenuto a un gruppo di giovani il seguente discorso: “Siate parziali. Per garantire un equilibrio tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero che non hanno lo stesso peso, spostate l’ago della bilancia da una parte. Abbiate un pregiudizio favorevole verso la donna rispetto all’uomo, verso il debitore rispetto al creditore, verso l’operaio rispetto al padrone, verso l’infortunato rispetto alla compagnia di assicurazioni, verso il ladro rispetto alla polizia, verso la parte lesa rispetto alla giustizia. La legge va interpretata, dirà quello che volete farle dire. Tra il ladro e il derubato, non abbiate paura di punire il secondo”.
*
Pur sensibile al gusto della precisione che esprime, ho iniziato a prenderlo in giro per la sua mania di rifiutare tutto ciò che gli si dice salvo poi riformularlo in modo quasi identico, e che lo prendessi in giro su questo l’ha divertito: fa sempre piacere quando le persone che amiamo sottolineano i nostri difetti come un motivo in più per volerci bene. A partire da quel momento, Étienne ha acconsentito sempre più spesso a trovarsi d’accordo con me.
*
Esistono, dice lui, due specie di uomini: quelli che sognano spesso di cadere nel vuoto e gli altri. I secondi sono stati sostenuti, e sostenuti bene, vivono sulla terraferma, ci si muovono sicuri. I primi al contrario soffriranno per tutta la vita di vertigini e d’angoscia, del sentimento di non esistere davvero. Questa malattia del lattante, nell’adulto può perdurare silente sotto forma di depressione invisibile anche agli occhi dello stesso soggetto, e un giorno diventa un tumore. A questo punto non ti stupisci, lo riconosci. Sai che questo tumore eri tu. Per tutta la vita hai temuto qualcosa che in realtà era già qui.
*
La camera dei suoi genitori era sullo stesso corridoio, tre numeri più in là della nostra. Non si erano lasciati, loro, e i miei nemmeno. Invecchiavano insieme e anche se per noi non erano dei modelli trovavo che non fosse poco, invecchiare insieme.
*
Ancora qualche mese fa, se avessi scoperto di avere un cancro, e che presto sarei morto, e mi fossi fatto la stessa domanda di Juliette: la mia è una vita riuscita? Non avrei potuto rispondere come lei. Avrei detto che no, che la mia vita non era riuscita. Avrei detto che ero riuscito in alcune cose, che avevo avuto due figli oggi belli e vivi, scritto tre o quattro libri in cui ha preso forma quello che ero. Ho fatto quel che ho potuto, con i miei mezzi e le mie difficoltà, e per farlo mi sono battuto, il bilancio non è disastroso. Ma l’essenziale, l’amore, quello mi è mancato. Sono stato amato, sì, ma non ho saputo amare – o potuto farlo, non cambia. Nessuno ha potuto abbandonarsi a occhi chiusi al mio amore, e in fondo so che io non mi abbandonerò mai all’amore di nessuno. E’ quanto avrei detto se, prima dell’onda, mi avessero annunciato che stavo per morire. E poi, dopo l’onda, ti ho scelta, ci siamo scelti ed è cambiato tutto. Tu sei qui, vicino a me, e se dovessi morire domani potrei, come Juliette, dire che la mia vita è stata una vita riuscita.

Postilla squisitamente PERSONALE
Se nel precedente “La vita come un romanzo russo” Carrère rendeva se stesso e la sua dinastia protagonisti principali e indiscussi del romanzo, in questo suo nuovo succede quasi tutto il contrario, lasciando spazio prima a una famiglia conosciuta in Sri Lanka durante lo Tsunami del 2004 e devastata da una perdita subita per colpa di quella calamità e poi alla sorella della sua compagna, ammalata di un cancro che non le lascerà scampo, e al suo amico di toga Étienne, grazie al quale potrà ripercorrere la storia di entrambi.
Vicende che parlano sì di affetti e lutti, malattia e perdite, ma che solo in parte riguardano il subirli, mentre più spesso si soffermano sull’accettarli e affrontarli. Emmanuel Carrère è molto bravo ad entrare in queste vite che non sono la sua con semplice rispetto e senza pietismi gratuiti, un tratto che vista la sua prosa precedente, non avrei creduto potesse esprimere così silenziosamente bene.
Un libro che documenta, dà voce a chi non c’è più, ma anche a coloro che rimangono, continuando ad andare avanti nel segno, nel ricordo e negli insegnamenti di chi ci ha preceduto.

12 settembre 2011 Nessun commento

IN VISIONE
   

Super 8
(U.S.A. – 2011)

di J.J. Abrams
con Elle Fanning, Amanda Michalka, Kyle Chandler, Ron Eldard, Noah Emmerich, Gabriel Basso, Katie Lowes, Zach Mills, Marco Sanchez, Thomas F. Duffy, Joel Courtney, Ryan Lee

Postilla squisitamente PERSONALE
Un po’ di E.T., un po’ di Gonnies e qualche spruzzata di horror fantascientifico qua e là.

That’s What I Am
(U.S.A. – 2011)

di Michael Pavone
con Ed Harris, Molly Parker, Randy Orton, Amy Madigan, Chase Ellison, Mia Rose Frampton, Daniel Roebuck, Alexander Walters, Sean Michael Cunningham, Cameron Deane Stewart

Postilla squisitamente PERSONALE
L’adolescenza e le difficoltà di crescere (1).
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Toast
(U.K. – 2011)

di S.J. Clarkson
con Helena Bonham Carter, Freddie Highmore, Ken Stott, Frasier Huckle, Sarah Middleton, Victoria Hamilton

Postilla squisitamente PERSONALE
L’adolescenza e le difficoltà di crescere (2).
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Submarine
(U.K., U.S.A. – 2010)

di Richard Ayoade
con Craig Roberts, Yasmin Paige, Sally Hawkins, Noah Taylor, Paddy Considine

Postilla squisitamente PERSONALE
L’adolescenza e le difficoltà di crescere (3). Il migliore tra i tre.
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Mother and Child
(Spagna, U.S.A. – 2010)

di Rodrigo García
con Naomi Watts, Samuel L. Jackson, David Morse, Brittany Robertson, Annette Bening, Carla Gallo, Amy Brenneman, Kerry Washington, Tatyana Ali, Marc Blucas, Jimmy Smits, Cherry Jones

Postilla squisitamente PERSONALE
Tanta carne al fuoco, dai rapporti madre/figlio all’adozione, per un film corale che grazie a un ritmo mai troppo lento e continui cambi di prospettiva, si fa ben vedere.

Trust
(U.S.A. – 2010)

di David Schwimmer
con Clive Owen, Catherine Keener, Liana Liberato, Viola Davis, Brandon Molale

Postilla squisitamente PERSONALE
Boiata della settimana.
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8 settembre 2011 Nessun commento
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6 settembre 2011 Nessun commento

Non saremo confusi per sempre
di Marco Mancassola
- Einaudi -


Fuori era un febbraio senza più sole, sospeso, un cielo che assisteva con un colore impossibile, né grigio né azzurro, quasi sul punto di strapparsi.
*
Tobias non rivelò molto della trama dello spettacolo, limitandosi a dire che era ispirata a un fatto del passato, un fatto vero e non molto allegro, uno di quei fatti tristi e in apparenza minori che finiscono spesso per graffiare, come un pennello troppo duro, la coscienza di una paese.
*
Qualcuno disse che gli italiani, in fondo, avevano aspettato mille volte un nuovo re. Un re televisivo, un re politico, un re imprenditore… O magari tutte e tre le cose assieme.
[…]
Qualcun altro rise e disse che gli italiani, invece, non erano mai stati capaci di credere veramente in qualcuno. Neppure in Mussolini, neppure in alcun papa. Non avevano mai creduto fino in fondo in qualcuno, e questa era stata la loro fortuna, e insieme il loro dramma.
*
Quel mattino, in milioni di case, la gente si scordò di spegnere i televisori e andò nelle stanze dei figli. Eravamo lì, dormivamo pacifici. Nessun buco sembrava averci inghiottiti. In tutto il paese genitori inquieti sospirarono, disorientati, un nodo alla gola.
Eravamo lì, i bambini di allora, gli adulti di adesso. Saremmo cresciuti ricordando la storia del bambino nel pozzo.
In seguito, qualcuno disse che quello era stato il primo caso di reality show italiano. Una perdita dell’innocenza in diretta televisiva. L’ingenua crudeltà di un circo. Un rito di lacrime e sospiri cui avevano partecipato, in totale, oltre venti milioni di spettatori.
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Stava calando la sera, una sera di un autunno afoso. Roma era una grande creatura accaldata e dalla finestra entrava il suo fiato.
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Passeranno i giorni. Passeranno i mesi. Il dolore che sembrava impossibile da superare non può essere, infatti, propriamente superato. Si impara forse a trarre una lezione amara. Si impara, se si è abbastanza lucidi, a trarne una nuova consapevolezza, si impara persino, se davvero si ha la forza, a combattere l’ingiustizia che lo ha generato.
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Perciò quel giorno, ad alcuni apparve chiaro che non ci fosse altra via d’uscita che questa, verso il dentro, verso il centro della propria difficile umanità, attraverso il pozzo che il dolore di ognuno scavava, silenzioso, fino a congiungersi con l’infinito.

Postilla squisitamente PERSONALE
In questo suo nuovo libro, Marco Mancassola si appropria di cinque storie, cinque fatti di cronaca, che volenti o no, in un modo o in un altro, sono entrati nelle coscienze italiane.
Da Alfredino dentro al pozzo, passando per un principe omicida impune, i corpi ormai privi di vita di Eluana Englaro e Federico Aldrovandi, fino alla prigionia e successiva uccisione nell’acido del figlio del pentito di mafia Santino Di Matteo.
Mancassola è bravo nel trattare queste storie con rispetto e delicatezza, in punta di piedi quasi, mettendoci ovviamente però i suoi occhi, la sua immaginazione, sensibilità e, in alcuni casi, anche il proprio corpo.
E’ bravo nell’essere rispettoso, ma anche a spingersi un poco più in là, cercando di donare ai protagonisti una fine diversa dal mero ultimo trafiletto di nera che hanno occupato.

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QUATTRO CHIACCHIERE con Marco Mancassola*    

Perché un progetto simile?

La verità è che la cronaca è il tipo di fonte narrativa più disponibile oggi; mischiare questa cronaca alla mia immaginazione era una sfida e in qualche modo una necessità. Hai presente quando un bambino fa parlare i giocattoli e gli oggetti, attribuendo loro una voce? È un gioco che parla anche della solitudine di quel bambino. Bene: nella sua solitudine, lo scrittore prende ciò che ha intorno, ad esempio le storie di cronaca col loro dolore disturbante, e le fa parlare a modo suo.

Quando è nato? E come mai proprio queste cinque vicende e non altre della più o meno recente storia italiana?

Il progetto è nato all’incirca tre anni fa. Ho scritto la prima delle storie, “Un principe azzurro”, e l’ho letta in un auditorium. La gente sembrava colpita. Ho cominciato a chiedermi se lo schema che avevo usato poteva essere valido per narrare e rielaborare altre vicende.

Perché proprio queste cinque storie?

Perché sono famose, archetipiche, metaforiche, e schifosamente ingiuste. Perché hanno innescato qualcosa in me. Si sono prestate a fare da punto d’appoggio per una immaginazione ulteriore.

Oltre alla documentazione classica e ai ricordi in prima persona, sei anche entrato in contatto con parenti e amici che hanno vissuto realmente queste storie? Se sì, quali sono state le loro reazioni, prima e dopo la pubblicazione?

No, soltanto dopo la pubblicazione, e soltanto con uno di loro. Con una madre, per la precisione. Ha ascoltato il mio reading. Mi ha abbracciato.

Qual è il tuo concetto di morte e il rapporto con essa? Cosa pensi, o speri, avvenga dopo?

Chi ha avuto esperienze di pre-morte conosce la sensazione che si ha in quel momento: la sensazione di tornare a casa, di essere sul punto di ricordare infine qualcosa di antico e fondamentale. Non so se questa sia davvero la morte ma mi sembra una possibilità. La morte come rivelazione. Purtroppo per arrivarci spesso si soffre; qualcuno soffre orribilmente, ingiustamente. Direi dunque che non mi preoccupa davvero la morte, non mi sembra nulla di così tremendo: quando sarà, saprò. È il dolore su questa terra a restare un mistero, uno scandalo inaccettabile.

Una domanda che ho fatto anche a Paolo Sortino, visto che sotto alcuni aspetti i vostri libri possono avere qualche intento simile, una critica che ti saresti aspettato e nessuno ti ha ancora fatto?

Parli della critica ufficiale? La critica è un’ombra dell’ombra dell’ombra di se stessa, cosa vuoi che mi aspettassi?… Mi aspettavo forse che qualcuno chiedesse conto del modo in cui ho raccontato certi spezzoni di realtà, i Savoia, Hamer, i gerarchi mafiosi, i poliziotti coinvolti nella morte del diciottenne ferrarese. Ma prima della pubblicazione l’ufficio legale della casa editrice ha passato al setaccio il libro. E i fatti su cui si poggia la narrazione sono del tutto evidenti, parlano da soli. Piuttosto, posso dire una cosa che non mi aspettavo e mi ha sorpreso: in molti mi hanno chiesto notizie del romanzo a fumetti sul bambino sciolto nell’acido, quello scritto da una dei personaggi. Quel romanzo non esiste né esiste la sua giovane autrice. Eppure in molti l’hanno sentita plausibile.

Siccome so che sei sempre molto attento alle vicende del paese, pur essendo di natura girovaga, se ti ritrovassi improvvisamente a capo del governo italiano, quali sarebbero le prime tre proposte di legge che presenteresti?

Non ci sono più proposte possibili per questo paese. È un paese esaurito, troppo esausto. È come un corpo interamente contuso: ovunque ti toccano, gemi di dolore.

Da un appassionato di musica elettronica ad un altro, consiglia tre dischi che recentemente ti hanno colpito in modo particolare? 

“Rising Doom” di Mondkopf, “North” di Darkstar. Più recente, la versione di James Blake di “There’s a limit to your Love”.

* Marco Mancassola nasce nel novembre 1973 nel nordest italiano. Dopo aver sperimentato vari e svariati lavori, nel 2001 pubblica il suo primo romanzo, ‘Il mondo senza di me’ (Pequod 2001 – Oscar Mondadori 2003). Nel frattempo vive a Padova, Roma, Londra, Milano, Berlino e pubblica altri libri: ‘Qualcuno ha mentito’ (Mondadori Strade Blu 2004), il saggio-memoriale ‘Last Love Parade: storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni’ (Mondadori Strade Blu 2005 – Oscar Mondadori 2006), il testo autobiografico ‘Il ventisettesimo anno: due racconti sul sopravvivere’ (Minimum Fax 2005), ‘La vita erotica dei superuomini’ (Rizzoli La Scala 2008 - ’La vie sexuelle des super-héros’, Gallimard 2011), in Francia, sempre per Gallimard, era uscito anche ‘Les Limbes’ (2010). L’ultimo suo libro è ‘Non saremo confusi per sempre‘ (2011).

 

5 settembre 2011 Nessun commento

IN VISIONE
   

Win Win
(U.S.A. – 2011)

di Thomas McCarthy
con Paul Giamatti, Amy Ryan, Bobby Cannavale, Jeffrey Tambor, Burt Young, Melanie Lynskey, Alex Shaffer, Margo Martindale, David W. Thompson, Nina Arianda

Postilla squisitamente PERSONALE
Niente di nuovo sotto il profilo della storia, però è girato bene e gli attori, protagonisti ma soprattutto i non, rendono.
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Super
(U.S.A. – 2011)

di James Gunn
con Rainn Wilson, Liv Tyler, Ellen Page, Kevin Bacon, Gregg Henry, Michael Rooker, Andre Royo, Sean Gunn, Stephen Blackehart, Linda Cardellini, Nathan Fillion, Edrick Browne

Postilla squisitamente PERSONALE
Idem come sopra, storia un po’ trita ultimamente (sulla scia di Kick-Ass o Defendor), ma è fatto bene.

Angèle et Tony
(Francia – 2010)

di Alix Delaporte
con Clotilde Hesme, Grégory Gadebois, Evelyne Didi, Jérôme Huguet, Antoine Couleau

Postilla squisitamente PERSONALE
Molto bello, malinconico/romantico, ma anche duro, e con una colonna Sonora di tutto rispetto.
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Your Highness
(U.S.A. – 2011)

di David Gordon Green
con Danny McBride, Natalie Portman, James Franco, Rasmus Hardiker, Toby Jones, Justin Theroux, Zooey Deschanel, Charles Dance, Damian Lewis

Postilla squisitamente PERSONALE
Boiata della settimana.
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2 settembre 2011 Nessun commento
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